giovedì 5 dicembre 2013

Storia delle prigioni e delle pene, progetto Università terza età

Estratto-riassunto del 4° incontro




Prima di iniziare sarà bene ribadire un concetto fondamentale: il sistema giudiziario, penale e penitenziario è strettamente collegato al periodo storico – intendendo per tale l’ambiente politico, sociale, economico, culturale.. – in cui nasce, si sviluppa e vive. Ed è bene tener sempre presente quella frase che avevo citato al primo incontro: “ la civiltà di un paese si giudica dalle sue carceri”( Voltaire). C’è un aspetto sociale, economico e culturale che non va dimenticato, nelle società antiche non esisteva alcuna concezione di diritti umani né di dignità della persona, sono concetti che arriveranno dopo con l’illuminismo, non era concepibile neanche una prigione rispettosa della persona, le crisi sociali, politiche ed economiche, ma anche la grande e facile mortalità,  le malattie incurabili- anche un semplice raffreddore -, le pestilenze e carestie, terremoti ed altro non lasciavano spazio ad altre possibilità, in maniera molto democratica, poiché colpivano alla stessa maniera  poveri  e ricchi.
Voltaire
Alla fine del XVI secolo, iniziavano in Italia, alcune nuove esperienze in campo penitenziario, che all’epoca dovevano essere considerate moderne:
a Firenze all’interno dell’Ospizio del S. Filippo Neri per giovani abbandonati viene istituita una sezione destinata fondamentalmente a giovani di buona famiglia con problemi di disadattamento.  E’ il primo caso di isolamento cellulare a scopo correzionale: la sezione era infatti composta da otto cellette singole in cui i giovani erano rinchiusi in isolamento giorno e notte.
A Milano  poco dopo vengono realizzati una “Casa di Correzione”, dove vengono rinchiusi i colpevoli di reati minori tenuti in regime di separazione cellulare; e un ERGASTOLO, nel quale stanno  i condannati per gravi reati che non vivono in isolamento (diverrà obbligatorio in seguito) e vengono utilizzati in lavori di pubblica utilità. E’ la prima volta in assoluto che non si pensa alla pena di morte
A Napoli invece è in funzione la Vicaria ( Castelcapuano), e non sembra esserci nulla di moderno: vi sono rinchiusi un migliaio di prigionieri in condizioni terribili, molto al di sotto dei livelli di sopravvivenza. Sembra che questa prigione avesse anche una “ grotta di massima sicurezza”, cioè un imbuto sotterraneo dove venivano calati i prigionieri ritenuti più pericolosi.
 A Roma nello stesso periodo viene realizzato il carcere cellulare del San Michele (prigione vaticana).

