Storia e storie

Racconti

lunedì 11 giugno 2018

VOMERO



Larghi e strade

Le vie dello shopping

Per interrompere  il racconto di larghi e strade dalla storia antica, millenaria,  oggi parleremo di  vie e piazze di un quartiere  definito, da alcuni, “senza storia”. Si chiama Vomero, è in collina, ed è nato, come quartiere, appena nel 1885. Fa parte del sistema collinare che abbraccia la città: va da Capodimonte verso i Colli aminei, attraversa il Vomero e si dirige verso Posillipo. La storia della collina è, in realtà, molto antica, e   oggi le strade più moderne si incrociano con i resti di antichi sentieri e vecchi edifici.
Iniziamo dal nome. “Vòmero” deriverebbe dal “vòmere”, l’organo principale dell’aratro, perché su questa collina, anticamente, c’erano poderi e masserie, campi coltivati e perciò contadini. Alcuni parlano anche di un  "gioco del vomere" che i contadini della collina praticavano nei giorni di festa, sfidandosi a tracciare con l'aratro il solco più diritto.
In epoca romana, il Vomero veniva chiamato “Paturcium”, e in epoca ancora più antica veniva indicata, insieme a tutto il sistema collinare, “Pau-silipon”, parola del greco antico che significa pausa che acquieta il dolore, che libera dagli affanni. Tutta la zona era indicata, infatti, per l’aria buona e per l’  otium”, il riposo dalla vita pubblica, e la meditazione.
Tutta l’area restò cosi per secoli: campi coltivati, pascoli e molte ville e masserie, raggiungibili dalla citta bassa attraverso sentieri, che ancora oggi possono essere percorsi a piedi: la Pedamentina che arriva a San Martino, la salita del Petraio (che parte da Chiaia), l'Infrascata (Salvator Rosa), i Cacciottoli (da piazza Leonardo), e Calata San Francesco che parte da via Belvedere.
Questa ultima è, da sempre, la via che congiunge il Vomero Antico, sorto in epoca romana, e il Vomero Moderno, insieme a Antignano.
Qui si arrivava partendo da Neapolis: il sentiero, costeggiando corsi d’acqua e tra pini e querce, si inerpicava su per i Ventaglieri o il Cavone giungendo nella zona di piazza Mazzini. Da qui si saliva per l' Infrascata, via Salvator Rosa e via Conte della Cerra, dove troviamo ancora oggi tracce di un ponte viadotto di epoca romana vicino alla stazione della Metropolitana.
Collina del Vomero, dipinto 1795
Intorno alla strada, sorsero sicuramente case e casali rustici, poderi e masserie, ma anche un mercato, “cauponae”, taverne e luoghi di ristoro per mercanti e viaggiatori, militari e corrieri e almeno un villaggio. La strada detta “via per montes”, dopo qualche tempo, cominciò ad essere chiamata “Antiniana” e così il villaggio “Antignano”, cioè, ante Anianum.
Da Antignano infatti si poteva proseguire verso Agnano, per poi raggiungere Pozzuoli e Cuma o per la via Belvedere e la Canzanella fino a via Terracina, o per la via delle Case puntellate e la Pigna.
Al XIII secolo risalirebbe “Jesce sole, jesce sole, nun te fa cchiù suspirà, siente maje che li’ figliole hanno tanto da prià”, una preghiera rivolta al Sole di uscire per asciugare i panni appena lavati nei lavotoi pubblici del Vomero, che si dice esistessero ancora a fine ‘800.
Fino al XIX secolo quest'area era quasi totalmente agreste, e vi si potevano trovare solamente sporadiche masserie e qualche villa nobiliare, come a Antignano,   quella di Giovanni Pontano,poeta e umanista del XV secolo, invisibile oggi ai più malgrado una grande tabella sulla parete esterna.
Poco distante dalla villa fu posto il dazio del regno, con la costruzione di una lungo muro – dalla Maddalena ai Colli Aminei e dal Vomero a Mergellina - detto Finanziere -, per impedire l’ingresso di merci di contrabbando, intervallato da accessi doganali.
Uno di questi è ancora visibile in largo Antignano sul muro di un vecchio fabbricato a due archi dove oggi c'è una tabaccheria: nascosta e scolorita dal tempo e dalla incuria, una piccola lapide ci avverte con l'iscrizione: Qui si paga per gli regj censali. 
P.za vanvitelli
Di quel muro, abbattuto nei primi anni del ‘900, restano ancora oggi tracce ben visibili, sparse un pò dappertutto. Al Vomero se ne possono vedere tratti in via E.A. Mario, così come ai Colli Aminei, dove il Finanziere continua a correre nei pressi della Stazione Metro.
Il nuovo rione fu inaugurato nel 1886/87 con la costruzione delle Vie Scarlatti e via Luca Giordano; lungo queste due strade furono costruiti palazzi e villette che oggi definiamo d’epoca, e che ancora vediamo fino a piazza Vanvitelli e oltre, mentre l’Arenella era ancora un villaggio, e la piazza Medaglie d’oro non  era neanche un’ idea.

