sabato 16 giugno 2012

La via del Sole e l'Anticaglia


La strada, poco più di un  sentiero, si inerpica sulla collina, ombreggiata da grandi pini marittimi,attraverso campi e orti..
Da qui si sale sull’Acropoli, dove sorgono gli edifici civili, per l’amministrazione della nuova città, e i siti religiosi .
Lì, sul luogo più alto e assolato, in una atmosfera quasi incantata, sorge il tempio del Dio protettore della città , Helios / Apollo: una facciata di otto bianche colonne corinzie e il frontone, sul quale è dipinto, con il suo carro del sole, il Dio il cui culto è caro ai Cumani, fondatori della città .
Più giù, verso l’agorà, stanno sorgendo altri templi, mentre sotto la cinta muraria, nel doppio muro, si scorgono stazzi per animali, pozzi e depositi di generi alimentari..
Da quassù si può vedere anche il mare e il  porto, navi panciute da carico all’ancora, triremi da guerra e altre  appena giunte con nuovi coloni, barche tirate a secco sulla spiaggia. A sinistra, il vulcano che incombe sul golfo .
Neapolis, la nuova città, sta crescendo e si sta sviluppando,  stiamo creando strade, tre grandi, in direzione est/ovest e altre che le incrociano in direzione nord/sud;come ci ha insegnato Ippodamo da Mileto.
Gli abitanti stanno aumentando: Cumani , Sanniti ,Osci, Pithecusani, Ateniesi,…dovremo creare nuovi spazi e nuove abitazioni e forse allargare le mura.
Si vedono in giro anche tipi strani,un pò rustici, grezzi,  cafoni, come diciamo noi, che vengono da nord, da un villaggio etrusco del Lazio, si fanno chiamare Romani, si atteggiano già a padroni del mondo; credo che tra qualche anno dovremo fare i conti con loro.  
Tra pochi anni, infatti,  Roma  si affaccerà sulle colline circostanti e prenderà la città.. 
Il sentiero  del Sole verrà man mano modificato e assorbito dagli edifici; poco tempo ancora e il tempio di Apollo, così come quelli degli altri Dei, verrà spogliato, derubato, sotterrato e inglobato da case e templi di un’ altra fede religiosa.



Quando ho saputo che “Visite guidate Neapolis itinera”, aveva organizzato un itinerario storico-culturale partendo dalla via del Sole non ho potuto rinunziarvi, e ho rimandato altri impegni già assunti.
Come potevo non andare,dal momento che lì ero nato, e lì avevo vissuto i primi 7/8 anni della mia vita.
Oggi , del “vicus Solis”, così come l’ho immaginato, è rimasto solo il nome - via del Sole -,  non è più quell’ antico sentiero, è invece una strada assolata, senza alberi, più larga dei vicoli adiacenti, che sale dritta verso il decumano superiore.
Sulla destra, salendo, l’antica caserma dei pompieri, oggi  un grande edificio vuoto e un enorme portone chiuso, dal quale una volta entravano e uscivano gli automezzi a sirene spiegate,…sulla sinistra, recintata, tutta la zona del vecchio Policlinico.
Guidati dalla simpatica dott.sa Roberta, il gruppo, di circa trenta persone, arranca sulla salita per arrivare all’inizio dell’Anticaglia, in via Sapienza.
Anticaglia è un nome stranissimo, la parola indica in genere o un oggetto o usi e costumi antiquati, assolutamente fuori moda. E questa strada è così chiamata proprio per l’esistenza sul suo tracciato di resti di murature di un antico edificio romano, identificato dagli archeologi come  parte dell’antico Teatro, che all’epoca sorgeva alle spalle del tempio dei Dioscuri, oggi basilica di S.Paolo Maggiore.
Ma la definizione più corretta di questa strada che porta almeno 4 nomi,  - la via Sapienza, la via Pisanelli, l’Anticaglia propriamente detta e via Santi Apostoli – è quella latina di Decumano superiore.
Non starò qui a ripetere la storia del  tracciato a griglia della città vecchia, di Ippodamo da Mileto, dei decumani e dei cardini, ma basta ricordare che a Neapolis i decumani erano tre, superiore, maggiore e inferiore, in direzione est/ovest, incrociati dai cardini, le strade più strette, in direzione Nord/Sud.
I più famosi e più conosciuti da turisti ma anche dai napoletani sono il decumano major , cioè via Tribunali, e ancora di più la cosiddetta Spaccanapoli, il decumano inferior. Quello superior, l’Anticaglia appunto è in genere dimenticato e poco conosciuto, ma è un grosso errore, poiché chi si avventura su l suo tracciato – diverso dagli altri due perché più articolato e non rettilineo come gli altri – può scoprire la storia della città fin dalla fondazione.
Subito dopo l’inizio di via Sapienza e prima di via Pisanelli, ci fermiamo nello slargo di Regina Coeli, che deriva dal nome della chiesa lì esistente.
Prima di entrare, la nostra attenzione viene indirizzata sul palazzo di fronte, che all’apparenza non ha nulla di particolarmente interessante,  è abitato da famiglie normali e si vedono panni stesi sui balconi.
Senonchè, in una nicchia nel cortile interno, visibile anche dall’esterno, è contenuto un busto di un tale con elmo e corazza. Si tratta di un guerriero aragonese, cioè del periodo del regno napoletano degli Aragona dal 1441 al 1503. Probabilmente, quel guerriero apparteneva alla famiglia che costruì il palazzo, i Bonifacio, di cui non si hanno molte notizie. Gli storici parlano di una tal Dragonetto Bonifacio,che nel 1460 aveva avuto la castellania di Aversa e fu padre di 4 figli, 3 maschi e una femmina. Questa si chiamava Carmosina, ed è lei che abitò in questo palazzo.
Qualcuno penserà: ma chi se ne frega, ma chi è ‘sta Carmosina, e perché ci mostrano questo palazzo? Ha ragione, questo palazzo non ha storia, e  Carmosina non fece nulla di rilevante.
Il vero motivo per cui  Carmosina viene ricordata è per una presunta e non provata storia d’amore con il poeta napoletano Jacopo Sannazzaro (1456/1530)e per alcuni versi che questi scrisse per lei.
Ci fu chi disse che non  dovesse “ passarsi sotto silenzio il palazzo che fu dimora della casa Bonofacia e dove abitò Carmosina di questa prosapia, tanto vagheggiata da Giacomo Sannazzaro, il Virgilio napoletano, celeberrimo poeta latino e toscano”( “ I PALAZZI DI NAPOLI del 1845 di Luigi Catalani ( Roma 1809, Napoli 1867, architetto municipale di Napoli).  “Toscano” è da intendersi come italiano, o meglio “ volgare” poiché all’epoca il toscano stava prendendo il sopravvento sugli altri volgari.
Jacopo Sannazzaro, nato a Napoli nel 1457 e morto sempre a Napoli nel 1530, poeta e umanista, è rimasto famoso sia per le Egloghe, poesie bucoliche di ispirazione virgiliana, sia per l’Arcadia, romanzo pastorale in prosa e versi.
Si racconta che Jacopo era innamorato, e ricambiato, di Carmosina Bonifacio, che era diventata anche la sua maggiore ispiratrice; non si conoscono, però, molti elementi per provare questo legame, se non qualche epigramma, come:  “ charmosinem quisquis seu vir, seu foemina vidit, deperit”, cioè qualsiasi uomo o donna abbia visto Carmosina, se ne innammorò perdutamente.
Iacopo, diventato uomo di corte di re Federico III di Aragona(1451/1504), lo segui in esilio quando nel 1503 a Napoli arrivarono gli Spagnoli, e tornò nella città solo dopo la morte dei Federico avvenuta nel 1504.
Ma, quando egli tornò, Carmosina era morta, e non restò altro che dedicarle un epitaffio.
Secondo alcuni ( V.Gleijeses, la Storia di Napoli, ed SEN 1974 pag.556), Carmosina sarebbe morta “appena quattordicenne”.  Possibile? Nel 1504, quando tornò a Napoli, il nostro Jacopo, se la data di nascita è quella del 1457, aveva più di 50 anni. E la ragazza sarebbe morta tra il 1503 e il 1504, a 14 anni. A me sembra  che qualcosa non quadri, e lascio a chi legge eventuali commenti.     
Di fronte al palazzo Bonifacio c’è la chiesa di S.Maria Regina Coeli, che da il nome anche alla piazzetta.
Regina Coeli è una delle tante chiese di Napoli. In questa città ci sono più chiese che a Roma: da un conteggio approssimativo ce ne sono almeno 350/400.
La costruzione di edifici religiosi, compresi i monasteri, prese piede con il regno Angioino molto legato al Papato, al quale Carlo I° d’Angiò doveva il regno. Era stato infatti chiamato dal Papa Urbano IV, per combattere contro gli eredi dello scomunicato Federico II, e  conquistarne il regno.
Il legame tra il Papa e gli Angioini, fece sì che la città, diventata capitale del regno al posto di Palermo, si riempisse di conventi e chiese, di frati e monache tutti gli ordini religiosi e che fosse introdotta l’Inquisizione.
Fu una vera e propria frenesia quella di edificare chiese e monasteri, che durò anche con i successivi governanti, Aragona,  Spagnoli e Borbone: furono sfruttati tutti gli spazi ancora disponibili entro  e fuori le mura, distruggendo campi, orti e giardini,  torri e porte di accesso, senza alcun rispetto per la storia della città, buttando giù antiche costruzioni e depredandone materiali e arredi.
Con tutti questi edifici religiosi e di conseguenza le sovvenzioni  economiche reali e quelle degli ordini religiosi, fu abbastanza naturale che tutti i maggiori artisti, napoletani e non, architetti, pittori scultori, per secoli furono chiamati  a lavorare per abbellirli ed è per questo che, se ancora oggi si vogliono vedere opere d’arte  bisogna visitare le chiese della città.
Tornando a Regina coeli, quante volte negli anni sono passato per questa piazzetta senza accorgermi di questo edificio, soprattutto perché sempre chiuso, sempre anonimo.
Oggi è aperta perché è il maggio dei monumenti, malgrado monaci, monache e preti, facciano di tutto per scoraggiare i visitatori;  naturalmente sono vietate le foto e si sprecano i controlli.
La chiesa, con annesso monastero, è gestita da suore di un ordine, per me sconosciuto – suore della carità secondo alcuni, per altri suore del’ordine di s. Agostino - , che ci seguono e ci controllano, come Cerberi, passo, passo.
 Secondo Gennaro Aspreno Galante nel suo Le Chiese di Napoli,  “ questa chiesa è una delle più belle di Napoli, e le proporzioni sono elegantissime”.
Regina coeli  fu edificata nel 1594 dall’architetto Francesco Mormando, e costituisce un importante esempio di arte rinascimentale e barocca
La facciata è molto semplice, una ampia scala e un portico ci conducono dentro.  L’interno è composto da una unica navata e da cappelle laterali:  è un tripudio di legno, marmi, di quadri e affreschi.
Il soffitto è di legno a cassettoni  Al centro, la rappresentazione della nascita, l’annunciazione e assunzione di Maria sono dipinti da Massimo Stanzione, mentre le virtù ad olio sono di Micco Spadaro, si ammirano poi i dipinti di Luca Giordano raffiguranti scene della vita di s. Agostino .
Le monache sono gelose anche del chiostro, la cui entrata principale è in via S.Gaudioso, questo chiostro a mio parere, non presenta nulla di particolarmente  e artisticamente rilevante, al centro c’è una fontana pozzo del XVI secolo, in marmo circondata da sfere e obelischi,  mi ricorda altri che ho già visto, come quello delle monache di S.Gregorio Armeno.  

