giovedì 24 dicembre 2020

Pranzo di Natale








 

 Dopo aver illustrato il menù della vigilia di Natale, tipico dell’800 napoletano, vediamo come proseguiva quello del giorno dopo. Il menù del 25 dicembre comprendeva otto pietanze, oltre a vini, frutta fresca e secca e dolci tipici: questo che presento è basato su 12 commensali. Un vero e proprio banchetto per ricchi.

Si partiva con una “Menesta de cecorie (minestra di ciocorie): “Pe ffa bona la menesta, miette a bòllere duje capune, doje rotole de carne de vacca, e no ruotolo de prosutto salato; farraje nu bello brodo, nge miette miezo  ruotolo de lardo;  quanno tutto s’è cuotto a partit’a partitanne lo lieve, culo lo brodo, e nge farraje cocere 10 livre de cecorie, e bona cotta la miette nzuppiera e la sierve” ( per fare una buona minestra, fai bollire due capponi, due chili circa di carne di vacca, un chilo circa di prosciutto salato; farai così un buon brodo, ci metterai mezzo chilo di lardo e lascerai cuocere. Togli poi la carne secondo la qualità. Fai passare il brodo per un colino. Ripreso il bollore, versi circa tre chili e mezzo di cicoria e lasciala cuocere, poi la

verserai nella zuppiera e la servirai).

Si proseguiva poi con vari piatti di carne, iniziando dal

Bollito mmescato ( bollito misto):

“Miette buon’apparecchiato tutta la carne dinto a li vacile, e co na guarnizione de torze l’attuorno, l’appresiente”. (Metti tutta la carne che hai bollito nel vassoio di portata e portala in tavola, guarnita di  broccoletti ).

Maiale arrostito al forno

Capune a lo tiano (capponi in tegame): “piglia quatto capune, l’anniette belli pulite, li ncuosce, l’attacche, e li ffaje  zoffriere a lo tiano, facennole cocere tale e quale comm’a la gallotta a lo tiano de la terza semmana per la dommeneca” (prendi quattro capponi, puliscili bene, li incosci (li leghi coscia su coscia), li leghi e li farai cuocere alla maniera della gallotta (una gallina?) in tegame della terza settimana per la domenica (??).

Nteriora’e pulle mpasticcio (interiore di pollo pasticciate): “Farraje cocere le nteriora dinto a no poco de broro de li capune, co doje porpettelle de vaccina e no poco de sciore pe ffa lià lo broro; farraje la pasta nfrolla comm’a chella de la sera de pesce, e mmieze nge miette la cassuola, po’ l’auto copierchio de pasta, e lo farraje cocere comm’a chillo”. (Farai cuocere le interiora di pollo in un poco di brodo di cappone con polpettine di vaccina e un po’ di farina per far legare il brodo; farai la pasta frolla come quella della sera precedente (la sera della vigilia, la ricetta del pesce pasticciato, n.d.a.), e in mezzo ci metti la cassuola, lo copri con altra pasta e lo farai cuocere come quello).

Dopo polli, capponi e galline arrivavano i maiali:

Puorco servatico ‘nseviero, (cinghiale in agrodolce): piglia doje  rotole de puorco servatico e puramente lo cignale, lo farraje a pezzulle, e lo zoffrìe co no poco de nzogna sbruffannoce spisso spisso no poco a la vota na caraffa de vino russo de Calabria, ma sempe vollente, e accussì lo farraje cocere; po ce miette la concia, zoè, na libbra de mostacciuole pesato, doje grana de carofano e cannella fina,  na libbra de cetronata  ntretata, no quarto de zuccaro, poco sale, pepe e acito, farraje vollere e ncorporà; po’ pruove, l’assaggie, mme’ntienne, pe bedé se nge vo’ cchiù zuccaro o cchiù acito, e fatto denzo denzo lo siervarraje. (Prendi due chili di maiale selvatico e precisamente di cinghiale, riducilo a pezzi, e lo soffriggi in un po’ di sugna, bagnandolo, di tanto in tanto, ed un po’ alla volta, con vino rosso di Calabria bollito, e così lo farai cuocere, poi ci metti il condimento, cioè, trecento grammi circa di mostacciuoli pestati, due soldi di chiodi di garofano e cannella in polvere, circa trecento grammi di cedro tritato, un quarto di zucchero, poco sale, pepe e aceto; farai bollire e insaporire; poi prova, l’assaggi, capisci a me, per stabilire se ci vuole altro zucchero o altro aceto, e addensato lo servirai.

Insalata di rinforzo
Feletto de puorco de Sorriento arrostuto (filetto di maiale di Sorrento arrostito): “Piglia no’ piezzo de tre rotole de chillo feletto, l’attacche co lo spago, lo ‘nfile a lo spito, e lo farraje cocere suave suave e junno junno, lo sfile e lo miette dint’ a lo vacile, e che magne né…”(Prendi un pezzo da tre chili di filetto, legalo con lo spago, lo infili nello spiedo e lo farai cuocere pian piano e biondo biondo, lo metti nel vassoio. Vedrai che mangi…).