Il quartiere fu quindi ideato e progettato basandiosi sulle due strade più centrali, che a un certo punto si incrociano.  Via Luca Giordano che parte proprio dal largo Antignano e va in leggera pendenza verso il centro incrociandosi con la via Scarlatti che sale verso la pizza Vanvitelli e   prosegue oltre per ricongiungersi ad altre vie per arrivare a S. Elmo e alla Certosa di S. Martino.
Erano gli anni del cosidetto Risanamento, l’intervento urbanistico del 1884 che, con la scusa dell’epidemia di colera, abbattè   edifici pubblici e privati e trasformò il centro storico.
Tutte le strade del nuovo quartiere furono intitolate ad artisti napoletani.
La via intitolata al pittore napoletano Luca Giordano  (1634/1707) fu tracciata e lottizzata col primo nucleo del nuovo quartiere tra il 1886-1889  ma il grosso della edificazione si protrasse fino agli anni  ’30. All’inizio del Novecento lungo questa strada iniziarono a sorgere i primi palazzi in stile neorinascimentale e alcune villette in stile liberty partenopeo. La via termina con una scalinata che scende in via Aniello Falcone.
Via ScarlattiAggiungi didascalia
Anche via Alessandro Scarlatti ( musicista 1660/1725) fu tracciata nel 1887, insieme alla contigua piazza Vanvitelli, da dove scende  e si allunga fino al ponte di via Cilea proseguendo a sinistra fino all’incrocio con via Doria, via Belvedere e via A.Falcone.
Anche quì furono costruiti   grandi edifici in stile umbertino; quelli della piazza Vanvitelli sono quattro uguali e richiamano alla mente i quattro palazzi della piazza lungo il Rettifilo.
 Il forte sviluppo del quartiere si verificò negli anni '50/'60 del secolo scorso, con una urbanizzazione selvaggia, senza vincoli e controlli. In quegli anni si verificò l’assalto alla collina, l‘ occupazione di zone ancora rurali e la costruzione di condomini alveari, sempre più grandi, e un vero e proprio esodo di intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare i nuovi rioni.
La conseguenza fu che, insieme ai nuovi residenti, sorsero tutti i servizi e le varie attività commerciali, e perciò scuole, banche, negozi, bar, uffici comunali, uffici postali, ospedali ed altro.
Ben presto le due strade e la piazza diventarono il ritrovo più elegante e ben frequentato di Napoli, oggi sono i luoghi dello schopping più visitato, bar, ristoranti e chiacchiere, sono le strade dello “struscio”, di quella passeggiata, cioè, lento pede, con amici e parenti chiacchierando, fermandosi e poi riprendendo il cammino, guardando distrattamente qualche vetrina, socializzando e prendendo un caffè, insomma perdendo tempo e in una parola “ ca…giando”.
Soprattutto poi da quando le due strade, dalla metà degli anni ’90 del XX secolo, sono state pedonalizzate a danno, però, delle vie laterali invase dal traffico veicolare. All’incrocio delle due strade c’era la “ villa di Lucullo”, famosa friggitoria, in concorrenza con l’altra “ Imperatore” situata quasi di fronte, in via Scarlatti. Qui trovavi anche il bar Daniele e addirittura un cinema, l’ “Ideal”.
Non è sopravvissuto niente.  Miracolosamente ancora esiste e, soprattutto resiste agli assalti della “civiltà”, uno spazio verde: è la villa ”Floridiana”, uno dei posti più belli non solo del Vomero, ma della città.


