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Racconti

venerdì 12 ottobre 2018

Montesanto


Larghi e strade

Montesanto

C’era una volta, a Napoli,   un grande esteso vallone,  coperto da boschi di ulivi e pini (da cui il nome Olivella e Pignasecca,  “secca” perché i pini si seccarono improvvisamente in maniera inspiegabile), ai piedi della collina del Vomero. Per salire e scendere si usavano sentieri scoscesi e grezze scalinate:  ancora oggi possono essere percorsi, naturalmente solo a piedi,  le “pedemontine”, come quelle che partono da S. Martino, o il Petraio o anche i  Cacciottoli o ancora la salita san Francesco, da via Belvedere.
Tutta l’area era fuori le mura occidentali della città: chi usciva dalle porte chiamate Romana e Donnorso,   si trovava davanti a una grande  vallata attraversata da un fiumiciattolo, il Sebeto, una volta  alimentato da acque  provenienti dalle colline di Capodimonte e del Vomero, poi sempre più asciutto.  Pochi edifici di carattere religioso sorgevano dalle colline al mare e anche qualche torrione di guardia, fino alla costruzione del Castelnuovo.
Chiesa di Montesanto
Fu poi il ben  noto  don Pedro di Toledo che, nel 1534, avviò una serie di interventi urbanistici ed edilizi che allargarono la città e la trasformarono completamente. Le antiche mura medievali   furono consolidate e allargate, inglobando nella città nuovi territori, come la strada che continua a portare il suo nome, i Quartieri spagnoli e, a fianco a questi, l’area della Pignasecca e di Montesanto.
Le nuova murazione occidentale saliva  dalla odierna chiesa dello Spirito Santo,   attraverso la vallata di Montesanto, fino  ad  meza falda del monte de santo Erasmo”( S. Elmo),  da dove poi riscendeva  verso la Playa, cioè Chiaja,  e Santa Lucia, per poi ricollegarsi ai bastioni e alle casematte di Castelnuovo dalla parte di mare.(oggi Molo Beverello e piazza Municipio).
 Gli storici non sono tutti d’accordo sul tracciato di queste mura, poiché alcuni pensano che arrivavano fin sopra la punta più alta del Vomero, a S. Elmo, dove già c’era il Castello e la Certosa di S. Martino.
Ai piedi della collina, le nuove mura scorrevano, prima di iniziare la salita,  lungo la laterale dell’ odierno Ospedale dei Pellegrini,  fondato nel 1570 dal cavaliere gerosolimitano don Fabrizio Pignatelli (  si faccia attenzione a questo cognome " Pigna...." ), su un suolo di sua proprietà. Restavano fuori dalle mura  l’attuale Piazza Montesanto, l’Olivella e la via Tarsia.
L’area dell’attuale via Tarsia, fu proprietà  degli  Spinelli, famiglia aristocratica del XVI secolo,  principi di Tarsia,  città calabrese della provincia di Cosenza. Gli Spinelli, dovendo trasferirsi a Napoli  capitale, e alla Corte vicereale, dovettero trovarsi un ‘abitazione degna di tanto nome e fecero edificare  un  palazzo monumentale.  Raccontano gli storici dell’arte, che il palazzo era qualcosa di veramente imponente e grandioso:  occupava tutta la zona a monte della chiesa di S. Domenico Soriano al largo del Mercatello, si estendeva  dal Cavone all’attuale piazza  Mazzini, da salita Pontecorvo a Montesanto e aveva un grandioso giardino.  Con l'estinzione della famiglia Spinelli,   sia il giardino sia il palazzo furono variamente riutilizzati. Il piano terra,   ad esempio fu trasformato prima in cinema, l’ Astoria, e poi nel teatro  “Bracco”,  dedicato al commediografo Roberto Bracco. A fianco era l’Istituto nautico. Tutti i viali di questa abitazione, grandi e piccoli, costituiscono oggi le strade e i vicoli della zona, l’attuale piazzetta Tarsia sembra sia stata niente altro che il cortile interno del complesso.
Vico Spezzano
Nel XVII secolo, nel vallone ai piedi della collina del Vomero, fu fondata una chiesa, detta  di Santa Maria di Montesanto,  ad opera di una comunità di Frati Carmelitani provenienti da un omonimo monastero  siciliano.  Da lì nacque il nome, e   si diffuse a tutta la zona e quindi alla piazza attuale. In quella Chiesa  si trova la tomba del musicista Alessandro Scarlatti.
 Restata ancora fuori le mura, gli abitanti della zona e delle colline che volevano entrare in città, dovevano arrivare al vicino largo del Mercatello e entrare per la porta Reale, che si trovava all’ altezza della chiesa dello Spirito Santo.
Essi non amavano questo tragitto e alcuni di loro, probabilmente sull’esempio di quanto era accaduto anche  con  Port’ Alba qualche anno prima,  cominciarono a scavare di nascosto, “ nu’ pertuso “ – un pertugio, un buco - per poter passare almeno uno alla volta.
Racconta Giuseppe Porcaro ne “ Le Porte di Napoli”( ed. Del Delfino), ..”..uno sconcio Pertuso, quindi, fu fatto da quegli abitanti nel muro occidentale della città, presso Montesanto, attraverso il quale, per la via dell’Olivella, i collinari di S. Martino accedevano nella capitale, raggiungendo agevolmente i centri storici e commerciali e l’area portuale.”.
Le Autorità, dopo vari inutili interventi di riparazione, presero atto della situazione e viste le continue petizioni degli abitanti, per consentire il passaggio regolare di tutti quelli che andavano e venivano dalla  collina,  nel 1640, Don Ramiro Nunez de Guzman, duca di Medina,  fece costruire una Porta che prese il suo nome, “Medina”. La nuova porta, si trovava, secondo gli storici, più o meno tra l’ingresso dell’ospedale dei Pellegrini e la strada che lo costeggia,   quasi di fronte alla stazione della Cumana e della funicolare. Fu l'ultima porta ad essere costruita e  fu anche l'ultima ad essere demolita nel 1873, ma  del nome di Portamedina resta traccia ancora oggi nella toponomastica della zona. Sul largo, il vico Spezzano, luogo di memorie personali,  arrivava – e arriva – dalla piazza Mazzini.
 Montesanto stava cambiando.  Dopo qualche anno, nel 1892,   fu inaugurata la ferrovia Cumana che doveva portare, passando per Pozzuoli, fino a Cuma e Torregaveta. La linea andò avanti a vapore fino al 1927, quando fu elettrificata. Alla partenza da Napoli, la Cumana entrava immediatamente nella galleria scavata sotto la collina del Vomero, che, da quanto mi raccontavano, servì da rifugio antiaereo durante la guerra.