‘Nsalata de cavelisciore: “Scauda no bello cavelisciore, lo faje a cimmolelle piccerelle, l’accuonce dinto a lo vacile bello pulito, e co acito a uoglio, sale e pepe, lo siervarraje. (lessa un bel cavolo, lo fai a cimette piccole, lo sistemi in un vassoio e dopo averlo condito con olio, aceto, sale e pepe lo servirai).  E’la base di quella che oggi chiamiamo “’insalata  di rinforzo”, arricchita con sottaceti, filetti di acciughe, capperi e ulive.

Il pranzo di Natale viene innaffiato da vino “janco e niro”, e si conclude con frutta e dolci di ogni genere, mele annurche, arance e mandarini, roccocò, raffiuole e mostaccioli, struffoli e “jangomagnà”: quest’ultimo ha una lunga storia che merita di essere trattata a parte.

“Tant’a la vigilia, ch’a la santa jornata de Natale, nge farraje na quantità de piattine de frutte, de scioscile (noci, castagne e altra frutta secca), de piattine de cose doce, acquavita, e no poco de café, pecché sempe è bbuono”.

Così concludeva le sue ricette natalizie il duca di Buonvicino.

 

 

giovedì 15 ottobre 2020

Napoli, anno Domini 476


 

  • A Neapolis si era sparsa la voce dell’arrivo dell’Imperatore. Quasi nessuno, tranne Krom, il magister militum della città, e Sotero, il Vescovo, sapeva che c’era ancora un imperatore e nessuno sapeva di avvenimenti straordinari. Probabilmente, si pensava, si tratta del solito mercenario barbaro che pretende soldi e premi. Se ne erano già visti in passato.

I napoletani, come altri, erano presi da ben altri problemi di sopravvivenza. La città, i dintorni, cosi come la stessa Roma, da molto tempo avevano subito saccheggi, invasioni, violenze, e nessun sedicente imperatore era mai intervenuto.  Carestie e epidemie avevano ammazzato la metà della popolazione, le preghiere a Dio non avevano aiutato.

In ogni caso la curiosità spingeva la gente a chiedersi chi era e quando sarebbe arrivato questo imperatore.

 Ma non si trattò di una visita né ufficiale né privata, e neanche entrò in città. Era l’ora seconda del terzo giorno delle calende di ottobre, poco dopo l’alba: proveniente dalla strada di Caput de clivo, a Oriente, fu avvistato un corteo di cavalieri, forse un centinaio, armati fino ai denti, che accompagnavano un paio di carri abbastanza anonimi, e avanzavano lungo la spiaggia dirigendosi a occidente.  Da alcune barche tirate in secca, pescatori raccoglievano il pescato della notte, altri riparavano reti. Non fecero molto caso al passaggio di cavalli e cavalieri, erano abituati.

Sul mare calmo, una leggera foschia nascondeva la visione del golfo, dell’isola di Capri e della collina di Posillipo. Nel porto del Vulpulum c’era poco movimento, marinai dormicchiavano ancora sulle tolde delle navi all’ancora, mentre da una grossa nave panciuta, venivano scaricati sacchi, anfore e altre merci.

Qualcuno si fermava a guardare il corteo, altri si facevano da parte per far passare cavalli e carri.

Dalla porta Ventosa era uscito un drappello di soldati a cavallo guidati dallo stesso Krom, che si diresse al galoppo verso il porto.

Una galea pronta per partire attendeva quel gruppo: al centro fu visto un ragazzino, biondino, esile, che indossava una modesta tunica, seguito da un paio di donne e tre uomini, e circondato da guerrieri: si disse che quello era l’imperatore. Aveva forse 14 anni, ma come si chiamava? E che ci faceva lì?

Si chiamava Romolo, circa un mese prima a Ravenna, Odoacre, uno dei comandanti dell’esercito imperiale, aveva ammazzato tutta la sua famiglia, lo aveva arrestato e deposto.

Ora veniva accompagnato sull’ isolotto di Megaride, dove sorgeva il castrum, (oggi castel dell’Ovo), parte di quella che fu la maestosa villa di Lucullo, davanti al monte Echia.

Romolo era “Augustum filium Orestis”, e Odoacer in lucullano Campaniae castello exilii poena damnavit ”.tre

Il giovane, i suoi accompagnatori e alcuni dei guerrieri che lo scortavano salirono a bordo, la galea si mosse lentamente e prese il largo per raggiungere il castello. Correva l’anno 476 d.C.  

A Napoli, - racconta Gino Doria - finalmente si spense l’estremo, misero guizzo della romanità, già in decomposizione dopo aver compiuto il suo ciclo glorioso.  Nella splendida villa di Lucullo, diventata castello forte (e si trasformerà di lì a poco in monastero basiliano), ed ivi relegato da Odoacre, moriva Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore di Roma”.

