sabato 18 giugno 2011

Cales







Sulla via Casilina, che da Capua porta a Cassino, si incontra da un lato la cittadina di Calvi Risorta, un centro agricolo industriale di prodotti alimentari e, poco più avanti, Calvi vecchia.
Si tratta di un antichissimo centro chiamato, all’epoca romana, CALES; un cartello sbilenco appoggiato su un palo della luce, indica la città vecchia e l’area archeologica..
Come tutte le città antiche, anche Cales ha la sua leggenda di fondazione: fu così chiamata da Calai, che, secondo la mitologia greca, era figlio di una ninfa del luogo, Orizia, e di Borea, uno dei partecipanti alla spedizione degli Argonauti., quelli che insieme a Ercole, Giasone e altri, andarono alla ricerca del vello d’oro.
Nell’ Eneide (VII, 725/729), Virgilio, elencandogli alleati di Turno, il capo dei Rutuli, contro Enea, cita alcuni popoli e città della zona: … mille rapit populos, vertunt felicia Baccho Massica….” e . continuando in italiano,”: … quelli che i padri Aurunci mandarono dagli alti colli e, vicino, le piane Sidicine e quelli che lasciano CALES e i limitrofi del guadabile fiume Volturno……”.
Una visione anche questa leggendaria, poeticamente valida, ma anacronistica e poco storica.
Storicamente parlando, la zona era abitata dall’antico popolo italico degli Aurunci.
Questi erano una popolazione indigena stanziata, da quanto si sa, nel basso Lazio dopo il 1000 a.c., tra le pendici delle montagne sannitiche e il Garigliano e il Volturno, a nord di Capua e a sud di Teano.
I maggiori centri di questo popolo erano Priverno, Terracina, Sinuessa, oggi Sessa Aurunca, e appunto, Cales.
Nel 335 fu ovviamente occupata dai Romani che si stavano dedicando alla conquista delle città della Campania – di lì a poco sarebbe toccato a Neapolis -, e fu trasformata in una colonia. Nel 209, insieme ad altre colonie e città della zona, come Capua, rifiutò aiuti a Roma contro Annibale; per questo motivo, qualche anno dopo, appena cessato il pericolo cartaginese, Roma si vendicò imponendo gravosi tributi.
La città di Cales era famosa per il vino, celebrato, dal poeta Orazio - …nunc est bibendum… -, ma anche da Plinio, Giovenale; Strabone la chiamò “urbs egregia”, mentre Cicerone ne parlava come” civitas magna”.
A Cales inoltre si era sviluppata una industria per la fabbricazione di strumenti agricoli e, soprattutto, la produzione di ceramica artistica : i vasi caleni erano coperti di vernice lucida e nera, decorati con motivi ornamentali e figurati, imitanti quelli di bronzo e d’argento. La tecnica, lo stile e la forma erano di ispirazione ellenistica.
La storia della città fu poi quella di Roma, fino alla caduta dell’impero. Cales fu sede vescovile dal V secolo d.c. Nel 879 fu distrutta da una incursione di pirati saraceni.
La sua storia medievale si confuse con quella delle città vicine più importanti, tra longobardi di Benevento e normanni del ducato di Capua, e dal 1134, entrò a far parte del regno del Sud, fondato da Ruggero II e cosi resterà fino al 1861, anno dell’unità d’Italia.
In quell’anno e anche dopo, anche per la vicinanza al confine con lo stato pontificio, che consentiva un facile passaggio di resti dell’esercito borbonico sconfitto, tutta la zona fu investita prima dalla guerra tra borbonici e piemontesi con la battaglia del Volturno, poi dal lungo assedio di Gaeta e quello alla fortezza di Capua, e poi da lungo periodo della guerriglia anti italiana e del brigantaggio.
Ma ormai Calvi vecchia era stata abbandonata, solo rovine e macerie, poco più avanti fu riedificata la Calvi di oggi, risorta.
E cosa resta oggi di quella antica città? Stando ai cartelli turistici, c’è l’ area archeologica, con l’edificio termale e l’anfiteatro, ci sono le mura difensive preromane, il castello aragonese, l’edificio della cosiddetta dogana borbonica, la cattedrale.
Teoricamente si dovrebbero ritrovare avanzi di un anfiteatro e i ruderi di un edificio termale e delle vere e proprie terme del I° sec a.c.. Più avanti dovevano esserci resti di monumenti sepolcrali romani e di una chiesa del V secolo. Sarebbe prevista la creazione di un vero e proprio parco archeologico con al centro il castello aragonese di Calvi risorta.
Tutto questo si raggiungerebbe attraverso una stradina in discesa che secondo gli studiosi della zona, segue il tracciato dell’antico cardo maximus.
In realtà, quando mi sono addentrato in questa strada, tutto mi sembrava tranne che zona archeologica. Una strada fangosa e buia, coperta da folta vegetazione,- una giungla -, alberi e foglie incolte e non curate, nessuno per strada, se pure c’erano resti archeologici, dovevano essere coperti e nascosti dalla vegetazione, impossibile vedere i resti del teatro.
Tornato indietro, attraversando la strada statale si incontrano resti del castello cosiddetto angioino/ aragonese che viene fatto risalire al sec.XI, la cattedrale romanica del sc.XI, andando avanti le mura difensive di età preromana del IV sec.a.c. e la dogana borbonica del sec.XVIII e in lontananza vediamo il seminario diocesano risalente al sec.XVIII..
Tranne quest’ultimo, tutto appare in uno stato di semi abbandono, tra sentieri sbriciolati e erbacce,
c’è per fortuna una tabella con qualche disegnino e un tentativo di spiegazioni. Ovviamente, non c’è nessuno a cui chiedere informazioni.
Il castello, o meglio, quel che resta, con quattro torri cilindriche tipiche del periodo aragonese, risale al XIV secolo, cioè al periodo tardo angioino; impossibile anche avvicinarsi e tantomeno visitarlo, il portone di ingresso è sbarrato. Secondo gli storici, fu costruito su un preesistente fortilizio di età longobarda; la sua funzione è stata quella di presidio militare di confine,svolta fino a centocinquanta anni fa, alla fine del regno del sud.
Fino al 1861, infatti, lungo la linea della strada per gli Abruzzi, oggi Casilina, tra Arce e Ceprano( oggi in provincia di Frosinone, nel Lazio), correva il confine tra il regno borbonico e lo Stato pontificio.
E proprio a Calvi c’è un piccolo edificio a pianta quadrata, apparentemente restaurato e imbiancato, denominato “dogana borbonica”, che sarebbe stata appunto la dogana di confine, anche se non tutti gli studiosi sono d’accordo.
Per non parlare della cosiddetta grotta dei Santi, che un cartello indica mostrando un dipinto dedicato a S.Barbara. Ma non c’è nessuno a cui chiedere di cosa si tratta e dove si trova e come si arriva. Da quanto si legge in questa grotta dovrebbero esserci degli affreschi votivi. del X e XI sec.
A questo punto viene solo voglia di andarsene. Nulla di nuovo, anche Cales rientra perfettamente nell’attuale quadro di macerie archeologiche, culturali, turistiche e finanziarie di questo paese,.un classico esempio di degrado, di come cultura e storia possono essere nascoste e distrutte.
La Campania, poi, come leggiamo in “Vandali”, di G,A.Stella e S.Rizzo, è “al quintultimo posto per visitatori ai siti antichi, in rapporto al numero degli abitanti, nonostante l’antica Capua, nonostante Velia e Paestum, nonostante Ercolano,Oplontis , Pompei e una miriade di altri siti”, tra i quali posso facilmente inserire l’antica Cales.
Il problema - dicono quegli autori – non sono i siti, che in Italia non mancano, poiché dove scavi trovi reperti di ogni genere, ma la loro tutela. In questo settore” c’è da piangere”.
E il bello, anzi il brutto, è che a nulla serve neanche l’idea che, se ben conservate, queste aree producono ricchezza.

