Storia e storie

Racconti

venerdì 22 marzo 2019


Larghi e Strade
Via Mezzocannone
La via Mezzocannone è oggi una strada centrale di Napoli, conosciutissima soprattutto dagli studenti perché lungo la via si erge l’ Università degli studi, quel grande edificio grigio costruito tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Non è una grande strada, collega la piazza S. Domenico maggiore e la piazzetta Nilo al Corso Umberto, più noto ai napoletani come Rettifilo.
La sua storia è antica, millenaria, e ha una stranezza: il nome. Da dove deriva “mezzocannone”, ha per caso a che fare con artiglierie, guerre o battaglie, avvenute in quella zona? Forse un antico cannone scoppiato mentre sparava?
In epoche molto antiche la strada non era altro che il corso di un canale pubblico, cioè uno scolo che raccoglieva le acque che venivano giù dalle colline poste a settentrione della città e di altre dell’acquedotto della Bolla, che” ivi alimentava una piccola fontana (fontanula) “.(B.Capasso, Topografia della città di Napoli nell’XI secolo).
l canale pubblico, secondo alcuni storici, era cinto sui lati dalle mura che dal porto correvano verso l'interno fino a una porta dove riprendevano a scendere verso il mare (Nella foto, in basso verso il mare si vede una specie di fenditura). Queste acque si spandevano quindi verso il mare dando luogo ai lavinai o fusari. La porta serviva da congiunzione tra i due tratti di mura e è stata chiamata VENTOSA, perchè  esposta ai venti di scirocco che soffiavano da sud-est sulla vicina spiaggia.

Canale publicum
Molti scrittori testimoniano l’origine del nome col vento che vi spirava dal mare. Pietrantonio Lettieri, architetto del ‘400, sostiene che la porta fu detta Ventosa «dai venti che dal mare all' hora qui spiravano ».  Carlo Celano, storico del ‘600, dice che la porta era : “detta Ventosa, per lo vento che di continuo vi si sentiva, venuto dal mare, che le stava dappresso.
Ma già nel XV secolo, la porta non c’era più e il canale pubblico si era prosciugato, il mare si era ritirato, e il porto allontanato nell’area che conosciamo, tra Castel nuovo e castello del Carmine.
Regnavano a Napoli gli Aragonesi con Alfonso II. In quel periodo non c’era altro che un viottolo stretto, poco più di un sentiero, ricavato dal canale pubblico, che veniva chiamato via Fontanula, per la presenza di una piccola fontana situata, pare, nei pressi di via sedile di Porto.
Il Re Alfonso decise, però, di far costruire una fontana più grande, in piperno, addossata al muro,  con una larga vasca per abbeverare i cavalli.
L’idea era buona e i lavori di costruzione furono ultimati in tempi brevi, compresa la parte idraulica con l’installazione del tubo - detto a Napoli   “cannola” o anche “cannone” - dal quale doveva uscire l’acqua.
Ma le misure non erano giuste, perché dalla fontana uscì fuori un mezzo tubo.
Come  spiega Gino Doria nel suo Le strade di Napoli.: “ la cannella di bronzo da cui sgorgava l’acqua, chiamata volgarmente «cannone», appariva infatti decisamente corta, un «mezzo cannone», insomma; essa era inoltre sovrastata dalla statua di un sovrano, raffigurante probabilmente lo stesso Alfonso II. Se le intenzioni iniziali erano quelle di creare una scultura che trasmettesse imponenza e regalità, le sue forme sproporzionate dovevano renderla in realtà alquanto buffa, al punto da suscitare l’ilarità del popolo, che conierà appositamente il motto burlesco «me pare ‘o Rre ‘e miezz cannone», per indicare una persona «che sia di statura men che mezzana, panciuta, rabbuffata e si dia aria di gravità»,
Via mezzocannone
Per ironia e volontà popolare “mezzocannone”  diventò  il termine con il quale si  indicò, nei secoli a venire, quella strada.
In seguito agli interventi del cosiddetto Risanamento, avvenuto a fine del XIX secolo, la strada fu ampliata. Nella parte centrale, tutti gli edifici preesistenti furono abbattuti per costruire la nuova Università, e, di fronte, palazzi di civili abitazioni.
 La fontana fu smantellata, fatta a pezzi e portata in un deposito del Comune dal quale poi i vari pezzi sparirono   definitivamente.
Lungo la strada si installarono librerie universitarie, caffè, locali per la battitura delle tesi di laurea e per rilegarle. C’era anche un cinema,“Astra”, ad uso e consumo di studenti squattrinati.
Malgrado tutti i mutamenti, Mezzocannone era, e cosi è ancora oggi, la denominazione ufficiale della strada.