Per uno scherzo del destino, quel ragazzino portava lo stesso nome del fondatore di Roma: Romolo sparì e non se ne seppe più niente.

Secondo alcuni, Romolo moriva “qualche tempo dopo”, ma non si indica quando.

Secondo altri, Cassiodoro, segretario del re ostrogoto Teodorico, scrisse una lettera a un "Romolo" nel 507, confermandogli la pensione di cui godeva, circa seimila solidi.

Se si trattava del piccolo augusto, in quell’anno doveva essere ancora vivo e aveva circa 45 anni. Secondo un’altra ricerca, presumibilmente Romolo morì invece “intorno al 485”.

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T. Indelli, Odoacre, la fine di un impero, Ed. Vivaliber, 2014.

M. Rosi, Napoli dentro e fuori le mura, Ed. Newton-Compton, 2003.

G. Doria, Storia di una capitale, Ed. Grimaldi & C. 2014.

C. De Seta, Napoli, Ed. Laterza, 1981

sabato 5 settembre 2020

Elogio della genovese

 



Ma chi, o cosa, è questa genovese di cui farò l’elogio? Un napoletano, o anche un campano, lo capirà subito, ma un veneto, ad esempio, o un sardo, a cosa potrà pensare? Forse a una donna di Genova? Forse a un soprannome? O forse potrebbe pensare al pesto alla genovese?

Con quest’ultima domanda ci si avvicina abbastanza alla risposta, ma non è il pesto.

La “genovese” di cui parlo è quindi una salsa? Ebbene si, è una gustosa salsa, esclusiva e inimitabile, fatta con carne e cipolle, con la quale normalmente si condisce la pasta, che si può assaggiare solo a Napoli e dintorni, e che con Genova ha in comune solo il nome.

L’origine del nome è antica ed è avvolta nelle nebbie di ipotesi e leggende che risalgono al Medio Evo e alla Repubblica marinara di Genova. Nel XIII secolo, in una Napoli appena diventata capitale del Regno angioino, nell’area portuale esistevano fondaci, o depositi di merci, di diverse città marinare, in particolare quello della Repubblica Genovese.

Si racconta che la carne con cipolle, alla quale forse si aggiungevano altri elementi, era cucinata da marinai genovesi, che quindi dettero il nome al piatto, o anche, che era preparata in qualche bettola del porto, e era molto gradita dai marinai genovesi. Un’altra ipotesi sostiene che fu creata a Napoli ma preparata da cuochi provenienti da Genova che erano soliti cucinare la carne in modo da ricavarne una salsa utile poi per condire la pasta.





 



Secondo altri, la fonte più antica sulla Genovese   risalirebbe al 1285: nel  Liber de coquina“, (libro di cucina), scritto in latino e dedicato a Re Carlo II d’Angiò, si ritrova una ricetta particolare chiamata “ De Tria Ianuensis”, cioè i “Tria”: una pasta a forma di fili essiccati, (spaghetti?) chiamata “itrya” preparata in Sicilia, nel periodo arabo, a Al  Tarbiah (Trabia), all’epoca un paesetto con molti mulini, a 30 km da Palermo. L’aggettivo “Ianuensis” derivava dalla deformazione medievale del nome latino di Genua, cioè Ianua.

 "Ad triam ianuensem, suffrige cipolas cum oleo et mite in aqua bullienti, decoque, et super pone species; et colora et assapora sicut vis. Cum istis potes ponere caseum grattatum vel incisum. Et da quandocumque placet cum caponibus et cum ovis vel quibuscumque carnibus.".

 Per fare la tria genovese soffriggi cipolle con olio e metti in acqua bollente; fa cuocere e mettivi sopra spezie; e colora e insaporisci come vuoi. Con queste puoi mettere formaggio grattato o tagliato a pezzi. E servile ogni qual volta ti piaccia insieme con capponi o con uova o con qualunque carne.".  Sembra essere una salsa che serviva per condire una specie di spaghetti e insaporire uova o carni cotte a parte, molto diversa da quella che oggi chiamiamo “genovese”.

 A una ricetta simile a quella odierna si arrivò presumibilmente nella seconda metà del XIX secolo dopo che Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, ne parlò nel suo ricettario della “cucina teorico-pratica” del 1840.

Da lì si è arrivati ai  ”Maccarune ‘e zita cu’ ‘a genuvese”.

Qui serve, per chi non è napoletano, o campano, una rapida spiegazione: con il termine Maccarune, “maccheroni”, si indica un tipo di pasta simile a un rigatone, ma assolutamente liscio e generalmente lungo, che è necessario spezzare a mano prima di lessarlo, e ogni pezzo deve avere la larghezza della mano che li spezza.  “Zita deriverebbe forse da zita, ragazza, donna nubile, da cui il vezzeggiativo zitella. Al maschile “zito” indicava il ragazzo celibe, il fidanzato.