Iniziava in tutta Europa alla fine di quel secolo e all’inizio del XVIII  quel movimento culturale e filosofico che fu chiamato “illuminismo” che, come si può facilmente capire  significa genericamente ogni forma di pensiero che "illumina" la mente degli uomini, ottenebrata dall'ignoranza e dalla superstizione, servendosi della  ragione e dell'apporto della scienza.
 E’ il risveglio della mente dopo secoli di sonno. Tutta quell’ epoca è anche indicata come l'età dei lumi: con questa espressione, che mette in evidenza l'originalità e la caratteristica di rottura consapevole nei confronti del passato.
Esso si diffuse prima in  Francia e presto in Europa, con i francesi, come Voltaire, Montesquieu, Rousseau, Diderot e altri. 
La Francia è in quel periodo il paese più importante e potente in Europa,….lo è diventato con Luigi XIV, il re Sole, 1638/1713 e le sue vittorie sia in guerra sia a livello diplomatico, i Borbone, la famiglia di Luigi XIV,  regnano oltre che in Francia anche in Spagna, e in Italia, a Parma e Piacenza e a Napoli. In tutte le corti europee si parla francese che è la lingua della diplomazia internazionale, un po come oggi è l’inglese. E’ uno stato assolutista, fortemente accentrato, con grandi divisioni sociali, e che a breve  sarà sconvolto dalla rivoluzione.
Voltaire, è uno pseudonimo di Francois-Marie Arouet, nato a Parigi nel 1694 e morto nella stessa città nel 1778, fu filosofo, drammaturgo, storico, scrittore, saggista ed altro ancora. Una vita vagabonda trascorsa tra l’Inghilterra, la Prussia e la Svizzera, grande ammiratore della monarchia costituzionale inglese in opposizione a quella assolutista francese.  A proposito dell’argomento che stiamo trattando è sua, - che era stato prigioniero alla Bastiglia di Parigi - come già avevo detto all’inizio di queste nostre conversazioni, la frase: la civiltà di un paese si giudica dalle sue carceri. Il significato è abbastanza chiaro per tutti. Voltaire si caratterizza nei suoi scritti, per l'ironia, la chiarezza dello  stile, la vivacità dei toni e la polemica contro le ingiustizie e le superstizioni; fortemente anticlericale e laico, è considerato uno dei principali ispiratori del pensiero razionalista moderno.
Montesquieu
Dobbiamo citare poi Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, meglio noto unicamente come Montesquieu (1689 –1755), che fu filosofo, storico e giurista e oggi si direbbe politologo. È considerato il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri, che è anche oggi un argomento di forte attualità.  La tesi fondamentale - secondo Montesquieu -, espressa nella sua opera “Lo spirito delle leggi”, è che può dirsi libero solo quella Stato, in cui nessun governante possa abusare del potere a lui affidato.  Per contrastare ogni eventuale abuso bisogna far sì che "il potere arresti il potere", cioè che i poteri fondamentali siano affidati a mani diverse, in modo che ciascuno di essi possa impedire all'altro di esorbitare dai suoi limiti e degenerare in tirannia. La riunione di questi poteri nelle stesse mani, di uno o di molti o del popolo, annullerebbe la libertà perché annullerebbe quella "bilancia dei poteri" che costituisce l'unica salvaguardia o "garanzia" costituzionale in cui risiede la libertà effettiva. Quali sono questi poteri fondamentali, sono TRE:  legislativo, cioè il potere che “fa” le leggi, cioè il parlamento, il potere  esecutivo, che esegue le leggi e amministra, cioè il governo e i vari ministri e i ministeri, e il potere giudiziario,  che controlla che le leggi siano eseguite e anche bene.L’argomento in un ‘epoca di assolutismo e di monarchie per grazia di Dio suscitò grande scalpore: è come si vede assai attuale e oggetto di discussione, oggi tuttavia in quasi tutti i paesi del mondo,  le varie Costituzioni, a cominciare dalla nostra, si basano su questa tripartizione e divisione di poteri. 
 Ovviamente l'illuminismo doveva scontrarsi con la Chiesa Cattolica, che rappresentava la superstizione. Il che fece comodo a molti Stati, i quali cominciarono ad assumere un atteggiamento indipendente, si liberarono da ogni rispetto per la politica del Papato rivendicarono per i loro affari interni, un'autonomia che concedeva alla curia un'influenza sempre minore, anche nelle questioni ecclesiastiche e soprattutto presero e acquisirono i beni ecclesiastici. L’Inquisizione, ad esempio fu eliminata da molti Stati, restando solo in Spagna e nello Stato pontificio.
In Italia, tra i grandi illuministi bisogna assolutamente parlare, per quel che riguarda l’argomento che ci interessa, Cesare Beccaria. Per l’argomento che stiamo trattando Beccaria assume, non solo in Italia ma in tutto il mondo moderno, una importanza unica ed eccezionale.
Cesare Beccarìa, milanese 15 marzo 1738 – 28 novembre 1794) , fu filosofo, economista scrittore e giurista e come tale ci interessa il suo pensiero che avrà una grande influenza in tutti i sistemi penali e carcerari successivi. Il suo libricino “ dei delitti e delle pene” è diventato la base di tutti i sistemi giuridici e penitenziari moderni, almeno in occidente.   Beccaria vuole dimostrare pragmaticamente l'inutilità della tortura e della pena di morte, più che la loro ingiustizia.    Egli è infatti consapevole che i legislatori sono mossi più dall'utile pratico di una legge, che da principi assoluti, di ordine religioso o filosofico. egli afferma infatti che «se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità». Beccaria sostiene che la sanzione deve essere sì idonea a garantire la difesa sociale, ma al contempo mitigata e rispettosa della persona umana. E’ la prima volta nel mondo che si parla di rispetto della persona.
Cesare Beccaria
La pena di morte è, secondo Beccaria,  una guerra della nazione contro un cittadino”, è inaccettabile perché il bene della vita è indisponibile, quindi sottratto alla volontà del singolo e dello Stato. Sono concetti modernissimi. La pena di morte non svolge un'adeguata azione deterrente né intimidatoria poiché lo stesso criminale teme meno la morte di un ergastolo perpetuo o di una miserabile schiavitù.
Egli suggerisce invece di sostituirla con i lavori forzati, in modo che il reo, ridotto a “bestia di servigio”, fornirà esempio duraturo ed incisivo dell’efficacia della legge, risarcendo la società dai danni provocati; e, così facendo, nel contempo si salvaguarda il valore della vita… Beccaria ammette che il ricorso alla pena capitale è necessario, ma solo quando l’eliminazione del singolo fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, come nel caso di chi fomenta tumulti e tensioni sociali: ma questo caso non sarebbe applicabile se non verso un individuo molto potente e in caso di una guerra civile.
Tale motivazione fu usata da Robespierre, durante la rivoluzione francese, per chiedere la condanna del re Luigi XVI, che invece diede il via ad un uso spropositato della pena di morte, e poi al Terrore, certamente non ammissibile nel pensiero di Beccaria, che infatti prese le distanze, come molti illuministi moderati, dagli avvenimenti rivoluzionari dopo il 1793.