Usciti dalla via S.Gaudioso, ci incamminiamo verso l’ospedale degli Incurabili. L’ospedale fu fondato nel 1520 /22  e si chiama così perché era riservato a pazienti affetti da malattie che, all’epoca, erano considerate “incurabili”.
Dicono che sarebbe interessante visitarne la  Farmacia, ma la nostra guida ci informa che non è stata data l’autorizzazione.
Chi è riuscito a visitarla parla di un vasto salone rivestito di legno di noce, diviso in scaffalature e vetrine, nelle quali sono esposte bottigliette e bicchieri, che servivano per contenere medicinali, vetri di Murano e di Boemia o lavorati a Napoli e centinaia di vasi di maiolica. Il salone è abbellito da dipinti del XVI sec. e di epoche successive.
La nostra attenzione viene attratta, sotto l ‘ospedale, da alcuni ruderi: sono i resti delle mura greco-romane che come si sa, correvano  lungo l’attuale via Foria. Le mura, quelle che ancora vediamo in piazza Bellini, dicono gli studiosi, si prolungavano lungo l’attuale via Costantinopoli, giravano a destra in direzione di via Foria, e deviavano all’incirca lungo la attuale via S.Giovanni a Carbonara, scendendo verso la zona di Forcella, dove ci sono tracce ancora visibili in piazza Calenda; da qui si dirigevano verso la spiaggia, che all’epoca si stendeva lungo la strada detta il Rettifilo, risalivano il dislivello di via Mezzocannone, e, lungo la direttrice di P.za S.Domenico e via S.Sebastiano, si ricongiungevano a piazza Bellini.
Proseguendo lungo il percorso, ci si ritrova all’interno della porta S. Gennaro. Questa è una delle quattro. porte della città vecchia rimaste in piedi, insieme a port’Alba, porta Nolana e a quella che io considero la più importante, porta Capuana.
Fin dalle epoche più antiche, in questa zona – via Forìa -, lungo il percorso delle mura, c’era sicuramente un torrione o due, e una porta, dalla quale si snodava uno dei percorsi settentrionali di collegamento con la zona collinare di Capodimonte: sul largo antistante – oggi piazza Cavour -  c’erano alberi di pino, che diedero poi il nome al luogo, di Largo delle pigne.
La  posizione attuale della porta è quella del 1537, quando il vicerè don Pedro de Toledo allargò le mura, e fu cosi chiamata perché portava  alle catacombe di S. Gennaro, sulla collina di Capodimonte.
Il Santo è ricordato anche nell’affresco dipinto sulla porta. Risale al 1656, durante una gravissima pestilenza e fu dipinto da Mattia Preti, pittore calabrese
Mattia , che sapeva usar la spada come e meglio del pennello, era fuggito da Roma, nel 1648,  per avere ucciso in duello non si sa bene se il marito della sua amante o un altro pittore che aveva criticato un suo dipinto.
 Inseguito dalle guardie pontificie, era arrivato alle porte di Napoli, che però erano chiuse da un cordone sanitario a causa della pestilenza. Le guardie napoletane perciò gli avevano impedito l’ingresso in città. Ma Mattia, infuriatosi, tirò fuori la spada, uccise una guardia e violò il divieto di ingresso.
 Ricercato e catturato, fu condannato a morte. La sua fama di artista però gli salvò la vita, la sua condanna infatti fu tramutata in “ lavoro coatto”, fu cioè condannato a dipingere tutte le porte della città che aveva violato. Così tutte le porte ebbero il loro affresco, e quello di porta S. Gennaro è l’unico ancora abbastanza visibile. Ma… sicuramente meriterebbe un restauro.  
Mentre il gruppo prosegue, il mio itinerario finisce qui, per altri impegni personali. Spero di poterlo portare a termine un’altra volta.


sabato 2 giugno 2012

VOMERO




“ Jesce sole, jesce sole, nun te fa cchiù suspirà, siente maje che li’ figliole hanno tanto da prià”
( Canto delle lavandaie del Vomero:  una preghiera al Sole – esci Sole, esci….non farti pregare tanto.. ) Secondo alcuni risalirebbe al XIII° secolo.
Ci si riferisce ai lavatoi pubblici e alle lavandaie, che sembra fossero  di casa al Vomero. Il loro compito,secondo una testimonianza del XVIII° sec.  ” è di lavare i panni, ciò che fanno con tanta esattezza e religione che a rendergli belli e bianchi, invece del venefico sapone, usano la schietta calce viva finamente spolverizzata”.  Lavatoi pubblici esistevano ancora a fine ‘800. .