.

martedì 7 giugno 2011

DAP





D.A.P.


Il DAP, acronimo di Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria, incardinato nel Ministero della Giustizia (una volta c’era anche la Grazia), è nato alla fine del 1990, con la legge n.395 del 15 dicembre.
La legge costituiva il punto di arrivo delle molte proposte politiche e sindacali per la riforma del personale di custodia operante nelle carceri, ed infatti essa è intitolata e ricordata solo per la istituzione del “Corpo della polizia penitenziaria”. Generalmente si tace, o perché non interessa o perché è meglio star zitti, su alcuni articoli dal 30 al 40, che non solo rivoluzionavano l’Amministrazione centrale e periferica, creando il DAP e i Provveditorati regionali, ma aumentando considerevolmente il numero dei dirigenti e dando grossi vantaggi economici e giuridici a tutto il personale direttivo, parificato ai funzionari di P.S. In verità già esisteva una disposizione analoga del 1987 e concedeva al personale direttivo, un migliore trattamento economico allo scadere dei 15 e dei 25 di servizio.
Contemporaneamente alla nascita del DAP, cessava di esistere la Direzione Generale degli Istituti di prevenzione e di pena.
Prima di proseguire, un pò di storia, partendo dall’ unità d’Italia, visto che se ne celebrano i 150 anni.
Tralasciandola pena di morte, il sistema carcerario del nuovo regno non era mutato molto da quello degli stati preunitari: oltre alle carceri ordinarie e le case di pena dove si scontavano le pene della reclusione e dell’ergastolo, c’erano anche i cosiddetti “bagni penali” , cioè quei stabilimenti, sia di terra sia sulle isole, dove si doveva scontare la pena dei lavori forzati. L’amministrazione e la gestione di questi stabilimenti era affidata al Ministero della Marina ( risalendo questa pena alla antichissima “condanna al remo” da scontarsi sulle galee o galere, antiche navi a remi,dalle quali derivano poi i termini ad es. di galera e galeotti e altro...). Tutto il sistema sociale non pensava a possibilità di riabilitazione e di reinserimento sociale.
Dal 1861, al momento dell’unità d’Italia, come avvenne in tutti i settori economici, sociali e amministrativi, anche nel campo penale e penitenziario fu estesa, negli stati annessi al regno sardo, la legislazione piemontese, con un “Regolamento generale delle case di pena del Regno”, del 1862.
E’ nel 1866, l’anno della cosiddetta III terza guerra d’indipendenza, della sconfitta di Custoza e di Lissa e dell’annessione del Veneto, che tutto l’apparato penitenziario fu trasferito al Ministero dell’Interno e nacque la “Direzione generale delle carceri”.
Alla Direzione generale vennero addetti prefetti o comunque funzionari delle Prefetture, che in periferia curavano la parte amministrativa, e il direttore del carcere aveva il grado di sotto/prefetto onorario.
Nel 1891 si arrivò a una prima sistemazione della materia, con la riforma Zanardelli, sia del codice penale sia del regolamento penitenziario, con l’abolizione dei bagni penali.
La Direzione generale delle carceri fece parte del Ministero degli Interni fino al 1922.
Dal 1923, il regime fascista cambiò tutto: la Direzione generale delle carceri, secondo un principio di giurisdizionalizzazione della pena, per cui chi irrogava la pena doveva anche gestirne e controllarne l’esecuzione, passò al Ministero della Giustizia, tutte le attribuzioni amministrative di competenza delle Prefetture, furono trasferite alle segreterie giudiziarie delle Procure del Re, che diventarono così organi amministrativi periferici del ministero, tutte le carceri prive di direzione autonoma potevano essere dirette dal procuratore del re o dal pretore per le carceri mandamentali. Dietro questa manovra si nascondeva sicuramente qualcosa altro, poiché, per attuare quel principio, sarebbe stato sufficiente la magistratura di sorveglianza, così come avviene oggi. Naturalmente bisognava sostituire i dirigenti con magistrati.
Questo avvenne nel 1927, il personale direttivo che ancora gestiva la Direzione generale, fu sottoposto gerarchicamente a magistrati distaccati presso gli uffici centrali per assumerne la direzione.(che è rimasta fino al 1990 ed è tuttora in vigore per molti uffici del Dipartimento, ivi compresa la figura del Capo che è sempre un magistrato).
Nel 1931 fu varato un regolamento carcerario, che indicava anche la figura e i poteri del giudice di sorveglianza. In quello stesso regolamento, come parte accessoria e secondaria, solo nell’ultima parte, dall’art.293 al 322, si accennava all’ordinamento del personale e alle sue attribuzioni.
Nel 1940 con R.D. n. 2041 del 30 luglio, fu emanato un regolamento per il personale – l’Italia è già in guerra -: l’art 79 sanzionava definitivamente il processo di dequalificazione della Direzione generale nelle sedi periferiche, con la subordinazione “gerarchica” del direttore penitenziario al procuratore del re.
Con questa organizzazione, tutto il sistema penitenziario, dalla Direzione Generale al direttore periferico e al restante personale, pur avendone lasciato inalterate tutte le attività e responsabilità amministrative e quelle di sicurezza, era stato blindato e controllato dall ‘ordine giudiziario.
Non fu una bella mossa! I magistrati distaccati presso il Ministero, generalmente provenienti, chissà perché, dalle Procure, oltre ai propri collaboratori, cancellieri, segretari e altri, portarono una completa, abissale ignoranza amministrativa e di gestione del personale e delle risorse economiche, e una mentalità inquisitoria con cui hanno permeato tutta l ‘Amministrazione e che, malgrado il ricambio e il tempo trascorso, dura ancora oggi.
Caduto il fascismo e cessata la guerra, già nel 1947 si iniziò a pensare alla riforma penitenziaria, mentre due anni prima era stato militarizzato il corpo degli agenti di custodia; nel 1948 veniva promulgata la Costituzione repubblicana, che stabiliva la funzione rieducativa della pena, ma nulla sulla Direzione generale e sul personale.
Si cominciò a parlare di decentramento in tutta l’amministrazione statale, e nel 1955, con D.P.R. 28/6/ n. 1538, venivano istituiti gli ispettorati distrettuali, (gli antenati degli odierni provveditorati): ma, dove venivano istituiti ?... “ presso ogni Procura generale di corte di appello, e inoltre, l’ispettore doveva esercitare le funzioni di vigilanza e controllo, ma “ …sotto la vigilanza del competente procuratore generale “, il quale inoltre, o direttamente o su richiesta del Ministero, poteva intervenire direttamente per la trattazione di “ casi di particolare importanza “ (art. 9).
Ciò significava chiaramente che i dirigenti non erano considerati all’altezza di istruire e risolvere casi di particolare importanza, e la assoluta mancanza di fiducia della politica e della Direzione generale nei confronti dei propri funzionari.
Per non parlare del direttore del carcere che, – classico vaso di coccio tra vasi di ferro di manzoniana memoria – era subordinato gerarchicamente :1°) al procuratore della repubblica, per cui a lui doveva riferire su ogni affare, e da lui dipendeva per le classifiche annuali e addirittura per la autentica della firma da depositare presso la tesoreria della banca d’Italia, per tutte le attività contabili; 2°) all’ispettore distrettuale ,e doveva riferire anche a lui , come organo superiore e di controllo, ma questi, a sua volta, era subordinato e controllato dal procuratore generale e da lui dipendeva; 3°) alla Direzione generale presso il Ministero,alla quale pure doveva riferire..
E non dimentichiamo il magistrato di sorveglianza, che pur non essendo un superiore gerarchico, aveva e ha tra i compiti assegnatigli anche quello di vigilare sulla esecuzione delle pene e ogni cosa accade in carcere e poteva riferire direttamente al collega della Direzione generale. Insomma, un bell’esempio di funzionalità e di efficienza e di decentramento amministrativo.
Anche il DPR n. 748 del 1972 del 30 giugno , sulla disciplina delle funzioni dirigenziali non mutò nulla,
confermando il distacco di magistrati presso gli uffici centrali della Direzione Generale , escludendo l’accesso alle più alte qualifiche dirigenziali per il personale direttivo penitenziario.
Ovviamente tutto questo conveniva ai magistrati, per i quali erano aumentati gli incarichi direttivi, con relative carriere e stipendi.
Poiché l’argomento è lungo e complesso, termino qui la prima parte di questo racconto e ricomincerò più avanti dalla riforma penitenziaria del 1975.

