domenica 18 ottobre 2015

La piscina





 

 

“…… si trovava al livello del pavimento della Piscina Mirabilis. L’acqua proveniente dal bacino defluiva sotto pressione superando una griglia di bronzo in una galleria ricavata nella parete, poi attraversava vorticosa la conduttura ai suoi piedi e infine veniva incanalata all’interno di tre tubatura disposte a ventaglio che scomparivano sotto i lastroni di pietra alle sue spalle, rifornendo la città e il porto di Miseno. Il flusso dell’acqua era controllato da una chiusa, incassata a livello della parte e azionata da un maniglione di legno attaccato a una ruota di ferro….”.   
 Questa breve descrizione è tratta da “ Pompei”, il romanzo di  Robert Harris, dove, con qualche piccola imprecisione e molta fantasia, si narra della famosa eruzione del 79 d.c. che distrusse le citta di Pompei, Ercolano  e quelle vicine:  Marco Attilio, “ aquarius ” – una specie di ingegnere idraulico -  responsabile del grande acquedotto Augusteo, giunto a Miseno, dove è ancorata la flotta del Tirreno, si rende conto che le sorgenti d’acqua vanno  esaurendosi e si mescolano allo zolfo; la sua indagine inizia proprio dalla Piscina, che all’epoca non era ancora “mirabilis”, ma una normale vasca di raccolta di acqua.  I fatti si svolgono nel mese di agosto del 79 d.c., sotto l’imperatore Tito. L’acquarius  dovrà convincere dell’imminente pericolo Plinio, il comandante di Miseno e altri personaggi. Tutti conoscono il finale di quegli avvenimenti, ma ovviamente, il protagonista e la sua ragazza forse si salveranno.
Questo racconto mi tornava in mente  quando, qualche tempo fa, visitavo la Piscina Mirabilis  di Bacoli.  Bacoli, chiamata anticamente Bauli,  è, oggi,  un Comune di quest’area,  a pochi chilometri da Pozzuoli e da Napoli; comprende le località di Baia, Fusaro, il lago Averno e Lucrino,  Miliscola e Miseno, e Cuma, antichi centri  greco-romani.




Miseno oggi

 

Per chi legge e non è nato e vissuto qui,  forse è necessaria qualche sommaria informazione sui luoghi e la loro storia.
Tutta l’area del golfo di Napoli, dal Vesuvio a Capo Miseno e alle isole di Procida e Ischia, è di origine vulcanica:  in particolare la zona di Pozzuoli e di Bacoli fa parte del sistema dei campi Flegrei, una serie di piccoli crateri, che vanno da Agnano alla più famosa “ Solfatara”, e più avanti il “ Monte nuovo”, chiamato così perché si è formato solo nel 1538. 
 Sui nomi dei luoghi sono fiorite, nell’antichità, storie e leggende:  Miseno il trombettiere – l’eolide Miseno, del quale nessuno più valido ad animare i guerrieri con il corno, e ad accendere Marte con il suono ( Virgilio, Eneide VI,163/165 ),  di Enea, il troiano;  Baia, da un ignoto Baios, un compagno dei viaggi di Ulisse,  Cuma,  sede della Sibilla, e il lago Averno dove era stato individuato uno degli ingressi all’Averno, il mondo dei morti, dove sarebbero scesi  Ulisse e Enea, per consultare l’indovino Tiresia.

Sui perché questi luoghi si rifanno alla guerra di Troia, all’ Iliade e all’Odissea, sono stati scritti libri su libri, formulate teorie e ipotesi che non posso qui raccontare, ma sembra sufficiente dire che tutti gli archeologi e gli storici concordano sul fatto che i racconti e l’individuazione di questi siti, nascono dai viaggi dei coloni greci nel Tirreno.
Tutta l ‘area è comunque  piena di siti archeologici, che ricordano non solo la colonizzazione greca – Pozzuoli, Ischia, Procida, Cuma, e la stessa Neapolis -  ma anche la conquista Romana, in ogni angolo e ogni località,  si trovano edifici, costruzioni,  sia civili, sia militari, religiosi di epoca greco-romana, ma tutti sono abbandonati, maltenuti, spesso sconosciuti dagli stessi residenti, e inaccessibili, senza una indicazione , una guida, nulla…
Baia, la città sommersa – ricordo una Torre in mezzo al mare, che era probabilmente l’ingresso del porto, oggi crollata - in realtà, fu  un luogo di villeggiatura alla moda, e di “ otium”, per i ricchi romani e i personaggi di rilievo dell’epoca imperiale, qui Nerone fece uccidere la madre Agrippina da Aniceto, comandante della flotta imperiale del Tirreno di stanza lì vicino, a Miseno,  e Miliscola deve il suo nome a “ militum schola”, la caserma dei soldati della flotta.

A Miseno, l’imperatore Ottaviano Augusto, circa nel 27 a. c., aveva istituito la base navale della “ Classis praetoria Misenensis”, sfruttando quella posizione geografica,  che  permetteva il controllo del Tirreno, e un rapido intervento nel mare nostrum.  L’altra base navale, per il controllo dell’Adriatico, era stata istituita presso Ravenna. Oltre alla posizione geografica, Miseno offriva un vero e proprio porto naturale, che poteva contenere almeno fino 250 imbarcazioni:  quinqueremi, quadriremi e triremi, liburne e altre ancora.  Il porto sfruttava un doppio bacino naturale, quello più interno di circa 3 km di circonferenza (detto Maremorto o Lago Miseno), in epoca antica dedicato ai cantieri e alla manutenzione navale, e quello più esterno, che era il porto vero e proprio. Gli storici, sulla base delle testimonianze d’epoca, calcolano che vi fossero non meno di 10.000 militari di stanza a Miseno, Bacoli e dintorni, se poi a questi aggiungiamo donne, bambini e schiavi, e quello che oggi chiamiamo indotto, fornitori vari, servizi e poi trattorie, taberne e popinae, e lupanari che, immagino, non potevano mancare, si può ritenere che  la zona fosse densamente popolata.
 Il comandante della flotta era il “Praefectus classis”, ovvero il comandante dell'intero bacino del Tirreno. Dalla sua residenza di Miseno, Plinio il vecchio, comandante della flotta nel 79 d.c., assistette alla eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano, Oplontis e Stabia, ed egli stesso vi trovò la morte, essendosi imbarcato per vedere da vicino il fenomeno e anche per portare aiuto alle popolazioni.
Fatta questa premessa, qualcuno potrà chiedersi: ma che c’entra la Flotta imperiale romana con la piscina del titolo ?
La parola latina “piscina” – che ancora conserviamo e usiamo in italiano – indicava una vasca con acqua, perciò anche serbatoio, cisterna. E questa era la funzione di questa Piscina di Bacoli, una cisterna di acqua potabile, si ritiene la più grande mai costruita dagli antichi Romani, ed aveva la funzione di approvvigionare le numerose navi e il personale addetto, della flotta ormeggiata nel porto di Miseno.