Non vi è altro luogo in città, come quello degli spalti di castel S.Elmo, da cui si possa avere la visione generale dell’intero golfo di Napoli, del Vesuvio, delle isole, delle catene di monti che formano l’orizzonte, ed avere allo stesso tempo la sensazione meravigliosa di librarsi quasi in aria e cogliere d’un colpo la vista della grande metropoli”. ( M.Rosi, Napoli entro e fuori le mura,N.C. Editori 2003).
S.Elmo è la parte più alta della collina del Vòmero. La collina  fa parte di un più vasto sistema che va da Capodimonte, all’Arenella, ai Camaldoli, fino a Posillipo, e che circonda tutta la città.
Il Vòmero, oggi, è un rione della città, grande e popoloso, insieme all’Arenella e al Vòmero alto, ed è il più giovane, essendo stato fondato appena nel 1885; per questo alcuni sostengono che è soltanto un quartiere residenziale, e soprattutto “ senza storia”. Certo, non è Toledo, né la Vicarìa, non è la città vecchia, ma che sia senza storia mi sembra, come vedremo, una affermazione quanto meno azzardata.
Il Vòmero prende probabilmente il suo nome, secondo gli storici, dal “vòmere”, l’organo principale dell’aratro, e dovrebbe far riferimento alla natura antica del luogo, dove c’erano poderi e masserie, campi coltivati e quindi contadini.
Del Vomero – secondo gli storici - si inizia a parlare appena nel medio-evo, poiché in epoca romana, la collina veniva chiamata “Paturcium”, e in epoca ancora più antica veniva indicata, insieme a tutto il sistema collinare, “Pausilipon”,(Posillipo), - pausilipon -, parola del greco antico che significa pausa, che acquieta, il dolore, che libera dagli affanni.
Tutta la zona era indicata, infatti, per l’aria buona e per l’ ”otium”- il riposo dalla vita pubblica, e la meditazione -: al villaggio del Vomero ci si andava, da sempre e fino agli inizi del XX secolo, per la villeggiatura nei poderi e nelle case di campagna, ma anche per gite giornaliere e per mangiare nelle trattorie paesane..“ Maggio. Na’ tavernella ncopp’Antignano” così scriveva Salvatore di Giacomo, ai primi del ‘900, cosi anche Rocco Galdieri nel  “Vommero sulitario: “ mmiez’a friscura, a ‘o Vommero p’è strate ‘e S.Martino”.  
Ma già  alla fine dell’800, all’inaugurazione del nuovo rione, erano iniziati i danni al paesaggio, sia con la costruzione delle funicolari – Montesanto e Chiaia -,  poi con quella “centrale”, e  con la costruzione delle Vie Scarlatti e via Luca Giordano e le strade vicine; furono costruiti quei palazzi e quelle abitazioni, che oggi definiamo d’epoca, e che ancora vediamo fino a piazza Vanvitelli e oltre, mentre l’Arenella era ancora un villaggio, e la piazza Medaglie d’oro era solo un’ idea.
E’ del dopoguerra, dalla fine degli anni ’50 in poi, l’assalto alle colline, l ‘ occupazione di zone ancora rurali e la costruzione di condomini sempre più grandi, e un vero e proprio esodo di  intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare, quasi novelli coloni, i nuovi rioni.
La conseguenza fu che, insieme ai nuovi  residenti,  sorsero tutti i servizi e  le varie attività commerciali, e perciò scuole, banche, negozi, bar,uffici comunali, uffici postali, ospedali ed altro..
Come non ricordare il bar “Sangiuliano” a piazza Vanvitelli, e poi anche a piazza Medaglie d’oro, e “Imperatore”, friggitoria, bar e trattoria, in via Scarlatti prima del ponte di via Cilea, luoghi di ritrovo della gioventù dell’epoca,  e il bar Daniele a via Scarlatti, .la famosa pizzeria “al Ragno d’oro”. Non ci sono più, e resistono soltanto l’antica pizzeria ”Gorizia” e la friggitoria “Vomero”, meta degli studenti delle vicine scuole, di impiegati e casalinghe.
Di dieci sale cinematografiche, oggi se ne sono salvate quattro, il Vittoria a piazza Arenella, l’Arcobaleno in via L.Giordano, il Plaza in via Kerbaker, e l’America  su a S.:Martino. Diventato oggi “America hall”. L’Ideal, in via Scarlatti, fu  il primo a sparire sostituito da un grande magazzino, seguito poi dagli altri; mentre un paio, Diana e l’Acacia si sono trasformati in teatri.
Il Vomero voleva diventare il “quartiere bene” della città, e chi andava ad abitarvi riteneva di avere quasi un titolo si superiorità: il “ vomerese” credeva - e ancora oggi crede - di distinguersi dai residenti di altri quartieri,  e raramente “scende” a Napoli. Oggi il rione è una città con una popolazione di circa 700/800 mila residenti, collegata con il centro storico non solo con le funicolari e gli autobus, ma da qualche anno, con la Metropolitana.  Le vie Luca Giordano e Scarlatti costituiscono ancora il centro del Vomero, sono diventate zone pedonali  frequentatissime, con le loro boutique e i caffè.
E miracolosamente, ancora esiste e, soprattutto, resiste agli assalti della “civiltà”, uno spazio verde: è la villa ”Floridiana”, uno dei posti più belli non solo del Vomero, ma della città..
Entrare dall’ingresso di via Cimarosa – ce n’è un altro dalla via Aniello Falcone – significa lasciarsi alle spalle grida, rumori e traffico, e immergersi in un’altra dimensione: piante, prati inglesi ben curati,  e viali alberati degradanti, nel silenzio interrotto soltanto dal canto degli uccelli e dalle voci dei bambini che giocano e delle madri che li accompagnano. Si va giù per la collina fino ad arrivare a una terrazza panoramica da dove si gode lo spettacolo di tutto il golfo, dalla punta della Campanella al Vesuvio, a Capri di fronte, e fino a Posillipo.
Oggi, però, i visitatori  – in verità da un paio d’anni almeno –, sono stati privati di questa visione. Non si può arrivare alla terrazza perché è tutto transennato: “ è vietato oltrepassare le transenne  per pericolo di crollo alberi”.   
Perché si chiama “Floridiana”?  E’ presto detto: si chiama  così dal titolo della duchessa di “Floridia”, la siciliana Lucia Migliaccio, che ne fu la proprietaria.
Ferdinando di Borbone ( 1751/1826), re di Napoli dal 1759, soprannominato “ il re Nasone” o il re “ lazzarone “ era sempre stato molto sensibile al fascino femminile e non si lasciava scappare occasione per portarsi a letto tutte le donne che voleva, senza alcuna distinzione  sociale, popolane, nobili, borghesi. Basti pensare che ebbe 17 figli, di cui 10 però morti ancora bambini. Aveva sposato Maria Carolina d’Austria, figlia di Maria Teresa l’imperatrice, e sorella di Maria Antonietta, la regina di Francia ghigliottinata, insieme al marito Luigi XVI, durante la rivoluzione.
Tra le altre amanti, Ferdinando fu però particolarmente preso dalla signora Migliaccio, duchessa di Floridia, già vedova di un principe e madre di ben cinque figli, e nel 1814, alla morte della regina, egli a 63 anni, volle sposarla morganaticamente.
Il matrimonio morganatico era quella forma matrimoniale, utilizzata a quell’epoca da nobili ma soprattutto da regnanti, con donne di diversa estrazione sociale o comunque non nobili né di livello reale, che non dava diritto né al titolo né alla successione, neanche per i figli.
.Come regalo di nozze, Ferdinando regalò alla sposa una villa posta sulla collina del Vomero, poco più di una casa di campagna, e ne affidò la ristrutturazione all’architetto toscano Antonio Niccolini ( 1772/1850).
Niccolini faceva parte di quella folta schiera di artisti che venivano a lavorare alla Corte napoletana, come erano  stato Vanvitelli, Hackert, e Van Pitloo e altri. Egli aveva lavorato nella natia Toscana e quindi si era trasferito a Napoli dove, tra gli altri lavori, ristrutturò anche la facciata del teatro S.Carlo dopo l’incendio del 1816..
L’edificio fu rifatto in maniera eccellente: “ la facciata dell ‘edificio si apre – a dirla con C.De Seta -  su uno dei più bei panorami della città, la grande scalinata di marmo s’adagia sul crinale della collina e diviene essa stessa parte del paesaggio”. Si racconta che Ferdinando, quando tutto fu pronto, come un qualsiasi innamorato, “ per il suo compleanno invitò la duchessa a far colazione alla villa, e nel tovagliolo le mise l’atto di donazione”( H.Acton, I Borbonr di Napoli).
La villa restò in proprietà privata degli eredi della duchessa fino a quando, nel 1919, fu definitivamente acquistata dallo Stato: il palazzo fu destinato nel 1920 ad accogliere  le collezioni  di ceramiche, porcellane, maioliche e produzioni minori in vetro, smalti, coralli e avori di Placido di Sangro, duca di Martina.
Oggi la villa è ancora proprietà dello Stato – stranamente nessun ministro “creativo” ha pensato ancora di vendersela – ed è aperta al pubblico gratuitamente, fino al tramonto.