FUunicolare
Negli stessi anni   era stato inaugurato il Rione Vomero e quindi fu messa in cantiere la funicolare,  inaugurata nel 1891. La funicolare  si inerpicava su per la collina, era tutta di legno, fino a metà anni 60 del XX secolo, dai sedili alle porte che dovevano essere chiuse  una a una dal macchinista. Oggi   è stata modernizzata, con apertura e chiusura automatica delle porte, rinnovata all’interno e ripulita.
A due passi dal largo di Montesanto, proprio alle spalle, troviamo la Piazzetta Olivella dove fu installata la stazione della metropolitana di Napoli, oggi detta linea 2, ma   è la più antica poiché in funzione dal 1925.
.La Pignasecca è ancora zona di grande mercato, dalla frutta e verdura al vestiario, dal pesce a articoli casalinghi, con piccole trattorie tipiche,  caratterizzata da una folla che lavora, si muove, si arrangia, e da  auto e motorini che passano con difficoltà  per non parlare delle ambulanze dirette all’Ospedale che ha l’ingresso proprio su quella strada.









mercoledì 12 settembre 2018

Case puntellate



Larghi e strade

Case puntellate

Chiamare: “case puntellate”,   una strada, e conservarlo con tanto di targa, mi sembra perlomeno singolare. Se puntellare  vuol dire “sostenere o fermare con una struttura anche provvisoria”, casa puntellata  vuol dire perciò che fu messo un sostegno a una Casa, un edificio traballante o pericoloso. Sarà stato un terremoto? Sarà stata qualche cannonata? Forse uno sprofondamento del terreno? No, niente di tutto questo. Solo  un’ antica leggenda che narrava della apparizione di Gesù Cristo  agli abitanti del luogo e  avrebbe detto di aver “puntellato” le loro case per prevenire cedimenti.
Mappa del Duca di Noja
Questa strada si trova al Vomero, nella parte antica della collina, e la si trova con quel nome già nella mappa di napoli di Giovanni Carafa, duca di Noja del 1775. Va oggi da via Altamura a un incrocio con tre strade, via Pigna,  via Iannelli (già Nuova Camaldoli) e via S. Martini, mentre dall’altro lato attraversata via Altamura, va verso Antignano, antico villaggio dell’area vomerese.
E’ una strada stretta e molto antica e si intreccia con la storia  della collina. Questa, in tempi molto antichi,  era parte del sistema collinare che sovrastava  e circondava la città, da Posillipo a Capodimonte e da qui a Capodichino. In età romana la collina fu chiamata “Paturcium”, C’erano campi coltivati, pascoli e molte ville e masserie, attraversati da sentieri che conducevano dalla città bassa, su per montes, scendendo poi verso Agnano e Pozzuoli quando non c’era ancora la grotta che bucava la collina e usciva  sulla stessa via per l’area flegrea. C’ erano sentieri e scale come ad esempio, quella che ancora oggi porta dalla riviera di Chiaia  fino a via Belvedere, oppure quella detta del Petraio.
La strada più frequentata doveva essere quella che, uscendo dalla  città, si inerpicava su per il Cavone giungendo nella zona di piazza Mazzini. Da qui si saliva per l' Infrascata, (via Salvator Rosa) e via Conte della Cerra, dove troviamo ancora oggi tracce di un ponte viadotto di epoca romana, vicino alla stazione della Metro. 
La salita attraversava allora un modesto villaggio, dove erano sorte, “cauponae”, taverne e luoghi di ristoro per mercanti e viaggiatori, per militari e corrieri, e sicuramente un mercato di prodotti ortofrutticoli. La strada, detta “ per montes”, dopo qualche tempo, cominciò ad essere chiamata “Antiniana” e così il villaggio “Antignano”, cioè, ante Anianum, prima di Agnano.
 Da qui la strada si divideva: da un lato si dirigeva  per la via Gino Doria sulla attuale via Belvedere,  che proseguiva o  per Posillipo o scendeva  per raggiungere Pozzuoli. Dall’ altro lato il sentiero, avendo comunque la stessa destinazione, scendeva per la via delle Case puntellate e   la Pigna. La via Case puntellate, perciò  non era altro che un antico percorso per montes tra Napoli e Pozzuoli.
La via per montes non fu abbandonata quando, nel 30 a.C., l’architetto cumano Lucio Cocceio Aucto realizzò la crypta neapolitana, la galleria che permise di attraversare la collina di Posillipo più velocemente, perché agli inizi era solo una struttura militare utilizzata per le legioni che dovevano andare  da Neapolis  e la zona flegrea e viceversa.
Da qui, si racconta,  passò, nell’anno 305 d.C., il corteo che portava il corpo del Santo patrono di Napoli, Gennaro, decapitato a Pozzuoli, per deporlo nelle catacombe omonime, e si racconta anche che il famoso miracolo della liquefazione del sangue sia avvenuto qui per la prima volta.. Per questo motivo sorse nella zona una “ecclesia  S. Ianuarii” poi demolita, e per questo motivo esiste oggi la chiesa di S. Gennaro a Antignano.