venerdì 25 maggio 2018

Larghi e strade


Larghi e strade

Via San Sebastiano

La storia di questa via ci porta molto indietro, nel passato remoto di Neapolis, la nuova città. Nel VI secolo a.C., migranti fuggiti da Cuma per motivi politici, e altri profughi, fondarono la città e la circondarono con alte e possenti   mura i cui resti possiamo vedere ancora oggi in piazza Bellini, o dietro via Foria o anche al noto Cippo a Forcella.
In particolare, quelle visibili in piazza Bellini, seguendo il naturale  dislivello del terreno, si dirigevano a nord lungo la  attuale via Costantinopoli, a sud  verso Piazza San Domenico  e proseguivano   lungo il decumano inferiore, S. Biagio dei Librai, verso oriente, sulla linea di costa alta  circa 7/8 metri sul mare.
Tra Piazza Bellini e l’ingresso della chiesa di S. Pietro a Maiella, secondo storici e archeologi, c’era sicuramente una porta conosciuta, secondo un documento del 1038 , come “Porta Nova que dicitur de Domino Urso Tata” chiamata poi popolarmente Donnorso.
Chi usciva da quella porta si trovava a una grande  vallata e campi di macchia mediterranea e boschi di pini e querce, attraversati da un fiume, il Sebeto,  alimentato da acque  provenienti dalle colline di Capodimonte e del Vomero attraverso il Cavone,  che si dirigeva a occidente e sfociava sotto la collina di Pizzofalcone e  la più antica Partenope. A destra lungo le mura si intravedevano le collina di Capodimonte, sinistra un sentiero che scendeva verso il mare e l’area portuale.
Nel corso del tempo Napoli  subì poche modifiche alle mura e molte costruzioni di monasteri e chiese, dopo che il Cristianesimo era diventata la religione di Stato.
Nel periodo Ducale,   intorno all’anno 1000, erano presenti, intra et extra moenia, più di 100  chiese, compresa la cattedrale,  e  30 monasteri femminili e maschili.
Tra questi ultimi, risalente verosimilmente al VI secolo d.C. , all’esterno delle mura occidentali, lungo quella spianata ( detta poi Mercatello) e il sentiero a sinistra della porta, fu costruito un Monastero e una Chiesa, intitolati a  San Sebastiano (e a san Theodoro).
 Secondo il Capasso, il monastero “era posto vicino le mura della città a occidente in un giardino ( in viridario) , ed era detto ad casa picta”.  I  giardini si estendevano a nord fino  alla Porta Donnorso, e  a sud fino a Porta Cumana, che doveva trovarsi all’altezza dell’attuale  S.Chiara.
In quel monastero,  e la chiesa annessa, furono alloggiati nel tempo, e per farla breve, monaci basiliani, cioè di rito greco-bizantino, poi benedettini e quindi, tra il 1425/26, monache domenicane provenienti dal monastero di San Pietro a Castello (nel Castel dell’Ovo), saccheggiato dall’esercito di Alfonso d’Aragona nel 1423.
Così accadde che quella discesa, un vicolo, cominciò a essere individuata riferendosi al monastero di San Sebastiano, poi fu inglobato tra le mura angioine e i successivi allargamenti operati dagli Aragonesi e infine da don Pedro di Toledo.
Con gli Angioini fiorirono  chiese e  monasteri: alla fine del XIII secolo  fu eretta la chiesa di S. Pietro a Maiella con annesso monastero di frati celestini, dove oggi c’è il Conservatorio di musica.
Nel 1581, il vicus di S. Sebastiano fu allargato e cominciò a prendere forma   la strada che vediamo oggi, e furono costruite le case sul lato destro scendendo,  volute dalle monache su suoli del convento come fonte di reddito. Nel 1624 fu costruita la Porta adiacente intitolata al duca d’Alba, vicerè dell’epoca.
Successivamente la chiesa venne completamente rifatta da fra Nuvolo, cioè Vincenzo de Nuvolo, frate ma anche architetto, esponente del barocco napoletano
Sul monastero e la chiesa si innesta la storia di un istituto scolastico, un Convitto privato parificato e un liceo/ginnasio statale.

Le Suore vi rimasero poi fino al 1807 quando i francesi di Murat vi istituirono il primo Real Collegio di Napoli divenuto Liceo del Salvatore. nel 1812. E’ questa la prima apparizione, a Napoli, di quel liceo che sarà famoso.
Nel 1826 i Gesuiti, cacciati del Regno durante il periodo illuminista, vi furono riammessi  e  fondarono nel monastero di S. Sebastiano unCollegio dei Nobili”, con annesso Convitto. Per essere ammessi i giovani dovevano avere “la nascita nobile, nonché sia certo che né il padre, né l'avo abbiano esercitata arte vile o meccanica, la povertà del soggetto, la quale s'intende quando non possa avere di sua porzione una rendita annua di ducati 120, l'età di circa dieci anni”. Nel 1835
 fu aperto un ingresso per il Convitto  nella nicchia centrale del Foro Carolino (piazza Dante), lì dove, secondo le intenzioni di Vanvitelli che aveva costruito l’emiciclo, avrebbe dovuto essere posta una statua equestre di Carlo d Borbone. La gestione dei Gesuiti in San Sebastiano durò fino al 1860. L‘ Ordine dei Gesuiti fu abolito e  furono requisite "la casa lasciata dai Gesuiti con l'annesso Collegio al largo dello Spirito Santo (oggi piazza Dante)e le scuole poste alla strada di S. Sebastiano" e furono date  all'Istruzione Pubblica.
Il monastero divenne perciò sede del Liceo ginnasiale Vittorio Emanuele II, Il 10 marzo 1861, con annesso convitto. Fu il primo liceo napoletano del Regno d'Italia, successivamente  le  riforme scolastiche  del regno d’Italia  trasformarono ai primi del 900, il  liceo di San Sebastiano e Il convitto di Piazza Dante in due istituti separati, ma con lo stesso nome.
La chiesa cadde in rovina tra il 5 e il 6 maggio del 1941, la cupola della Chiesa crollò. I ruderi restarono lì fin dopo la guerra, e furono eliminati tra gli anni cinquanta e sessanta.
Negli anni ‘60 del XX secolo i due istituti erano separati, uno statale da via san Sebastiano e l’altro, il convitto, dietro la statua di Dante nella piazza omonima.
Superato l’ingresso di via San Sebastiano a destra si entrava nel complesso principale, a piano terra gli uffici di presidenza e amministrativi, ai piani superiori le aule. A sinistra un altro edificio che conteneva, se non ricordo male, altre aule mentre oggi – ci sono stato circa un anno fa -  ci sono uffici di Segreteria. Al centro l’immenso cortile. C’era, se non ricordo male, una possibilità di transitare – ovviamente di nascosto - dal Liceo al convitto,   scavalcando un cancello e una scala per ritrovarsi dall’altra parte, uscire in piazza Dante e anche rientrare, dopo aver visitato la friggitoria “Vaco’ e ‘ pressa (vado di fretta oggi sarebbe un fast food).
Più spesso, usciti dal liceo, ci si fermava sotto port’ Alba davanti alla omonima pizzeria, o a quella Bellini, per mangiare la pizza a libretto con 50 lire. La friggitoria e le due pizzerie sono ancora lì.
La strada di S. Sebastiano era ed  è  nota per la presenza su entrambi i lati e per tutta la sua lunghezza di negozi di strumenti musicali ( il famoso Miletti),  ovviamente per la vicinanza con il Conservatorio Musicale di San Pietro a Maiella.