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giovedì 14 marzo 2019

Riviera di Chiaia



Larghi e Strade

La Riviera

Parallela al lungomare Caracciolo e alla Villa Comunale, corre la Riviera di Chiaia, una strada che inizia dalla Piazza Vittoria e arriva alla piazza della Repubblica, lì dove oggi c’è il palazzo del consolato statunitense.
Lungo la Riviera sorgono  molti palazzi nobiliari costruiti,  a partire dal XIX secolo, come quello Caracciolo di San Teodoro, Ischitella, la più famosa villa Pignatelli, e molti altri, mentre all’ inizio della via si trova il noto negozio di cravatte “ Marinella”. Percorrendo la strada da piazza Vittoria, vediamo a sinistra la villa comunale e, oltre, la via Caracciolo. Al termine, troviamo   un edificio, detto Il palazzo della Torretta, che divide la strada per Mergellina da quella che invece prosegue per Fuorigrotta e i campi Flegrei.
La storia di Chiaja e della Riviera è la storia di Napoli, troppo lunga e complessa per poterne parlare in poche righe. All’inizio, dove oggi è la strada, c’erano il mare e la spiaggia. In quella zona fu il primo insediamento di Partenope costruito sul monte Echia da migranti provenienti dall’area Greca intorno al X/IX secolo a.C.; e fu nel V secolo a.C. che altri  coloni fondarono, su un altopiano degradante verso il mare, una nuova città, Neapolis, e la chiusero dentro alte mura. Poi, mentre Partenope spariva e la linea di costa cominciava a cambiare con il ritiro del mare, e le navi si insabbiavano, venne il tempo dei conquistatori: Romani, Goti, Bizantini, Normanni e Svevi, Francesi angioini e Aragonesi, e poi gli Spagnoli.
La spiaggia lungo la costa occidentale - la riviera che qualche autore chiama strada Puteolana, identificabile oggi con la via interna detta Cavallerizza a Chiaia – fu utilizzata prima a soli scopi militari per raggiungere più velocemente Pozzuoli e i Campi Flegrei attraverso la Crypta neapolitana, una grotta scavata sotto la collina di Posillipo nel periodo augusteo da Lucio Cocceio Aucto, ingegnere militare.
Torretta
La via costiera fu utilizzata in seguito anche per usi civili, sia nel periodo ducale e normanno-svevo, e fu molto frequentata  dal periodo angioino in poi perché, con la Corte angioina a Napoli capitale, furono riscoperte  le zone flegree e il piacere di recarsi alle Terme di Lucrino e Baia.
“ Riparia” fu chiamata nel medio evo, dal termine latino ripa cioè la riva, così come dal latino plaga, terra o spiaggia, derivò anche, con la dominazione aragonese e poi spagnola, il catalano platja o il castigliano playa, poi deformato in Chiaja.
Nel periodo vicereale spagnolo   tutta la zona si chiamava già Chiaja, e iniziava a sorgere un piccolo borgo extra moenia intorno a un vallone, un antico alveo di acque piovane, ormai asciutto (oggi via Chiaia).
 Con la costruzione del nuovo palazzo vicereale – oggi palazzo reale in p.za Plebiscito – l’aristocrazia napoletana pensò di doversi avvicinare il più possibile alla Corte, e perciò si trasferì a Chiaia, a Toledo e dintorni, costruendo grandi palazzi circondati da grandi giardini, come i palazzi Cellamare, D’Avalos, Sirignano e altri.
Il lento ritiro del mare sostituito dalla spiaggia, favoriva lo sviluppo del borgo anche sul percorso costiero, sulla Riviera, fino alla biforcazione tra la strada che continuava dritta verso Pozzuoli attraversando la Cripta e quella c che invece portava a Mergellina.
Li fu costruita la Torretta (che oggi da il nome alla zona), una Torre di avvistamento e di presidio militare, nel 1564 per volere del viceré duca di Alcalà, dopo una incursione di pirati Saraceni.(dipinto di Gaspar Van Wittel)