Un notevole sviluppo edilizio si ebbe a partire dalla fine del XVI secolo.  Presumibilmente risalgono a quel periodo,  i Casali delle Case Puntellate, dell’ Arenella e del Vomero ( nei pressi dell’ attuale Via Belvedere), tutti caratterizzati da un tipo di edilizia rurale con ville patrizie e masserie. 
Tutta l’area restò cosi per secoli quest'area era quasi totalmente agreste, e vi si potevano trovare sporadiche masserie e qualche villa nobiliare.
 Ancora  oggi, lungo quell’antico  percorso,  tra bancarelle di frutta e verdure, un occhio attento riesce a vedere un antico edificio con un bel cortile interno. Sulla parete dell’ingresso una lapide costruita dall’architetto regio Antonio de Simone per ordine di  Ferdinando I re delle due Sicilie nel 1818, è dedicata a Giovanni Pontano, poeta, letterato e umanista. Questa era la sua villa, costruita nel 1472. Era nato in Umbria, a Cerreto di Spoleto nel 1429, si trasferì a Napoli, dove oltre all’interesse per la letteratura e la poesia, fu ministro del re  Ferrante d’Aragona, e soldato e precettore dell’erede Alfonso. Nel 1494 si ritirò a vivere qui a Antignano, e  vi morì nel 1503.
Poco distante dalla villa fu posto il dazio del regno, istituito nel 1826  per combattere  il problema del contrabbando. Fu costruito perciò  Il Muro, detto Finanziere, che si sviluppò per circa venti kilometri, racchiudendo al suo interno tutta l'area della Maddalena e di Capodichino fino ai Colli Aminei e poi l' area del Vomero e di Posillipo fino a Mergellina.
 Nel muro, di tufo,  furono costruiti alcuni varchi doganali, denominati Edifici Daziari, e  postazioni di guardia.  Di quel muro restano ancora oggi tracce ben visibili, sparse un pò dappertutto. Al Vomero se ne possono vedere tratti in via E.A. Mario, così come ai Colli Aminei, dove il Finanziere continua a correre nei pressi della Metropolitana e lungo la strada delle Case puntellate.  Ma la   migliore testimonianza la si trova proprio ad Antignano, nel largo omonimo.
 Sul muro di un vecchio fabbricato a due archi dove c'è una tabaccheria, nascosta e scolorita dal tempo e dalla incuria, una piccola lapide ci avverte con l'iscrizione: Qui si paga per gli regj censali.  Era un Ufficio  Daziario, il posto di Casa puntellata.
Nell’area e lungo quell’antico percorso  sorsero sicuramente case e casali rustici, poderi e masserie, ma anche: “ un villaggetto popolato di osterie, mete di gite domenicali….”, come scriveva lo storico Gino Doria.
Case puntellate oggi
Tutta la zona era indicata, infatti, per l’aria buona e per l’ ”otium”- il riposo dalla vita pubblica, e la meditazione -: al villaggio del Vomero ci si andava, da sempre e fino al XIX secolo, per la villeggiatura nei poderi e nelle case di campagna, ma anche per gite giornaliere e per mangiare nelle trattorie paesane..“ Maggio. Na’ tavernella ncopp’Antignano” così scriveva Salvatore di Giacomo, ai primi del ‘900, cosi anche Rocco Galdieri nel  “Vommero sulitario: “ mmiez’a friscura, a ‘o Vommero,  p’è strate ‘e S.Martino”.
Ma il disastro era in agguato. Alla fine dell’800, all’inaugurazione del nuovo rione, erano iniziati i danni al paesaggio, sia con la costruzione delle funicolari – Montesanto e Chiaia -, poi con quella “centrale”, e  con la costruzione delle Vie Scarlatti e via Luca Giordano e le strade vicine; furono costruiti quei palazzi e quelle abitazioni, che oggi definiamo d’epoca, e che ancora vediamo fino a piazza Vanvitelli e oltre. il carattere agricolo della collina fu completamente stravolto da una vera e propria opera di urbanizzazione di massa nell’ area compresa tra Castel Sant’ Elmo, Via Aniello Falcone, Via Annella di Massimo e Via San Gennaro al Vomero. L’ area dell’ Arenella e dello stadio Collana, progettate nel primo dopoguerra e le speculazioni edilizie degli anni ’50 e ’60 sancirono la definitiva cementificazione della zona, distruggendo decine di ville, masserie e orti. Al loro posto,  condomini sempre più grandi, e un vero e proprio esodo di intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare i nuovi rioni.
La strada ha subito un processo di urbanizzazione in seguito al piano regolatore del 1926, ma,    malgrado le distruzioni operate dagli anni ’60 del XX secolo ad oggi, tratti  dell’antica strada riaffiorano lungo il percorso della attuale via Iannelli, quando da  Case puntellate si andava fino a Cappella Cangiani.