L’accostamento di questo tipo di pasta a una ragazza sarebbe dovuto al fatto che costituiva il piatto obbligatorio e più importante in occasione dei pranzi di matrimonio: in tal modo si festeggiava l’unione della zita con lo zito, delle donne che uscivano dal ruolo di “zitella”. E, volendo, si può pensare anche a un doppio senso.



E ora vediamo la ricetta classica, tradotta in italiano, tratta da “Mangiamo alla napoletana”, cucina casareccia napoletana per le quattro stagioni, raccolta di ricette di Enzo Avitabile, ed. Regina, 1976.

“Preparate un tritato di abbondanti cipolle, carote, sedano, un odoroso mazzetto, il lardo e il prosciutto. Mettetelo in una casseruola con il pezzo di carne (chiamata annecchia a Napoli, cioè carne di manzo) legato, il burro, l’olio, la sugna, il concentrato, sale e pepe.

Fate cuocere a fuoco basso rimestando di tanto in tanto. Quando gli ortaggi e le cipolle sono ben cotti, alzate il fuoco e lasciate che la carne si arrosoli. Versate a più riprese un po’ di vino bianco e lasciatelo evaporare.  Di tanto in tanto allungate la salsa con un po’ d’acqua, fin quando la carne non sarà completamente cotta. La salsa deve riuscire lucida e ben addensata. S’intende che la carne va mangiata a parte”.

 

 

 

 

 

 

 

domenica 16 agosto 2020

MONZU’

 


 

La Torretta a Chiaia, di G.van Wittel


Una strana parola che non esiste nella lingua italiana, ma ha una sua storia.  “Monzù” nacque - e visse - a Napoli, e in tutto il regno di Napoli e di Sicilia, dopo il 1768, presso la Corte borbonica.

Arrivò quell’anno, a Napoli, l’aristocratica e altezzosa sedicenne Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, figlia di Maria Teresa d’Austria.               




Maria Carolina


Era la sposa del giovane – 17 anni – Ferdinando, diventato Re “per caso”, (perché appena terzo nella linea di successione), a 8 anni, quando il padre, Carlo, nel 1759, se ne andò a Madrid per diventare Carlo III.  A Napoli Carolina, abituata a un rigido protocollo e a una tradizione culinaria di croissant, zuppette e gnocchetti dal sapore “delicato”, fu costretta a vedere e a mangiare cibi con quei sapori marcati e schietti, piuttosto pesanti, della cucina napoletana. Fu poi fu disgustata dal marito che mangiava gli spaghetti con le mani – ma non era il solo -, uso non proprio consono a un sovrano, specialmente durante pranzi o cene con ministri e ospiti stranieri. Ma a Ferdinando piaceva quella cucina e la pasta.

 Proprio in quel periodo, tra l’altro, fu scoperta l’unione della pasta con il pomodoro, proveniente dalle Americhe ma impiantato nelle terre del Regno, con un clima idoneo e vicino a quello di origine.

Ferdinando cercava di accontentare la moglie, ma con molte difficoltà. Carolina non cambiava idea e perciò decise che doveva non solo salvare palato e stomaco, ma anche la dignità sua e della Corte.

Chiese, perciò, aiuto alla sorella Maria Antonietta, Regina di Francia, altra aristocratica figlia di Maria Teresa d’Austria.

La Francia, fin dai tempi di Luigi XIV, il re Sole, era diventata il punto di riferimento della moda, della musica, dell’arte e della cultura, e così anche nella gastronomia.

Maria Antonietta, il cui destino la portò poi alla ghigliottina, pensò di mandare a Napoli alcuni fra i migliori cuochi francesi per educare i colleghi napoletani e siciliani, a gusti più raffinati e adatti a una Corte regale.

I francesi arrivarono a palazzo reale, portando salse e intingoli in uso in Francia, raffinatezze come zuppette, crostate di tagliolini, soufflésmousseschoux e bigné, ecc.

Mentre in lingua italiana si adoperava, e si adopera, il termine “Signore” seguito dal cognome o dal nome in segno di rispetto, in francese si traduceva – e si traduce - Monsieur. Lo stesso termine veniva usato per i cuochi arrivati a Napoli, che I napoletani fecero presto a deformare in “Monzù” o “Monsiù”. 

I francesi ci provarono, e si misero d’impegno a insegnare ai colleghi partenopei la cucina richiesta dalla Regina.

Ma, come tutti gli stranieri che arrivavano a Napoli con idee di governare e di cambiare, anche i “messieurs” finirono per napoletanizzarsi: la cucina napoletana, così particolare, non poteva essere assorbita da quella d’oltralpe, e avvenne l’esatto contrario. I cuochi napoletani, e siciliani, istruiti dai francesi, crearono una cucina completamente nuova, mischiando quella tradizionale con quella francese.