Quel che sembra essere immutabile è “Antignano”. Da quanto mi ricordo non è cambiato il reticolo stradale, c’é la stessa pavimentazione in basoli - lastroni squadrati di pietra vulcanica-, con i suoi negozi di alimentari, macellerie, pescherie, salumerie e panetterie, con un vecchio chiosco di acqua e bibite nel largo omonimo –  oggi definitivamente chiuso –, e soprattutto per il suo mercato ortofrutticolo.
Antignano, tanto per smentire quelli che parlano del Vomero come di un luogo senza storia,  ha invece  una storia antichissima.
 Fin dai tempi della fondazione e poi in epoca romana, dalla città  alla collina, e viceversa, si andava a piedi o a dorso di mulo per  vari sentieri:  dalla  salita del Petraio, o dalle rampe di S.Antonio a Posillipo e da lì, attraverso sentieri si arrivava al Vomero, o dai Ventaglieri dietro Montesanto, o dall’Infrascata ( oggi Via Salvator Rosa e Conte della Cerra), o dalla cosiddetta “pedemontana “ che arriva fino a S.Martino , o per la calata S.Franncesco, che scende dalla via Belvedere e arriva fino a Chiaia.
Dalla collina, si poteva proseguire verso  Agnano,  per poi raggiungere Pozzuoli  e Cuma. La via più frequentata era quella dell’Infrascata, ed era detta  “ via per montes”:  fu utilizzata, dicono gli studiosi,  come unica strada fino alla scavo  della “crypta neapolitana – oggi la galleria di Piedigrotta – che consenti di arrivare a Fuorigrotta e quindi immettersi sulla strada costiera di Pozzuoli e successivamente sulla Domiziana , costruita poi nel 95 d.c.dal nome dell’imperatore Domiziano che si originava da Sinuessa ( Mondragone),dalla antica via Appia.
Sulla base di ritrovamenti archeologici, gli studiosi hanno tracciato il percorso “ per montes”: partendo da Neapolis, dalla porta sita più o meno nella zona tra piazza Dante e lo Spirito Santo, il sentiero, costeggiando corsi d’acqua e tra  pini e querce, si inerpicava su per i Ventaglieri o il Cavone giungendo nella zona di piazza Mazzini. Da qui si saliva per l Infrascata, - via Salvator Rosa e via Conte della Cerra - per arrivare nell’ area di piazza Artisti e quindi attraverso Antignano, raggiungeva probabilmente la via Case puntellate – il cui nome è tutto un programma  –, e quindi iniziava la discesa all’altezza della Pigna, per giungere verso la Loggetta, e quindi dirigersi verso Agnano.
Intorno alla strada, sorsero sicuramente case e casali rustici, poderi e masserie, ma anche un mercato, “cauponae”, taverne e luoghi di ristoro  per mercanti e viaggiatori,  militari e corrieri e almeno un villaggio. La strada, dopo qualche tempo, cominciò ad essere chiamata “Antiniana” e così il villaggio “Antignano”:  sull’ origine di questo appellativo sono state fatte molte ipotesi che qui non cito, per brevità. Ma concordo con quella che mi sembra l’unica accettabile, e cioè che la parola Antignano, sulla strada che va ad Agnano deriverebbe da “ ante Agnanum” cioè prima di…Agnano...
Da qui, si racconta,  passò, nell’anno 305 d.c., il corteo che portava il corpo del Santo patrono di Napoli, Gennaro, decapitato a Pozzuoli, per deporlo nelle catacombe omonime, e si racconta anche che il famoso miracolo della liquefazione del sangue sia avvenuto qui per la prima volta.. Per questo motivo sorse nella zona una “ecclesia  S.Ianuarii” poi demolita, e per questo motivo esiste oggi la chiesa di S.Gennaro a Antignano.
Tra bancarelle di frutta e verdure, un occhio attento riesce a vedere un antico edificio con un bel cortile interno. Sulla parete dell’ingresso una lapide costruita dall’architetto regio Antonio de Simone per ordine di  Ferdinando I re delle due Sicilie nel 1818, è dedicata a Giovanni Pontano, poeta, letterato e umanista. Questa era la sua villa, costruita nel 1472. Era nato in Umbria, a Cerreto di Spoleto nel 1429, si trasferì a Napoli, dove oltre all’interesse per la letteratura e la poesia, fu ministro del re  Ferrante d’Aragona, e soldato e precettore dell’erede Alfonso. Nel 1494 si ritirò a vivere qui a Antignano, e  vi morì nel 1503.
Poco distante dalla villa fu posto il dazio del regno;  ancora oggi,  sul muro dell’ antico edificio doganale, dove  oggi c’è una tabaccheria,  c’è una vecchia e scolorita lapide che dice : “Qui si paga per gli regj censali “
Lasciata Antignano, dopo aver percorso, via Luca Giordano e via Scarlatti, superata la piazza Vanvitelli, arriviamo alla funicolare di Montesanto. Siamo in una delle zone più tranquille di questo rione, e la strada che percorriamo – via Morghen e via Tito Angelini – ci porta lì dove avevo iniziato questo racconto, al castello di S.Elmo, e alla Certosa di S.Martino.
A Napoli non c’è angolo di via che non ti sorprenda con un colpo d’occhio originale su monte S. Elmo, su Posillipo, sul Vesuvio. In fondo a qualunque strada della città si scorge a mezzogiorno il Vesuvio e a tramontana S.Elmo”, così nel 1816 Stendhal – nel suo diario di viaggio” Roma,Napoli e Firenze” -, descriveva una  classica cartolina di Napoli, dove appunto appare in alto sulla collina, visibile da ogni parte,  S.Elmo,  cosi come già appariva nella tavola Strozzi, dipinta nel 1472.
Nel 1325, sotto il regno di Roberto d’Angiò, era iniziata la costruzione del  monastero dei frati Certosini, quella che oggi è la Certosa di S.Martino, con il suo magnifico chiostro.
Proprio a fianco del monastero, sulla parte più alta della collina, detta allora di Belforte,  sulle rovine di un vecchio torrione di vedetta , d’epoca normanna, ma forse anche più antica, il re, considerata la posizione strategica del luogo, dispose l’edificazione di un “ palatium sive castrum”, cioè non solo un castello di osservazione e difesa, ma anche un palazzo per abitarvi.
Oltre al castello, sulle pendici  della collina, sorgevano già ville e casali,  e  alcuni palazzi immersi nel verde.
 Insieme a Castel nuovo –o Maschio Angioino -, a Castel Capuano e Castel dell’Ovo, al castello del Carmine, e ai Forti di Ischia e Baia da un lato e ai Torrioni di vedetta di Torre Annunziata e Torre del greco e di Stabia dall’altro, il sistema difensivo del golfo era  completo.
 Come dal nome di Belforte si sia giunti a Sant’Elmo è difficile dirlo, e anche qui tra gli studiosi si è accesa una discussione, peraltro stucchevole, sul nome “Elmo” dal momento che non esiste come nome proprio, né esiste alcun santo con lo stesso nome: sembra che nel posto esistesse una  antica chiesa dedicata a S.Erasmo, ed il luogo veniva probabilmente già indicato  comunemente con questo nome.
Da Erasmo, probabilmente, si arrivò presto a una deformazione nel linguaggio comune, passando prima a Ermo e poi a Elmo.
Ovviamente il castello subì nel corso dei secoli varie ristrutturazioni e, da abitazione e castello, come era stato progettato, diventò una vera e propria imponente fortezza, un esempio di ingegneria e architettura militare cinquecentesca, voluta dal solito Don Pedro di Toledo, l’unico vicerè  che invece di  sfruttare le ricchezze della città e di mangiarsi tutto, pose mano a una seria ristrutturazione di tutta la città, non per niente ancora oggi c’è la via Toledo.
Don Pedro fece allargare tutta la murazione della città, salendo anche sulle colline e raggiungendo S.Elmo. Il castello fu munito di quei bastioni altissimi che vediamo ancora oggi e intorno furono creati fossati e altre fortificazioni e postazioni di artiglieria. Per accedere al piazzale dove oggi c’è l’ingresso della certosa  si doveva attraversare una porta che era inserita nelle nuove murazioni appena erette.
Il castello, così sistemato, risultò assolutamente imprendibile anche in tempi più recenti.
S.Elmo fu ovviamente, fino a qualche anno fa, in uso alle autorità militari, mentre oggi è aperto al pubblico ed è sede di manifestazioni culturali.
Intorno al castello, sulla stradina che porta alla Funicolare, oltre a bei palazzi d’epoca e meravigliose ville, sorgono anche i “ bassi “, quelle tipiche abitazioni napoletane site al piano stradale.
Alla fine di questo breve excursus, non resta altro che affacciarsi dal piazzale antistante l’ingresso della Certosa e ammirare la sottostante città vecchia, distinguere sulla sinistra Capodimonte e la Reggia, riconoscere Spaccanapoli e il tetto verde di S.Chiara, e allungare lo sguardo verso la Stazione e poi lungo la costa, e infine sul Vesuvio, il “ formidabil monte Sterminator Vesevo” ( G. Leopardi, La ginestra). .