FINE PRIMA PARTE





























































venerdì 20 maggio 2011

Porta capuana


Attraversata via Duomo e iniziata la seconda parte del decumano maggiore, via Tribunali, lo vedi già: Castel Capuano, sede da secoli di tutta l’attività giudiziaria del circondario di Napoli.
A sinistra, la strada gira intorno, e trovi la porta Capuana, il più antico, il più bello e importante ingresso alla città. Grandiosa, affiancata da due torri e, su un lato, ancora parte della antica murazione. Lì vicina, la chiesa di S. Caterina a Formello.
Il dipinto di metà ‘800, di Ercole Gigante, pittore napoletano della scuola di Posillipo, fratello del più famoso Giacinto, è una fotografia dell’epoca: la porta mastodontica appare affollata e circondata da banchi di vendita, carri e venditori ambulanti, palazzi appoggiati alle torri laterali e alle mura, panni stesi, sulla destra il campanile della chiesa di S. Caterina e sopra la torre, una specie di tabernacolo.
E così, più o meno, me la ricordavo. Quello che invece vedo oggi, con meraviglia, è un’opera ripulita e imbiancata, forse anche troppo, isolata da ogni lato, in mezzo a un giardinetto, vietato al traffico veicolare, peccato quei cumuli di immondizia.
Ma quel che si vede nel dipinto, e anche oggi, non è l’originale, che, da quanto si sa, non era neanche qui. Così il castello, tutto sembra tranne che un castello. E poi, perché “Captano”?
Per capirci qualcosa bisogna tornare indietro, ma molto indietro, al IV° o III° secolo a. c. e tentare di ricostruirne la storia, tenendo presente che la vita della porta e del Castello sono strettamente collegate.
La murazione originaria della nuova città, peraltro mantenuta intatta per secoli anche dai successivi dominatori, Romani, Goti, Bizantini, Normanni, passava in questa zona, seguendo l’andamento irregolare del terreno, che dall’attuale via Anticaglia – decumano superior – scendeva ( ancora oggi è così), verso quello inferior, cioè via Spaccanapoli e quindi verso il mare. Le mura allora dovevano costeggiare il decumano superiore parallelamente alla attuale via Foria, all’epoca il letto di un fiumiciattolo che veniva giù dalle colline circostanti, ripiegavano nella zona di via Carbonara, passando davanti all’attuale Castelcapuano e arrivavano in piazza Calenda, a Forcella, dove ancora possiamo vederne i resti.
Lì dove c’è il castello, arrivava il decumano maggiore (via Tribunali), che proveniva dalla zona occidentale.
Secondo Bartolomeo Capasso, studioso e archeologo della città, “…..ogni decumano aveva una porta alle sue estremità,……il centrale o maior aveva, ad oriente, la porta che menava a Capua….”.
Capua, città della Campania una volta “felix”, di origine etrusca del IX sec.a.c.; al momento della fondazione di Neapolis, era già, con il suo porto fluviale sul Volturno, un grosso centro commerciale e luogo di incontro tra le popolazioni locali, del nord e sud e del centro Italia e di altri popoli provenienti dal mare che risalivano il fiume.
“ Capuana “ perciò, da Capua o meglio, da una strada che dalla porta di una città di mare serviva per portare merci di ogni genere verso l’entroterra, al più vicino mercato e viceversa.
In verità, prima della conquista romana, non esisteva una vera strada. Nella zona fuori le mura scorreva, secondo gli storici, il fiume detto Clanis, che alimentava una vasta zona paludosa. Da un lato la palude era garanzia di sicurezza in caso di guerra, dall’altro però, in tempi di pace, ostacolava le comunicazioni tra costa e hinterland.
La strada per Capua quindi, all’inizio non era altro che un sentiero (o forse più) che si dirigeva verso l’interno, guadando fiumi e paludi. Solo dopo, arrivati i Romani, che dove andavano costruivano strade per e da Roma, fu costruita una strada che andava verso il sistema collinare di Poggioreale e Caput de clivo (oggi Capodichino), verso Atella e Frattamaggiore.
Per superare i fiumi furono costruiti poi alcuni ponti, e, a pensarci bene, le attuali denominazioni di alcune vie della zona, Ponte della Maddalena e Ponte di Casanova - che non è il famoso veneziano, ma solo una casa nova, una nuova costruzione – ricordano l’esistenza di fiumi e ponti d’ altre epoche.
Anche il nome di “Formello”, aggiunto alla chiesa di S.Caterina, ricorda la presenza di acque nella zona. Formello infatti deriva da formali cioè da forma , termine con il quale venivano indicate falde acquifere, doccioni e canali che portavano acqua alla città.
Tornando alla porta e alla sua ubicazione originaria, se è vero quel che racconta B. Capasso e considerato che il decumano maior è sempre quello, oggi via Tribunali, essa non era dove è oggi, ma in precisa corrispondenza di detto decumano, e inserita nelle mura della città, lì dove poi fu costruito il castello. E, a questo proposito, viene ricordata in genere un’altra testimonianza, di Pietrantonio Lettieri, architetto, del 1484, che partecipò al rifacimento del Castello e allo spostamento della porta. Ma ne parlerò più avanti.
Sicuramente, la porta doveva essere in legno robusto e resistente ad eventuali attacchi portati con l’ariete; per proteggerla, inoltre, c’erano mura e torri di guardia in legno e mattoni di tufo da dove potersi difendere e anche attaccare nemici, all’esterno un fossato.
Dopo la vittoria di Canne, racconta Livio, Annibale aveva idea di prendere la città, sia per riposare sia perché una città di mare offriva maggiori possibilità di ricevere da Cartagine rinforzi e per eventuali spostamenti sul mare.
Venendo giù da Capodichino, si fermò davanti a porta Capuana e inutilmente provò ad abbatterla e superare le mura, grazie anche ai difensori che, malgrado l’inferiorità numerica e la morte del loro generale, riuscirono a respingere gli assalitori. Così Annibale dovette ripiegare su Capua.