La spiaggia ormai era diventata molto larga e avanzata rispetto al percorso, ottima per i pescatori che tiravano in secca le loro barche e stendevano al sole le reti che le donne riparavano.  Sorgevano lì piccole costruzioni che erano le loro case, e anche locali e osterie, come la taverna di Florio, una delle più famose di quei tempi, situata proprio sulla strada di Chiaja, di fronte all’isolotto di San Leonardo (oggi sarebbe all’altezza della rotonda Diaz).
Nel 1697 era viceré di Napoli Luis Francisco dela Cerda y Aragon, duca di Medinaceli. Egli approvò un progetto di abbellimento della spiaggia di Chiaia. Benedetto Croce in “Storie e leggende napoletane”, scrive che il Viceré fece selciare la via con grandi pietre, e piantar lungo il mare una fila di salici per ombreggiarla”. Tra gli alberi, a intervalli regolari furono installate anche delle fontane.
Credo che quello fu l’inizio, o almeno un tentativo, di una ristrutturazione globale della Chiaia e una prima idea di passeggiata vicino al mare.
Riviera 1850
Bisognò attendere circa 80 anni, e relativi mutamenti politici, per riprendere quell’ idea con Ferdinando IV di Borbone, figlio di Carlo. Tra il 1778  e il 1780, egli fece realizzare sull’ area della spiaggia, lungo la riviera,  un giardino urbano, un vero e proprio passeggio, molto di moda in quegli anni, per opera di Carlo Vanvitelli, figlio del più noto Luigi.
Fu chiamato "Real Passeggio di Chiaia", un giardino, piantato a lecci, pini, palme, eucalipti, che si estendeva per oltre 1 km lungo la costa, adorno di sculture e statue di epoca romana e neoclassiche.
Il borgo di Chiaia continuò la sua espansione, dai primi decenni dell’Ottocento la Riviera fu man mano occupata da quei grandi palazzi e ville delle grandi casate nobiliari, che avevo citato all’inizio di questo articolo.(dipinto di G.La Pira).
La riviera di Chiaia cominciava ad assumere l’aspetto che in parte possiamo vedere ancora oggi. In parte perché oltre il real passeggio, la costa era costituita ancora dalla spiaggia e occupata dai pescatori di Santa Lucia e di Mergellina, fedelissimi dei Re Borbone. Ma, come si sa, nel 1860, Il regno spariva, la Sicilia e i territori meridionali venivano inglobati nel nuovo regno sabaudo.
Fu costruito il nuovo quartiere di Chiaia, con nuovi edifici interni alla Riviera e nuove strade. Nel 1870 il Real passeggio borbonico fu denominato “villa comunale e fu ampliato sul lato mare, mentre si iniziò a pensare alla sistemazione, o meglio, alla eliminazione, della spiaggia. Nel 1876 fu inaugurata la prima linea tramviaria napoletana, con trazione a cavalli, sul percorso Torretta-Riviera di Chiaia-Chiatamone, successivamente allungato fino al Reclusorio (o’ serraglio, ovvero l’albergo dei poveri in piazza Carlo III). Verso la fine del secolo i cavalli vennero man mano sostituiti dal sistema di mobilità a vapore e poi tutto fu elettrificato.
Tra la fine del XIX secolo, nel periodo del Risanamento, e l’inizio del ‘900 tutta la linea di costa fu colmata: la spiaggia, la Chiaja, l’antica playa, i pescatori, non andavano più bene per una città da modernizzare, e fu creata via Caracciolo.
Iniziava l’epoca delle prime automobili e degli autobus, oggi si sta scavando sotto la Riviera per la Metropolitana.
Della strada che scorreva lungo il mare non resta che il nome, perché diventata una via interna, allontanata e separata dal suo mare, dalla villa comunale e dal lungomare.