                                                                                    (dedicato al Gruppo: Quelli del V.E.II)





mercoledì 28 marzo 2018



Toledo è una bella e storica città della Spagna situata su una collina e attraversata  dal fiume Tago.  Fu conosciuta in tutto il mondo per “ las espadas toledanas” le spade di Toledo, apprezzate da tempi antichi, per la loro resistenza e  flessibilità. Ma a Napoli ha lasciato un nome alla strada più famosa della città. La storia è lunga, bisogna tornare indietro nel tempo fino al XVI secolo e per essere precisi, nell’anno 1503.
 Napoli, e tutti i territori dell’Italia meridionale e la Sicilia, fu conquistata dalla Spagna, che ne fece un vice-regno amministrato da suoi Viceré. Nel 1532 arrivò a Napoli il vicerè Pedro Alvarez de Toledo y Zuniga, marchese di Villafranca. Era un tipo duro che, arrivato in città, sfruttò al massimo i suoi poteri sia per favorire gli interessi spagnoli con gabelle e richieste di danaro, sia comunque per migliorare la capitale. Gli riuscì tutto abbastanza bene, tante furono le sue iniziative, governò per 21 anni dal 1532 al 1553. Il suo nome resta legato a quella strada centrale di Napoli, che egli fece progettare e costruire dal 1536.  nel suo progetto rientrava anche l'allargamento delle mura della città.
Don Pedro de Toledo
La storia è troppo lunga per narrarla tutta e, per esser brevi, dirò solo che le nuove mura della parte di terra, dalla attuale  Chiesa dello Spirito Santo    salivano “ ad  meza falda del monte de santo Erasmo”, (oggi S. Elmo), da dove poi riscendeva  verso la Playa -  Chiaja e Santa Lucia – per poi ricollegarsi ai bastioni e alle casematte di Castelnuovo dalla parte di mare ( oggi Molo Beverello e piazza Municipio). Gli storici non sono tutti d’accordo sul tracciato di queste mura, poiché alcuni pensano che arrivavano a S. Elmo, altri ritengono invece che si fermavano “ a meza falda”, cioè nella zona del corso Vittorio Emanuele e poi riscendevano.
Ma a noi interessa quello che accadde ai piedi della collina, all’  altezza della attuale chiesa dello Spirito Santo, che in quegli anni non c’era ancora.
Nelle mura che salivano verso la zona collinare fu aperta una porta chiamata Reale, che immetteva sul largo del Mercatello (oggi piazza Dante), e fu da qui che iniziò la nuova strada di don Pedro.
                                                                                       