 L’aggettivo “mirabilis” – meravigliosa, straordinaria – fu aggiunto molti secoli dopo, dal poeta Francesco Petrarca, in visita al luogo, quando, anche se non più utilizzata e ormai in rovina, era ancora piena d’acqua e bisognava entrarci con una barca.
 La Piscina fu costruita in età augustea, in concomitanza con la decisione di stabilire in quel luogo l’ormeggio della flotta del Tirreno; venne interamente “ scavata” nel tufo della collina vicina al porto, a otto metri sul livello del mare. A pianta rettangolare, misura quindici metri di altezza, settantadue di  lunghezza e 25 di larghezza, e aveva una capacità di circa 12.000 metri cubi di acqua. La piscina era, ed è, sormontata da un soffitto con volte a botte, sorretto da 48 pilastri. a sezione cruciforme, ed è suddivisa in cinque navate longitudinali e in 13 trasversali. L’acqua veniva prelevata dai pozzetti realizzati su una terrazza sopra le volte, con macchine idrauliche e da qui, canalizzata verso il porto. Un’opera immensa, se ci si pensa, tutta scavata e costruita a braccia, con migliaia di schiavi.

 Tutta la struttura muraria e i pilastri erano ovviamente ricoperti da materiale impermeabilizzante. L’illuminazione e l’areazione dell’ambiente erano fornite dagli stessi pozzetti superiori, come ancora oggi vediamo, e anche da una serie di finestre poste lungo le pareti laterali. Sul fondo della piscina, nella navata centrale, abbiamo visto una “ piscina limaria”, una piscina nella piscina, di circa 20 metri per 5, abbastanza profonda, più di un metro, che era utilizzata come vasca di decantazione e di scarico, per la pulizia e lo svuotamento periodico della cisterna. La piscina era alimentata da uno dei principali acquedotti costruiti dai Romani, l’acquedotto Augusteo.
L’acquedotto era stato costruito  tra il 27 a. c, e il 14 d. c.,  iniziava dal fiume Serino, sull’altipiano Irpino – fino a pochi anni fa e ancora oggi a Napoli è conosciuta l’acqua di Serino -  era di circa 100 Km: scendendo con lieve pendenza,  riforniva le citta di Nola, Acerra, Atella, Pompei, Ercolano, Napoli – dove transitava sui cosiddetti Ponti Rossi a Capodimonte -, Pozzuoli, Baia, Cuma e terminava a Miseno.
 L’acqua scorreva in condutture di argilla, o più spesso di piombo,  materiali che potevano scoppiare in caso di pressione  troppo alta: Vitruvio, architetto, ingegnere e scrittore dell’epoca augustea, nel suo “De Architectura”, in 10 libri, nel libro 8° dedicato all’Idraulica, già a quel tempo metteva in guardia dai possibili rischi per la salute dovuti al piombo, e diceva che l’acqua dei tubi di argilla è più sana di quella dei tubi di piombo, e sconsigliava perciò di far passare l’acqua  attraverso i tubi di piombo.
Esterno Piscina
Gli acquedotti romani sono opere ancora oggi ammirate e ammirevoli, ancora oggi i resti di quegli acquedotti li troviamo un po’ dappertutto, a Roma imperiale, e anche altre città dell’impero, l’approvvigionamento idrico era eccezionale, sia nelle case private – privilegio di pochi ricchi -, sia nelle fontane pubbliche.
Plinio il vecchio, nella “ Naturalis historia”, studioso naturalista, e anche comandante della flotta di Miseno, affermava( XXXVI, 123): “ se ci si rende conto della sovrabbondanza di acque pubbliche, nei bagni, nei canali, in case, giardini e terreni fuori città, delle strade percorse dall’acqua, degli acquedotti costruiti, delle montagne scavate e delle valli spianate, si è costretti ad  ammettere che su tutta la terra non si è mai dato niente di più ammirevole”.
L’acquedotto Augusteo cessò di funzionare, come tante altre cose, con il decadere dell’impero, l’opera fu completamente devastata. Molti secoli dopo, nel XVI°, fu il vicerè don Pedro di Toledo, nella sua opera di ricostruzione, ristrutturazione e allargamento della città di Napoli e dintorni, che  ipotizzò un possibile restauro, ma restò solo un’ipotesi. Poi se ne riparlò alla metà dell’800, con i Borbone, ma il regno di Napoli finì nel 1860.
La visita alla piscina ha smentito, per quanto mi riguarda e, almeno in parte, i giudizi negativi:  l ‘ edificio  della  piscina mi è sembrato  abbastanza ben indicato e discretamente mantenuto, il che, in tempi di crisi come quelli attuali, non è poco: appositi cartelli indicano gli orari delle visite e le scale interne per la discesa, appaiono ben tenute. Le chiavi della piscina, si dice, sono tenute da una anziana signora che abita lì vicino, come unica custode del sito. Si dice anche che per questo motivo sono molte le difficoltà di rintracciarla, per poter effettuare una visita. Per superare queste difficoltà e garantire una migliore gestione, qualcuno già teme un accordo tra privati e Soprintendenza, che comunque, sembra, abbia provveduto al restauro.

pozzetto visto dall'interno

 La discesa è emozionante, camminare li dove c’erano, 2000 anni fa, litri e litri di acqua, immaginare  gli schiavi addetti alle pulizie, la sensazione di trovarsi, non in una vasca ma in un tempio, o in una cattedrale sotterranea, in puro stile  gotico, con la luce del sole che penetra dai pozzetti  superiori,  creando giochi di luci ed ombre e magiche e particolari atmosfere. E’ In questa cornice quasi surreale che l’attore- regista John Turturro ha inserito, nel film “Passione”, dedicato alla musica di Napoli  – che consiglio di vedere  - la scena con  il “ canto delle lavandaie del Vomero”, del XIII secolo, che con ”Jesce Sole”, sono i canti napoletani conosciuti, più antichi.



 



 



 



 


lunedì 1 settembre 2014

Maria Sofia di Wittelsbach, una vita difficile

                                                                              Ultima  parte e bibliografia




                                                                                  
 
 
       La guerra mondiale

 

