Storia e storie

Racconti

mercoledì 24 luglio 2019

Largo di Palazzo ovvero Piazza Plebiscito







Piazza del Plebiscito è uno dei luoghi simbolo di Napoli.
 Si trova subito dopo la piazza S. Ferdinando (detta Trieste e Trento) e prima di via Cesario console e di S. Lucia.  E’ la piazza più grande della città. Si chiama “Plebiscito” perché proprio lì, davanti al palazzo reale borbonico, il 24 ottobre 1860, si svolse la sceneggiata del plebiscito per l’annessione al regno di Sardegna.
Pizzofalcone
La piazza è dominata dal monte Echia, detto anche Pizzofalcone e Monte di Dio e colline (li dove oggi sono i quartieri spagnoli)  coperte da grandi alberi, querce, pini marittimi, arbusti di mirto e lecci, e acque che scendevano a valle e a mare come torrenti. “L’ altura di Pizzofalcone – dice   C. De Seta in “Napoli” – era circondata su tre lati dal mare e dall’altro lato c’era un unico sentiero quasi impraticabile che poteva raggiungere l’abitato di Palepoli. La piazza non esisteva ma doveva essere solo una insenatura dove sfociava il fiume Sebeto che forniva peraltro, acqua dolce agli abitanti”. A largo della costa sorgeva l’isola di Megaride, da “megas” grande in greco.
Proprio intorno a questo monte nasceva Partenope o Palepoli, un primo nucleo della futura Napoli. Per non farla troppo lunga, tutto quello che oggi percorriamo a piedi o in auto, dalla piazza Plebiscito fino alla piazza del Municipio, e la via Chiaia e le strade adiacenti, era ricoperto dal mare dal quale emergeva solo quel promontorio.  Passò il tempo, nel I° secolo a.C. Partenope non esisteva più, Napoli era romana, la linea di costa stava subendo modifiche, il mare si ritirava lasciando ampie spiagge. Ovviamente le spiagge erano a livello del mare e non era certamente quello stradale sul quale oggi camminiamo.
L’area fu acquistata da Lucio Licinio Lucullo, romano, già generale e console, che, ritiratosi a vita privata, si fece costruire una grandiosa villa che dal monte Echia degradava verso il mare, da un lato fino all’isolotto di Megaride (attuale castel dell’Ovo), e dall’altro, sul lato sud-est, fino all’ attuale piazza Municipio.  La villa passò poi al Demanio romano e nel V secolo fu divisa: una parte trasformata in Castrum, cioè un castello fortificato, soprattutto l’edificio costruito su Megaride. Quì, nel 476 d.C., finiva l’ultimo imperatore Romano, Romolo.
Il monte Echia non aveva più il mare intorno, si delineavano già larghi spazi di terreno lasciato libero dalle acque, cosi pure si stavano prosciugando i letti dei fiumi che scorrevano dalle colline. Emergeva allora uno spazio irregolare coperto di sabbia e detriti che arrivava fino all’area che oggi comprende piazza Municipio, insabbiando anche barche e navi (ritrovate ora tra i lavori della Metropolitana), il porto era avanzato seguendo gli spostamenti del mare. Era l’epoca ducale, seguita dalla dominazione normanno-sveva, su quello spazio si costruirono alcuni monasteri e chiese.
Con Napoli capitale angioina, l’area, pur restando sempre fuori le mura, cominciò a essere edificata, a cominciare dalla costruzione di Castel nuovo (maschio angioino) utilizzato come reggia, e altri grandi edifici e giardini della aristocrazia. Ora però l’area del monte Echia fu chiamata Pizzofalcone perché il re Carlo I d’Angiò ci fece costruire sopra una falconiera per praticare la caccia al falcone.  Nello spiazzo sotto la collina, quasi deserto all’epoca, c’era una chiesa sacra a san Luigi re  Francia, che era il fratello di re Carlo d’Angiò.
Quell’edificio fu concesso poi dai Re d’Aragona a Francesco di Paola che “ vi fece vicino un conventino  pe’ suoi Minimi”( G.Aspreno Galante, Le chiese di Napoli).
Dal 1503, Napoli e il resto del meridione d’Italia entrarono nel possesso della Spagna.