La murazione e la porta non subirono cambiamenti nei secoli successivi, con la “pax” romana probabilmente non occorreva neanche più chiuderla né difenderla.
Fuori dalle porte “….per cui si andava a Capua,( ma anche a Nola e a Puteoli), stazionavano veicoli da nolo per comodo di coloro che dovevano recarsi alle città vicine o anche a Roma…”B.Capasso( Napoli grecoromana .pag.5).
Oggi, negli aeroporti, nelle stazioni, si noleggiano aerei, auto, moto, barche, con e senza conducente.
Allora c’erano quelle che oggi chiameremmo carrozzelle, calessi, carri e anche cavalli.
Una testimonianza del I° sec.d.c. di Papinio Stazio, poeta napoletano, ci fa rivivere un viaggio in calesse da Roma a Pozzuoli (40 km da Napoli) che oggi si compie in meno di due ore: “ qui primo Tyberim reliquit ortu, primo vespere naviget Lucrinum”,cioè chi parte all’alba dal Tevere, al tramonto è già a Lucrino, un lago vicino Pozzuoli. Si viaggiava a quel tempo, sulla via Domiziana, inaugurata allora dall’imperatore Domiziano, e che ancora oggi porta questo nome, probabilmente su un carro leggero e veloce, una specie di cabrio dell’epoca detto “cisium”, per non più di due persone.
Tornando alla porta Capuana, leggenda vuole che da qui entrò in città S.Pietro, recandosi a Roma.
I bizantini, mandati dall’imperatore Giustiniano, in guerra con i Goti, entrati in città con uno stratagemma, rinforzarono i bastioni sopra e ai lati della porta costruendo una specie di fortilizio per una migliore difesa.
Ruggero il normanno - come raccontato da F.Capecelatro in “Istoria del regno di Napoli”-, “ raunati poscia suoi soldati andò a Napoli, ove fu lietamente accolto e a sommo onor ricevuto da cittadini come da cavalieri che, fuor della porta detta da Capua, in grosso stuolo erano usciti per incontrarlo”.
Il fortilizio bizantino fu sostituito nel 1154 con una costruzione collocata a cavallo delle mura, allo sbocco del decumano maggiore, dal figlio di Ruggero, Guglielmo: è questa, probabilmente, la data di nascita del castello che prese il nome dalla porta, Capuano.
Costruito in stile tipicamente medievale, costituiva un baluardo imprendibile; fu nel tempo modificato e ampliato e qualche volta utilizzato come residenza reale.
Ma in particolare fu destinato, quasi subito, a sede del governo e della amministrazione della giustizia, che era presieduta dal Vicario del re, per cui fu chiamato tribunale della Vicaria.
(Ascanio Luciani,la piazza della Vicarìa,con castel Capuano ai tempi di Masaniello,1647).
La sua funzione di giustizia fu confermata anche dai successivi dominatori, gli Angioini, che però, per la loro residenza, si fecero costruire il Castel nuovo, popolarmente detto il maschio angioino.
“ Currite, hanno miso n’u masto ‘ncoppa a colonna…..cu’o culo a fora…”. ( correte, hanno messo un tale sopra la colonna… con il culo scoperto). Era la voce che – così si racconta - che si spargeva per tutta la città, annunziava la pena cui era stato sottoposto chi non pagava i debiti.
Esisteva, davanti al Castello, una antica colonna romana, alla quale il debitore condannato doveva essere legato abbracciato, con i pantaloni completamente calati e cosi, tra gli squilli di tromba del banditore, doveva proclamare per una o più ore, di cedere ogni suo avere al creditore.
Il castello subi un grande ristrutturazione, perdendo ogni connotazione medievale e comunque di castello, quando il vicerè don Pedro di Toledo, che abolì finalmente anche quella pena della colonna, decise di trasferirvi tutti i tribunali e le corti di giustizia esistenti in città. Le funzioni giudiziarie sono così rimaste fino ai giorni nostri, e quel che vediamo, sia pure attraverso tutti i restauri successivi, è il risultato della trasformazione del XVI sec, cosi come appare nel dipinto seicentesco di Ascanio Luciani.
Adesso posso tornare anche alla porta e al suo spostamento, che avvenne verso la fine del ‘400. Pietrantonio Lettieri, che avevo già nominato, architetto,nel 1484, scriveva:” la porta capuana stava sopra lo fosso di ditto Castello ( cioè castel capuano ) corrispondente alla sua mità, et lo sopradetto Castello veniva stare mezo dentro la città, et, mezo fora, sincome se usava anticamente; quale porta, ad tempi nostri è stata derocchata, et in quel lloco nci è hoggi una cappelluccia nomine Sancta Maria”, oggi scomparsa.
La porta era stata quindi già trasferita dal suo sito originario a dove la troviamo oggi e ricostruita su disegno dell’architetto Giuliano da Maiano. Fu spostata li per ordine di re Ferrante di Aragona, che aveva deciso di allargare le mura della città a causa dell’aumento della popolazione cittadina. Il vecchio castello fu rinchiuso dentro le mura, di cui si vedono ancora i resti sussistere su un fianco della porta e le due torri a difesa, che pure vediamo nel dipinto di Gigante, e che furono soprannominate Onore e Virtù.
Anche sulla nuova porta Capuana, il pittore Mattia Preti aveva eseguito un affresco che oggi non esiste più, e che, come si narra, raffigurava i santi Michele, Gennaro , Rocco e Aniello in atto di preghiera alla Vergine.
Mattia Preti, bravo con il pennello ma bravissimo con la spada, era fuggito a Napoli da Roma dopo aver ucciso un nobile romano in duello. Arrivato proprio a Porta Capuana, gli era stato vietato l’ingresso in quanto la città era isolata da un cordone sanitario a causa della peste; il Preti con alle calcagna la milizia pontificia, forzò il blocco ferendo o ammazzando un soldato di guardia e fu arrestato e condannato a morte.
Ritenuto tuttavia “ excellens in arte”, cioè bravo pittore, il tribunale della Vicaria, aveva mutato tale condanna in obbligo di affrescare con storie di carattere religioso e di fede cristiana, e gratuitamente, tutte le porte della città. ( Porta Capuana, oggi)