    L’alleanza – la cosiddetta Triplice - che l'Italia aveva stretto con la Germania e anche l’Austria già mostrava segni di "cedimento". La gran parte del paese era avversa a quell'alleanza ritenuta "innaturale" dai nazionalisti.
NAPOLI
Il 28 giugno 1914, veniva assassinato a Serajevo, l’erede al trono  di Austria Francesco Ferdinando, nipote di Sofia, e iniziava la prima guerra mondiale.
      Allo scoppio della guerra, l'Italia dei Savoia si dichiarò "neutrale" non rispettando i patti sottoscritti con gli alleati della Triplice.
            Maria Sofia era ovviamente schierata per l'Austria Ungheria contro il regno d’Italia. Quando il "voltafaccia" italiano si manifestò chiaramente con l'intervento in guerra a fianco di Francia e Inghilterra, Sofia non potè che gioire, ritenendo che finalmente i Savoia avrebbero avuta la "lezione" che meritavano, e la loro sconfitta avrebbe determinato gli auspicati rivolgimenti nella penisola.
      Nel frattempo, a causa della sua attività in favore degli Imperi Centrali, l'ex Regina di Napoli era stata costretta a lasciare la Francia e si era rifugiata a Monaco, dove continuò, intensa, la sua battaglia.
Il 23 novembre 1916 moriva, a Vienna, il cognato di Sofia, l’imperatore Francesco Giuseppe, un protagonista del XIX secolo, che aveva visto crollare, dal 1848, il suo impero un pezzo alla volta.
Alcune storie, assolutamente infondate, raccontavano di una Sofia  coinvolta in atti di sabotaggio e di spionaggio contro l'Italia, nella speranza che una sconfitta italiana avrebbe disintegrato l’ unità.
Armando Diaz
 La disfatta italiana di Caporetto dell'autunno del 1917 sembrò l'inizio della catastrofe che poteva culminare nella fine della monarchia degli esecrati Savoia. Il suo sogno sembrava concretizzarsi, ma la gioia e il gusto inebriante della vendetta, a lungo desiderata, per poco tempo acquietarono il suo spirito. Infatti i fanti italiani, con la resistenza sulla linea del Piave fermarono gli Austriaci per poi passare all’offensiva, aiutati in questo anche da truppe alleate.
E, ironia della sorte, l'artefice della vittoria italiana fu un generale napoletano: Armando Diaz.       Gli ultimi mesi di guerra videro l'ex Regina di Napoli nei campi dei prigionieri italiani prodigarsi nell'assistenza. "Fra quei soldati laceri ed affamati, ai quali portava libri e cibo, cercava i suoi napoletani e questi guardavano con curiosità e rispetto una vecchia signora che parlava con uno stano accento tedesco-napoletano”. Erano trascorsi più di cinquanta anni da Gaeta, quei fanti non ne conoscevano neanche la storia, che peraltro era stata ben nascosta.
A novembre del 1920 moriva il fratello maggiore, Ludwig Guglielmo, nato nel 1831.Maria Sofia, l’ultima sovrana delle due Sicilie, morì a Monaco di Baviera, un anno dopo,  il 18 gennaio 1925, a 83 anni. Aveva trascorso 65 anni in esilio, era la penultima delle sorelle Wittelsbach ancora in vita – l’ultima fu Matilde che la seguirà nella tomba il 18 giugno 1925 - e superstite di un mondo che non c’era più.
Solo dopo 123 anni, nel 1984, dopo più di sessanta anni di trattative tra eredi e Stato italiano, i resti di Francesco II e quelli di Sofia e della piccola Cristina, furono finalmente restituiti a Napoli, nella loro città, per essere sepolti nella chiesa di S. Chiara, nel Pantheon dei Borbone, nell’ultima cappella a destra, accanto a quelli degli altri sovrani delle due Sicilie.
 
Ancora oggi a Gaeta, il 14 febbraio, data che riporta alla resa della fortezza e all’esilio del re Francesco di Borbone, si celebra la giornata del regno delle due Sicilie, a cura dell’ Associazione culturale neo-borbonica.                                      

 
                                                  

                                                                     Propaganda, storia e antistoria

 
Il regno di Napoli e di Sicilia, da quando si era formato nel 1130 con Ruggero II° di Altavilla, non aveva mai avuto vita facile: sempre voluto e desiderato da tutti,  tedeschi, spagnoli, francesi, inglesi e perfino il Papa che all’epoca riteneva di essere il signore feudale di quei territori. Tutte le dinastie regnanti sono durate poco, quasi che ci fosse una maledizione: i Normanni, fondatori del regno, esaurirono il loro dominio nel 1194, solo sessantaquattro anni. Arrivarono i tedeschi dell’imperatore Enrico VI, padre di Federico II  - lo “stupor mundi”, che in verità di tedesco non aveva quasi nulla, poiché preferì vivere a Palermo -,che resistettero fino al 1266, settantadue anni. Fu poi la volta dei Francesi con Carlo d’ Angiò, che furono cacciati, ma solo dalla Sicilia, dopo dodici anni: la rivolta fu chiamata i “Vespri siciliani”.
Gli Angiò ebbero miglior fortuna sul continente, a Napoli, nuova capitale, regnarono fino al 1440, circa due secoli e mezzo.
Iniziò allora il periodo spagnolo, prima con gli Aragona fino al 1503, circa sessant’anni, e poi, con Ferdinando il cattolico e i suoi successori, fino al 1713. Per circa vent’anni, poi, ci fu un intermezzo austriaco; nel 1734 il ritorno agli spagnoli con i Borbone fino al 1860, centoventotto anni. Per finire l’unità e i Savoia, per ottantasei anni.  A Napoli tutti i conquistatori – stranieri se si esclude il periodo ducale -  ne furono però conquistati, nel senso che dopo la prima generazione tutti diventarono napoletani.
Nei confronti dei Borbone, e soprattutto degli ultimi, fu fatto quello che non era mai stato fatto per le dinastie precedenti:  la propaganda per “inventare” un nemico, lo “straniero”, anche se è vero  quel che afferma Fabio Cusin,( Antistoria d’Italia, Ed. Mondadori), cioè che “… Granduca( di Toscana), Borbone e papalini fecero di tutto per rendersi  più malvisti”. Si doveva costruire lo Stato unitario, con le buone o con le cattive.  Come spiegare “la macchina del fango” costruita dai vincitori se, come si diceva, il popolo era  a favore dell’unità?   Era necessaria? Come spiegare che a fronte di un plebiscito bulgaro a favore dell’annessione al regno di Sardegna, si verificarono invece tante rivolte? Possibile che non c’era stato neanche un voto contrario? Tra l’altro, visto che la maggioranza della popolazione era costituita da analfabeti, come fecero a votare?

Francesco e Sofia in esilio
 Nei libri scolastici i Borbone venivano dipinti come i classici mangiatori di bambini e i fatti del Volturno e di Gaeta trattati con due parole, mentre si calcava la mano sui “briganti”. Ancora oggi storici di nome, come Lucio Villari ( Bella e perduta, ed. Laterza),  trattano in quattro righe l’assedio di Gaeta e lo declassano “ alla  storia personale dei sovrani napoletani e alla fedeltà e al sacrificio eroico di quanti restarono con loro”, come se non si trattasse, comunque, della storia d’Italia e  di migliaia di morti, italiani di entrambe le parti combattenti..
Per capire gli avvenimenti del 1860 soprattutto in Sicilia, che diedero il via alla invasione di Garibaldi nel pacifico e neutrale Regno delle Due Sicilie, è conveniente individuare i punti deboli, gli anelli della catena che hanno ceduto, il tradimento di persone che rappresentavano i gradi più alti dell’esercito e della marina e che a volte in modo plateale, tal altre in modo goffo o grottesco, disubbidirono agli ordini del Re, il quale era ben conscio di quello che stava accadendo, cercando in diversi modi di tamponare la situazione.
Il primo traditore fu il generale Ferdinando Lanza , solo omonimo dei duchi di Brolo e dei Baroni di Longi e Ficarra, dei Baroni dei Supplementi e di Malaspina, nato a Nocera, che rinchiuse i suoi 20.000 nel castello a Palermo, invece di annientare Garibaldi e i suoi, celebre l'episodio del soldato che in attesa dell'imbarco per Napoli sul molo del porto, rompe le righe e spezza la sua spada con disprezzo verso il generale Lanza che aveva impedito loro di combattere.
In termini di uomini e mezzi l’esercito borbonico avrebbe potuto fare una guerra all’Europa, sicuramente avrebbe potuto annientare il Regno di Sardegna. Allora con questo presupposto che si basa su dati di fatto, su documenti degli archivi militari, è mai possibile credere alla favola dei mille che conquistano la Sicilia con un barcone di pezzenti che sbarca a Marsala, quando l’Armata di mare poteva disporre in tutto 104 vascelli, per un totale di 10000 cavalli e 900 cannoni.
Tra l'altro fu proprio Garibaldi nelle sue “Memorie”, a ringraziare la Marina borbonica per la “tacita collaborazione”.
Lo sbarco in Calabria, scriverà, “non si sarebbe potuto fare con una Marina completamente ostile”. Da qui nacque anche il modo di dire