Il percorso della nuova strada era già segnato naturalmente da tempi antichissimi, era stato il letto di contenimento   di acque piovane  che scendevano dalle colline.  Poi era  diventato solo  una fogna a cielo aperto che convogliava verso il mare le acque reflue che provenivano dalla collina del Vomero, raccogliendo rifiuti di ogni tipo. Si era successivamente prosciugato ed era un condotto: “cosi ampio che adagiatamente camminare vi potrebbe una carrozza per grande che fosse, e questo principia dalla Pignasecca presso la porta Medina a terminare chiesa della Vittoria, sita fuori la porta di Chiaja, dove dicesi Chiatamone. In questo chiavicone entro quasi tutte  le acque piovane che scendono dal soprastante monte di San Martino”. (De Renzi, "Napoli nell'anno 1656").
La nuova strada doveva terminare dopo circa 1200 metri, nel largo di palazzo, li dove pochi anni dopo iniziarono i lavori di edificazione del palazzo destinato a residenza del Vicerè, che non desiderava più vivere nel Castel nuovo e più tardi si diede inizio alla costruzione del palazzo reale.
Dobbiamo ora, prima di proseguire, abbandonare l’immagine che abbiamo di Toledo oggi, e pensare a quell’area come a uno spazio verde al centro del quale si stava delineando una strada: da un lato iniziava la salita per il Vomero e l’area della Pignasecca, piena di verde e di Pini e pigne e di sentieri frequentati da contadini che andavano su e giù per vendere o acquistare generi e prodotti nel largo del mercatello. Dall’altro lato ampi   spazi degradanti verso il mare, verso il Largo delle Corregge - la attuale piazza Municipio e via Medina -, dove era e è il Castel nuovo protetto da mura e contrafforti.
Strada di Toledo (XVII sec.)
Oltre a rendere più sicura la città, le aree ai lati di Toledo portarono benefici all’economia di Napoli ma anche alle tasche del Vicerè, poiché   esse   furono   immediatamente edificabili.
 Sulla collina degradante verso la strada si pensò a costruire   caserme per le truppe di passaggio o stanziate a Napoli, una griglia, ancora oggi riconoscibile,   di strade strette intorno a costruzioni quadrate.
Lungo la strada di Toledo, invece, nel corso degli anni successivi   l’ aristocrazia del Regno fece a gara per accaparrarsi, pagando profumatamente,  spazi  e costruirsi palazzi sempre più grandi e degni dei Grandi di Spagna, per vivere vicino alla Corte vicereale. La strada di Toledo è ancora oggi piena di palazzi d’epoca, dal XVI al XVIII secolo, come palazzo Doria d’Angri di fronte alla Spirito santo, palazzo Maddaloni, Palazzo Della Porta  del 1569 all’angolo con la Pignasecca, Palazzo del Nunzio apostolico del 1585, Palazzo Berio della metà del XVII secolo, Palazzo Tappia – quello del ponte -  del 1574, palazzo Zevallos devastato nel 1647 durante la rivolta di Masaniello. Merita una citazione anche il palazzo sede   del Banco i Napoli, costruito nel 1939, in sostituzione di quello di fine settecento costruita alle spalle di palazzo san Giacomo. A metà strada c'era - e c'è ancora - un bel largo detto della Carità, dal nome di una antica chiesa che oggi non c'è più, chiamata S.Maria della Carità. Nel largo si svolgeva un grande e fiorente mercato pieno di bancarelle e venditori ambulanti che durò fino all'inizio del XIX secolo, quando fu vietato. Quel largo ha cambiato nome più di una volta, " piazza Carlo Poerio, piazza Costanzo Ciano, e per finire piazza Salvo d'Acquisto", ma i napoletani lo chiamano sempre piazza Carità.
Gli anni scorrevano, tutto cambiava, alla Spagna si sostituì per un breve periodo l’Austria, ma poi arrivarono, nel 1734,  i Borbone e la città ritornò capitale di un grande Regno. Una capitale che si apprestò a diventare la terza città europea, dopo Parigi e Vienna, fu affidata alle cure dell’architetto Luigi Vanvitelli. Lui e la sua scuola riempirono non solo Napoli, Caserta e mezza Campania, ma l’Europa, di palazzi, strade e piazze, edifici di ogni genere, giardini e altro.
Fu preso in esame anche il Largo del Mercatello che non poteva più restare fuori dalle mura, la porta Reale era in condizioni precarie e non serviva più: a stento potevano passarci due carrozze in mezzo a una folla di ambulanti con le loro bancarelle e baracche.
La situazione era ancor più grave dopo il rifacimento del Mercatello, operato da Vanvitelli con quell’emiciclo ancora oggi visibile, ma fu Ferdinando IV che il  1° aprile  1775  ordinò la demolizione della porta aprendo alla città tutta un’altra prospettiva, dal Foro Carolino ( cosi fu chiamata l’attuale piazza Dante), giù per Toledo fino al palazzo reale e dal ‘altro lato la continuazione oltre il largo, sull’attuale via Pessina su fino al MAN e alla strada per Capodimonte.
Napoli diventò presto la tappa fissa del Grand Tour, quel viaggio culturale che i ricchi rampolli delle famiglie francesi usavano intraprendere in Europa per accrescere il loro bagaglio culturale, artistico e politico, Via Toledo fu più volte citata da grandi scrittori ed artisti. 
Una citazione celebre, dedicata a via Toledo è senz'altro quella di Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, che -  lasciando la città partenopea - commentò: «Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell'universo».
Intanto con il passare degli anni le cose cambiavano: A Napoli fu sperimentata e attuata la prima illuminazione pubblica delle strade lungo Toledo. La via si era arricchita di attività commerciali e  molti erano i caffè e le pasticcerie. Come non ricordare Pasquale Pintauro che, verso la fine del XVIII secolo, a Toledo,  entrato in possesso di una ricetta originale di un dolce con la crema, la modificò, e tenne a battesimo la " sfogliatella" in quel piccolo locale che è sempre lì ancora oggi, di fronte a via Santa Brigida. Nel 1827 arrivò un po' più avanti, nel palazzo Berio, uno svizzero che si chiamava Luigi Caflisch, che aprì un gran caffé dove serviva  oltre alle sfogliatelle, babà, cassatine, crostate, struffoli a Natale e liquori di sua produzione. 