notizie galeotte

Le carceri italiane in genere fanno notizia per il degrado, per le emergenze e il sovraffollamento, e purtroppo, anche per le morti, non proprio naturali, di persone in stato di detenzione.
Tuttavia spesso capitano anche notizie “curiose”.
Titolo di un giornale di una città che non nomino: “ Tentano di rimanere incinte con il seme donato dai detenuti”, sottotitolo: “ Gli uomini lo lanciano dalle finestre, racchiuso in un guanto, alle donne in attesa durante l’ora d’aria”.
E cosa è successo?
Negli istituti penitenziari , detenuti uomini e detenute donne sono ospitati in reparti separati e, generalmente, non possono avere contatti tra loro.
Ma nel carcere di cui sto parlando, un vecchio edificio dei primi del ‘900, un punto di contatto c’è, il cortile dove, in orari diversi maschi e femmine fanno “l’ora d’aria, sul quale affacciano le finestre dei distinti reparti.
Orbene, quando le donne sono nel cortile, l’uomo lancia dalla finestra un guanto di gomma o un altro piccolo involucro, di quelli in uso, contenente il proprio liquido seminale diretto alla detenuta interessata, che grazie alla collaborazione delle altre che distraggono le agenti di sorveglianza, lo recupera e corre in bagno.”per introdurre il materiale organico nel loro corpo – così si esprime chi ha scritto l’articolo - , le donne si sarebbero servite di cannule trasparenti ricavate smontando penne tipo “Bic”, utilizzate poi a mo’ di siringa”.
E perché questo traffico ? Non certo per un improvviso e irrefrenabile desiderio di maternità, ma perché alle donne incinte verrebbero concesse misure alternative alla detenzione.
Da quanto si è appreso, sarebbe stato trovato anche un apposito manuale con le istruzioni, predisposto da due detenuti, un uomo e una donna, ovviamente, già individuati, e distribuito in tutte le camere; non viene detto, ma immagino che dietro ci sia anche qualche interesse di carattere economico o d’altro tipo. E immagino che da quelle finestre al cortile si verifichino anche altri tipi di contatti, comunicazioni e lanci di altri oggetti. In quel carcere questo problema è antico, ma come risolverlo? “Abbiamo proposto di installare alle finestre reti a maglie fitte, tipo zanzariere, ma non è stato possibile, sia per mancanza di soldi sia perché alcune disposizioni non lo consentono”, così il direttore del carcere. Comprendo l’imbarazzo e capisco anche che non esiste una soluzione accettabile, ma non si possono trasformare le camere in pollai.
L’edificio che ospita il carcere è una antica struttura al centro città, circondata da condomini privati e da strade trafficate. Quello che non riesco a capire è che per circa dieci anni, da quanto è dato di sapere, sono stati spesi miliardi di vecchie lire per ristrutturarlo e sistemarlo, ma non si è risolto quello che era un antico problema, delle comunicazioni fraudolente interne. Soldi pubblici buttati per una semplice operazione di facciata.
Tanti anni fa, uno spazio adiacente al carcere si era liberato ed era stato espropriato per pubblica utilità. Dopo un po’, in quello stesso spazio, è sorto un parcheggio privato di otto piani.

castello aragonese




Tutte le sere alle sei, più di una barca parte per Ischia, vogliono dieci carlini,se ne danno tre o cinque al massimo.
S’ arriva alle sette del mattino: andare a Casamicciola, prendere alloggio da un contadino; gli si danno due o tre carlini al giorno, la moglie cucina; prendere un asino e andare a Forio,città di ottomila anime; il giorno dopo andare alla villa che sovrasta la cittadina, fino a che non ci si trova dirimpetto Capri.
Stendhal,” Roma,Napoli e Firenze”,1817.