venerdì 12 ottobre 2018

Montesanto


Larghi e strade

Montesanto

C’era una volta, a Napoli,   un grande esteso vallone,  coperto da boschi di ulivi e pini (da cui il nome Olivella e Pignasecca,  “secca” perché i pini si seccarono improvvisamente in maniera inspiegabile), ai piedi della collina del Vomero. Per salire e scendere si usavano sentieri scoscesi e grezze scalinate:  ancora oggi possono essere percorsi, naturalmente solo a piedi,  le “pedemontine”, come quelle che partono da S. Martino, o il Petraio o anche i  Cacciottoli o ancora la salita san Francesco, da via Belvedere.
Tutta l’area era fuori le mura occidentali della città: chi usciva dalle porte chiamate Romana e Donnorso,   si trovava davanti a una grande  vallata attraversata da un fiumiciattolo, il Sebeto, una volta  alimentato da acque  provenienti dalle colline di Capodimonte e del Vomero, poi sempre più asciutto.  Pochi edifici di carattere religioso sorgevano dalle colline al mare e anche qualche torrione di guardia, fino alla costruzione del Castelnuovo.
Chiesa di Montesanto
Fu poi il ben  noto  don Pedro di Toledo che, nel 1534, avviò una serie di interventi urbanistici ed edilizi che allargarono la città e la trasformarono completamente. Le antiche mura medievali   furono consolidate e allargate, inglobando nella città nuovi territori, come la strada che continua a portare il suo nome, i Quartieri spagnoli e, a fianco a questi, l’area della Pignasecca e di Montesanto.
Le nuova murazione occidentale saliva  dalla odierna chiesa dello Spirito Santo,   attraverso la vallata di Montesanto, fino  ad  meza falda del monte de santo Erasmo”( S. Elmo),  da dove poi riscendeva  verso la Playa, cioè Chiaja,  e Santa Lucia, per poi ricollegarsi ai bastioni e alle casematte di Castelnuovo dalla parte di mare.(oggi Molo Beverello e piazza Municipio).
 Gli storici non sono tutti d’accordo sul tracciato di queste mura, poiché alcuni pensano che arrivavano fin sopra la punta più alta del Vomero, a S. Elmo, dove già c’era il Castello e la Certosa di S. Martino.
Ai piedi della collina, le nuove mura scorrevano, prima di iniziare la salita,  lungo la laterale dell’ odierno Ospedale dei Pellegrini,  fondato nel 1570 dal cavaliere gerosolimitano don Fabrizio Pignatelli (  si faccia attenzione a questo cognome " Pigna...." ), su un suolo di sua proprietà. Restavano fuori dalle mura  l’attuale Piazza Montesanto, l’Olivella e la via Tarsia.
L’area dell’attuale via Tarsia, fu proprietà  degli  Spinelli, famiglia aristocratica del XVI secolo,  principi di Tarsia,  città calabrese della provincia di Cosenza. Gli Spinelli, dovendo trasferirsi a Napoli  capitale, e alla Corte vicereale, dovettero trovarsi un ‘abitazione degna di tanto nome e fecero edificare  un  palazzo monumentale.  Raccontano gli storici dell’arte, che il palazzo era qualcosa di veramente imponente e grandioso:  occupava tutta la zona a monte della chiesa di S. Domenico Soriano al largo del Mercatello, si estendeva  dal Cavone all’attuale piazza  Mazzini, da salita Pontecorvo a Montesanto e aveva un grandioso giardino.  Con l'estinzione della famiglia Spinelli,   sia il giardino sia il palazzo furono variamente riutilizzati. Il piano terra,   ad esempio fu trasformato prima in cinema, l’ Astoria, e poi nel teatro  “Bracco”,  dedicato al commediografo Roberto Bracco. A fianco era l’Istituto nautico. Tutti i viali di questa abitazione, grandi e piccoli, costituiscono oggi le strade e i vicoli della zona, l’attuale piazzetta Tarsia sembra sia stata niente altro che il cortile interno del complesso.
Vico Spezzano
Nel XVII secolo, nel vallone ai piedi della collina del Vomero, fu fondata una chiesa, detta  di Santa Maria di Montesanto,  ad opera di una comunità di Frati Carmelitani provenienti da un omonimo monastero  siciliano.  Da lì nacque il nome, e   si diffuse a tutta la zona e quindi alla piazza attuale. In quella Chiesa  si trova la tomba del musicista Alessandro Scarlatti.
 Restata ancora fuori le mura, gli abitanti della zona e delle colline che volevano entrare in città, dovevano arrivare al vicino largo del Mercatello e entrare per la porta Reale, che si trovava all’ altezza della chiesa dello Spirito Santo.
Essi non amavano questo tragitto e alcuni di loro, probabilmente sull’esempio di quanto era accaduto anche  con  Port’ Alba qualche anno prima,  cominciarono a scavare di nascosto, “ nu’ pertuso “ – un pertugio, un buco - per poter passare almeno uno alla volta.
Racconta Giuseppe Porcaro ne “ Le Porte di Napoli”( ed. Del Delfino), ..”..uno sconcio Pertuso, quindi, fu fatto da quegli abitanti nel muro occidentale della città, presso Montesanto, attraverso il quale, per la via dell’Olivella, i collinari di S. Martino accedevano nella capitale, raggiungendo agevolmente i centri storici e commerciali e l’area portuale.”.
Le Autorità, dopo vari inutili interventi di riparazione, presero atto della situazione e viste le continue petizioni degli abitanti, per consentire il passaggio regolare di tutti quelli che andavano e venivano dalla  collina,  nel 1640, Don Ramiro Nunez de Guzman, duca di Medina,  fece costruire una Porta che prese il suo nome, “Medina”. La nuova porta, si trovava, secondo gli storici, più o meno tra l’ingresso dell’ospedale dei Pellegrini e la strada che lo costeggia,   quasi di fronte alla stazione della Cumana e della funicolare. Fu l'ultima porta ad essere costruita e  fu anche l'ultima ad essere demolita nel 1873, ma  del nome di Portamedina resta traccia ancora oggi nella toponomastica della zona. Sul largo, il vico Spezzano, luogo di memorie personali,  arrivava – e arriva – dalla piazza Mazzini.
 Montesanto stava cambiando.  Dopo qualche anno, nel 1892,   fu inaugurata la ferrovia Cumana che doveva portare, passando per Pozzuoli, fino a Cuma e Torregaveta. La linea andò avanti a vapore fino al 1927, quando fu elettrificata. Alla partenza da Napoli, la Cumana entrava immediatamente nella galleria scavata sotto la collina del Vomero, che, da quanto mi raccontavano, servì da rifugio antiaereo durante la guerra.