Nasceva il “gattò”, una torta di patate derivata dal “gateau” con ingredienti locali che sostituirono quelli francesi; nacque il “sartù” di riso, derivato da sur tout” (letteralmente “copri tutto”), un timballo di riso ricoperto da un mantello di pangrattato, nel cui interno furono aggiunti sugo di pomodoro, piselli, uova sode, fior di latte, polpettine e salsicce,

E non dimentichiamo “ ‘o Babbà”, dal francese babà, e ancora i “crocché” di patate, da Croquette.

Ci fu anche, tra i monzù napoletani, il Monzù Gennaro che, su richiesta del Re Ferdinando, inventò la forchetta a 4 rebbi, con la quale anche a Corte si potevano gustare maccheroni e spaghetti, evitando di prenderli con le mani.


Ferdinando I due Sicilie


         

Ben presto anche nelle grandi case aristocratiche del Regno si imitò la Corte, assumendo Monzù per dirigere le cucine, e altri, invece divennero famosi come titolari di trattorie. Da notare che non c’erano donne, la parola monsieur, e monzù, indica solo uomini, e nessuno, fino a poco tempo fa, si sognava di mettere una donna a dirigere una cucina.Oggi li chiamiamo “Chef” e hanno invaso le TV di mezzo mondo. 

 

 

venerdì 22 marzo 2019





Larghi e Strade


Via Mezzocannone




La via Mezzocannone è oggi una strada centrale di Napoli, conosciutissima soprattutto dagli studenti perché lungo la via si erge l’ Università degli studi, quel grande edificio grigio costruito tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Non è una grande strada, collega la piazza S. Domenico maggiore e la piazzetta Nilo al Corso Umberto, più noto ai napoletani come Rettifilo.
La sua storia è antica, millenaria, e ha una stranezza: il nome. Da dove deriva “mezzocannone”, ha per caso a che fare con artiglierie, guerre o battaglie, avvenute in quella zona? Forse un antico cannone scoppiato mentre sparava?
In epoche molto antiche la strada non era altro che il corso di un canale pubblico, cioè uno scolo che raccoglieva le acque che venivano giù dalle colline poste a settentrione della città e di altre dell’acquedotto della Bolla, che” ivi alimentava una piccola fontana (fontanula) “.(B.Capasso, Topografia della città di Napoli nell’XI secolo).
Molti scrittori testimoniano l’origine del nome col vento che vi spirava dal mare. Pietrantonio Lettieri, architetto del ‘400, sostiene che la porta fu detta Ventosa «dai venti che dal mare all' hora qui spiravano ».  Carlo Celano, storico del ‘600, dice che la porta era : “detta Ventosa, per lo vento che di continuo vi si sentiva, venuto dal mare, che le stava dappresso”.



Napoli Capasso


Ma già nel XV secolo, la porta non c’era più e il canale pubblico si era prosciugato, il mare si era ritirato, e il porto allontanato nell’area che conosciamo, tra Castel nuovo e castello del Carmine.
Regnavano a Napoli gli Aragonesi con Alfonso II. In quel periodo non c’era altro che un viottolo stretto, poco più di un sentiero, ricavato dal canale pubblico, che veniva chiamato via Fontanula, per la presenza di una piccola fontana situata, pare, nei pressi di via sedile di Porto.
Il Re Alfonso decise, però, di far costruire una fontana più grande, in piperno, addossata al muro,  con una larga vasca per abbeverare i cavalli.
L’idea era buona e i lavori di costruzione furono ultimati in tempi brevi, compresa la parte idraulica con l’installazione del tubo - detto a Napoli   “cannola” o anche “cannone” - dal quale doveva uscire l’acqua.
Ma le misure non erano giuste, perché dalla fontana uscì fuori un mezzo tubo.




Via Mezzocannone


Per ironia e volontà popolare “mezzocannone”  diventò  il termine con il quale si  indicò, nei secoli a venire, quella strada.
In seguito agli interventi del cosiddetto Risanamento, avvenuto a fine del XIX secolo, la strada fu ampliata. Nella parte centrale, tutti gli edifici preesistenti furono abbattuti per costruire la nuova Università, e, di fronte, palazzi di civili abitazioni.
 La fontana fu smantellata, fatta a pezzi e portata in un deposito del Comune dal quale poi i vari pezzi sparirono   definitivamente.
Lungo la strada si installarono librerie universitarie, caffè, locali per la battitura delle tesi di laurea e per rilegarle. C’era anche un cinema,“Astra”, ad uso e consumo di studenti squattrinati.
Malgrado tutti i mutamenti, Mezzocannone era, e cosi è ancora oggi, la denominazione ufficiale della strada.



giovedì 14 marzo 2019

Riviera di Chiaia




Larghi e Strade



La Riviera


Parallela al lungomare Caracciolo e alla Villa Comunale, corre la Riviera di Chiaia, una strada che inizia dalla Piazza Vittoria e arriva alla piazza della Repubblica, lì dove oggi c’è il palazzo del consolato statunitense.
Lungo la Riviera sorgono molti palazzi nobiliari costruiti, a partire dal XIX secolo, come quello Caracciolo di San Teodoro, Ischitella, la più famosa villa Pignatelli, e molti altri, mentre all’inizio della via si trova il noto negozio di cravatte “Marinella”. Percorrendo la strada da piazza Vittoria, vediamo a sinistra la villa comunale e, oltre, la via Caracciolo. Al termine, troviamo   un edificio, detto Il palazzo della Torretta, che divide la strada per Mergellina da quella che invece prosegue per Fuorigrotta e i campi Flegrei.