La pasticceria Caflisch, di fronte alla galleria, fu chiusa pochi anni fa.
Venne poi il tempo in cui non ci fu più né strada né via, ma semplicemente Toledo e tutti capivano cosa e dove era. Ancora oggi si dice: vado a Toledo.
E ancora venne un bel giorno di ottobre 1870,  quando l'allora sindaco Paolo Emilio Imbriani, preso da sentimenti nazionalistici e unitari, dopo la annessione di Roma, decise di cancellare più di tre secoli di storia, e mutare il nome in via Roma in onore della nuova capitale del regno d’Italia.
Ci furono grandi proteste per questa decisione anche da parte di personaggi sostenitori dell’unità, ma Imbriani fece solo aggiungere sulle targhe stradali la scritta "già via Toledo". Non contento di questo lo stesso Imbriani , un paio d’anni dopo, inaugurò la statua di Dante Alighieri nel Largo del mercatello e lo chiamò piazza Dante.
Il cambio di denominazione ufficiale non modificò nei napoletani il nome della strada, Toledo era stata e Toledo doveva restare nel linguaggio di tutti.
Verso la fine del XIX secolo, nel 1887, si diede il via alla grande operazione detta del Risanamento di Napoli: furono abbattuti edifici, case fatiscenti,  cacciati via i residenti, modificate  strade vecchie  e create nuove per motivi sanitari e igienici.
Nella zona di Toledo, al posto dei palazzi abbattuti, fu edificata la grande galleria intitolata, nel 1890, a Umberto I di savoia, re d'Italia.
Stazione Metro
In galleria furono creati caffè, e altri locali commerciali, Toledo non perse di fascino durante gli anni della Belle Epoque e del Novecento, restando la strada dello "Struscio". Nei piani inferiori della galleria ebbe gran successo il “café chantant” del Salone Margherita, intitolato alla regina che aveva dato il nome anche alla famosa pizza.
Nel 1980 via Roma ritornò ad essere ufficialmente Toledo, e così è ancora oggi.
La   strada oggi è aperta al traffico veicolare fino a piazza Carità, poi è tutta pedonale fino a S. Ferdinando e Largo di palazzo.
Fino a pochi anni fa c’erano i venditori ambulanti africani, che stendevano la loro merce sulla strada pronti a scappare appena si vedeva un lampeggiante blu. Ora gli ambulanti ci sono sempre ma sono napoletani. Una volta c’era solo LUISE, grande rosticceria, bar e ristorante, nel piccolo largo della stazione della Funicolare, oggi la via è piena di street food, tutti mangiano pizze fritte e altro cibo spazzatura.


sabato 10 marzo 2018

Strade e larghi di Napoli


Strade e Larghi

Parlare delle vie di una grande città come   Napoli risulta molto difficile: sono   Tante,     grandi e piccole, piazze e larghi, antiche e moderne, in una metropoli cresciuta a dismisura
B.Stopendael, 1653
Le strade napoletane erano conosciute, apprezzate e suscitavano stupore e meraviglia, già prima dei viaggi del Grand tour, quel viaggio istruttivo/culturale intrapreso da giovani aristocratici inglesi o comunque   nordeuropei, a partire dal XVII secolo.
In un dramma inglese della fine del ‘500: “ il dottor Faust”, di C. Marlowe, nel descrivere un viaggio in Italia, si cita Napoli e le sue “ strade dritte e lastricate con bei mattoni,”.
Nel 1534 circa, Giovanni Tommaso di Catania, cronista napoletano, in Croniche antiquissime, scriveva che si iniziò: “ .. per ordine de Toledo ad mmautenar Napoli da la casa del Prencipe de Salerno, et la  strata del castiello de Capuana”. Cioè si incominciò, per ordine del Viceré Toledo  ad ammattonare, a pavimentare le strade della città dalla casa del principe di Salerno, oggi basilica del Gesù nuovo, e la via che portava a Castelcapuano ( probabilmente via Tribunali).  
Nella stampa di B. Stopendael del1653, sulla destra si può notare il palazzo all’epoca Vice-reale e parte della strada Toledo.
E, da quella via dal nome spagnolo, inizierò il racconto di alcune strade di Napoli.