 







giovedì 5 luglio 2018


Larghi e strade
ANTICAGLIA




Il termineanticàglia” indica un  oggetto antiquato e in generale  gusti, usi e costumi ormai passati di moda ( Devoto/Oli ). L ‘ enciclopedia Treccani parla di oggetti fuori moda, vecchi, antiquati: negozio di anticaglieuna casa piena di anticaglie, per indicare cose vecchie, antiche.  Giorgio Vasari , pittore, scultore e storico dell’arte, nel XVI secolo, utilizzò quel termine indicando “ l’anticaglie di Roma, archi, terme, colonne, colisei, aguglie, anfiteatri e acquidotti …”. 
Fu probabilmente cosi che a Napoli fu battezzata una strada ancora oggi esistente. La strada dell’Anticaglia si chiama così perché, piena di edifici e oggetti antichi di grande interesse archeologico,  anche se  questo nome potrebbe essere adatto ad almeno metà delle  strade di una città che ha 2500 anni di storia e, per questo, piena di segni del passato.
L’Anticaglia  non è altro che l’antico decumano superiore, quello posto più a nord e più in alto,  il meno noto e il meno turistico dei tre esistenti nel centro storico di Napoli. I decumani  sono le strade del centro storico, quelle più larghe, che si incrociano  ad angolo retto con i cardini, le vie perpendicolari più strette. I decumani sono tre: maggiore cioè la via Tribunali, l’ inferiore  meglio noto come Spaccanapoli, e il superiore, l’Anticaglia. L’area dell’Anticaglia era la  più alta della città antica, dove c’era il tempio di Apollo il dio del sole e c’era anche un vicus solis che non è la attuale via del sole. L’area fu chiamata poi “ platea  summae plateae” la somma piazza.
Napoli romana
Il Decumano superiore, a differenza degli altri due,  è quello che ha subìto, nel corso dei secoli, i maggiori rifacimenti e per questo, non è lineare come gli altri. I diversi tratti assumono anche nomi diversi: Partendo oggi da Via Costantinopoli, che   segnava il confine occidentale della città, oggi si chiama prima  Via Sapienza, e poi via Pisanelli, via Anticaglia propriamente detta,  poi ancora  via San Giuseppe dei Ruffi e, attraversata via Duomo, via Donnareginavia Santi Apostolivia Santa Sofia. Qui finisce nell’attuale via S. Giovanni a Carbonara dove, in epoca antica, correvano le mura orientali della città. Lungo il tracciato delle strade dell’Anticaglia si  trovano molti edifici religiosi e civili, costruiti nel corso dei secoli come la Chiesa di Regina Coeli, edificata nel 1594, che secondo Gennaro Aspreno Galante nel suo “Le Chiese di Napoli”,  “è una delle più belle di Napoli”, o anche  la chiesa e il Monastero di Santa Maria di Gerusalemme del XIV secolo, più nota come chiesa e monastero delle “trentatré”, che era il numero delle monache che potevano essere ospitate nel convento.
Verso la fine della lunga strada si può trovare la Chiesa  di Santa Sofia, la  cui costruzione è attribuita addirittura all'imperatore Costantino intorno al 308 d.C., che la volle  sul modello di S. Sofia a Costantinopoli.
E tra i palazzi civili troviamo quello della famiglia Bonifacio, dove si racconta l’ infelice  storia d’amore tra Carmosina
e il poeta Jacopo Sannazzaro  (1456/1530), che scrisse: “ quisquis seu vir, seu foemina vidit, deperit”, cioè qualsiasi uomo o donna l’ abbia vista, se ne innammorò  perdutamente.
Anticaglia
Ma l’Anticaglia prende il nome da un importante reperto archeologico di epoca   greco-romana, sul quale  mi sembra  più giusto soffermarmi. Chi  percorre questa strada si trova davanti a un altissimo muraglione che sembra sostenere i palazzi laterali e, per oltrepassarlo, una specie di piccolo arco. Ma non si tratta di un  muro di sostegno, bensi di una struttura in tufo che serviva, più di duemila anni fa,  da rinforzo esterno alla "cavea" del grande Teatro romano all’aperto. “Cavea” indica tutti i settori delle gradinate di un anfiteatro o di un teatro classico, dove si sedevano gli spettatori.
A Napoli, all’epoca greco-romana, c’erano due teatri, uno all’aperto, che secondo alcune ricostruzioni, aveva un perimetro di circa 150 metri, tre ordini di archi e, all’interno, tredici file di sedili. Le gradinate più basse, la ima cavea, dovevano contenere circa 5/6mila persone, mentre la summa cavea, le gradinate più alte, è andata perduta. Il teatro coperto detto Odeon, oggi praticamente sparito, era molto più piccolo, era affiancato all’ altro e sembra fosse preferito dall’imperatore Nerone, che qui si esibì più di una volta. Entrambi erano alle spalle del tempio dei Dioscuri, che oggi è la basilica di San Paolo maggiore in piazza S. Gaetano..
 “Per andare a casa di Metronatte bisogna, come sai, oltrepassare il Teatro dei Napoletani. E’ strapieno e vi si giudica con grande attenzione chi sia un buon flautista.” Così scriveva Seneca, il celebre filosofo del I secolo d.C.,   consigliere di Nerone, nelle sue Epistole a Lucilio.  Metronatte era un filosofo stoico amico di Seneca che abitava sull’Anticaglia. Seneca vi si recava spesso per ascoltarlo e discutere con lui.
Cavea teatro e abitazioni
Con la fine dell'Impero romano e l’avvento del Cristianesimo cessarono anche tutti gli spettacoli teatrali, la struttura fu abbandonata, eventi climatici e metereologici,  come alluvioni e terremoti, contribuirono alla sua fine e all’ oblio  nel periodo medievale. Gli ambienti interni furono adoperati come stalle, cantine, depositi e botteghe   (peraltro fino a poco tempo fa). Quelli esterni diventarono presto una necropoli e poi una discarica e, dulcis in fundo, tra il XV e il XVII secolo su quel che restava della cavea furono costruiti   vari edifici,   ancora oggi esistenti e abitati.
Le prime scoperte avvennero verso la seconda metà del XIX secolo, scavando nel giardino dello stabile sopra il  teatro: il primo piano di recupero risale al 1939, ma solo dopo il 2007 sono stati effettuati lavori  che hanno permesso l'affioramento di parte della media cavea dal giardino interno. Molti resti del teatro, pareti, muri, colonne e perfino alcune gradinate non sono state abbattute, ma incorporate negli edifici costruiti sopra , nascoste nelle cantine, o semplicemente dietro stucchi e  pareti imbiancate. Si possono trovare negozi o anche portoni di edifici abitati nelle antiche mura romane e qualche volta anche segni di modernità come ad esempio, citofoni installati sulle stesse mura e antenne televisive.
L'ingresso per la cavea è oggi da via San Paolo e vi si accede, possibilmente con guida, entrando in un'antica bottega sita nel cortile di un palazzo di origini quattrocentesche.
Parte del teatro  è visitabile, inoltre, sottoterra con un accesso molto singolare: la guida conduce i visitatori in un locale al piano stradale, un basso, una volta abitato, e all’interno, aperta una botola sul pavimento, si scende di pochi metri e ci si ritrova in un altro mondo.