FUunicolare
Negli stessi anni   era stato inaugurato il Rione Vomero e quindi fu messa in cantiere la funicolare,  inaugurata nel 1891. La funicolare  si inerpicava su per la collina, era tutta di legno, fino a metà anni 60 del XX secolo, dai sedili alle porte che dovevano essere chiuse  una a una dal macchinista. Oggi   è stata modernizzata, con apertura e chiusura automatica delle porte, rinnovata all’interno e ripulita.
A due passi dal largo di Montesanto, proprio alle spalle, troviamo la Piazzetta Olivella dove fu installata la stazione della metropolitana di Napoli, oggi detta linea 2, ma   è la più antica poiché in funzione dal 1925.
.La Pignasecca è ancora zona di grande mercato, dalla frutta e verdura al vestiario, dal pesce a articoli casalinghi, con piccole trattorie tipiche,  caratterizzata da una folla che lavora, si muove, si arrangia, e da  auto e motorini che passano con difficoltà  per non parlare delle ambulanze dirette all’Ospedale che ha l’ingresso proprio su quella strada.









mercoledì 12 settembre 2018

Case puntellate



Larghi e strade

Case puntellate

Chiamare: “case puntellate”,   una strada, e conservarlo con tanto di targa, mi sembra perlomeno singolare. Se puntellare  vuol dire “sostenere o fermare con una struttura anche provvisoria”, casa puntellata  vuol dire perciò che fu messo un sostegno a una Casa, un edificio traballante o pericoloso. Sarà stato un terremoto? Sarà stata qualche cannonata? Forse uno sprofondamento del terreno? No, niente di tutto questo. Solo  un’ antica leggenda che narrava della apparizione di Gesù Cristo  agli abitanti del luogo e  avrebbe detto di aver “puntellato” le loro case per prevenire cedimenti.
Mappa del Duca di Noja
Questa strada si trova al Vomero, nella parte antica della collina, e la si trova con quel nome già nella mappa di napoli di Giovanni Carafa, duca di Noja del 1775. Va oggi da via Altamura a un incrocio con tre strade, via Pigna,  via Iannelli (già Nuova Camaldoli) e via S. Martini, mentre dall’altro lato attraversata via Altamura, va verso Antignano, antico villaggio dell’area vomerese.
E’ una strada stretta e molto antica e si intreccia con la storia  della collina. Questa, in tempi molto antichi,  era parte del sistema collinare che sovrastava  e circondava la città, da Posillipo a Capodimonte e da qui a Capodichino. In età romana la collina fu chiamata “Paturcium”, C’erano campi coltivati, pascoli e molte ville e masserie, attraversati da sentieri che conducevano dalla città bassa, su per montes, scendendo poi verso Agnano e Pozzuoli quando non c’era ancora la grotta che bucava la collina e usciva  sulla stessa via per l’area flegrea. C’ erano sentieri e scale come ad esempio, quella che ancora oggi porta dalla riviera di Chiaia  fino a via Belvedere, oppure quella detta del Petraio.
La strada più frequentata doveva essere quella che, uscendo dalla  città, si inerpicava su per il Cavone giungendo nella zona di piazza Mazzini. Da qui si saliva per l' Infrascata, (via Salvator Rosa) e via Conte della Cerra, dove troviamo ancora oggi tracce di un ponte viadotto di epoca romana, vicino alla stazione della Metro. 
La salita attraversava allora un modesto villaggio, dove erano sorte, “cauponae”, taverne e luoghi di ristoro per mercanti e viaggiatori, per militari e corrieri, e sicuramente un mercato di prodotti ortofrutticoli. La strada, detta “ per montes”, dopo qualche tempo, cominciò ad essere chiamata “Antiniana” e così il villaggio “Antignano”, cioè, ante Anianum, prima di Agnano.
 Da qui la strada si divideva: da un lato si dirigeva  per la via Gino Doria sulla attuale via Belvedere,  che proseguiva o  per Posillipo o scendeva  per raggiungere Pozzuoli. Dall’ altro lato il sentiero, avendo comunque la stessa destinazione, scendeva per la via delle Case puntellate e   la Pigna. La via Case puntellate, perciò  non era altro che un antico percorso per montes tra Napoli e Pozzuoli.
La via per montes non fu abbandonata quando, nel 30 a.C., l’architetto cumano Lucio Cocceio Aucto realizzò la crypta neapolitana, la galleria che permise di attraversare la collina di Posillipo più velocemente, perché agli inizi era solo una struttura militare utilizzata per le legioni che dovevano andare  da Neapolis  e la zona flegrea e viceversa.
Da qui, si racconta,  passò, nell’anno 305 d.C., il corteo che portava il corpo del Santo patrono di Napoli, Gennaro, decapitato a Pozzuoli, per deporlo nelle catacombe omonime, e si racconta anche che il famoso miracolo della liquefazione del sangue sia avvenuto qui per la prima volta.. Per questo motivo sorse nella zona una “ecclesia  S. Ianuarii” poi demolita, e per questo motivo esiste oggi la chiesa di S. Gennaro a Antignano.