Beccaria esaminò anche la procedura della tortura e si dimostrò assolutamente contrario per vari motivi come ad esempio quello che viola la presunzione di innocenza, dato che un uomo non può considerarsi reo fino alla sentenza del giudice, un principio modernissimo, non è operativa in quanto induce a false confessioni, poiché l’uomo, stremato dal dolore, arriverà ad affermare falsità al fine di terminare la sofferenza,  non porta all’emenda del soggetto, né lo purifica agli occhi della collettività
Per quanto riguarda le pene , Beccaria indica come la sanzione deve essere immediata, cioè decisa con un processo che duri il tempo strettamente necessario, ( ne parliamo ancora oggi in Italia), certa e proporzionata al reato commesso, adeguata e di esempio a tutti.
Pertanto il fine della sanzione – secondo lui - non è quello di affliggere, ma quello di impedire al reo di compiere altri delitti, e di intimidire gli altri dal compierne altri.
La pena quindi non deve essere quindi una violenza gratuita, ma invece essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi.
La pena è oltretutto una extrema ratio, infatti si dovrebbe evitare di ricorrere ad essa quando si hanno efficaci strumenti di controllo sociale. Per questo è importante attuare degli espedienti di “prevenzione indiretta”, come ad esempio: un sistema ordinato della magistratura, la diffusione dell’istruzione nella società, il diritto premiale, una riforma economico-sociale che migliori le condizioni di vita delle classi sociali disagiate. Teorie molto moderne e per l’epoca veramente rivoluzionarie. Sono tutte idee rivoluzionarie per l’epoca e principi sui quali ancora oggi, almeno in Italia, stiamo discutendo

Panottico
Successivamente, le nuove teorie rivoluzionarie borghesi, politiche e sociali, favoriscono l’affermarsi di teorie di alcuni “riformatori” inglesi tra cui spicca Jeremy Bentham, che assegna al carcere, prioritariamente, un carattere intimidatorio e di totale controllo, al fine di realizzare il ruolo produttivo e risocializzante. E’ interessante rilevare la parola “risocializzante”, che però avrà fortuna solo in tempi più moderni, nel XX secolo, quando alla pena sarà assegnato la funzione risocializzante e rieducativa.
 Con Bentham si ebbe il progetto Panopticon basato sul “principio ispettivo” che i pochi (carcerieri) possano controllare i molti (detenuti), e il controllo possa essere esercitato su tutti gli atti del carcerato nell’arco delle ventiquattro ore giornaliere. Nasce così la nuova struttura architettonica del carcere moderno (carcere Benthaniano), fatta di “bracci” (o “raggi”) e rotonde, costruito cioè in modo che i carcerieri stando fermi nel posto di guardia situato sulla rotonda possano avere la visuale piena su un intero braccio di celle, o su più bracci (struttura a raggiera). Al contempo ogni detenuto sa che ogni suo movimento è controllato “a vista” con estrema facilità.
Andiamo ora a Venezia, nella famosa prigione , i Piombi, ne parliamo ora perché in questo periodo ne fu ospite – e furono descritti - da Giacomo Casanova.
 I  Piombi sono la parte sottotetto delle antiche prigioni, situate nel complesso del Palazzo ducale. Risalgono all' XI secolo, cioè all’anno 1000, e vi si tenevano prigionieri della repubblica. “Piombi” perché erano camerotti  particolarmente umidi e malsani,  detti piombi perché posti subito sotto il Tetto del palazzo ducale, costituito da lastre di PIOMBO.
 Giacomo Casanova, diede ai Piombi vasta notorietà poiché li descrisse nelle sue "Memorie"  lasciandoci dettagli della struttura e delle modalità detentive e ci racconta come riuscì ad evaderne nel 1756.