Mannaggia ‘a Marina”, coniato proprio da Francesco II, che soleva ripetere.
Alle persone di buon senso qualcosa non torna e non può sfuggire che nei libri di storia questi dati non sono mai citati, ma si punta piuttosto sulla favola dell’invincibilità di Garibaldi. Forse sarebbe ora di riscrivere quei testi con senso più critico, senza esagerazioni né da una parte, né dall’altra e insegnare ai nostri figli e alle persone che ancora non lo sanno la storia e la verità. Oggi c’è un grande ritorno  dei Borbone di Napoli,  soprattutto in occasione del cento cinquantenario dell’unità, ci sono studi e revisioni storiche, anche in riferimento alla situazione degli altri stati italiani preunitari.  Rivedere e riscrivere la storia del “Risorgimento” e della formazione dell’unità non significa né la riabilitazione dei Borbone né la condanna dei Savoia, né pensare a una “secessione” -  come oggi qualcuno pensa - ma solo ricercare e raccontare una verità nascosta per anni.  Le continue ricerche storiche portano alla scoperta di documenti e di fatti  nascosti e di macchie ripulite da una certa storiografia  anti meridionalista.
Si è venuti a sapere, ad esempio, che Ferdinando II contrastò la "tratta de' negri", giudicandola un “traffico abominevole”. Così, in effetti, fece nell'autunno del 1839, allorché promulgò la Legge per prevenire e reprimere i reati relativi al traffico conosciuto sotto il nome di Tratta de' negri. Composta di 15 articoli, la Legge prevedeva varie pene, che erano più gravi se qualcuno dei “negri” compresi nel traffico fosse stato fatto oggetto di maltrattamenti o di omicidio.Si è scoperto inoltre che, oggi che si parla tanto di rifiuti a Napoli e differenziata, erano stati per primi i Borbone a lanciare la diversificazione dei rifiuti. Sembra incredibile, ma così recita un decreto presente nella “Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie” ed  emanato il 3 maggio 1832 (n.21) : "Gli abitanti devono tenere pulita la strada davanti alla casa usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni e di separarne tutt’i frantumi di cristallo o di vetro che si troveranno riponendoli in un cumulo a parte".
Il prefetto di Napoli dell’epoca, Gennaro Piscopo, ordinò ai napoletani: «Tutt’i possessori, o fittuarj di case, di botteghe, di giardini, di cortili, e di posti fissi, o volanti, avranno l’obbligo di far ispazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega, cortile, e per lo sporto non minore di palmi dieci di stanza dal muro, o dal posto rispettivo. Questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondizie al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutt’i frantumi di cristallo, o di vetro che si troveranno, riponendoli in un cumulo a parte».
Cosa si sa, ancora, dei soldi rubati ai Borbone da parte dei Piemontesi?  Il regno savoiardo era in condizioni economiche disastrate, la riserva aurea di appena  20 milioni era pure sfumata e esaurita a  causa  delle spesse  dovute alla politica guerrafondaia dei Savoia. Tenere in armi un esercito numericamente esagerato per quello Stato, procedere a continui arruolamenti di volontari e doverli pagare, partecipare e promuovere guerre costava molto.  Al contrario il Regno delle Due Sicilie  possedeva invece un capitale enormemente più alto e costituito di solo oro e argento, una riserva tale da poter emettere moneta per 1.200 milioni.  L’ economia piemontese era invece in ginocchio, I Savoia e Cavour si erano indebitati con i banchieri Rothschild per svariati milioni : quando arrivarono a Napoli e anche a Palermo, trovarono le casse piene e se ne appropriarono derubando i Borbone anche dei beni personali  che maldestramente erano stati lasciati nel banco di Napoli, pagarono i loro debiti e non li restituirono più nulla ai legittimi proprietari.. L’oro dei Borbone scomparve per sempre.
Molte erano già state le voci che si erano levate a favore di una riabilitazione dell’ultimo Borbone, almeno per liberarlo dalla disonesta ma propagandata fama di una sua “imbecillità”. Nel 1924, Sofia aveva 82 anni, viveva n povertà a Monaco ospite di un nipote, così ci narra il giornalista Giovanni Ansaldo che era andato a trovarla per una intervista: Sofia “ trasse fuori due poveri acquerelli, due vedutine del Vesuvio, dolcemente velate da un languore di esilio, che aveva tremato nella mano del dilettante. Il suo fido Barcellona( il cameriere segretario e badante fidato che l’assisteva da sempre), che le era accanto, le trovò belle. “Ti pare?” replicó la regina, socchiudendo gli occhi e guardando in prospettiva i due acquerelli. “Ti pare? Le dipinse il mio re. No, il mio re, tu lo vedi, non fu imbecille… Come dicono.” 
In realtà Francesco II era stato un uomo riservato, sensibile, molto devoto, un sovrano onesto e generoso: aveva vissuto una vita difficile, la morte della madre pochi giorni dopo il parto, nessuna preparazione a governare né ad affrontare emergenze e guerre, morte del padre alla vigilia di avvenimenti così importanti ini quell'unico anno di regno nel corso del quale lo aveva visto crollare insieme alla storica dinastia dei Borbone-Napoli. Principe reale per 23 anni, re per circa 16 mesi e, infine, 34 lunghi anni - oltre la metà della sua breve vita - da esiliato e soprattutto povero.
La sua "napoletanità", una filosofia di vita del tutto contrapposta alla cultura del potere e della guerra e piuttosto fatalista, aveva indotto i suoi stessi sudditi a riferirsi a lui confidenzialmente e affabilmente con il nomignolo di "Franceschiello": un nomignolo del quale si sono poi impossessate le cronache post-unitarie facendone discendere una figura superficiale, debole e patetica, senza che nessuno potesse intervenire a tutela della memoria di un re spodestato e diseredato dagli eventi.   
“Mitezza di carattere – Giuseppe Campolieti, in una completa biografia edita da Mondadori -, signorilità, bontà non significano ingenuità o dabbenaggine”.  Non dimentichiamo che anche di Carlo Alberto di Savoia si è detto che era tormentato da dubbi e incertezze, timorato di Dio, indeciso – il Re Tentenna -.
Il limite di Francesco II è soprattutto caratteriale, schiacciato dalla personalità del padre; egli, secondo Gianni Oliva ( Un regno che è stato grande, ed. Mondadori), “non è il personaggio intellettualmente limitato, sdegnoso del mondo della carne, descritto dalla storiografia risorgimentale: Ha ricevuto l’educazione che spetta a un principe ereditario, dimostrando di essere dotato di buone capacità cognitive; ha seguito un percorso di formazione militare per essere all’altezza delle tradizioni di famiglia e a conosciuto le province del regno seguendo spesso il padre nei viaggi istituzionali”. 
Arrigo Petacco, nella “ Regina del sud” scrive:” se come vuole la migliore retorica, almeno un raggio di gloria deve illuminare il tramonto di una dinastia, Francesco II e Maria Sofia se lo guadagnarono sugli spalti di Gaeta. Perché se è vero che un re e una regina devono mostrarsi tali nei momenti decisivi, gli ultimi sovrani di Napoli si rivelarono in quella occasione degni di ammirazione e di rispetto. Oggi, alla luce della Storia, il loro comportamento a Gaeta acquista addirittura il significato di un presagio. Nessun raggio di gloria, infatti, illuminerà il pronipote del “re invasore” quando, ottantasei anni dopo, sarà anche lui costretto a prendere la via dell’esilio”.
Si riferisce a Umberto II, cacciato dalla volontà popolare e al padre, a quel Vittorio Emanuele III che scappò di notte, abbandonando tutto e tutti al loro destino. E che dire, poi, degli attuali discendenti? Non mi sembra reggano il confronto con quelli di Borbone.
Di questo avrebbe gioito sicuramente Maria Sofia, che non si era mai arresa di fronte alla storia, e che dopo la morte del marito continuò, e nessuno potè fermarla, una lunga battaglia contro gli odiati Savoia.
Maria Sofia ha avuto una vita lunga ma disperata e sfortunata, regina a diciannove anni, esule a venti e per oltre sessantenni, unica superstite delle sorelle Wittelsbach, che non avevano avuto, anche loro, una vita facile.
Maria Sofia
Molti autori parlano e riportano una intervista rilasciata da Maria Sofia nel 1924 al giornalista italiano Giovanni Ansaldo, e poi pubblicata sul Corriere della sera. L’ ultima regina delle due Sicilie viveva a Monaco, da anziana signora - 82 anni - dalla vita travagliata e difficile, in povertà, in un vecchio palazzo. Il giovane giornalista si trovò davanti a una vecchia signora che, malgrado i tanti guai e vicissitudini, aveva conservato una sua regalità e il suo innato charme. Maria Sofia era ancora lucidissima e ricordava perfettamente il suo fin troppo breve ma felice periodo napoletano. “La regina”, che parlava italiano, nel corso dell’intervista non risparmiò giudizi taglienti verso gli odiati Savoia.” I Savoia non sono stati chic verso i Borbone, re legittimissimi”.  Ad un certo punto Maria Sofia diventa persino profetica quando esclama: “Il modo in cui loro hanno trattato noi è di brutto augurio. Dio non voglia che un giorno, anch’essi, non abbiano da difendere, dall’esilio, i loro patrimoni personali”. Profezia, veritiera solo in parte. I Savoia, infatti, nel momento della fuga disonorevole e senza combattere, furono molto più astuti e previdenti provvedendo in anticipo a spostare nei capienti forzieri svizzeri il loro inestimabile tesoro, che era almeno in parte, risultato di ruberie e furti perpetrati a Napoli e nel meridione tutto. Il giornalista restò rapito dalla determinazione e dall’energia della vecchia regina  tanto da non riuscire più ad articolare domande.
Io - raccontava Sofia - invece, sono stata povera e morirò in povertà, come il mio re. Quando partimmo da Napoli abbiamo lasciato quasi tutto, convinti che saremmo tornati, eravamo giovani e illusi, forse non dovevamo andarcene, ma combattere per le strade. Ho lasciato lì perfino il mio guardaroba e la biancheria, tutto si sono presi dopo. Il re lasciò tutto anche i depositi e beni privati al Banco di Napoli, 11 milioni di ducati, circa 50 milioni di franchi d’oro e la mia dote di nozze e i garibaldini si rubarono tutto”. ( secondo l’autore filo borbonico Gigi di Fiore in :” Contro storia dell’unità d’Italia” Ed .BUR Saggi). Ed è vero: il regno sardo , per la politica condotta e le troppe guerre, si era indebitato con tutte le banche europee e si risollevò sequestrando tutti i beni e i contanti che trovò a Napoli e negli altri territori annessi.
 L’ intervista  fu pubblicata nel 1924, ma fu omessa la parte in cui, da “ voi lo vedete sono povera” a “ i loro patrimoni personali “ - , commenti negativi e profezie malevole verso i Savoia, che all’epoca erano ancora regnanti in Italia. Quella parte fu pubblicata solo nel 1950, sul “Tempo”. Non riporto il testo dell’intervista; chi ha interesse può leggerla, nella versione integrale, su Internet.