Un notevole sviluppo edilizio si ebbe a partire dalla fine del XVI secolo.  Presumibilmente risalgono a quel periodo,  i Casali delle Case Puntellate, dell’ Arenella e del Vomero ( nei pressi dell’ attuale Via Belvedere), tutti caratterizzati da un tipo di edilizia rurale con ville patrizie e masserie. 
Tutta l’area restò cosi per secoli quest'area era quasi totalmente agreste, e vi si potevano trovare sporadiche masserie e qualche villa nobiliare.
 Ancora  oggi, lungo quell’antico  percorso,  tra bancarelle di frutta e verdure, un occhio attento riesce a vedere un antico edificio con un bel cortile interno. Sulla parete dell’ingresso una lapide costruita dall’architetto regio Antonio de Simone per ordine di  Ferdinando I re delle due Sicilie nel 1818, è dedicata a Giovanni Pontano, poeta, letterato e umanista. Questa era la sua villa, costruita nel 1472. Era nato in Umbria, a Cerreto di Spoleto nel 1429, si trasferì a Napoli, dove oltre all’interesse per la letteratura e la poesia, fu ministro del re  Ferrante d’Aragona, e soldato e precettore dell’erede Alfonso. Nel 1494 si ritirò a vivere qui a Antignano, e  vi morì nel 1503.
Poco distante dalla villa fu posto il dazio del regno, istituito nel 1826  per combattere  il problema del contrabbando. Fu costruito perciò  Il Muro, detto Finanziere, che si sviluppò per circa venti kilometri, racchiudendo al suo interno tutta l'area della Maddalena e di Capodichino fino ai Colli Aminei e poi l' area del Vomero e di Posillipo fino a Mergellina.
 Nel muro, di tufo,  furono costruiti alcuni varchi doganali, denominati Edifici Daziari, e  postazioni di guardia.  Di quel muro restano ancora oggi tracce ben visibili, sparse un pò dappertutto. Al Vomero se ne possono vedere tratti in via E.A. Mario, così come ai Colli Aminei, dove il Finanziere continua a correre nei pressi della Metropolitana e lungo la strada delle Case puntellate.  Ma la   migliore testimonianza la si trova proprio ad Antignano, nel largo omonimo.
 Sul muro di un vecchio fabbricato a due archi dove c'è una tabaccheria, nascosta e scolorita dal tempo e dalla incuria, una piccola lapide ci avverte con l'iscrizione: Qui si paga per gli regj censali.  Era un Ufficio  Daziario, il posto di Casa puntellata.
Nell’area e lungo quell’antico percorso  sorsero sicuramente case e casali rustici, poderi e masserie, ma anche: “ un villaggetto popolato di osterie, mete di gite domenicali….”, come scriveva lo storico Gino Doria.
Case puntellate oggi
Tutta la zona era indicata, infatti, per l’aria buona e per l’ ”otium”- il riposo dalla vita pubblica, e la meditazione -: al villaggio del Vomero ci si andava, da sempre e fino al XIX secolo, per la villeggiatura nei poderi e nelle case di campagna, ma anche per gite giornaliere e per mangiare nelle trattorie paesane..“ Maggio. Na’ tavernella ncopp’Antignano” così scriveva Salvatore di Giacomo, ai primi del ‘900, cosi anche Rocco Galdieri nel  “Vommero sulitario: “ mmiez’a friscura, a ‘o Vommero,  p’è strate ‘e S.Martino”.
Ma il disastro era in agguato. Alla fine dell’800, all’inaugurazione del nuovo rione, erano iniziati i danni al paesaggio, sia con la costruzione delle funicolari – Montesanto e Chiaia -, poi con quella “centrale”, e  con la costruzione delle Vie Scarlatti e via Luca Giordano e le strade vicine; furono costruiti quei palazzi e quelle abitazioni, che oggi definiamo d’epoca, e che ancora vediamo fino a piazza Vanvitelli e oltre. il carattere agricolo della collina fu completamente stravolto da una vera e propria opera di urbanizzazione di massa nell’ area compresa tra Castel Sant’ Elmo, Via Aniello Falcone, Via Annella di Massimo e Via San Gennaro al Vomero. L’ area dell’ Arenella e dello stadio Collana, progettate nel primo dopoguerra e le speculazioni edilizie degli anni ’50 e ’60 sancirono la definitiva cementificazione della zona, distruggendo decine di ville, masserie e orti. Al loro posto,  condomini sempre più grandi, e un vero e proprio esodo di intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare i nuovi rioni.
La strada ha subito un processo di urbanizzazione in seguito al piano regolatore del 1926, ma,    malgrado le distruzioni operate dagli anni ’60 del XX secolo ad oggi, tratti  dell’antica strada riaffiorano lungo il percorso della attuale via Iannelli, quando da  Case puntellate si andava fino a Cappella Cangiani.