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interno Piombi
Casanova racconta, in forma di romanzo avventuroso, la sua evasione  come un romanzo d’avventure,, che poi sarà inserito nelle Memorie (scritte in francese). Egli era stato imprigionato nel luglio 1755, perché accusato di vari delitti come blasfemia, detenzione di libri proibiti e circonvenzione di alcuni nobili, e probabilmente anche l'essere membro della Massoneria. Attraverso una narrazione avventurosa, il Casanova racconta meticolosamente i luoghi e i personaggi incontrati durante il periodo di detenzione. La prigione dei Piombi era  ritenuta estremamente sicura, luogo dal quale fosse impossibile evadere, oltreché una prigione terribile per le condizioni della detenzione, con celle poste sotto i tetti ricoperti da piombo  che, a causa dell'alta conducibilità del materiale, erano molto fredde durante il periodo invernale ed afose nel periodo estivo. In altre celle, i cosiddetti Pozzi, la detenzione si svolgeva in situazioni ancora più disumane, essendo poste sotto il livello del mare e quindi periodicamente soggette ad allagamento. Appena ripresosi dall'arresto, Casanova cominciò ad organizzare la fuga. Un primo tentativo fu fatto fallire perché egli fu spostato in un’altra cella. Ma il secondo tentativo, messo in atto nella notte fra il 31 ottobre e il 1º novembre 1756, ebbe successo: passando dalla cella alle soffitte, attraverso un foro praticato nel soffitto da un compagno di reclusione, il frate Marino Balbi, uscì sul tetto e successivamente si calò con una corda di nuovo all'interno del palazzo da un abbaino. Attraversati vari ambienti della cancelleria i fuggiaschi furono notati da un passante, che fece accorrere uno dei custodi il quale aprì il portone, consentendo ai due di uscire e di allontanarsi velocemente a bordo di una gondola. Ma forse l'aspetto più interessante della descrizione casanoviana è quello relativo all'organizzazione carceraria del tempo. Egli racconta, infatti che I detenuti godevano di anche assistenza medica, potevano farsi portare un cibo speciale dall'esterno o ordinarlo al carceriere e godevano anche di un'assegnazione in denaro per le piccole necessità. Con quest'ultima potevano dare commissioni al carceriere il quale doveva renderne il conto. Potevano anche farsi portare mobili e suppellettili come letti, piatti e così via. Le pulizie della cella erano eseguite regolarmente così come era consentita una passeggiata quotidiana fuori dalla cella, ma sempre nel sottotetto.  Casanova descrive di sfuggita anche la situazione nei cosiddetti pozzi, situazione assai peggiore per chi vi era recluso. Probabilmente vi era una notevole discrezionalità non solo nell'irrogazione della pena ma anche nelle modalità esecutive. In particolare i pozzi erano destinati ai detenuti comuni, mentre i piombi ai detenuti di origine nobiliare e a quelli dotati di mezzi economici o ai preti.