Bibliografia

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Mario Schettini, Italia, nascita di una nazione, Ed. Newton, 1996

Arrigo Petacco, Il regno del nord,, Ed. Mondadori, 2009

Arrigo Petacco, O Roma o morte, Ed. Mondadori, 2010

Angelo del Boca, Italiani brava gente?, Ed. Neri Pozza, 2005

Lorenzo del Boca, Risorgimento disonorato, Ed. Utet, 2011

Lucio Villari, Bella e perduta, ed. Laterza, 2009

Renata de Lorenzo, Borbonia felix, Ed. Salerno, 2013

Giuseppe Campolieti, Re Franceschiello,  Ed. Mondadori, 2005

Arrigo Petacco, La regina del sud, Ed. Mondadori, 1992

Fabio Cusin, Antistoria d’Italia, Ed. Mondadori, 1970

Pier Giusto Jaeger, Francesco II di Borbone, l’ultimo re di Napoli, Ed. Mondadori, 1982

Denis Mack Smith, Il risorgimento italiano, Ed. Laterza, 1968

Gianni Oliva, Un regno che è stato grande, Ed. Mondadori, 2012

Franz Herre, Francesco Giuseppe, Ed. Rizzoli, 1978

Lucy Riall, La rivolta, Bronte 1860, Ed. Laterza, 2012

Gigi di Fiore, I vinti del Risorgimento, Ed.Utet, 2004

Alessandro Barbero, I prigionieri dei Savoia, Ed. Laterza, 2012

Raffaele de Cesare, La fine di un regno, Ed. Longanesi & C., 1969

Carlo Alianello, La conquista del sud, Ed. Rusconi, 1972

Aldo de Jaco, Il brigantaggio meridionale, Editori riuniti, 1969

Giordano Bruno Guerri, Il sangue del sud,  Ed. Mondadori, 2010

Gigi di Fiore, Controstoria dell’unità d’Italia, Ed. Rizzoli, 2007

Gigi di Fiore,  Gli ultimi giorni di Gaeta, Ed. Rizzoli, 2010

Ferdinando Russo, Poesie napoletane, Ed. Newton, 1995

 