La storia di Chiaja e della Riviera è la storia di Napoli, troppo lunga e complessa per poterne parlare in poche righe. All’inizio, dove oggi è la strada, c’erano il mare e la spiaggia. In quella zona fu il primo insediamento di Partenope costruito sul monte Echia da migranti provenienti dall’area Greca intorno al X/IX secolo a.C.; e fu nel V secolo a.C. che altri coloni fondarono, su un altopiano degradante verso il mare, una nuova città, Neapolis, e la chiusero dentro alte mura. Poi, mentre Partenope spariva e la linea di costa cominciava a cambiare con il ritiro del mare, e le navi si insabbiavano, venne il tempo dei conquistatori: Romani, Goti, Bizantini, Normanni e Svevi, Francesi angioini e Aragonesi, e poi gli Spagnoli.
La spiaggia lungo la costa occidentale - la riviera che qualche autore chiama strada Puteolana, identificabile oggi con la via interna detta Cavallerizza a Chiaia – fu utilizzata prima a soli scopi militari per raggiungere più velocemente Pozzuoli e i Campi Flegrei attraverso la Crypta neapolitana, una grotta scavata sotto la collina di Posillipo nel periodo augusteo da Lucio Cocceio Aucto, ingegnere militare.



Riviera di Chiaia
La via costiera fu utilizzata in seguito anche per usi civili, sia nel periodo ducale e normanno-svevo, e fu molto frequentata dal periodo angioino in poi perché, con la Corte angioina a Napoli capitale, furono riscoperte le zone flegree e il piacere di recarsi alle Terme di Lucrino e Baia.
“Riparia” fu chiamata nel medio evo, dal termine latino ripa cioè la riva, così come dal latino plaga, terra o spiaggia, derivò anche, con la dominazione aragonese e poi spagnola, il catalano platja o il castigliano playa, poi deformato in Chiaja.
Nel periodo vicereale spagnolo   tutta la zona si chiamava già Chiaja, e iniziava a sorgere un piccolo borgo extra moenia intorno a un vallone, un antico alveo di acque piovane, ormai asciutto (oggi via Chiaia).
 Con la costruzione del nuovo palazzo vicereale – oggi palazzo reale in p.za Plebiscito – l’aristocrazia napoletana pensò di doversi avvicinare il più possibile alla Corte, e perciò si trasferì a Chiaia, a Toledo e dintorni, costruendo grandi palazzi circondati da grandi giardini, come i palazzi Cellamare, D’Avalos, Sirignano e altri.
Il lento ritiro del mare sostituito dalla spiaggia, favoriva lo sviluppo del borgo anche sul percorso costiero, sulla Riviera, fino alla biforcazione tra la strada che continuava dritta verso Pozzuoli attraversando la Cripta e quella c che invece portava a Mergellina.
Li fu costruita la Torretta (che oggi da il nome alla zona), una Torre di avvistamento e di presidio militare, nel 1564 per volere del viceré duca di Alcalà, dopo una incursione di pirati Saraceni (dipinto di Gaspar Van Wittel).
La spiaggia ormai era diventata molto larga e avanzata rispetto al percorso, ottima per i pescatori che tiravano in secca le loro barche e stendevano al sole le reti che le donne riparavano.  Sorgevano lì piccole costruzioni che erano le loro case, e anche locali e osterie, come la taverna di Florio, una delle più famose di quei tempi, situata proprio sulla strada di Chiaja, di fronte all’isolotto di San Leonardo (oggi sarebbe all’altezza della rotonda Diaz).
Nel 1697 era viceré di Napoli Luis Francisco dela Cerda y Aragon, duca di Medinaceli. Egli approvò un progetto di abbellimento della spiaggia di Chiaia. Benedetto Croce in “Storie e leggende napoletane”, scrive che il Viceré fece “selciare la via con grandi pietre, e piantar lungo il mare una fila di salici per ombreggiarla”. Tra gli alberi, a intervalli regolari furono installate anche delle fontane.