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·                                  Durante la dominazione austriaca si chiudevano nei Piombi i prigionieri politici, come a d esempio Silvio Pellico, come narra ne Le mie prigioni, e altri patrioti veneziani come Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, anche se ufficialmente già dal 1797 i Piombi erano stati dismessi come prigioni. Successivamente fu sostituito come carcere cittadino dalle Prigioni nuove, collegate al palazzo ducale dal ponte detto dei Sospiri, e poi ancora da un complesso sito nell’isola della Giudecca, attualmente utilizzato come sezione attenuata tossicodipendenti, fino al 1926, anno nel quale fu inaugurato il carcere di S.Maria maggiore attualmente ancora utilizzato, situato nel sestiere di S. Croce.
Alla fine del XVIII secolo  stavano per verificarsi due fatti che avrebbero cambiato ancora una volta la storia dell’umanità:   il primo , la rivoluzione americana che avrebbe portato alla prima ribellione di colonie, alla formazione degli USA, a una Repubblica, all’epoca incredibile, con una Costituzione che si rifaceva ai principi illuministici. La rivolta delle colonie inglesi contro la madrepatria, ebbe inizio nel 1775, e dopo varie battaglie e episodi  e l’intervento della Francia monarchica e assolutista nel  1781.    
Ma in Europa alla fine del secolo ci fu la vera rivoluzione, quella francese, nel 1789.
Come è noto, con la rivoluzione francese crollò tutto un mondo, quello antico, quello dei privilegi . quello dei baroni, “egalitè, humanitè, infraternitè”, tutto cambiò, poi la condanna a morte del re Luigi XVI e di Marie Antonietta, il Terrore, migliaia di morti, le guerre rivoluzionarie, Napoleone, l’impero e poi la restaurazione, Non posso mettermi a parlare degli avvenimenti  di quei 25 anni circa, ma le riforme della rivoluzione influenzarono tutti gli stati, anche quelli che erano stati contrari,  e tutto quello che venne dopo, a cominciare dai codici, dalla giustizia e dalle pene.
Posso però accennare a una prigione di Parigi, la Bastiglia.  Fu una fortezza costruita nella seconda metà del ‘300 per rafforzare le mura orientali della città, era altissima,(come un palazzo di 7 piani ai nostri giorni), aveva pianta rettangolare , otto torri,  ed era circondata da un fossato alimentato dalla Senna. Divenne prigione di stato nel XVII secolo e vi furono rinchiusi celebri personaggi come Voltaire nel 1717, il Marchese de Sade, Cagliostro, e altri. Va detto che la prigionia degli aristocratici era condotta in ambienti e con stili di vita (servitù, alimentazione, spazi) molto ospitali di quelli destinati ai detenuti qualsiasi.  Va detto, pure, che essendo divenuto inutilmente costosissimo il mantenimento della grande struttura che aveva perduto quasi ogni utilità, la stessa monarchia francese ne aveva già deciso la demolizione nel 1784, e ne era già stata ordinata la demolizione nel ’89, quando pochi giorni dopo fu  assaltata il 14 luglio per rubarne le armi e liberarne i prigionieri. Di prigionieri in realtà ce n'erano soltanto sette: cinque erano semplici ladri e gli altri due erano stati rinchiusi per volontà delle rispettive famiglie. L'edificio fu poi saccheggiato e raso al suolo, lentamente e sistematicamente.
Durante la rivoluzione si applicò alla grande la pena di morte, che  fu data solo con un nuovo strumento che divenne famoso e usato poi in quasi tutti gli stati europei dell’epoca, la “ ghigliottina”.La ghigliottina è uno strumento con il quale si taglia la testa del condannato provocandone la morte, non è altro che una forma di  decapitazione o decollazione.
Ghigliottina
 