lunedì 21 maggio 2012

Una lettera



Esimio Dottore,

Abbia la compiacenza di prestarmi qualche attimo della Sua attenzione.
Ella ha lasciato,esimio dottore, una “eredità” invero scomoda, perché qualsivoglia persona,alla inevitabile comparazione, non regge il confronto.
Non è vuota retorica da “ludi cartacei”, non è evidentemente un discorso interessato. Ella – sfortunatamente – non è più il nostro direttore perciò….., ma è una pura e semplice constatazione di fatto obiettivamente riscontrabile.
E non è – mi creda – una mia personale e isolata opinione, ma è quella espressa da tutti indistintamente, dipendenti e ……..
Del dott….. si ricordano: l’eleganza sobria e perfetta, il tratto educato e signorile, il gestire misurato e sicuro, l’umanità e il senso di giustizia (litteris, sermonibus, humanitate).
 Questo di Lei si dice e queste doti – non comuni -  si confrontano con altre “doti” rappresentate da chi, giunto evidentemente da un altro “pianeta”, è all’antitesi di quelle qualità di cui Lai si compiace per naturale indole.
L’ “impatto” , dopo di Lei, è stato traumatizzante! Ed è proprio il caso di dire che “natura espellas furca, tamen usque recurret”.
Perdoni lo sfogo ma – mi creda – dimenticato lo sfogo le cose stanno veramente nei termini dianzi cennati!
Personalmente ho di Lei una grande opinione e nei di Lei confronti ho un debito di riconoscenza inestinguibile.
La ricorderò sempre, dot…….,  con stima, ammirazione e gratitudine. La mia libertà è tuttora “sub judice”, ma se avrà esito positivo verrò a farLe visita, previa telefonata.
Voglia accogliere i più cordiali e rispettosi saluti, con i sensi dela stima che Lai ben conosce.
Mi creda …Suo dev.mo

                                                                                          xxxxxxyyyyyy

sabato 25 febbraio 2012

I guardiani di San Severo


Tempo fa avevo scritto, su “arte ricerca.com”, un breve articolo sulla Cappella San Severo di Napoli – v.anche “giovanniattina blogspot storia e storie” – e su Raimondo di Sangro, principe di SanSevero, che l’aveva rifatta e resa, come ancora oggi la vediamo.

Personaggio controverso e discusso già dai suoi contemporanei ( 1710/1771) , scienziato, alchimista, gran maestro della Massoneria napoletana dell’epoca, letterato e inventore, consigliere del Re Carlo di Borbone e di suo figlio Ferdinando, è stato al centro di storie fantastiche e leggende popolari.

La Cappella, e ciò che contiene, è rimasta la sua opera più famosa, oggi è stata trasformata in un Museo “privato”. Essa è visitata dai napoletani e dai turisti che si avventurano per le antiche strade del centro storico; ma non è più una cappella, intesa come luogo di culto.

“ Non è una chiesa – scriveva la scrittrice Matilde Serao a fine ‘800 – è una tomba”.

E’ una impressione che ho ricevuto io stesso nella mia ultima visita, lì tutto è morte, “ la cappella è glaciale – diceva la Serao - , pavimento di marmo, marmo alle pareti, tombe di marmo,statue di marmo……..tutto è gelido, tranquillo, serenamente sepolcrale.”. La scarsa illuminazione contribuisce a dare al visitatore una sensazione di freddezza e di mistero, per non parlare dei due cadaveri conservati in teche di vetro nel sotterraneo.

Ma non è di questo che voglio parlare.

Quello che mi interessa sottolineare qui è stato l’atteggiamento degli incaricati della sorveglianza, a mio parere assolutamente inadeguato e sgarbato.

Appena entrato, scopro che ci sono più sorveglianti – anzi guardiani – che visitatori, e che razza di guardiani! Cerberi* in divisa blu, scortesi e arrabbiati, che hanno aggredito – per poco anche fisicamente - un giovane visitatore straniero che voleva scattare una fotografia. Gli è stato letteralmente urlato, e qualcuno si è spinto verso di lui per bloccarlo, che è vietatissimo fare foto.

Io e gli amici che erano con me siamo rimasti assolutamente stupiti da questo comportamento, poiché bastava dirlo all’ingresso che sono vietate le foto o mettere un cartello in varie lingue

A far passare la voglia di continuare la visita, ha contribuito però un ulteriore episodio, che ha per protagonista una guardiana dall’aria seriosa e incazzata, alla quale non si poteva chiedere neanche una informazione: una signora aveva chiesto se c’era una toilette e si è sentita rispondere, con aria scocciata e nervosa, che era all'ingresso, ma quale ingresso? Non c'era niente, all'ingresso.

Alla stessa persona ho chiesto da che parte si scende nella cripta, a stento ho ricevuto un mugugno.

Agli amici meravigliati per quel che avevano visto e vedevano, soprattutto davanti alle ”macchine anatomiche”, mi è scappato di dire che il principe doveva essere un po’” pazzo”; lo stesso Cerbero di prima, che ci seguiva e ci sorvegliava come se fossimo soggetti pericolosi, senza che nessuno gli aveva chiesto niente, è intervenuto e mi ha aspramente rimproverato che il principe non era pazzo, ma un genio.

Da qui ne è nata una breve discussione con botta e risposta, e l’invito a questa “ signora” a star calma e ad avere un comportamento più educato verso visitatori paganti, che possono esprimere comunque il loro pensiero. D’altro canto, il Principe è stato sicuramente un genio, ma sarà consentito nutrire qualche dubbio sulla salute mentale di un soggetto che si era divertito a far esperimenti su cadaveri? La “signora” ribadiva che considerava una offesa chiamare pazzo un “ suo antenato”(?).

Avrei potuto continuare a insegnare l’educazione a questa asserita discendente del principe, ma ho preferito chiudere lì e andarmene, seguito dagli altri; mai più metterò piede in quel luogo, e sconsiglierò, a chi me lo chiede, di andarci.

Generalmente invece ho trovato sempre addetti alla sorveglianza cortesi, salvo quella volta che nella chiesa di S.Gregorio Armeno dove una anziana donna, che sembrava inginocchiata in preghiera, senza alcun segno distintivo che la qualificasse come sorvegliante, mi ha gridato di tutto solo per aver visto la macchina fotografica tra le mani.

Questo divieto di fotografare nelle chiese napoletane, oltre che nel detto Museo privato, mi è assolutamente incomprensibile, non saranno mica segreti di Stato o aree riservate per la sicurezza nazionale? O sarà perché le foto bisogna comprarle nel negozio annesso? Eppure basta andare su internet e si trova tutto quel che si vuole.

Nei musei le foto sono consentite, senza flash, mentre nelle chiese e nelle basiliche occorre mi disse una sorvegliante, quella volta gentilmente, il permesso della Sovrintendenza.