A Ischia ci si va per fare i bagni, quelli di mare, ma soprattutto quelli termali: sono note dall’antichità le sue acque termali, riscaldate dalla continua attività dei focolai vulcanici sotterranei .
Ischia è dominata dall’Epomeo, un vulcano di circa 800 metri. sul livello del mare. Secondo il mito degli antichi colonizzatori, Zeus, il padre di tutti gli dei, avrebbe imprigionato il gigante Tifeo, che con i suoi contorcimenti avrebbe provocato terremoti e eruzioni. Sull’isola, chiamata Pitecusa, era già attivo, intorno al IX sec.a.c., un emporio commerciale da coloni Eubei, provenienti secondo lo storico e geografo Strabone provenivano dalla città di Calcide ed Eretria. Egli scrive anche che a causa di terremoti e eruzioni e di “acque bollenti”, derivava il mito” secondo cui Tifeo giacerebbe sotto quest’isola; quando egli si agita farebbe venir su le fiamme e le acque e talvolta anche piccole isole con getti d’acqua bollente”. Sono proprio questa acque che poi hanno fatto conoscere l’isola e ne hanno fatto la fortuna di centro termale.
Arrivando a Ischia dopo aver superato Procida e l’isolotto di Vivara, il visitatore attento può scorgere, sulla sinistra, su una enorme roccia sorgente dal mare, confusi tra roccia e vegetazione, torri, merli e cupole.
E’ il castello Aragonese.
La sua è una storia millenaria: inizia, secondo gli studiosi del sito, nel V sec. a.c, nell’epoca in cui la penisola italiana e il Mediterraneo occidentale erano dominati da Etruschi e da Cartaginesi, ed entrambi si contendevano le colonie greche della Campania e della Sicilia .
L’isola, che all’epoca veniva chiamata Pithecusa, secondo alcuni l’isola delle scimmie da “pìthekos”, scimmia, fu quasi subito conquistata dallo Stato più importante della zona, Cuma.
Nel V sec. 474 a.c., in una battaglia navale nello specchio di mare compreso tra Cuma e l’isola , Gerone I, signore di Siracusa, chiamato in soccorso dai Cumani, inflisse una pesante sconfitta alla flotta etrusca e insediò un presidio sull’isola.
Fu in questa occasione che, secondo la tradizione, su uno scoglio emergente dal mare per oltre 100 metri, Gerone fece costruire una fortezza.
Probabilmente, l’originale murazione, di cui non resta nulla, era in blocchi di tufo, e seguiva l’andamento irregolare del luogo, mescolandosi e confondendosi con la roccia .
Alla fortezza si accedeva via mare, per una scala esterna scavata nella pietra , ancora oggi visibile in parte, poiché lo scoglio era separato dall’isola maggiore e non c’era alcun ponte di collegamento.
Nella cosiddetta casa del Sole, una antica costruzione posta all’interno del castello, sono oggi esposti, oltre a opere di arte moderna, resti di secoli passati, e si ammirano pregevoli strutture architettoniche risalenti a diverse epoche.
Con la progressiva crescita di Neapolis e la decadenza di Cuma, Pithecusa e le altre isole vicine entrarono nell’orbita della città emergente e ne seguirono le vicissitudini e la storia.
L’antico nome fu poi sostituito con Aenaria, termine più vicino al latino, e successivamente da Iscla, da cui Ischia, che secondo i glottologi, sarebbe il risultato della evoluzione della parola latina “insula”.
Tutte le dominazioni successive, Romani, Goti, Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini apportarono alla fortezza di Ischia modifiche e trasformazioni secondo le diverse esigenze e diversi stili architettonici, allargandone il perimetro a tutta l’area disponibile, di circa 50.000 mq., che si avviò a diventare una vera e propria cittadella.
I maggiori interventi furono effettuati nel XIV sec. con gli Angioini, le mura furono ricostruite in stile romanico tipico dell’epoca, con alte torri merlate: una antica torre di avvistamento è ancora oggi visibile.
Il castello assunse quindi il carattere di cittadella fortificata, pronta ad accogliere la popolazione del borgo sottostante e anche dell’isola, per difendersi dalle incursioni dei pirati saraceni; all’interno sorgevano abitazioni, servizi e soprattutto chiese, come era nella mentalità degli Angioini, che avevano riempito anche la capitale del regno, di chiese e conventi.
Venne costruito il Maschio, la torre più alta, per ospitare il re e la famiglia, e naturalmente la sede vescovile . Risale all’epoca angioina , circa il 1300 , quello che resta della cattedrale dell’Assunta nello stesso stile romanico, sopra la vecchia cappella normanna, che venne trasformata in cripta gentilizia. La cattedrale era di due piani: quella superiore presentava tre navate di stile romanico con sovrapposizione di stile barocco, le due laterali coperte con volte e a crociera, fu distrutta dai bombardamenti effettuati dal mare dagli inglesi nel 1809 durante il periodo murattiano.
All’inizio della navata c’è il fonte battesimale con vasca del tardo rinascimento sostenuta da tre cariatidi. Nella cappella a destra del presbiterio c’è una antica tavola lignea raffigurante la Madonna della libera, della seconda metà del sec. XIII, con le mani protese che arresta la lava per l’eruzione del 1301.
Fu in questo periodo che lo scoglio e il Castello, vennero collegati all’isola maggiore con un ponte di legno di circa 200 metri, e fu creato un piccolo porto per l’attracco delle navi.
Da quel ponte, il borgo sottostante prese il nome di Ischia-Ponte, come ancora oggi si chiama.
Del XIV sec. era l’abbazia dei monaci Basiliani, di cui si nota l’ingresso ad archi gotici.
Con Alfonso d’Aragona e i successori, dalla metà del XV sec., il Castello, che fu sede dell’ultima resistenza angioina, iniziò il periodo del suo massimo splendore, tant’è che, ancora oggi, viene chiamato “aragonese” .
Era un periodo di grandi mutamenti: nel campo militare il perfezionarsi e lo sviluppo di nuovi armamenti, le armi da fuoco di grosso calibro, avevano messo a dura prova gli architetti dell’epoca, per la facilità con cui venivano abbattute mura che avevano resistito per secoli.
I migliori ingegneri e architetti dell’epoca dovettero studiare e realizzare nuovi schemi architettonici per la difesa e l’offesa, con mura e bastioni capaci di resistere a un bombardamento.
Perciò, il vecchio castello angioino , caratterizzato da alte torri costruite per difendersi da assalti con scale e armi da lancio, non era più adatto, e fu completamente trasformato.
Furono perciò costruite torri cilindriche di grande diametro e murazioni massicce, dove era possibile porre cannoni e mortai, e con merli più grandi per difendersi da proiettili e schegge.
All’interno, vennero costruiti e rinnovati vari edifici, opifici, magazzini per rifornimenti, forni per il pane, cisterne e fu sistemato l’arsenale.
La rocca, che era stata da sempre imprendibile, lo divenne ancora di più.
Ne seppe qualcosa Carlo VIII, il re di Francia che nel 1494 era venuto a conquistare il regno di Napoli, ma dovette arrendersi davanti Ischia. Dell’episodio troviamo traccia nell’Orlando Furioso, di L.Ariosto, nel canto XXXIII, dove riporta anche la leggenda di Tifeo: “ vedete Carlo VIII che discende dall’Alpe e seco ha il fior di tutta Francia: che passa il Lirio e tutto il regno prende, senza mai stringer spada o abbassar lancia. Fuorché lo scoglio, ch’a Tifeo si stende su le braccia,sul petto e sulla pancia….”.
Vennero costruiti e rinnovati edifici religiosi, come la chiesa di S. Maria delle grazie a strapiombo sul mare, ampliata su precedenti cappelle verso il 1500, destinata alla congrega dei pescatori dell’isola .
La cattedrale fu rinnovata insieme alla sottostante cripta gentilizia; ancora oggi offre, malgrado gli scempi operati dal tempo e dagli uomini, alcuni spunti di interesse artistico che possono illustrarci gli stili ornamentali diffusi in area napoletana nella prima metà del 1600.
Il ponte di collegamento, in legno, venne sostituito con uno in muratura .
La padrona di casa fu per lungo periodo Vittoria Colonna, dal 1501 al 1536, moglie del governatore dell’isola, e poetessa , che riunì intorno a se un circolo culturale frequentato da poeti e letterati , come Iacopo Sannazzaro e Bernardo Tasso , Ludovico Ariosto e artisti come Michelangelo Buonarroti. Da qui nacque l’ispirazione dei versi: “ quando io dal caro scoglio guardo intorno la terra e ‘l mar, ne la vermiglia aurora, quante nebbie nel ciel son nate alora scaccia la vaga vista, il chiaro giorno”.
Nel periodo del vice –regno spagnolo , con il vicerè don Pedro de Toledo, insediatosi nel 1533, vi furono grosse ristrutturazioni, sia dal punto di vista urbanistico della città di Napoli, sia dal punto di vista difensivo, che coinvolsero anche tutte le piazzeforti del golfo, quella di Baia e Bacoli, quella di Procida e il castello di Ischia, come oggi lo vediamo.
Nel 1575, venne fondato sulla cittadella, il Convento delle monache clarisse, di cui oggi è visitabile il giardino e il cimitero.
Nel cimitero delle monache sono visibili gli scolatoi, cioè seggioloni in muratura sui quali venivano deposti, seduti, i corpi morti delle monache; si racconta di una macabra pratica di lenta decomposizione della carne, e della raccolta degli umori in appositi vasi, mentre solo dopo gli scheletri venivano ammucchiati nell’ossario.
Il convento fu chiuso nel 1810, durante la dominazione francese, dal re Gioacchino Murat e così finirono anche quelle raccapriccianti operazioni funebri .
Rilevante la chiesa dell’Immacolata, costruita su una precedente cappella del XV sec, presenta una pianta a croce greca, e la cupola è tanto imponente da essere notata da tutta la città di Ischia; la facciata esterna e le pareti interne sono oggi semplicemente intonacate.
Con l’avvento dei Borbone, il castello, passato al Demanio del regno e svuotato degli ultimi abitanti, fu trasformato in carcere per detenuti comuni e, successivamente, nel 1850, politici: ancora oggi il tragitto turistico indica un passaggio per “il carcere borbonico”, dove sono ancora visibili spioncini e cancelli.
Con l ‘ unità d ‘Italia, si continuò ad utilizzare il Castello come carcere, fino alla vendita a privati Oggi molti ambienti sono sottoposti a restauri e vengono utilizzati per attività culturali.