Riviera La Pira


Credo che quello fu l’inizio, o almeno un tentativo, di una ristrutturazione globale della Chiaia e una prima idea di passeggiata vicino al mare.
Bisognò attendere circa 80 anni, e relativi mutamenti politici, per riprendere quell’ idea con Ferdinando IV di Borbone, figlio di Carlo. Tra il 1778  e il 1780, egli fece realizzare sull’ area della spiaggia, lungo la riviera,  un giardino urbano, un vero e proprio passeggio, molto di moda in quegli anni, per opera di Carlo Vanvitelli, figlio del più noto Luigi.
Fu chiamato "Real Passeggio di Chiaia", un giardino, piantato a lecci, pini, palme, eucalipti, che si estendeva per oltre 1 km lungo la costa, adorno di sculture e statue di epoca romana e neoclassiche.
Il borgo di Chiaia continuò la sua espansione, dai primi decenni dell’Ottocento la Riviera fu man mano occupata da quei grandi palazzi e ville delle grandi casate nobiliari, che avevo citato all’inizio di questo articolo (dipinto di G.La Pira).
La riviera di Chiaia cominciava ad assumere l’aspetto che in parte possiamo vedere ancora oggi. In parte perché oltre il real passeggio, la costa era costituita ancora dalla spiaggia e occupata dai pescatori di Santa Lucia e di Mergellina, fedelissimi dei Re Borbone. Ma, come si sa, nel 1860, Il regno spariva, la Sicilia e i territori meridionali venivano inglobati nel nuovo regno sabaudo.
Fu costruito il nuovo quartiere di Chiaia, con nuovi edifici interni alla Riviera e nuove strade. Nel 1870 il Real passeggio borbonico fu denominato “villa comunale e fu ampliato sul lato mare, mentre si iniziò a pensare alla sistemazione, o meglio, alla eliminazione, della spiaggia. Nel 1876 fu inaugurata la prima linea tramviaria napoletana, con trazione a cavalli, sul percorso Torretta-Riviera di Chiaia-Chiatamone, successivamente allungato fino al Reclusorio (o’ serraglio, ovvero l’albergo dei poveri in piazza Carlo III). Verso la fine del secolo i cavalli vennero man mano sostituiti dal sistema di mobilità a vapore e poi tutto fu elettrificato.
Tra la fine del XIX secolo, nel periodo del Risanamento, e l’inizio del ‘900 tutta la linea di costa fu colmata: la spiaggia, la Chiaja, l’antica playa, i pescatori, non andavano più bene per una città da modernizzare, e fu creata via Caracciolo.
Iniziava l’epoca delle prime automobili e degli autobus, oggi si sta scavando sotto la Riviera per la Metropolitana.
Della strada che scorreva lungo il mare non resta che il nome, perché diventata una via interna, allontanata e separata dal suo mare, dalla villa comunale e dal lungomare.





venerdì 12 ottobre 2018

Montesanto






Larghi e strade


Montesanto


C’era una volta, a Napoli, un grande esteso vallone, coperto da boschi di ulivi e pini (da cui il nome Olivella e Pignasecca, “secca” perché i pini si seccarono improvvisamente in maniera inspiegabile), ai piedi della collina del Vomero. Per salire e scendere si usavano sentieri scoscesi e grezze scalinate: ancora oggi possono essere percorsi, naturalmente solo a piedi, le “pedemontine”, come quelle che partono da S. Martino, o il Petraio o anche i  Cacciottoli o ancora la salita san Francesco, da via Belvedere.



Chiesa di Montesanto


Tutta l’area era fuori le mura occidentali della città: chi usciva dalle porte chiamate Romana e Donnorso, si trovava davanti a una grande vallata attraversata da un fiumiciattolo, il Sebeto, una volta alimentato da acque provenienti dalle colline di Capodimonte e del Vomero, poi sempre più asciutto.  Pochi edifici di carattere religioso sorgevano dalle colline al mare e anche qualche torrione di guardia, fino alla costruzione del Castelnuovo.
Fu poi il ben noto don Pedro di Toledo che, nel 1534, avviò una serie di interventi urbanistici ed edilizi che allargarono la città e la trasformarono completamente. Le antiche mura medievali   furono consolidate e allargate, inglobando nella città nuovi territori, come la strada che continua a portare il suo nome, i Quartieri spagnoli e, a fianco a questi, l’area della Pignasecca e di Montesanto.
La nuova murazione occidentale saliva dalla odierna chiesa dello Spirito Santo, attraverso la vallata di Montesanto, fino “ad meza falda del monte de santo Erasmo” (S. Elmo), da dove poi riscendeva verso la Playa, cioè Chiaja, e Santa Lucia, per poi ricollegarsi ai bastioni e alle casematte di Castelnuovo dalla parte di mare (oggi Molo Beverello e piazza Municipio).
 Gli storici non sono tutti d’accordo sul tracciato di queste mura, poiché alcuni pensano che arrivavano fin sopra la punta più alta del Vomero, a S. Elmo, dove già c’era il Castello e la Certosa di S. Martino.
Ai piedi della collina, le nuove mura scorrevano, prima di iniziare la salita, lungo la laterale dell’odierno Ospedale dei Pellegrini, fondato nel 1570 dal cavaliere gerosolimitano don Fabrizio Pignatelli (si faccia attenzione a questo cognome "Pigna...."), su un suolo di sua proprietà. Restavano fuori dalle mura l’attuale Piazza Montesanto, l’Olivella e la via Tarsia.
L’area dell’attuale via Tarsia, fu proprietà degli Spinelli, famiglia aristocratica del XVI secolo, principi di Tarsia, città calabrese della provincia di Cosenza. Gli Spinelli, dovendo trasferirsi a Napoli capitale, e alla Corte vicereale, dovettero trovarsi un ‘abitazione degna di tanto nome e fecero edificare un palazzo monumentale.  Raccontano gli storici dell’arte, che il palazzo era qualcosa di veramente imponente e grandioso: occupava tutta la zona a monte della chiesa di S. Domenico Soriano al largo del Mercatello, si estendeva dal Cavone all’attuale piazza Mazzini, da salita Pontecorvo a Montesanto e aveva un grandioso giardino.  Con l'estinzione della famiglia Spinelli, sia il giardino sia il palazzo furono variamente riutilizzati. Il piano terra, ad esempio fu trasformato prima in cinema, l’Astoria, e poi nel teatro “Bracco”, dedicato al commediografo Roberto Bracco. A fianco era l’Istituto nautico. Tutti i viali di questa abitazione, grandi e piccoli, costituiscono oggi le strade e i vicoli della zona, l’attuale piazzetta Tarsia sembra sia stata niente altro che il cortile interno del complesso.