Strano, da quanto ho visto personalmente, questo divieto non esiste in altre città. Evidentemente, a Napoli, ci sarà qualche motivo particolare, da napoletano dico che era necessario mettere un po’ di ordine, ma poi bisogna mantenerlo senza intolleranza e con cortesia..

Avrei potuto avvalermi della mia qualifica di giornalista-pubblicista per conto della rivista scientifica-culturale “Artericerca”, ma cosa sarebbe cambiato?

Ho verificato invece, come vengono trattati – male - i visitatori. E se quello che ho appena descritto è il sistema, non credo che il Principe ne sarebbe soddisfatto.


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* Nella mitologia greca, Cerbero è il guardiano dell’Ade, il modo dei morti, inflessibile e spaventoso; è raffigurato come un grosso cane a tre teste, con una coda di drago e il corpo ricoperto di serpenti, ed emette latrati paurosi. Solo Ercole, nella sua ultima delle dodici famose fatiche, riuscì a domarlo. Nel linguaggio corrente, indica un guardiano intollerante e pignolo.

lunedì 23 gennaio 2012

A Roma, quando erano a tavola


Allora vediamo, su un vassoio che stava sotto, pollame ingrassato,ventresche di scrofa e, nel mezzo, una lepre con le ali in modo da raffigurare Pegaso. Agli angoli del trionfo si vedevano inoltre quattro satiri armati di piccoli otri, intenti a versare salsa piccante sopra alcuni pesci che vi nuotavano come nello stretto di Euripo. Ci mettiamo tutti ad applaudire, a cominciare dai servi, e attacchiamo allegramente queste vivande prelibate”( Petronio, Satyricon, 36).

Chi ha letto la descrizione della cena in casa dell’ arricchito e ignorante liberto Trimalcione, chi pensa a Lucullo – ai cibi detti appunto “luculliani -, chi semplicemente ha solo visto qualche film su Roma antica e i Romani, si è fatto l’idea che, all’epoca, c’erano solo lusso e raffinatezze particolari, distesi su triclini, ubriachi, schiavi e schiave che si prestano a tutti i servizi, vassoi esagerati di carni e pesci, frutta e vino a fiumi.

Le rappresentazioni di questo tipo, che si riferiscono all’età imperiale, quando Roma aveva ormai conquistato tutto il Mediterraneo, anche se esagerate, e un po’ ridicole, sono, almeno in parte, rispondenti alla realtà dei ricchi dell’epoca

L’alimentazione quotidiana di gran parte della popolazione era, invece estremamente frugale, veloce, e ai limiti della pura e semplice sussistenza.

I Romani primitivi non avevano neanche il pane, la cui apparizione e uso generale – secondo gli storici - risalirebbe appena al II secolo a.C. Prima essi mangiavano la “puls”, una specie di pappa di frumento,una specie di farinata di farro – secondo Marco Terenzio Varrone (116/27 a.c.) è il prodotto più antico - , cotta in acqua e sale, insieme a ortaggi, verdure e frutta, mentre la carne e il pesce non erano alimenti molto diffusi e comparivano sulle ricche tavole , solo nei giorni festivi.

Teniamo presente che non c’erano pomodori, patate, agrumi, zucchero, caffè e thè, c’erano invece piselli, cavoli, porro, fagioli, aglio, mele e pere, uva, noci e castagne, il latte non aveva alcuna importanza, mentre l’unica bevanda inebriante era il vino, bevuto anche allungato con acqua, mischiato al miele, e anche caldo. ( K. W. Weeber, Vita quotidiana nell’antica Roma ).

Si cambiò quando Roma escì dai propri stretti confini laziali, e andò alla conquista prima dell’Italia, della Magna Grecia, poi del Mediterraneo e dell’Oriente: i rozzi legionari entravano in contatto con civiltà antiche e superiori, assaggiavano quello che offriva il paese occupato, portando con sé nuove conoscenze, e nuovi cibi.

I gusti perciò cambiavano, come si dice oggi si “ globalizzano”, la cucina cominciò ad usare altri ingredienti, come spezie provenenti dall’Oriente e carni di animali, che al nostro palato e alla nostra mentalità suonano non solo disgustosi ma anche immorali, i fenicotteri e le gru, i pavoni, i pappagalli.

Ci meravigliano certi gusti, ma è un po’ quello che è successo in tempi più vicini a noi, basta pensare agli alimenti arrivati dopo la scoperta delle Americhe, basta pensare alle varietà di cucine esotiche alle quali ci siamo abituati negli ultimi 40 anni, basta pensare alle diversità che comunque ancora sussistono tra gusti e pietanze tra Occidente e Oriente e anche negli stessi paesi europei.

Mangiamo oggi piatti cinesi o indiani dal gusto esotico, agrodolce, ma dimentichiamo che nella cucina siciliana, di derivazione araba, l’agrodolce era ed è normale e accettato, così come le verdure alla scapece, in cui si unisce menta e aceto.

Era usuale, 2000 anni fa, nella cucina romana mescolare sapori nella stessa pietanza, come menta e aceto con miele e mosto cotto.

Ma quello che veramente può farci inorridire è quel particolare condimento – che chiamerò Salsa per una più facile comprensione – che i Romani , e per romani intendo tutti quei popoli conquistati, spalmavano su tutto, dal pesce al formaggio , dalla carne alle uova.

La Salsa aveva vari nomi a seconda della qualità: “garum”, “murìa”, “liquamen”, e se pensiamo al significato odierno della parola “liquame”, possiamo già disgustarci.

Si trattava di una salsa di pesce, ottenuta con un miscuglio di interiora di pesci di varia grandezza, rivoltata più volte per ricavarne una poltiglia che poi veniva esposta al sole, per farla fermentare.

Immaginiamo l’ odore!

Fatto ciò, questa poltiglia veniva filtrata attraverso un cestino, ottenendo così la Salsa da condimento.

Il “garum” costituiva la parte nobile della salsa e richiedeva molte cure, lavoro e spese; era perciò molto costosa: il migliore, raccontano gli autori, proveniva dalla Spagna, ma in Italia era famoso anche quello prodotto a Pompei.

Le altre salse erano costituite dagli avanzi, erano perciò meno buone, e più a buon mercato.

Oggi non possiamo sapere che sapore avessero queste salse, ma lo immaginiamo acuto e acido e un odore un po’ forte, secondo qualcuno potrebbe avvicinarsi a quella che oggi è la pasta di acciughe o le stesse acciughe salate.

La codificazione di quel che ho finora detto, dalle fantasie di carni e pesci all’incredibile modo di preparare certe pietanze, per certi banchetti, vien fatta risalire al cuoco più famoso dell’impero romano, Apicio, il Carnacina, il Vissani, dell’epoca.

Di quest’ uomo non ci sono notizie certe: secondo alcuni studiosi un certo Marco Gavio Apicio visse sotto Augusto e Tiberio ( I° sec.d.C.) e dovrebbe essere l’autore della prima stesura del libro” De Re coquinaria”. Successivamente ci fu un Claudio o Celio Apicio che visse sotto Traiano(53/117 d.C.), e sembra che ampliò il testo di quel libro aggiungendo le proprie conoscenze in materia.

Poiché Claudio era nome romano e Celso nome etrusco, qualcuno ha ritenuto che fossero due persone diverse e che entrambi abbiano ampliato il trattato secondo le proprie esperienze.

Nel Rinascimento, Apicio era considerato un famoso ghiottone, un buongustaio che mangiava “ calcagni di cammello e creste strappate a galli vivi, lingue di pavone e di usignolo…”.

Di ipotesi gli studiosi ne hanno fate tante, come anche quella che “Apicio” sia solo uno pseudonimo, ma restano appunto, ipotesi: l’unica cosa certa è che un cuoco, che si faceva chiamare o si chiamava Apicio, vissuto tra il I° sec. a.C,. e il IV° sec.d.C. , mise per iscritto le sue ricette..

De re coquinaria”è un libro di cucina, contenente centinaia di pietanze originali e particolari, varie ricette e spiegazioni. Chi lo scrisse si rivolgeva sicuramente a palati raffinati dell’epoca , a nobili annoiati e ai nuovi ricchi, con piatti fantasiosi e salse sofisticate che, come già detto, al nostro gusto odierno possono sembrare quanto meno stravaganti..