Bibliografia
TCI 2005: Napoli e dintorni
Valerio M.Manfredi : i Greci d’ Occidente ,Mondadori 1996
M.Torelli : storia degli Etruschi , Laterza 2001
V. Gleijeses : la Storia di Napoli , SEN 1974
C.De Seta :Napoli , Laterza 1981
S.E.Mariotti : Il Castello d’Ischia, Imagaenaria 2007(I°ed.1915)
L.Braccesi e F.Ravi, La Magna Grecia, Il Mulino 2008

martedì 17 maggio 2011

storia e storie





Perché “Storia e storie” e perché, a margine, un dipinto di una città facilmente riconoscibile da tutti, un’altra immagine rappresentante la giustizia e la legge ( particolare di un mosaico di M.Sironi, nel palazzo di giustizia di Milano), infine, una foto del mio gatto.
“Storia” perché chi scrive è da sempre appassionato e studioso dilettante di storia, soprattutto antica. In particolare, essendo poi nato in quella città illustrata nel dipinto, nella parte vecchia, nell’antico decumanus maior, non poteva non interessarsi che delle vicende di Napoli, fin dalle origini. La foto mostra la statua del dio Nilo posta all’inizio della via con lo stesso nome, che era uno dei cardini più importanti ai tempi antichi: il nome e la statua del Nilo perché abitata da immigrati egiziani.
Costretto ad andar via per lavoro e a viverne lontano, in questa città torna spesso e pensa ogni tanto di tornarci a vivere, ma è solo un’idea o meglio, un sogno, di impossibile realizzazione. Ciò, come dice Ermanno Rea in “ Napoli Ferrovia”: “ non toglie che io possa sognare di tornare a vivere a Napoli. Come no? Difatti lo sogno in continuazione”.
Laureato in Giurisprudenza, vinse un concorso presso il Ministero della Giustizia, come direttore penitenziario: ruolo che ha svolto per più di 30 anni e che lo ha portato a interessarsi e conoscere le problematiche non solo delle “patrie galere”, nei tempi peggiori delle rivolte, delle carceri speciali, delle emergenze, ma anche storie umane di errori, cadute e di riabilitazione, e, in generale della giustizia e dei processi penali ( carceri e giustizia che, da sempre, ma mai come oggi sono temi bollenti), della gestione delle risorse economiche e umane, e anche amministrative e burocratiche, di problematiche sociali, economiche e sindacali.
Perciò si troveranno “storie” di carcere e di giustizia.
E si troveranno anche racconti e notizie di amici a quattro zampe.