lunedì 11 giugno 2018

VOMERO



Larghi e strade

Le vie dello shopping

Per interrompere  il racconto di larghi e strade dalla storia antica, millenaria,  oggi parleremo di  vie e piazze di un quartiere  definito, da alcuni, “senza storia”. Si chiama Vomero, è in collina, ed è nato, come quartiere, appena nel 1885. Fa parte del sistema collinare che abbraccia la città: va da Capodimonte verso i Colli aminei, attraversa il Vomero e si dirige verso Posillipo. La storia della collina è, in realtà, molto antica, e   oggi le strade più moderne si incrociano con i resti di antichi sentieri e vecchi edifici.
Iniziamo dal nome. “Vòmero” deriverebbe dal “vòmere”, l’organo principale dell’aratro, perché su questa collina, anticamente, c’erano poderi e masserie, campi coltivati e perciò contadini. Alcuni parlano anche di un  "gioco del vomere" che i contadini della collina praticavano nei giorni di festa, sfidandosi a tracciare con l'aratro il solco più diritto.
In epoca romana, il Vomero veniva chiamato “Paturcium”, e in epoca ancora più antica veniva indicata, insieme a tutto il sistema collinare, “Pau-silipon”, parola del greco antico che significa pausa che acquieta il dolore, che libera dagli affanni. Tutta la zona era indicata, infatti, per l’aria buona e per l’  otium”, il riposo dalla vita pubblica, e la meditazione.
Tutta l’area restò cosi per secoli: campi coltivati, pascoli e molte ville e masserie, raggiungibili dalla citta bassa attraverso sentieri, che ancora oggi possono essere percorsi a piedi: la Pedamentina che arriva a San Martino, la salita del Petraio (che parte da Chiaia), l'Infrascata (Salvator Rosa), i Cacciottoli (da piazza Leonardo), e Calata San Francesco che parte da via Belvedere.
Questa ultima è, da sempre, la via che congiunge il Vomero Antico, sorto in epoca romana, e il Vomero Moderno, insieme a Antignano.
Qui si arrivava partendo da Neapolis: il sentiero, costeggiando corsi d’acqua e tra pini e querce, si inerpicava su per i Ventaglieri o il Cavone giungendo nella zona di piazza Mazzini. Da qui si saliva per l' Infrascata, via Salvator Rosa e via Conte della Cerra, dove troviamo ancora oggi tracce di un ponte viadotto di epoca romana vicino alla stazione della Metropolitana.
Collina del Vomero, dipinto 1795
Intorno alla strada, sorsero sicuramente case e casali rustici, poderi e masserie, ma anche un mercato, “cauponae”, taverne e luoghi di ristoro per mercanti e viaggiatori, militari e corrieri e almeno un villaggio. La strada detta “via per montes”, dopo qualche tempo, cominciò ad essere chiamata “Antiniana” e così il villaggio “Antignano”, cioè, ante Anianum.
Da Antignano infatti si poteva proseguire verso Agnano, per poi raggiungere Pozzuoli e Cuma o per la via Belvedere e la Canzanella fino a via Terracina, o per la via delle Case puntellate e la Pigna.
Al XIII secolo risalirebbe “Jesce sole, jesce sole, nun te fa cchiù suspirà, siente maje che li’ figliole hanno tanto da prià”, una preghiera rivolta al Sole di uscire per asciugare i panni appena lavati nei lavotoi pubblici del Vomero, che si dice esistessero ancora a fine ‘800.
Fino al XIX secolo quest'area era quasi totalmente agreste, e vi si potevano trovare solamente sporadiche masserie e qualche villa nobiliare, come a Antignano,   quella di Giovanni Pontano,poeta e umanista del XV secolo, invisibile oggi ai più malgrado una grande tabella sulla parete esterna.
Poco distante dalla villa fu posto il dazio del regno, con la costruzione di una lungo muro – dalla Maddalena ai Colli Aminei e dal Vomero a Mergellina - detto Finanziere -, per impedire l’ingresso di merci di contrabbando, intervallato da accessi doganali.
Uno di questi è ancora visibile in largo Antignano sul muro di un vecchio fabbricato a due archi dove oggi c'è una tabaccheria: nascosta e scolorita dal tempo e dalla incuria, una piccola lapide ci avverte con l'iscrizione: Qui si paga per gli regj censali. 
P.za vanvitelli
Di quel muro, abbattuto nei primi anni del ‘900, restano ancora oggi tracce ben visibili, sparse un pò dappertutto. Al Vomero se ne possono vedere tratti in via E.A. Mario, così come ai Colli Aminei, dove il Finanziere continua a correre nei pressi della Stazione Metro.
Il nuovo rione fu inaugurato nel 1886/87 con la costruzione delle Vie Scarlatti e via Luca Giordano; lungo queste due strade furono costruiti palazzi e villette che oggi definiamo d’epoca, e che ancora vediamo fino a piazza Vanvitelli e oltre, mentre l’Arenella era ancora un villaggio, e la piazza Medaglie d’oro non  era neanche un’ idea.