A proposito delle salse, riporto un consiglio di Apicio per correggere il liquamen: “se la salsa di pesce manda cattivo odore, capovolgi il barattolo dopo averlo vuotato e mettilo sopra il fumo di foglie di alloro e di cipresso; fallo stare all’aria e poi riempilo di salsa. Se questa ti sembrerà salata, aggiungi un quartino di miele e mescola con gambi di lavanda.

Così avrai migliorato il profumo della salsa. Anche col mosto recente otterrai lo stesso effetto.”

Per conservare la frutta come i fichi freschi, mele, pere e prugne, Apicio consigliava di cogliere tutta la frutta con i piccioli e di metterla nel miele, “badando bene che non si tocchi”.

La lettura di questi consigli e delle ricette è non solo interessante e istruttiva, ma anche divertente, c’è ad esempio la preparazione di una salsa acida ( oxygarum) per digerire,: “ 15 gr. Di pepe, 3,5 di segallica Seli ( dovrebbe essere un’erba ),6,5 di cardamomo,6,5 di cumino,1,5 di nardo e 6 di menta.Pesta tutto e, appena seccato, impastalo con il miele. Dopo aggiungici e mescola con la salsa ( liquamen o garum) e l’aceto”. Altro che amaro o limoncello, quel miscuglio lì doveva essere meglio dell’idraulico liquido!

Riporto ancora qualche ricetta che oggi ci sembra quanto meno strana, come il piatto di Rose:

“ Prendi delle rose e sfogliale: togli il bianco dai petali che metterai nel mortaio, bagna di Salsa e lavora. Aggiungi, dopo, una tazza e mezza di Salsa e passa il sugo al colino. Prendi quattro cervella, snervale e tritaci 20 chicchi di pepe. Bagna con il sugo e mescola. Dopo rompi otto uova, aggiungi una tazza e mezzo di vino una tazza di passito,poco olio. Poi ungi una padella e mettila sulla brace calda versandoci ciò che abbiamo detto. Quando arriverà a cottura cospargi di polvere di pepe e porta in tavola”.

Per le stravaganze, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Prendiamo ancora l’inizio del libro VII° . che inizia con: “ vagine sterili, callo, lombo, cotenna ecc. “Per fare la vagina arrostita avvolgila nella crusca e dopo mettila in salamoia e così cuocila”.

Poi, una semplicissima frittura di alici, che tanto ci piace ancora oggi, la “ patina de apua fricta”: “lava le alici, rompi delle uova e sbattile con poca acqua, aggiungi la Salsa ( il solito garum o liquamen),il vino e l’olio; metti al fuoco e quando bollirà gettaci le alici. Quando tutto sarà incorporato, rivoltalo con delicatezza. Fai prendere colore e bagna con Salsa acida semplice (?). cospargi di pepe e porta in tavola”.

E la poppa di scrofa? Impossibile non assaggiarla! “Bisogna lessarla e infilzarla con stecchi, cospargerla di sale e metterla o in forno o su una graticola, aggiungere pepe, ligustico, Salsa ( al solito), vino puro e passito, addensare con amido e ricoprire la poppa”.

La gru bisogna prima lessarla con pepe , cipolla .sedano, mosto aceto e la solita salsa: ”quando la metterai a cuocere, la sua testa non deve toccare l’acqua, ma deve rimanere fuori, quando sarà cotta, avvolgi la gru in un tovagliolo caldo e strappale la testa che si tirerà dietro i nervi e rimarranno la carne e le ossa; cum nervis, enim, manducare non potes”.

Tutto era innaffiato da vini di ogni tipo, il rosso e ”ardente” Falerno, il bianco Vitis Apiana (Fiano d’Avellino) e il Phalanx ( Falanghina), e altri provenienti dalle provincie, come il gallico Cardonnacum( chardonnay) o il Borgogna e il Pinot noir, anch’essi provenienti dalla Gallia ( Roma caput vini, di G.Negri e E. Petrini, ed.Mondadori).

Per gustare tali “raffinatezze”, i ricchi romani organizzavano banchetti ( cene), cominciando a sdraiarsi sul triclinium, già all’ ora IX, (circa le quattro pomeridiane). Il triclinio, il cui uso era stato importato dalla Grecia, non era altro che un letto a tre piazze, e ce ne potevano essere più di uno, intorno a uno o più tavoli, dove ci si stendeva nella massima libertà e rilassatezza sul lato sinistro generalmente, per prendere i cibi , già prima tagliati e fatte a pezzi, con la mano destra.

Le donne, nei primi tempi della Repubblica, non potevano distendersi, ma mangiavano sedute, e non potevano bere vino; poi le cose cambiarono, le donne conquistarono il loro diritto di partecipare alla “dolce vita”, al piacere del cibo e del bere, e anche altro.

Non mancavano “cene e feste eleganti”, con “escort” dell’epoca: dopo aver abbondantemente mangiato e soprattutto bevuto:”….ci lasciavamo andare a piacevoli giochetti al cospetto di Dioniso. Una baciava il compagno reclinandosi all’indietro (Alcifrone, scrittore greco del II° sec.., da “Lettere di cortigiane”), e gli lasciava toccare il seno, mentre, fingendo di guardare altrove,gli strofinava le natiche sull’inguine. In noi donne si risvegliavano ormai i desideri…..”.

Ma c’era anche qualcosa di diverso: “ Per l’uomo il nutrimento più vantaggioso è costituito da alimenti semplici: l’accumulo dei sapori è funesto, ancor più se li si accompagna con un condimento……..Tutto ciò che è eccessivo risulta dannoso in ogni aspetto della vita, ma soprattutto nell’alimentazione: così non vi è nulla di più utile che ridurre il superfluo”.

Non è un dietologo di oggi che prescrive una dieta, ma è il consiglio espresso, duemila anni fa, da Plinio il vecchio ( 23/79 d.C.), nella Naturalis Historia, libro XI, che evidentemente i ricchi e gaudenti Romani, non tenevano in alcuna considerazione.

Segretissimo ? ?

Quella che segue è una storia vera, solo i nomi sono stati cambiati e inventati.

All’epoca - era il 1996 -, Domenico dirigeva un carcere di una cittadina di montagna, isolata, tranquilla; l’istituto era – ed è - piccolo, ma pieno di ogni tipologia di detenuti: sezione maschile e sezione femminile, una sezione per collaboratori di giustizia. In un’ altra sezione c’era,invece, un detenuto, uno solo, ma famoso, sottoposto al regime particolare del 41/bis.

Domenico era lì dal lunedì al sabato, qualche volta anche la domenica, ma abitava in un’altra città, una città di mare, a circa due ore di distanza.

In una stupenda giornata di fine maggio, sabato, aveva preso un giorno di ferie. Non erano neanche le otto del mattino, voleva andare al mare, godersi la bella giornata e un fine settimana tranquillo, sole, mare, la sera con gli amici.

E invece …., lo squillo del telefono diede inizio a un week-end “diverso”.

Mentre sentiva la voce dell’ispettore Trapani che lo salutava, già immaginava qualche problema. “Credo che Lei dovrà tornare qui, le passo il tenente Neri, inviato dal Ministero….”. “ Buongiorno dottore, non posso dirle niente per telefono, è una cosa segretissima e di sicurezza, lei dovrebbe tornare in sede”.

A queste parole, seguì una breve discussione sul fatto che lui era in ferie, e lì restava, che c’era un sostituto, e che comunque, l’ordine di rientro poteva darglielo solo il suo diretto superiore.

Chiusa la telefonata, la giornata già non era più la stessa. Il dubbio, la curiosità di sapere cosa c’era, e il senso del dovere, spinsero Domenico a ripensarci e a telefonare al suo capo, al Provveditore, per chiedere cosa doveva fare. Tra loro nessun segreto, erano dello stesso corso, si conoscevano da sempre: Domenico seppe, così, che si trattava dell’arrivo di un “arrestato eccellente”, un mafioso, un killer, Bruni Giovanni, arrestato il giorno prima in Sicilia, che il DAP, su richiesta di quella Procura, aveva mandato lì per motivi di sicurezza, tra le montagne. La presenza del direttore titolare in sede, non sembrava necessaria, e perciò non dava nessun ordine di rientro. A quel punto, però, fu Domenico a dire che sarebbe rientrato.