sabato 9 dicembre 2017

Ponti di Napoli

Ponti di Napoli

VOMERO -ARENELLA


Collina del Vomero medievale
Il Vòmero, nato come quartiere nel 1885, si sviluppò, con l’Arenella,   nel secondo dopoguerra, dalla fine degli anni ’50 in poi,  in maniera disordinata:  bisogno di case, cooperative edilizie,  nessun pensiero all’ ambiente, un vero e proprio assalto a un territorio ancora verde per campi coltivati e pascoli.  Si verificò poi un vero e proprio esodo di intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare, quasi novelli coloni, i nuovi rioni in enormi condomini. Poi vennero  tutti i servizi e le varie attività commerciali, e perciò scuole, banche, negozi, bar, uffici comunali, uffici postali, ospedali ed  altro.
 La collina,   caratterizzata   da forti dislivelli  e  avvallamenti del terreno,  richiese necessarianente la costruzione di moderne  strutture  che spesso rasentano   finestre e  balconi di enormi condomini edificati  sul niente, come ad esempio quello sito all’uscita ( o ingresso) della tangenziale di via Caldieri, dove  la scorsa estate si verificarono  incendi.
Vediamone qualcuno

 

via Cilea
Via Francesco Cilea è una delle arterie principali del quartiere. La via nacque  come prolungamento di via Alessandro Scarlatti, che scendeva giù da S. Martino, e fu progettata come parallela all'antica via del Vomero (oggi via Belvedere), con la quale alla fine si unisce.
PonteVia Cilea
Per superare il dislivello tra la via Scarlatti e la via Cilea, fu  costruzito  un ponte, che, però, comportò l'abbattimento di preesistenti abitazioni e antiche ville.
Sul ponte furono subito costruiti condomini tipici degli anni della speculazione, sproporzionati alla strada, che per questo e per il traffico  veicolare intenso è oggi particolarmente fragile e soggetta a cedimenti. Il ponte passa sopra  via Gino Doria e da quì è raggiungibile attraverso una scala ormai degradata e spesso occupata da personaggi poco raccomandabili.
via Gemito
Via Gemito  prende il nome da Vincenzo Gemito, scultore autodidatta, disegnatore, orafo, nato a Napoli nel 1852 e morto nella stessa città nel 1929.
Inizia dopo piazza Quattro Giornate, dall'angolo con via Ribera e va ad incrociarsi con via Cilea. Data la naturale conformazione del terreno, via Cilea  è più alta rispetto a tutta l'area compresa tra le vie Fracanzano, Solimena, Doria e Ribera.
Da via Cilea infatti per raggiungere  dette vie si devono utilizzare scale o ripide discese come  via F.P. Tosti.        
Tutti i fabbricati di questa zona sono più bassi rispetto a quelli di via Cilea perchè costruiti prima del prolungamento con via Scarlatti nel 1958, assecondando l'andamento del terreno.
Per superare questo dislivello e prolungare la via Gemito alla via Cilea, fu costruito il piccolo ponte che oggi  passa davanti alle finestre di quei condomini.
via Fiore
Via Mario Fiore è la strada che collega la piazza Bernini con la piazza Medaglie d’oro. La posizione di quest’ultima piazza è  molto più bassa rispetto alla piazza Bernini e soprattutto alla piazza che io considero  la principale del quartiere, cioè la Vanvitelli ( nella foto).
Nei primi anni del ‘900, tra la piazza Bernini e la via M. Fiore c’ era  un muro che saliva da via Conte della Cerra. Nel 1958, il muro fu abbattutto, la piazza Bernini assunse l’aspetto di una vera piazza e fu costruito il ponte che superava il dislivello con via Fiore e che si affaccia su via Conte della Cerra.

via   Castellino
Via Castellino
Ci trasferiamo ora nel quartiere Arenella, confinante con quello del Vomero. L’Arenella fu chiamato così per gli stessi motivi di cui abbiamo parlato dell’ Arenaccia (v. ponte di Casanova), cioè   a causa  di detriti arenosi provenienti dalla collina dei Camaldoli, portati dall'acqua piovana, e che si depositavano nella zona.
In quei  luoghi, in passato, tra boschi e campi, c’erano poche ville nobiliari sorte dal XVII secolo in poi, come dimore di villeggiatura di aristocratici, e un piccolissimo villaggio al quale si accedeva attraverso ripidi sentieri.
 Una di queste ville era stata costruita da chi diede poi il nome alla collina:   fu Giuseppe Donzelli un aristocratico napoletano vissuto all’epoca della rivolta di Masaniello, nel 1647, alla quale peraltro partecipò. Egli si occupò attivamente di “ medicamenti e  arti salutari”, nel giardino della villa fece piantare numerose piante medicinali per  scoprire nuovi rimedi curativi. e scrisse  Teatro farmaceutico, dogmatico, e spagirico del Dottore Giuseppe Donzelli, Napoletano, Barone di Digliola, pubblicato nel 1681 a Venezia.
Dal barone Donzelli si arrivò a Monte/Donzelli, l’antica strada,  parallela oggi a quella  più moderna  intitolata al Medico Pietro Castellino.
Fu negli anni ’20 del XX secolo che iniziò l’urbanizzazione dell’Arenella e anche la costruzione della zona ospedaliera sull’ area più alta.  A causa delle ripide pendenze e allo scopo di unire strade e  dislivelli, nello stesso periodo fu costruito il Ponte ( nella foto), lungo  circa 30  metri, che supera la via Castellino.
 Oggi l’Arenella è un quartiere densamente popolato.  Il ponte, negli anni, si è procurato una cattiva fama, perchè luogo di una lunga catena di suicidi.