Vico Spezzano



Nel XVII secolo, nel vallone ai piedi della collina del Vomero, fu fondata una chiesa, detta di Santa Maria di Montesanto, ad opera di una comunità di Frati Carmelitani provenienti da un omonimo monastero siciliano.  Da lì nacque il nome, e   si diffuse a tutta la zona e quindi alla piazza attuale. In quella Chiesa si trova la tomba del musicista Alessandro Scarlatti.
 Restata ancora fuori le mura, gli abitanti della zona e delle colline che volevano entrare in città, dovevano arrivare al vicino largo del Mercatello e entrare per la porta Reale, che si trovava all’ altezza della chiesa dello Spirito Santo.
Essi non amavano questo tragitto e alcuni di loro, probabilmente sull’esempio di quanto era accaduto anche con Port’ Alba qualche anno prima, cominciarono a scavare di nascosto, “nu’pertuso“– un pertugio, un buco - per poter passare almeno uno alla volta.
Racconta Giuseppe Porcaro ne “Le Porte di Napoli” (ed. Del Delfino) ,..”..uno sconcio Pertuso, quindi, fu fatto da quegli abitanti nel muro occidentale della città, presso Montesanto, attraverso il quale, per la via dell’Olivella, i collinari di S. Martino accedevano nella capitale, raggiungendo agevolmente i centri storici e commerciali e l’area portuale.”.
Le Autorità, dopo vari inutili interventi di riparazione, presero atto della situazione e viste le continue petizioni degli abitanti, per consentire il passaggio regolare di tutti quelli che andavano e venivano dalla collina, nel 1640, Don Ramiro Nunez de Guzman, duca di Medina, fece costruire una Porta che prese il suo nome, “Medina”. La nuova porta, si trovava, secondo gli storici, più o meno tra l’ingresso dell’ospedale dei Pellegrini e la strada che lo costeggia, quasi di fronte alla stazione della Cumana e della funicolare. Fu l'ultima porta ad essere costruita e fu anche l'ultima ad essere demolita nel 1873, ma del nome di Portamedina resta traccia ancora oggi nella toponomastica della zona. Sul largo, il vico Spezzano, luogo di memorie personali, arrivava – e arriva – dalla piazza Mazzini.
 Montesanto stava cambiando.  Dopo qualche anno, nel 1892, fu inaugurata la ferrovia Cumana che doveva portare, passando per Pozzuoli, fino a Cuma e Torregaveta. La linea andò avanti a vapore fino al 1927, quando fu elettrificata. Alla partenza da Napoli, la Cumana entrava immediatamente nella galleria scavata sotto la collina del Vomero, che, da quanto mi raccontavano, servì da rifugio antiaereo durante la guerra.




Funicolare di Montesanto

Negli stessi anni   era stato inaugurato il Rione Vomero e quindi fu messa in cantiere la funicolare, inaugurata nel 1891. La funicolare si inerpicava su per la collina, era tutta di legno, fino a metà anni 60 del XX secolo, dai sedili alle porte che dovevano essere chiuse una a una dal macchinista. Oggi   è stata modernizzata, con apertura e chiusura automatica delle porte, rinnovata all’interno e ripulita.
A due passi dal largo di Montesanto, proprio alle spalle, troviamo la Piazzetta Olivella dove fu installata la stazione della metropolitana di Napoli, oggi detta linea 2, ma   è la più antica poiché in funzione dal 1925.
La Pignasecca è ancora zona di grande mercato, dalla frutta e verdura al vestiario, dal pesce a articoli casalinghi, con piccole trattorie tipiche, caratterizzata da una folla che lavora, si muove, si arrangia, e da auto e motorini che passano con difficoltà per non parlare delle ambulanze dirette all’Ospedale che ha l’ingresso proprio su quella strada.