 
La decapitazione come metodo di esecuzione capitale, non era una novità, anzi è stato un metodo antichissimo.  Era usata, secondo gli storici, già dagli Egiziani e poi dai Romani, nell’ impero romano era la pena di morte riservata a chi era civis romanus, cioè a chi aveva la cittadinanza, poiché ritenuta rapida e non infamante. Era ampiamente usata anche nel medioevo e dopo almeno fino alla rivoluzione francese ed era eseguita dal boia con la spada, detta spada da esecuzione, in alcuni paesi, come in Inghilterra, per esempio, era usata una Scure. In Francia, dal 1792 fu utilizzata invece la ghigliottina( usata peraltro fino al 1980). La ghigliottina ha preso il nome  dal dottor  Joseph Guillotin, ma non fu inventata da lui, poiché macchinari simili se ne erano già visti fin da epoche anteriori in alcuni paesi europei ( LA MANNAIA).   Guillotin, insieme ad altri rivoluzionari presentò all'Assemblea Nazionale, nel 1789,  un progetto di legge in sei articoli con il quale si stabiliva che, in base ai principi rivoluzionari, le pene dovevano essere uguali per tutti, senza distinzione di rango o di classe del condannato; nel caso di applicazione della pena di morte, il supplizio avrebbe dovuto essere il medesimo, indipendentemente dal crimine commesso, e che il condannato sarebbe stato decapitato per mezzo di un semplice meccanismo. La proposta non fu approvata subito, ma anzi subì grossi rallentamenti e ostacoli. In mezzo a molte discussioni, perfino sul modello di macchina e su chi dovesse costruirla, si arrivò al 1792, quando finalmente la proposta fu approvata.
 Sappiamo tutti come era fatta, l’abbiamo vista in tanti film: ' apparecchio era formato da una base sulla quale erano fissati due montanti verticali di circa 4 metri di lunghezza, tra i quali scorreva una lama di acciaio di forma trapezoidale. Alla lama era collegata una corda passante per una puleggia, che ne consentiva il sollevamento; sul montante sinistro era presente un meccanismo di blocco azionabile con una leva, al fine di consentire il rilascio della lama e la sua caduta libera per gravità.  Tra i due montanti era fissato una specie di collare che serviva ad immobilizzare il collo del condannato.  il meccanismo di rilascio della lama era immediatamente azionato e la lama cadeva tagliando il collo. La testa del condannato cadeva in un catino di zinco, mentre il corpo veniva fatto scivolare in una cassa zincata posta alla base della macchina.  Questo sistema permise alla Rivoluzione di massacrare migliaia di persone, il cosiddetto terrore fino a quando lo stesso Robespierre fu ghigliottinato e si terminò. M a la ghigliottina è stata ancora usata in Francia: l’ultimo condannato a morte a essere giustiziato con il sistema della ghigliottina in Francia è stato il 10 settembre del 1977.  Il decapitato era un tunisino condannato per l’omicidio e della tortura dell’ex fidanzata Elisabeth Bousquet.  La pena capitale è stata abolita in Francia solo nel 1981, quando il presidente Francois Mitterrand firmò un decreto con il quale le esecuzioni capitali vennero mutate in carcere a vita.
Di Napoleone Bonaparte tutti abbiamo sentito e conosciamo almeno genericamente la vita e le guerre, le conquiste e anche la fine, ma pochi sanno che egli riformò anche i codici e le pene e influenzò tutti gli Stati dell’800, compresi quelli Italiani che generalmente conservarono, tranne pochi mutamenti tutti i codici napoleonici.
ECONOMIA
E’ l’epoca della rivoluzione industriale, cioè quel  processo di evoluzione economica o industrializzazione, che passa da un sistema agricolo, artigianale e commerciale a ad un sistema industriale moderno, caratterizzato dall'uso generalizzato di macchine e da innovazione tecnologica. Si va in fabbrica, appaiono gli operai e le relative problematiche, il salario, il capitalismo ecc.  Secondo alcuni storici il  processo di industrializzazione era già in corso in Inghilterra già intorno al 1760 e poi si è estesa ad altri Stati, la rivoluzione industriale portò anche allo stravolgimento delle strutture sociali dell'epoca, alla trasformazione radicale delle abitudini di vita, dei rapporti fra le classi sociali, e anche dell'aspetto delle città, soprattutto le più grandi. Fu infatti prevalentemente nei centri urbani, specie se industriali, che si avvertirono maggiormente i mutamenti sociali, con la repentina crescita di grandi sobborghi a ridosso delle città, nei quali si ammassava il sottoproletariato che dalle campagne cercava lavoro nelle fabbriche cittadine. Si trattava per lo più di quartieri malsani e malfamati, in cui le condizioni di vita per decenni rimasero spesso al limite della vivibilità. E tutto questo portò anche come conseguenza un cambiamento della criminalità e un relativo aumento di casi delinquenziali di ogni tipo.  In campo politico-filosofico è indubbio che siano state le condizioni umane e sociali delle masse operaie dell'epoca ad aver stimolato le opere di MARX e ENGELS, che, come sappiamo, avranno una fondamentale importanza nel panorama sociale e politico mondiale.

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E’ di quell’epoca  un libro famoso, “Le mie prigioni” è il titolo di un libro di memorie scritto da Silvio Pellico.
Si articola in un arco di tempo che va dal 13 ottobre 1820, data in cui l'autore venne arrestato a Milano per la sua adesione ai moti carbonari, al 17 settembre 1830, giorno del suo ritorno a casa. In esso, Pellico descrive la sua esperienza di detenzione - prima ai Piombi di Venezia e poi nel carcere dello Spielberg di Brno - accomunata a quella dell'amico Piero Maroncelli, dopo che la condanna a morte fu commutata in detenzione al carcere duro. Pellico ne iniziò la stesura nel  1831, incoraggiato dal suo confessore, e la concluse nel 1832.Il libro riuscì a superare i problemi derivanti dalla censura e ad essere pubblicato dall'editore Bocca nel mese di novembre del 1832. L'opera godette di una grande popolarità anche al di fuori della penisola italiana, anche se i democratici e i progressisti sabaudi accusarono l'autore del libro di eccessivo perdonismo verso gli Austriaci e clericalismo. Tale libro descrive in maniera abbastanza realistica, ma con eccessivo perdonismo, l'asprezza del carcere austriaco di Spielberg( oggi si trova nella Repubblica Ceca) e del regime asburgico, e di cui il primo ministro austriaco Metternich ammise che danneggiò l'immagine dell'Austria più di una guerra perduta, contribuì a volgere verso i primi moti risorgimentali molte simpatie dei salotti e degli intellettuali europei.

 

 


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