 

sabato 16 agosto 2014

Maria Sofia Wittelsbach, una vita difficilie


                                                                       
                                                                   Quinta parte

                                                                                    La guerra civile


Bronte,storia di un massacro
Con l'appoggio del governo borbonico in esilio e dello Stato pontificio, la ribellione fu condotta principalmente da elementi del proletariato rurale ed ex militari borbonici (oltreché da renitenti alla leva, disertori ed evasi dal carcere) che, spinti da diverse problematiche economiche e sociali, si opposero alla politica del nuovo governo italiano. Secondo alcuni storici, fu la prima guerra civile dell'Italia.   Sul cosiddetto brigantaggio meridionale e post unitario molto di si è scritto da parte di autori, storici di ogni tendenza e solo da poco si è dato risalto alle motivazioni sociali e ideologiche, perché prima erano solo briganti e banditi da fucilare sul posto, senza alcun processo. Ma non è questo il luogo per poterne parlare a fondo. Già nel 1860, mentre era in corso l’occupazione della Sicilia, proteste rivolte e morti si erano verificati in alcuni paesi, come  quella più famosa di Bronte, ma non erano  né briganti né borbonici, erano solo contadini che chiedevano la distribuzione delle terre comuni, come era stato promesso dallo stesso Garibaldi. La causa scatenante fu la privatizzazione delle terre demaniali a vantaggio dei vecchi e nuovi proprietari terrieri, che così ampliarono legalmente i loro possedimenti in cambio di un maggior controllo del territorio e della fedeltà al nuovo governo. Tutto ciò danneggiava i braccianti agricoli più umili, cioè quelli che lavoravano a giornata con lavoro precario e senza un rapporto di radicamento nel territorio, che con la sottrazione delle terre demaniali da loro utilizzate si ritrovarono a dover vivere in condizioni economiche ancora più disagiate e precarie rispetto al passato. A tutto ciò si aggiunse l'entrata in vigore della leva militare obbligatoria, che non c’era prima.  Le vere ribellioni contro gli occupanti si erano verificate dopo l’annessione, in Calabria, in Puglia, in Abruzzo e in Campania, bande composte da centinaia di persone e comandate da personaggi in genere ex- militari borbonici, Già nell'ultima fase della occupazione i borbonici, avevano deciso di fare ricorso a formazioni armate irregolari a supporto delle truppe regolari   ancora attive tra il Sannio e l’Abruzzo, al fine di coprire il fianco rispetto all'avanzata verso sud dell'esercito Sardo.  Questa guerra civile interessò quasi tutte le regioni dell'entroterra del regno borbonico annesso al nuovo regno sabaudo italiano, tuttavia il fenomeno fu del tutto assente in quelle regioni del meridione in cui le condizioni economiche erano decisamente migliori, come ad esempio nelle aree urbane e industrializzate, nelle zone agricole più produttive e nell'amplissima fascia costiera del Mezzogiorno e della Sicilia.
Francesco II°, ma soprattutto la moglie Sofia, entrò in contatto con i ribelli fomentandola e favorendone l'azione; essi davano filo da torcere ala guardia nazionale e all’esercito di occupazione.  Briganti nel regno ce ne erano sempre stati ed erano stati spesso usati dai Borbone come nel 1799, ( ricordiamo fra’ Diavolo, Michele Pezza ), ma stavolta il fenomeno aveva assunto dimensioni diverse, era diventata una vera guerra partigiana e civile, alla quale si rispondeva con leggi eccezionali e il il sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie e incendi di villaggi erano frequenti, e non era opera dei briganti che essendo tali potrebbe trovare una sua giustificazione, ma invece quelle effettuate dai bersaglieri italiani e per rappresaglia è stata paragonata alle rappresaglie naziste dell’ultima guerra.
Si ricordano gli eccidi della popolazione civile dei paesi Casalduni e Pontelandolfo nell'agosto 1861 messi a ferro e fuoco dai bersaglieri, per rappresaglia dopo il massacro di oltre 40 militari regolari perpetrato da briganti con l'appoggio di elementi attivi della popolazione locale.


Carmine Crocco
Tra i briganti più famosi spicca il nome di Carmine “ Donatello “ Crocco, operativo in Basilicata e sul Vulture, che conduceva un  esercito di 2.000 unità, e poi anche Ninco Nanco, Chiavone e Giuseppe “Zi Peppe” Caruso, Giovanni "Coppa" Fortunato, il sergente Romano, e altri. Per non parlare poi delle donne “briganti”, madri, sorelle, mogli, amanti dei ribelli e ribelli anche loro: consiglio per l’argomento di leggere “Il bosco nel cuore” di Giordano Bruno Guerri, edito da Mondadori.
 Il governo napoletano in esilio mandò, in aggiunta, alcuni agenti legittimisti, come il generale spagnolo José Borjes e il francese Augustin De Langlais, per organizzare e disciplinare le bande. E c’erano anche molte donne.  Secondo le stime di alcuni giornali stranieri che si affidavano alle informazioni ufficiali del nuovo Regno d'Italia, in un solo anno, dal settembre del 1860 all'agosto del 1861, vi furono nell'ex Regno delle Due Sicilie: migliaia di morti fucilati e feriti, uomini, donne e bambini                                                                                        

                                                                                  L’amore 

Nel frattempo, e in questa situazione disperata, sembra che accadde anche qualcosa altro, di molto personale: Maria Sofia si innamorò di un ufficiale di origine belga della guardia pontificia, e rimase anche incinta. In verità questa storia fu avvolta da segreto, poiché il nome di questo ufficiale non compare mai nelle varie chiacchiere ed elenchi di molti amanti attribuiti a Sofia. Evidentemente la cosa fu tenuta ben nascosta e fu l’unica vera.  Armand de Lawayss, questo il nome dell’ufficiale, era stato assegnato dal Papa come “ cavaliere d’onore” di Maria Sofia. E qui, poiché si vedevano tutti i giorni, “ l’amore non tardò ad esplodere, e per Maria Sofia fu certamente la prima volta e, forse, anche l’ultima” ( Arrigo Petacco, la regina del sud, ed. Mondadori),.  Sofia restò incinta, si ritirò, con una scusa, a casa dei genitori in Baviera dove partorì in segreto, dando alla luce due gemelle. Le bambine furono separate, e affidate a famiglie del posto.  P.G. Jaeger afferma che, quando la regina partì improvvisamente per la Baviera nel ’62,” si disse ( e il pettegolezzo  fu diffuso in realtà, anche in ambienti aristocratici ), che fosse andata a partorire un figlio della colpa, anzi, nella specie, una figlia”.  Intanto il giovane Armand aveva deciso di andare a trovare Sofia e vedere le sue figlie. Qui inizia una specie di romanzo popolare o un film romantico: ad Armand viene negato l’ingresso in Baviera altrimenti lo arrestano, il giovane invece insiste, va avanti si perde tra le montagne  coperte di neve, e comunque riesce ad arrivare a casa del fratello di Sofia che gli concede solo di scriverle una lettera. Egli morirà nel ’70, consunto dalla tisi.  Sofia cadde in depressione e decise di confessare la relazione a suo marito. La rivelazione, è ovvio, non giovò al rapporto tra i due, anche se Francesco aveva riconosciuto che una parte della colpa in tutta la vicenda era sua e che si era rassegnato. Solo dopo molto tempo, la situazione migliorò fino al punto che, come vedremo, Francesco si decise a consumare il matrimonio.

                                                                           Maria Cristina

Francesco si  sottopose ad un'operazione che gli consentì di consumare il matrimonio, e Maria Sofia rimase incinta. Entrambi erano felicissimi per l'evento e pieni di speranza per l’erede al trono. Il 24 dicembre 1869, dopo dieci anni di matrimonio, Maria Sofia diede alla luce una figlia, Maria Cristina, come la madre di Francesco, e Sissi, l'imperatrice Elisabetta, ne divenne la madrina. La gioia fu breve, i dolori per Sofia e per Francesco, non erano finiti: la bambina morì di lì a tre mesi: la sera del 28 marzo, la piccola principessa, già di gracile costituzione, morì per improvviso malore.  Dopo questa tragedia Maria Sofia non fu più la stessa.