Dopo una serie di altre telefonate per informare che tornava e che però, non poteva certamente volare,: ”ho anche una macchina un po’ scassata, perciò arriverò tra un paio d’ore”

Domenico si mise in viaggio …e, per fortuna, gli vennero incontro con la macchina di servizio per recuperare qualche minuto.

Durante il viaggio fu informato che lo cercavano in Prefettura con urgenza, immaginò che si trattava dello stesso problema, quelli si preoccupavano dell’ordine pubblico, ma non era una notizia riservata ?

Arrivato sul posto, quella specie di ufficiale rimase molto deluso quando Domenico gli disse che già sapeva tutto.

C’era un po’ di agitazione, bisognava decidere dove mettere questo personaggio e non solo, erano in arrivo uomini del GOM ( Gruppo Operativo Mobile, un reparto addetto alla sorveglianza di detenuti “particolari”) per la sua custodia , bisognava sistemare anche loro in caserma.

Da Roma, telefonate di sostegno da parte di persone che, normalmente, non si sentono e non si vedono, Di Carlo, e un tal colonnello Monti, mai incontrato fino ad allora. Tutti davano il loro parere, e, a loro modo, un incoraggiamento. C’era un fax del Ministero, che gli ordinava anche di far la spesa al detenuto, “ma siamo pazzi, non ci penso neppure!”.

“Ma con tante carceri che ci sono , proprio qui dovevano mandarlo? Dalla Sicilia?”.

Domenico doveva andare in Prefettura, lo aspettavano, si portò dietro il tenente, almeno serviva a qualcosa. Riunione straordinaria del Comitato per l’ordine e sicurezza proprio per l’arrivo di Bruni., questore e comandante dei carabinieri , guardia di finanza, - “che palle!” - pensava -, come organizzare la sorveglianza esterna, cosa fare, raccomandò di dare poco nell’occhio, che si trattava di cosa riservata, nessuno deve sapere, e chiese, se proprio non se ne può fare a meno, una sorveglianza attenta ma discreta.

Ma sembrava però che da questo orecchio non ci sentivano, tutti in allarme e tutti volevano apparire, e fare la loro bella figura. Domenico era l’unico a pensare che era meglio stare al mare.

Tornato in sede, si decise che sto’ Bruni non doveva neppure entrare dentro, ma sarebbe stato sistemato in una sezione separata e vuota, ma bisognava riparare porte e finestre, installare una cucina per i pasti, verificare se era possibile la sorveglianza, il personale venne messo al lavoro per sistemare la camera.

Arrivò intanto un autobus dei GOM: mai visti tanti agenti sporchi, con tute di servizio sfasciate, barbe lunghe, disordinati. In casi normali, persone così sarebbero finite direttamente davanti alla Commissione di disciplina.

Si erano fatte le due e mezza del pomeriggio, e non si sapeva che ora doveva arrivare il detenuto, gli agenti chiamati a sistemare la camera lavoravano e sudavano.

Alle quattro non era cambiato niente, non c’erano novità, Domenico era uscito con il comandante a far quattro passi li intorno, anche per vedere se c’era sorveglianza: ce ne era, e come! Anche troppa, molto visibile, un carabiniere ogni 50 metri, macchine e altro, meno male che avevo raccomandato la riservatezza !

Ormai tutta la città sapeva che c’era qualcosa di grosso nel carcere. Infatti cominciarono le telefonate dei giornali e TV, ma Domenico pensò che era meglio non farsi trovare, che siano altri a dar notizie. La riservatezza era già sparita.

I lavori di sistemazione della cella erano al termine, i due agenti stavano lavorando come bestie senza guardare l’ora né mangiare, bisognava solo ringraziarli.

Avevano speso, per l’urgenza, un pò di soldi per il materiale necessario. Chi pagherà?

Intanto il tempo passava, alle sei del pomeriggio, non si sapeva niente di dove fosse finito sto’ personaggio e la scorta, se bisognava andarlo a prendere e dove, forse all’aeroporto: “all’aereoporto? Quale, quella specie di campetto che sta sulla strada, fuori città?”.

L’unico eccitato da questa avventura era l’ispettore responsabile delle scorte, e quell’ altro, il tenente, che organizzava piani di sicurezza e non sembrava capire che

alla fine, solo il direttore ne era responsabile, e quindi era l’unico che poteva prendere decisioni.

Era ora! .. la scorta si avviò all’aereoporto. Si erano fatte quasi le sette, ” non tutti i mali vengono per nuocere” disse Domenico al comandante, “sarà difficile a quest’ora

andare a far la spesa, il supermercato sta chiudendo !”, “ Meno male, dottò, domani è pure domenica, e stanno chiusi”. “Comunque procuriamogli qualcosa dalla cucina,.. non possiamo lasciarlo digiuno”.

Faceva ancora caldo, che bella giornata sarebbe stata, al mare, e invece……...

Ecco…l’ arrivo… altro che segretezza!.

Un elicottero volteggiava sopra il carcere, arrivava il furgone blindato, preceduto e seguito da macchine della polizia penitenziaria, e da altre, di polizia e carabinieri, un bel corteo, non c’è che dire, giusto per attirare l’attenzione.

C’era una folla di divise, Domenico si tenne ben in disparte, non gli piaceva tutto questo, il furgone accostò al portone, una folla davanti al portellone di uscita, il soggetto uscì dal furgone, coperto dalle divise….., fu un attimo ed era dentro, il portone venne richiuso.

Ricominciarono le telefonate dei giornalisti, sia locali sia nazionali, tutti chiedevano la stessa cosa: “ chi è arrivato?”, qualcuno chiedeva solo conferme, come se già sapesse.

Domenico fu costretto a negarsi al telefono, ma anche a non poter uscire, c’erano quelli che assediavano il cancello di ingresso e lo conoscevano, normalmente aveva sempre buoni rapporti con la stampa, ma ora era costretto a sfuggire alle domande, dovendo mantenere il segreto.

Un segreto di Pulcinella, era arrivata anche la RAI, che restò bloccata al cancello.

Un vero assedio, ma ora tra una cosa e l’altra si era fatta ora di cena, il soggetto fu sistemato, era stato immatricolato, la sorveglianza pure, sembrava tutto a posto, Domenico si ritirò nell’alloggio.

Ma non era ancora finita! Alle nove di sera, ricevette una telefonata da Roma, Ministero, una tale che si definiva collega – alla quale allora, a titolo di sfottò, Domenico, già incazzato, non riuscì a trattenersi dal chiedere quale carcere aveva mai diretto - disse di dover mandare un fax urgente e di andare a riceverlo personalmente.

“ Guarda che sono quasi le 10 – disse Domenico - , e non ho alcuna intenzione di ricevere i fax personalmente, prima perché non sono il caporale di giornata e poi

perché non ne sono capace, per cui trasmetti quello che ti pare e poi domani vediamo”. “Cosa dici, ma come fai? … ma noi stiamo qui lavorando – protestò la voce nervosa -…, quì siamo in guerra,.ora ti faccio chiamare dal capo….” Domenico fece osservare che la guerra non lo riguardava, e che poteva chiamarlo anche il Ministro, era la stessa cosa. “ Il fax mandalo pure, e domani vediamo”.

Il centralino lo informò che giornalisti continuavano a chiamare. Sul cellulare, la mia amica N. che mi fece: “ora ho capito perché sei corso via …hai ricevuto un ospite importante,….lo hanno detto ora, per telegiornale!”. Al telegiornale?!.

Era sbalordito, non è possibile, la segretezza, la riservatezza, la sicurezza. Chiacchiere! Chi aveva parlato? O era stato lo schieramento delle forze di polizia ad allertare i giornali, quelli locali e poi quelli nazionali?

Sapete quanto tempo fu ospite di Domenico, quel signore, dopo tutto questo?

Un solo giorno ! La domenica,… la mattina del lunedì ripartì all’alba e non si è più visto, se non in televisione.

Immaginate quanto è costata questa operazione? Hanno dovuto ripagare le spese e il giorno di ferie perso a Domenico, biglietti aerei per il trasferimento andata e ritorno per il detenuto e la scorta di tre persone, spese di trasporto e indennità per venti uomini idonei per la sorveglianza, spese per i lavori di adattamento della cella, straordinari a tutto il personale impegnato nei lavori e nella sorveglianza, polizia di stato e carabinieri, elicottero, ecc… .