 







giovedì 5 luglio 2018


Larghi e strade
ANTICAGLIA




Il termineanticàglia” indica un  oggetto antiquato e in generale  gusti, usi e costumi ormai passati di moda ( Devoto/Oli ). L ‘ enciclopedia Treccani parla di oggetti fuori moda, vecchi, antiquati: negozio di anticaglieuna casa piena di anticaglie, per indicare cose vecchie, antiche.  Giorgio Vasari , pittore, scultore e storico dell’arte, nel XVI secolo, utilizzò quel termine indicando “ l’anticaglie di Roma, archi, terme, colonne, colisei, aguglie, anfiteatri e acquidotti …”. 
Fu probabilmente cosi che a Napoli fu battezzata una strada ancora oggi esistente. La strada dell’Anticaglia si chiama così perché, piena di edifici e oggetti antichi di grande interesse archeologico,  anche se  questo nome potrebbe essere adatto ad almeno metà delle  strade di una città che ha 2500 anni di storia e, per questo, piena di segni del passato.
L’Anticaglia  non è altro che l’antico decumano superiore, quello posto più a nord e più in alto,  il meno noto e il meno turistico dei tre esistenti nel centro storico di Napoli. I decumani  sono le strade del centro storico, quelle più larghe, che si incrociano  ad angolo retto con i cardini, le vie perpendicolari più strette. I decumani sono tre: maggiore cioè la via Tribunali, l’ inferiore  meglio noto come Spaccanapoli, e il superiore, l’Anticaglia. L’area dell’Anticaglia era la  più alta della città antica, dove c’era il tempio di Apollo il dio del sole e c’era anche un vicus solis che non è la attuale via del sole. L’area fu chiamata poi “ platea  summae plateae” la somma piazza.
Napoli romana
Il Decumano superiore, a differenza degli altri due,  è quello che ha subìto, nel corso dei secoli, i maggiori rifacimenti e per questo, non è lineare come gli altri. I diversi tratti assumono anche nomi diversi: Partendo oggi da Via Costantinopoli, che   segnava il confine occidentale della città, oggi si chiama prima  Via Sapienza, e poi via Pisanelli, via Anticaglia propriamente detta,  poi ancora  via San Giuseppe dei Ruffi e, attraversata via Duomo, via Donnareginavia Santi Apostolivia Santa Sofia. Qui finisce nell’attuale via S. Giovanni a Carbonara dove, in epoca antica, correvano le mura orientali della città. Lungo il tracciato delle strade dell’Anticaglia si  trovano molti edifici religiosi e civili, costruiti nel corso dei secoli come la Chiesa di Regina Coeli, edificata nel 1594, che secondo Gennaro Aspreno Galante nel suo “Le Chiese di Napoli”,  “è una delle più belle di Napoli”, o anche  la chiesa e il Monastero di Santa Maria di Gerusalemme del XIV secolo, più nota come chiesa e monastero delle “trentatré”, che era il numero delle monache che potevano essere ospitate nel convento.
Verso la fine della lunga strada si può trovare la Chiesa  di Santa Sofia, la  cui costruzione è attribuita addirittura all'imperatore Costantino intorno al 308 d.C., che la volle  sul modello di S. Sofia a Costantinopoli.
E tra i palazzi civili troviamo quello della famiglia Bonifacio, dove si racconta l’ infelice  storia d’amore tra Carmosina
e il poeta Jacopo Sannazzaro  (1456/1530), che scrisse: “ quisquis seu vir, seu foemina vidit, deperit”, cioè qualsiasi uomo o donna l’ abbia vista, se ne innammorò  perdutamente.
Anticaglia