                                                                    La situazione europea


Nel 1866 ci fu una nuova guerra contro l’Austria, il neonato regno d’Italia si era alleato con la Prussia, e fece una pessima prova con il nuovo suo esercito unitario, sconfitto sia a Custoza, sia per mare a Lissa  dalla flotta austriaca.  Tra i generali sconfitti e che fecero un pessima figura, c’erano quel tale che aveva diretto l’assedio di Gaeta, Cialdini e per mare l’ammiraglio Persano che aveva bombardato Gaeta dal mare. Tra le file austriache c’erano anche soldati dell’ex regno borbonico e tra gli ufficiali, i fratelli di Re Francesco: inutile sottolineare per chi parteggiava Sofia, che fu molto soddisfatta della sconfitta dei Savoia e che  sperava sempre in una eventuale rinascita del ex-reame.
Cammarano: la presa di Porta Pia
Nel 1870 cadeva anche Napoleone III°, il vecchio Luigi Napoleone , figlio di Luigi Bonaparte, fratello più giovane di Napoleone I, che era al governo della Francia dal 1848 e si era atteggiato a protettore del papa e dei Borbone di Napoli. Egli, in guerra con la Germania unificata dal cancelliere prussiano Bismark, fu sconfitto a Sedan e fatto prigioniero. I Savoia non mossero un dito per aiutare chi li aveva aiutati nel ’59, e l’unico che andò a combattere contro i prussiani  per la Repubblica francese, fu il solito Garibaldi. A Parigi, infatti, si era formata la repubblica e poi la Comune, una esperienza rivoluzionaria di tipo socialista che durò, assediata dalle truppe tedesche e altre legittimiste, per circa un anno e si concluse con un massacro a maggio 1871.
Intanto in Italia, il governo, approfittando della sconfitta francese e del ritiro delle truppe francesi dallo Stato pontificio, invadeva i territori pontifici, ovviamente, come d’abitudine, senza una dichiarazione di guerra, sconfiggeva il piccolo esercito del Papa, e a  settembre 1870 entrava a Roma.  Cessava finalmente il potere temporale dei papi e giungeva a compimento l’ obiettivo di Roma capitale.

                                                                                             Parigi


 A quel punto, Francesco e Maria Sofia abbandonarono Roma e si trasferirono a Parigi, in una villetta da loro acquistata in Saint Mandé, dove vissero privatamente senza grandi mezzi economici perché Garibaldi aveva confiscato tutti i beni dei Borbone.  il Governo italiano ne aveva proposto la restituzione a Francesco II°, ma solo al patto di rinunciare ad ogni pretesa sul trono del Regno delle Due Sicilie, cosa che egli non accettò mai, rispondendo sdegnato: "Il mio onore non è in vendita".
Egli, oramai si faceva chiamare  semplicemente “sig. Fabiani” o qualche volta” duca di Castro”,                         
insieme alla moglie ripensava spesso, con quel fatalismo tipico dei napoletani, ma anche dei meridionali in generale, alla sua vita e ai fatti che avevano portato all’esilio: la sua vita, la madre che non aveva conosciuto, Cristina di Savoia, il padre Ferdinando, quello si che era”nu’ rre”, avrebbe potuto prendersi tutta l’Italia se solo avesse voluto.

 E il palazzo di Portici, dove aveva trascorso l’adolescenza e i suoi precettori, e poi Sofia, bellissima quando l’aveva vista la prima volta a Brindisi, e poi gli ultimi fatti…. Avrebbe potuto restare a Napoli? Avrebbe dovuto far sparare sulla città?
 Traditori e incapaci quei generali ai quali si era affidato: Nunziante un traditore, Lanza un incapace, che aveva ceduto Palermo,  e  Landi, a Calatafimi, dove stava vincendo e si era ritirato, e anche suo zio Leopoldo, il conte di Siracusa che faceva il liberale, e i capitani della flotta che si erano consegnati ai piemontesi? E Filangieri, troppo vecchio per intervenire,….e tutti gli altri dalle Calabrie agli Abruzzi, qualcuno  era stato  anche ammazzato dalle truppe arrabbiate. E la Costituzione, data ormai troppo tardi.

E quel Liborio Romano, che, come gli avevano riferito, aveva arruolato i  camorristi e guappi nella polizia, per mantenere l’ordine pubblico in città.
 Se lo ricordava quel giorno del 6 settembre del ’60, quando prima di partire da Napoli, tutti i ministri andarono a salutarlo e a don Liborio, con quella sua aria tronfia e arrogante, aveva detto” don Libò, guardat’ o cuollo”, cioè bada alla tua testa, che se torno….. e ricordava il ministro Michele Giacchi al quale aveva detto:” voi sognate l’Italia e Vittorio Emanuele; ma  non vi resteranno neanch’ ll’uocchie pe’ chiagnere” - purtroppo sarete infelici -.
Mai previsione fu più azzeccata, Francesco lo sapeva, i proprietari e i ricchi erano sempre gli stessi a agli altri non era stato dato niente, stavano meglio quando pensavano di stare peggio.  Poi aveva trovato a Ritucci,” nu brav’ommo”, fedele ai Borbone, un gentiluomo all’antica,  al contrario di quel bifolco di Cialdini, quel piemontese arrogante, e quel vigliacco cialtrone di Persano, l’ammiraglio. Forse, in tutto questo schifo, era meglio Garibaldi, almeno era onesto ed era stato pure licenziato dal Savoia, senza neanche un grazie.   Bravo Ritucci,  mai avrebbe tradito e si era comportato bene sia al Volturno sia a Gaeta. E Beneventano del Bosco, irruento, audace, forse troppo, e fedele, e tutta la truppa, ripulita da traditori, corrotti, incapaci e vigliacchi..
In effetti aveva sbagliato, doveva prendere il comando diretto dell’esercito, come gli suggerivano la moglie e i fratelli e fermare l’avanzata garibaldina, prima, in Sicilia anche, o forse  nella piana a sud di Salerno e non scappare dalla capitale.
Sarebbe cambiata qualcosa? Chissà!  Quel Napoleone, un doppiogiochista, ora anche lui aveva perso la Francia a Sedan, e nessuno gli aveva dato una mano, neanche quei fetenti dei Savoia. l’Inghilterra non ne parliamo, mai fidarsi di un inglese, ce l’avevano già con papà,  per quegli affari che volevano combinare in Sicilia, e i siciliani fissati con l’autonomia da sempre, e  mio cognato Francesco Giuseppe, che aveva solo minacciato,  ma non aveva mosso un dito. Anche lui, ora, stava in cattive acque.
Le rivolte contadine e i suoi ex soldati non avevano combinato niente, ma la sua previsione fatta quel giorno di settembre a Napoli prima di andarsene, si era avverata: a Napoli, nelle provincie e in Sicilia si erano accorti che i fratelli del nord, i liberali, non erano poi tanto fratelli e neanche tanto liberali.  I Siciliani che volevano essere autonomi da Napoli, si erano ritrovati con uno Stato ancora più accentrato e per giunta molto più lontano, a Torino. E le rivolte non si contavano più.