Il quartiere fu quindi ideato e progettato basandiosi sulle due strade più centrali, che a un certo punto si incrociano.  Via Luca Giordano che parte proprio dal largo Antignano e va in leggera pendenza verso il centro incrociandosi con la via Scarlatti che sale verso la pizza Vanvitelli e   prosegue oltre per ricongiungersi ad altre vie per arrivare a S. Elmo e alla Certosa di S. Martino.
Erano gli anni del cosidetto Risanamento, l’intervento urbanistico del 1884 che, con la scusa dell’epidemia di colera, abbattè   edifici pubblici e privati e trasformò il centro storico.
Tutte le strade del nuovo quartiere furono intitolate ad artisti napoletani.
La via intitolata al pittore napoletano Luca Giordano  (1634/1707) fu tracciata e lottizzata col primo nucleo del nuovo quartiere tra il 1886-1889  ma il grosso della edificazione si protrasse fino agli anni  ’30. All’inizio del Novecento lungo questa strada iniziarono a sorgere i primi palazzi in stile neorinascimentale e alcune villette in stile liberty partenopeo. La via termina con una scalinata che scende in via Aniello Falcone.
Via ScarlattiAggiungi didascalia
Anche via Alessandro Scarlatti ( musicista 1660/1725) fu tracciata nel 1887, insieme alla contigua piazza Vanvitelli, da dove scende  e si allunga fino al ponte di via Cilea proseguendo a sinistra fino all’incrocio con via Doria, via Belvedere e via A.Falcone.
Anche quì furono costruiti   grandi edifici in stile umbertino; quelli della piazza Vanvitelli sono quattro uguali e richiamano alla mente i quattro palazzi della piazza lungo il Rettifilo.
 Il forte sviluppo del quartiere si verificò negli anni '50/'60 del secolo scorso, con una urbanizzazione selvaggia, senza vincoli e controlli. In quegli anni si verificò l’assalto alla collina, l‘ occupazione di zone ancora rurali e la costruzione di condomini alveari, sempre più grandi, e un vero e proprio esodo di intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare i nuovi rioni.
La conseguenza fu che, insieme ai nuovi residenti, sorsero tutti i servizi e le varie attività commerciali, e perciò scuole, banche, negozi, bar, uffici comunali, uffici postali, ospedali ed altro.
Ben presto le due strade e la piazza diventarono il ritrovo più elegante e ben frequentato di Napoli, oggi sono i luoghi dello schopping più visitato, bar, ristoranti e chiacchiere, sono le strade dello “struscio”, di quella passeggiata, cioè, lento pede, con amici e parenti chiacchierando, fermandosi e poi riprendendo il cammino, guardando distrattamente qualche vetrina, socializzando e prendendo un caffè, insomma perdendo tempo e in una parola “ ca…giando”.
Soprattutto poi da quando le due strade, dalla metà degli anni ’90 del XX secolo, sono state pedonalizzate a danno, però, delle vie laterali invase dal traffico veicolare. All’incrocio delle due strade c’era la “ villa di Lucullo”, famosa friggitoria, in concorrenza con l’altra “ Imperatore” situata quasi di fronte, in via Scarlatti. Qui trovavi anche il bar Daniele e addirittura un cinema, l’ “Ideal”.
Non è sopravvissuto niente.  Miracolosamente ancora esiste e, soprattutto resiste agli assalti della “civiltà”, uno spazio verde: è la villa ”Floridiana”, uno dei posti più belli non solo del Vomero, ma della città.


venerdì 25 maggio 2018

Larghi e strade


Larghi e strade

Via San Sebastiano

La storia di questa via ci porta molto indietro, nel passato remoto di Neapolis, la nuova città. Nel VI secolo a.C., migranti fuggiti da Cuma per motivi politici, e altri profughi, fondarono la città e la circondarono con alte e possenti   mura i cui resti possiamo vedere ancora oggi in piazza Bellini, o dietro via Foria o anche al noto Cippo a Forcella.