lunedì 27 novembre 2017

Ponti di Napoli, Ponti Rossi

Si chiamano Ponti ma non sono ponti, si chiamano rossi perchè appaiono con un colore rossastro.
Con il nome di "Ponti Rossi"   si   indica   generalmente   una zona di Napoli che abbraccia tutto il parco di Capodimonte e attraverso la strada dello stesso nome si allarga dalle zone più interne, da Miano fino a Capodichino, l'area dell'aereoporto.
Chi si trova a transitare per la strada dei Pontirossi passerà sotto alcune arcate di un ponte, di colore rosso. Ma quello che passa sopra le arcate non è un ponte, nel senso che sopra non camminano persone o animali, non corrono auto né treni, né appaiono avvallamenti da superare. E allora, di che si tratta? Perché li chiamiamo "Ponti" ? Forse perché hanno a che fare, comunque, con l'acqua? O è solo un nome dato dal popolo napoletano a quello che all'inizio appariva come un ponte? Forse la risposta è proprio questa.
Ponti Rossi oggi
Sopra quelle arcate costruite in tufo e laterizi rossi, scorreva, circa 2000 anni fa, in lunghi e grandi tubi di piombo, l'acqua che abbeverava Napoli e dintorni. un acquedotto quindi, costruito, secondo gli storici, al primo secolo d. C., al tempo dell'imperatore romano Claudio, anche se molto probabilmente l' opera iniziò prima, ai tempi di Augusto.
I Romani, bsogna dirlo, erano un po' esagerati nelle loro costruzioni. Essi dovevano cercare le sorgenti d'acqua per rifornire Napoli e finirono per trovarla non proprio vicinissimo alla città.
Scelsero invece una sorgente degli Appenini irpini: le sorgenti del Serino - oggi un Comune in provincia di Avellino -, a circa 400 metri sul livelo del mare. Da lì l'acquedotto iniziava il suo percorso in discesa e terminava dopo un centinaio di chilometri a Miseno, nella cosiddetta Piscina Mirabilis, una cisterna che alimentava marinai della flotta romana del basso Tirreno e case eville della zona.
Durante il suo tragitto attraverso cunicoli e "ponti", l'acquedotto riforniva, mediante diverse derivazioni, altre città: Nola, Pompei, Ercolano Pomigliano e Atella. Inoltre Posillipo, Bagnoli,  Baia e Pozzuoli.
Era un'opera veramente grandiosa e richiedeva una manutenzione costante e accurata, e interventi straordinari che durarono fino alle invasioni del V° secoo d.C. e alla fine dell'Impero.
Nel 536 d. C. durante la guerra greco-gotica, il generale bizantino Belisario pose l 'assedio a Napoli, difesa dai Goti e da truppe locali. Le mura della città erano invalicabili per cui egli decise di prenderla per fame e per sete.
Egli perciò: “ tagliò la conduttura- scrive il contemporaneo Procopio di Cesarea, Storia delle guerre di Giustiniano, -che portava l'acqua in città”, ma non si creò alcun disagio particolare, in quanto, all'interno delle mura, esistevano molti pozzi dove attingere acqua. Ma la città fu comunque presa grazie all'acquedotto del Serino
Scriveva Giovanni Antonio Summonte, storico napoletano del XVI/XVII secolo, in “ Historia della città e regno di Napoli” : Belisario dunque essendo quasi privo di speranza, e pensando levarsi da quell'assedio, la fortuna gli dié la strada: percioché venuto desiderio a un soldato Isauro di vedere il formale che soleva condurre l'acqua alla città, e entratovi dentro da quella banda, dove Belisario l'aveva rotto, poco discosto dalla città, ebbe agevolezza di salirvi suso  perchè essendo tagliato il muro, l'acqua non correva più; e passato oltre, conobbe essere dentro la città”. Perciò il soldato riferi al generale questa sua scoperta e l'esercito entro in città attraverso quell'acquedotto e, dopo aspro combattimento, conquistò Napoli.
Di quell' acquedotto non se ne seppe più niente e la città fu alimentata in altro modo da altre dominazioni.
Solo nel secolo XVI il viceré spagnolo, Don Pedro di Toledo, decise di far ricostruire l’antica struttura e diede all’architetto Antonio Lettieri l’incarico di rintracciare l’origine del corso d’acqua. La ricerca fu lunga e soprattutto dispendiosa e, alla fine, non se ne fece niente
E' ancora viva la discussione   tra archeologi e studiosi sul punto d'ingresso in città dei tubi  dell' acquedotto, alla quale accenno appena: probabilmente si dividevano in due rami, uno attraversava la Sanità e un altro invece si dirigeva verso Chiaia e da li a Pozzuoli.
Nel 2011, nel quartiere della Sanità è stato scoperto, per puro caso, un pezzo dell' acquedotto romano.