E Sofia? Una eroina per i soldati, sarà ricordata sicuramente..Ridotti a vivere sotto i bombardamenti in una casamatta con tre stanzette condivise con altri per tutta la durata dell’assedio: lì aveva vissuto i giorni più intimi e più intensi della sua unione con Sofia.
                                       


                                                                  Morte di Francesco e altri lutti

 
Altre tragedie di carattere familiare attendevano Sofia: il marito si era ammalato di diabete, nel 1878, la sorella Matilde era rimasta vedova del marito, Luigi di Borbone, conte di Trani – fratello di Francesco – suicidatosi.
Nel 1886 era morto in circostanze misteriose, classificate come suicidio, il cugino Ludwig di Baviera, due anni dopo moriva il padre, il duca Max, per un colpo apoplettico. Nel 1889, a Mayerling, il nipote Rodolfo, figlio della sorella Sissi e di Francesco Giuseppe, l'erede al trono austriaco, moriva, forse suicida insieme all'amante, la baronessa Maria Vetsera. Elisabetta non si riprese mai interamente da questo dolore, portando fino all'ultimo giorno della sua vita un lutto strettissimo e, sempre in preda a esaurimenti nervosi, continuò a viaggiare per l'Europa, fino alla sua morte.
Nel 1890, a Ratisbona, moriva la sorella maggiore Elena, principessa Turn und Taxis, in seguito ad una infiammazione alla gola che le impedì di nutrirsi. Le forze l'abbandonarono in più fu colta da febbre alta e da delirio. L'imperatrice Elisabetta rimase accanto alla sorella fino alla fine.

Francesco II anziano
 Nel 1892 moriva la duchessa Ludovica, la madre di Sofia, a 83 anni per gli effetti di bronchite, e nel 1893 se ne andava il più giovane dei fratelli, Massimiliano a soli 42 anni.
L’anno successivo moriva invece suo marito, Francesco II°, ex re delle due Sicilie.
Nell'autunno del 1894 Francesco, che soggiornava nella località termale di Arco, in Trentino, ospite dell’arciduca Alberto d’Asburgo, in territorio austriaco, già sofferente di diabete, si aggravò. Subito raggiunto da Maria Sofia, dopo pochi giorni, il 27 dicembre 1894, morì. Aveva 58 anni: le fotografie che lo ritraggono mostrano però un uomo che sembra molto più vecchio.
La notizia della morte dell’ex-re raggiunse anche Napoli. Sul  giornale “Il Mattino”, Matilde Serao, dando la notizia e commentando l’esilio del re scrisse: .” galantuomo come uomo, gentiluomo come principe, ecco il ritratto di don Francesco di Borbone”.
Trascorrono solo tre anni, nel 1897, moriva in un incendio a Parigi, la sorella più giovane Sofia Carlotta, dopo aver salvato altre ragazze tra le fiamme, solo quando ebbe salvata l'ultima, decise di correre via. Ma le fiamme furono più veloci di lei.opo solo un anno, ecco per Maria Sofia, una ulteriore tragedia familiare: nel 1898, nel mese di settembre la sorella Sissi, sempre in viaggio e sempre vestita di nero dopo il suicidio del figlio Rodolfo, mentre doveva imbarcarsi per la frazione di Montreux Territet, fu pugnalata al petto con una lima dall'anarchico italiano Luigi Lucheni. L'imperatrice che correva verso il battello si accasciò per effetto dell'urto, ma si rialzò e riprese la corsa, non sentendo apparentemente nessun dolore. Arrivata sul battello,  impallidì e svenne. Il battello fece retromarcia e l'Imperatrice fu riportata nella sua camera d'albergo, dove spirò un'ora dopo, senza aver ripreso conoscenza.

 
                                                                                  Gli anarchici e il mito

 
Intanto, il tempo passava, Sofia aveva un carattere forte e determinato, sperava, ma probabilmente non ci credeva, ancora nella restaurazione del Regno delle Due Sicilie, era animata da un grande spirito di vendetta, e odiava i Savoia.
Si ritirò nella villa di Neuilly, vicino Parigi, e “ ..quando fece riparlare di sé, fu per la notizia che si sparse al tempo dell’assassinio di re Umberto, che ella, nella sua casa di Parigi, accoglieva a colloquio socialisti e anarchici italiani…..” ( Benedetto Croce, Uomini e cose della vecchia Italia, 1924).  A Parigi coltivò  la sua passione per i cavalli e seguiva le gare in varie località europee, come Londra, dove si appassionò anche alla caccia alla volpe.
Secondo la polizia dell’epoca nacque una intesa fra anarchici, rivoluzionari socialisti e legittimisti borbonici, e agenti del Vaticano, in quanto tutti speravano che un crollo del novello Stato unitario avrebbe determinato, insieme alla cacciata dei Savoia, un nuovo assetto politico in Italia e la possibilità per i borbonici di ricostituire l'antico Stato.
      E' facilmente intuibile come questo vento rivoluzionario rinfocolasse le speranze e rinnovasse gli ardori di Maria Sofia e della sua corte di Neuilly, allora sorvegliata dalla polizia italiana e francese.
 Il regno d’Italia si trovava ad attraversare una grave crisi economica e sociale, i primi scioperi agitavano tutte le piazze delle principali città: siamo nel 1898, a maggio, a Milano, il generale Bava Beccaris, incaricato di mantenere l’ordine pubblico, prese a cannonate i manifestanti, operai, contadini, donne e bambini, provocando centinaia di morti.
Il 29 luglio del 1900, il re Umberto I° fu ucciso a Monza dall’anarchico Bresci. 
I rapporti e le informazioni della polizia dell’epoca indicavano alcuni indizi che potevano ricondurre a Maria Sofia, come ispiratrice  dell'attentato, ma nulla fu possibile provare.
Umberto di Savoia
Sofia era evidentemente ancora presente nelle paure del traballante governo italiano: sebbene fossero trascorsi circa cinquant'anni dalla fine del regno meridionale e Maria Sofia avesse ormai settant'anni, con alle spalle una lunghissima serie di delusioni e angosce, non rinunciava affatto a tessere le sue trame contro i Savoia e a sperare nei mutamenti della politica europea.
Nel 1909 moriva il fratello Carlo Teodoro. 
   Alla corte di Vienna l’arciduca Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe  e suo erede, nipote anche di Sofia, in quanto figlio di sua cognata Maria Annunziata, nell'ottica di una politica anti-italiana, apertamente auspicava il ricongiungimento del Lombardo-Veneto all'Austria e, in un futuro riassetto della penisola, il ripristino del Regno delle due Sicilie.
l mito dell’eroina di Gaeta era tale che, ancora cinquant’anni dopo i fatti, il poeta Ferdinando Russo la ricordava nella sua: ” ‘O surdato ‘e Gaeta”.: “ E’ ‘a Riggina! Signò.. quant’era bella..! e’ che core teneva!...Steva sempe cu’ nuie….chella era na’ fata!...” ( la Regina, Signore come era bella. E che cuore aveva,  ..stava sempre con noi, era una fata!).  Marcel Proust ha parlato di lei come della “regina soldato sui bastioni di Gaeta”.
Soprattutto nel Mezzogiorno è diventato un “ mito: “Maria Sofia, giovane e bellissima regina, mai disposta ad accantonare la sua spregiudicata lotta per riavere il regno” ( R.De Lorenzo, Borbonia felix, ed .Salerno 2013).
alche anno dopo, anche D’Annunzio la ricordava come “ aquiletta bavara” ne “Le vergini delle rocce”, un romanzo ambientato nell’ex regno delle due Sicilie, ma la definizione non era piaciuta a Sofia.
   Fosche nubi si addensavano sui cieli d'Europa che preludevano alla prima guerra mondiale.