In particolare, quelle visibili in piazza Bellini, seguendo il naturale  dislivello del terreno, si dirigevano a nord lungo la  attuale via Costantinopoli, a sud  verso Piazza San Domenico  e proseguivano   lungo il decumano inferiore, S. Biagio dei Librai, verso oriente, sulla linea di costa alta  circa 7/8 metri sul mare.
Tra Piazza Bellini e l’ingresso della chiesa di S. Pietro a Maiella, secondo storici e archeologi, c’era sicuramente una porta conosciuta, secondo un documento del 1038 , come “Porta Nova que dicitur de Domino Urso Tata” chiamata poi popolarmente Donnorso.
Chi usciva da quella porta si trovava a una grande  vallata e campi di macchia mediterranea e boschi di pini e querce, attraversati da un fiume, il Sebeto,  alimentato da acque  provenienti dalle colline di Capodimonte e del Vomero attraverso il Cavone,  che si dirigeva a occidente e sfociava sotto la collina di Pizzofalcone e  la più antica Partenope. A destra lungo le mura si intravedevano le collina di Capodimonte, sinistra un sentiero che scendeva verso il mare e l’area portuale.
Nel corso del tempo Napoli  subì poche modifiche alle mura e molte costruzioni di monasteri e chiese, dopo che il Cristianesimo era diventata la religione di Stato.
Nel periodo Ducale,   intorno all’anno 1000, erano presenti, intra et extra moenia, più di 100  chiese, compresa la cattedrale,  e  30 monasteri femminili e maschili.
Tra questi ultimi, risalente verosimilmente al VI secolo d.C. , all’esterno delle mura occidentali, lungo quella spianata ( detta poi Mercatello) e il sentiero a sinistra della porta, fu costruito un Monastero e una Chiesa, intitolati a  San Sebastiano (e a san Theodoro).
 Secondo il Capasso, il monastero “era posto vicino le mura della città a occidente in un giardino ( in viridario) , ed era detto ad casa picta”.  I  giardini si estendevano a nord fino  alla Porta Donnorso, e  a sud fino a Porta Cumana, che doveva trovarsi all’altezza dell’attuale  S.Chiara.
In quel monastero,  e la chiesa annessa, furono alloggiati nel tempo, e per farla breve, monaci basiliani, cioè di rito greco-bizantino, poi benedettini e quindi, tra il 1425/26, monache domenicane provenienti dal monastero di San Pietro a Castello (nel Castel dell’Ovo), saccheggiato dall’esercito di Alfonso d’Aragona nel 1423.
Così accadde che quella discesa, un vicolo, cominciò a essere individuata riferendosi al monastero di San Sebastiano, poi fu inglobato tra le mura angioine e i successivi allargamenti operati dagli Aragonesi e infine da don Pedro di Toledo.
Con gli Angioini fiorirono  chiese e  monasteri: alla fine del XIII secolo  fu eretta la chiesa di S. Pietro a Maiella con annesso monastero di frati celestini, dove oggi c’è il Conservatorio di musica.
Nel 1581, il vicus di S. Sebastiano fu allargato e cominciò a prendere forma   la strada che vediamo oggi, e furono costruite le case sul lato destro scendendo,  volute dalle monache su suoli del convento come fonte di reddito. Nel 1624 fu costruita la Porta adiacente intitolata al duca d’Alba, vicerè dell’epoca.
Successivamente la chiesa venne completamente rifatta da fra Nuvolo, cioè Vincenzo de Nuvolo, frate ma anche architetto, esponente del barocco napoletano
Sul monastero e la chiesa si innesta la storia di un istituto scolastico, un Convitto privato parificato e un liceo/ginnasio statale.