Ma l’Anticaglia prende il nome da un importante reperto archeologico di epoca   greco-romana, sul quale  mi sembra  più giusto soffermarmi. Chi  percorre questa strada si trova davanti a un altissimo muraglione che sembra sostenere i palazzi laterali e, per oltrepassarlo, una specie di piccolo arco. Ma non si tratta di un  muro di sostegno, bensi di una struttura in tufo che serviva, più di duemila anni fa,  da rinforzo esterno alla "cavea" del grande Teatro romano all’aperto. “Cavea” indica tutti i settori delle gradinate di un anfiteatro o di un teatro classico, dove si sedevano gli spettatori.
A Napoli, all’epoca greco-romana, c’erano due teatri, uno all’aperto, che secondo alcune ricostruzioni, aveva un perimetro di circa 150 metri, tre ordini di archi e, all’interno, tredici file di sedili. Le gradinate più basse, la ima cavea, dovevano contenere circa 5/6mila persone, mentre la summa cavea, le gradinate più alte, è andata perduta. Il teatro coperto detto Odeon, oggi praticamente sparito, era molto più piccolo, era affiancato all’ altro e sembra fosse preferito dall’imperatore Nerone, che qui si esibì più di una volta. Entrambi erano alle spalle del tempio dei Dioscuri, che oggi è la basilica di San Paolo maggiore in piazza S. Gaetano..
 “Per andare a casa di Metronatte bisogna, come sai, oltrepassare il Teatro dei Napoletani. E’ strapieno e vi si giudica con grande attenzione chi sia un buon flautista.” Così scriveva Seneca, il celebre filosofo del I secolo d.C.,   consigliere di Nerone, nelle sue Epistole a Lucilio.  Metronatte era un filosofo stoico amico di Seneca che abitava sull’Anticaglia. Seneca vi si recava spesso per ascoltarlo e discutere con lui.
Cavea teatro e abitazioni
Con la fine dell'Impero romano e l’avvento del Cristianesimo cessarono anche tutti gli spettacoli teatrali, la struttura fu abbandonata, eventi climatici e metereologici,  come alluvioni e terremoti, contribuirono alla sua fine e all’ oblio  nel periodo medievale. Gli ambienti interni furono adoperati come stalle, cantine, depositi e botteghe   (peraltro fino a poco tempo fa). Quelli esterni diventarono presto una necropoli e poi una discarica e, dulcis in fundo, tra il XV e il XVII secolo su quel che restava della cavea furono costruiti   vari edifici,   ancora oggi esistenti e abitati.
Le prime scoperte avvennero verso la seconda metà del XIX secolo, scavando nel giardino dello stabile sopra il  teatro: il primo piano di recupero risale al 1939, ma solo dopo il 2007 sono stati effettuati lavori  che hanno permesso l'affioramento di parte della media cavea dal giardino interno. Molti resti del teatro, pareti, muri, colonne e perfino alcune gradinate non sono state abbattute, ma incorporate negli edifici costruiti sopra , nascoste nelle cantine, o semplicemente dietro stucchi e  pareti imbiancate. Si possono trovare negozi o anche portoni di edifici abitati nelle antiche mura romane e qualche volta anche segni di modernità come ad esempio, citofoni installati sulle stesse mura e antenne televisive.
L'ingresso per la cavea è oggi da via San Paolo e vi si accede, possibilmente con guida, entrando in un'antica bottega sita nel cortile di un palazzo di origini quattrocentesche.
Parte del teatro  è visitabile, inoltre, sottoterra con un accesso molto singolare: la guida conduce i visitatori in un locale al piano stradale, un basso, una volta abitato, e all’interno, aperta una botola sul pavimento, si scende di pochi metri e ci si ritrova in un altro mondo.