lunedì 9 maggio 2011

S.Angelo in formis





Da tempo , il mio amico Antonio mi invitava ad andarlo a trovare , perché voleva portarmi a visitare una antica chiesa , bella e interessante , a suo dire , sia per la storia e sia per l’ arte , situata nella zona di Capua .
Alla prima occasione , perciò , in una giornata grigia e un po’ piovosa , con un treno locale da Napoli , che , contrariamente a quanto si potrebbe pensare , è partito ed è arrivato in perfetto orario , sono arrivato in una stazioncina , persa in mezzo alla campagna .
Si chiama Falciano del Massico , centro agricolo noto per la produzione di latticini (le mozzarelle di bufale), conosciuto già ai tempi antichi per la produzione del rinomato vino Falerno, tanto caro ai Romani. Caro e anche costoso, se il poeta Orazio lamentava di non poterlo offrire ai suoi ospiti, quando invitava nella sua modesta casa, il ricco Mecenate .
A pochi chilometri, verso il mare, ci sono le cittadine di Cellole e di Mondragone, quasi disabitate di inverno, ma con una popolazione moltiplicata d’estate, come tutte le località di mare . Più avanti c’è Gaeta, da un lato il Volturno e da un altro il Garigliano. Non si può fare a meno di ripensare alla battaglia combattuta qui nell’ottobre 1860, tra truppe garibaldine e piemontesi e i resti dell’esercito borbonico, e all’assedio di Gaeta, episodio volutamente dimenticato o mal raccontato dai libri di storia.
Arriviamo a S. Maria Capua Vetere e a Capua, dove vediamo antichità e ruderi d’ogni tipo, archi, mura, ponti e soprattutto il bellissimo anfiteatro.
Siamo nella Campania, una volta “felix”, a Capua, antica città etrusca, rinomata nell’antichità per le rose e per i gladiatori: non a caso ebbe inizio qui la rivolta del gladiatore più famoso, Spartaco. Affiorano ricordi classici, gli otia di Annibale, che mise l’accampamento proprio lì, dove ci stiamo recando ,sotto il monte Tifata; il “ placito capuano “, quel documento che viene comunemente considerato l’atto di nascita della lingua italiana.
In pochi minuti, raggiungiamo un minuscolo centro agricolo, tutto in salita, situato ai piedi del monte Tifata : S.Angelo in Formis .
Qualcuno si chiederà subito: perché in “ Formis “? Che significa? La parola latina “forma“ - tra i vari significati attribuiti - indicava le falde acquifere o i doccioni, cioè tubi o canali per le acque, perciò acquedotti, allora esistenti nei pressi del monte Tifata: ”in o ad formas“ si riferirebbe, perciò, alla posizione del paese “ presso “ quegli acquedotti o sorgenti che portavano l ‘acqua, dal monte fino a Capua .
Arrivati a un incrocio, giriamo a sinistra e attraversiamo una porta, detta Arco di Diana .
Oltre l’arco, in un solitario piazzale, affacciato sulla pianura circostante, troviamo la chiesa di S. Michele Arcangelo, un bella costruzione romanica, con un portico ad archi acuti e fiancheggiata da un campanile a bifore.
Prima del tempio cristiano, su quello stesso posto, ne esisteva uno pagano del I° sec. A.c., intitolato alla dea Diana Tifatina, dal nome del monte, detto anche ad arcum Dianae : così si spiega anche il nome della porta che prima abbiamo attraversato.
Come accadded dappertutto, al momento del trapasso dalla religione pagana al cristianesimo, sull’antico tempio andato in rovina, fu edificata la chiesa cristiana, utilizzando i vecchi materiali preesistenti , marmi , colonne ecc.
La sua edificazione risale, secondo gli storici, al IX sec.: costruita in stile romanico, per conto di monaci benedettini, la sua gestione subì varie peripezie fino al 1073.
In quell’anno, Riccardo Drengot, principe normanno di Capua, la restituì definitivamente a Desiderio, potente abate della Abbazia di Montecassino, che la riedificò nelle forme che vediamo oggi .
La facciata è costituita da un portico di cinque arcate, sostenute da quattro colonne, due di granito e due di marmo cipollino, con capitelli di tipo corinzio.
In fondo all’arcata mediana c’è il portale di marmo bianco, classico, fiancheggiato da due colonne corinzie.
Sopra e intorno al portale si notano affreschi di grande interesse storico e artistico: una Madonna orante e, nelle lunette, la Tentazione di S. Antonio abate e S. Paolo eremita nella grotta, che a dire degli studiosi sono del XII e XIII sec.
Entrando si notano subito le colonne – 14 – che dividono le tre navate; esse sorreggono archi a pieno centro
L’interno si presenta oggi come un cantiere, per i restauri in corso: sul lato destro, infatti, è montata una specie di impalcatura che nasconde la parete. Anche il pavimento a mosaico appare malridotto
Sulla sinistra si vedono una acquasantiera formata, mi sembra, da un capitello medioevale, e il fonte battesimale ricavato da due colonne scanalate.
Un pulpito di marmo semplicissimo, è situato sulla sinistra, a lato dell’altare maggiore .
A destra, in fondo, entriamo nella sagrestia, ma è tutto sottosopra, per i lavori di restauro.
A sinistra invece, in una saletta, è sistemata ora una cappelletta, con un piccolo altare per le funzioni religiose, e alcune statue in legno, molto interessanti.
Le pareti della basilica sono tutte piene di affreschi, ma tutti hanno bisogno di restauro, alcuni sembrano persi, altri sono poco visibili: sulla parete interna della facciata, il Giudizio universale, in 5 ordini orizzontali, sulla navata sinistra l’uccisione di Abele, Caino che fugge, Noè, e altre.
Sopra l’altare tutte scene della vita di Cristo, nell’abside Cristo Pantocratore, circondato dai simboli dei quattro evangelisti.
Secondo studiosi dell’arte, gli affreschi sono stati avviati poco dopo la fondazione dell’edificio, nella zona absidale, e successivamente, estesi alle altre pareti.
L’abate Desiderio – futuro papa con il nome di Vittore III - aveva fatto ricostruire completamente l’ abbazia di Montecassino, nel 1071, ornandola di preziosi affreschi e mosaici. Egli fece venire da Bisanzio alcuni artisti, in particolare mosaicisti, poiché, si legge nella Cronica Monasterii Casinensis, da troppi anni, “ i maestri latini avevano tralasciato la pratica di tali arti “.
Questi artisti influenzarono, con il loro stile e la loro scuola, anche le botteghe di artisti locali . Costoro, chiamati a affrescare le pareti di S. Michele Arcangelo, dallo stesso Desiderio, si ispirarono a quei modelli bizantini presenti all’epoca a Montecassino .
Desiderio è nominato nella scritta latina presente sul portale: “ salirai al cielo se avrai conosciuto te stesso, come Desiderio che, ripieno di santo Spirito e osservando la legge, edificò un tempio a Dio per ottenere una ricompensa eterna “.
Gli affreschi, che erano stati ricoperti con stucco nei primi anni del ‘700, furono riscoperti solo nel 1868, e già restaurati. Da quel che ho visto, i restauri continuano.
Anche nel campanile, sono incastrati elementi risalenti al tempio pagano; nelle bifore si nota subito la colonna centrale di stile classico. Mi fa venire in mente il campanile romanico della chiesa della Pietrasanta, in via Tribunali, a Napoli, che presenta le stesse caratteristiche e fu costruita, anche lì, sul vecchio tempio dedicato alla dea Diana.
Dal piazzale antistante la basilica si coglie la visione di tutta la pianura del Volturno.
Anche questo paesino ha partecipato alla unificazione dell’Italia. Proprio qui , infatti , all’entrata di S.Angelo, si verificarono violenti scontri, nei quali fu coinvolto lo stesso Garibaldi.
Si racconta che egli, mentre cercava di raggiungere le sue linee, percorrendo in carrozza la strada tra S.Maria Capua vetere e S.Angelo, fu attaccato dai soldati borbonici che abbatterono cocchiere e cavallo. A stento era riuscito a salvarsi, correndo a piedi verso le proprie linee.
C’è un dipinto di Gerolamo Induno che ritrae il Generale mentre osserva la pianura del Volturno e Capua. Sulla sinistra del quadro, in basso, si può notare S.Angelo in formis. C’è anche un piccolo cimitero abbandonato, dei garibaldini. Quello che non capisco è perché non c’è neanche un posto per i vinti, per quei soldati borbonici che morirono nello stesso luogo, per difendere un’altra idea.



Per chi vuole saperne di più :


Q .Orazio Flacco , i Carmi .
Calonghi , Vocabolario latino-italiano
O.Morisani ,Gli affreschi S.Angelo in formis, Napoli 1962
Barry Strauss , La guerra di Spartaco , ed Laterza
Jerome Carcopino , la vita quotidiana a Roma , ed. Laterza
Gianni Granzotto , Annibale , ed. Mondatori 1980
Claudio Magazzini ,Breve storia della lingua italiana ,ed . Il Mulino
Pier Giusto Jaeger , Francesco II di Borbone , l’ultimo re di Napoli , ed Mondatori , le scie 1982
Gigi di Fiore , I vinti del Risorgimento , ed . Utet 2004