Le Suore vi rimasero poi fino al 1807 quando i francesi di Murat vi istituirono il primo Real Collegio di Napoli divenuto Liceo del Salvatore. nel 1812. E’ questa la prima apparizione, a Napoli, di quel liceo che sarà famoso.
Nel 1826 i Gesuiti, cacciati del Regno durante il periodo illuminista, vi furono riammessi  e  fondarono nel monastero di S. Sebastiano unCollegio dei Nobili”, con annesso Convitto. Per essere ammessi i giovani dovevano avere “la nascita nobile, nonché sia certo che né il padre, né l'avo abbiano esercitata arte vile o meccanica, la povertà del soggetto, la quale s'intende quando non possa avere di sua porzione una rendita annua di ducati 120, l'età di circa dieci anni”. Nel 1835
 fu aperto un ingresso per il Convitto  nella nicchia centrale del Foro Carolino (piazza Dante), lì dove, secondo le intenzioni di Vanvitelli che aveva costruito l’emiciclo, avrebbe dovuto essere posta una statua equestre di Carlo d Borbone. La gestione dei Gesuiti in San Sebastiano durò fino al 1860. L‘ Ordine dei Gesuiti fu abolito e  furono requisite "la casa lasciata dai Gesuiti con l'annesso Collegio al largo dello Spirito Santo (oggi piazza Dante)e le scuole poste alla strada di S. Sebastiano" e furono date  all'Istruzione Pubblica.
Il monastero divenne perciò sede del Liceo ginnasiale Vittorio Emanuele II, Il 10 marzo 1861, con annesso convitto. Fu il primo liceo napoletano del Regno d'Italia, successivamente  le  riforme scolastiche  del regno d’Italia  trasformarono ai primi del 900, il  liceo di San Sebastiano e Il convitto di Piazza Dante in due istituti separati, ma con lo stesso nome.
La chiesa cadde in rovina tra il 5 e il 6 maggio del 1941, la cupola della Chiesa crollò. I ruderi restarono lì fin dopo la guerra, e furono eliminati tra gli anni cinquanta e sessanta.
Negli anni ‘60 del XX secolo i due istituti erano separati, uno statale da via san Sebastiano e l’altro, il convitto, dietro la statua di Dante nella piazza omonima.
Superato l’ingresso di via San Sebastiano a destra si entrava nel complesso principale, a piano terra gli uffici di presidenza e amministrativi, ai piani superiori le aule. A sinistra un altro edificio che conteneva, se non ricordo male, altre aule mentre oggi – ci sono stato circa un anno fa -  ci sono uffici di Segreteria. Al centro l’immenso cortile. C’era, se non ricordo male, una possibilità di transitare – ovviamente di nascosto - dal Liceo al convitto,   scavalcando un cancello e una scala per ritrovarsi dall’altra parte, uscire in piazza Dante e anche rientrare, dopo aver visitato la friggitoria “Vaco’ e ‘ pressa (vado di fretta oggi sarebbe un fast food).
Più spesso, usciti dal liceo, ci si fermava sotto port’ Alba davanti alla omonima pizzeria, o a quella Bellini, per mangiare la pizza a libretto con 50 lire. La friggitoria e le due pizzerie sono ancora lì.
La strada di S. Sebastiano era ed  è  nota per la presenza su entrambi i lati e per tutta la sua lunghezza di negozi di strumenti musicali ( il famoso Miletti),  ovviamente per la vicinanza con il Conservatorio Musicale di San Pietro a Maiella.


                                                                                    (dedicato al Gruppo: Quelli del V.E.II)