Nel 1532,  arrivò a Napoli il Viceré don Pedro de Toledo,  che restò in città per ventuno anni, durante i quali non solo creò la strada che ancora oggi porta il suo nome, ma allargò tutta la murazione della città includendo Pizzofalcone  dove era stato costruito da Alfonso d’Aragona un bastione difensivo,  e tutta l’area intorno,  Chiaia, il Chiatamone e castel dell’Ovo fino a ricongiungersi con  il castel nuovo e poi lungo la  via Marina, oltre il Carmine.
Intorno alla metà del XVI secolo a Pizzofalcone fu fondata una chiesa con annesso confraternita del Ss. Sacramento e Rosario al monte di Dio, che oggi non c’è più. La collina cambiò ancora nome, tra la popolazione si iniziò a chiamarla Monte di Dio.
E il largo? Cosa ne fecero?
Il palazzo Vicereale
Il solito Toledo volle costruirsi un palazzo per sé e i suoi successori, scelse perciò questo grande slargo   abbastanza irregolare che era alla fine della strada appena costruita e vicina al mare e al porto del Beverello. Per prima cosa espropriò parte dei terreni dei conventi lì esistenti, quello di Santo Spirito e quello già menzionato di San Luigi. Il nuovo palazzo fu costruito nel 1544 ed era rivolto sul largo dove finiva la via Toledo, oggi piazza S. Ferdinando (o Trieste e Trento), ma durò poco perché nel 1600 ne fu costruito uno più grande che inglobò quello precedente, e l’ingresso fu aperto sullo spiazzo. Da allora quel largo, spianato, sistemato e livellato, si chiamò Largo di palazzo.
Sul lato mare si cercò di abbellire il largo con sculture e altro, come ad esempio una gigantesca statua ritrovata a Cuma, raffigurante il dio Giove.  Fu denominata subito il gigante di palazzo, fu posta sulla strada che dalla piazza andava verso il mare (oggi via Cesario Console. A fianco una grande fontana a tre archi detta anche del Gigante, di Pietro Bernini (padre del più famoso Lorenzo) che oggi si trova sulla via Partenope nei pressi di Castel dell’Ovo.
Largo di palazzo XVIII secolo
Nell’area adiacente sorsero molti palazzi nobiliari, così come era già successo per la via di Toledo. Luigi Vanvitelli, l’architettto che con Carlo di Borbone rifece Napoli e dintorni, il Palazzo Reale venne rinforzato, e rivestito di nuova eleganza e sulla facciata Vanvitelli fece otto nicchie dove dal 1888 saranno esposte tutte le statue dei re di Napoli. 
All’inizio del XIX secolo, Gioacchino Murat pensò a una nuova sistemazione del largo: furono abbattute chiese e conventi ancora esistenti vicino al palazzo e a quel punto aumentò moltissimo la sua superficie, come possiamo vederla oggi. Era previsto un edificio pubblico di forma circolare riservato ad assemblee popolari, e una complessa e stupefacente architettura sotterranea, da poco scoperta, un ipogeo che ora sta per essere aperta al pubblico. Erano previsti anche palazzi gemelli ai lati della piazza. Ma Re Gioacchino non ebbe il tempo di vedere le sue idee realizzate, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo a giugno 1815, fece di tutto per conservare il trono ma non ci fu niente da fare. Come sappiamo, fu fucilato nello stesso anno a Pizzo calabro dai soldati borbonici.
Ferdinando I
Fu Ferdinando I delle due Sicilie, tornato nella sua capitale, a realizzare i piani di Murat, i due palazzi gemelli, il palazzo Salerno e quello di fronte perfettamente uguale, detto della Foresteria. Il primo è oggi una sede di Comani militari, il secondo, che accoglieva gli ospiti di riguardo del Re, oggi è sede della Prefettura.
 Al centro di quell’edificio circolare voluto dal Re francese, e del grande colonnato, fu costruita una Chiesa dedicata a san Francesco di Paola.
ll 21 ottobre 1860, mentre ancora si combatteva a Gaeta per la difesa e l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie, si svolse nel Largo, il plebiscito, che già allora fu visto come una farsa.
Il voto doveva essere dato per mezzo di una scheda che portava la scritta “SI o No”. La scheda, votata e piegata, doveva essere consegnata al presidente del comitato elettorale che la deponeva nell’urna dei Si o dei No, alla presenza dell’elettore. Era chiaramente un voto non segreto e lasciava poche possibilità a chi voleva votare per il No. La Camorra, arruolata da Liborio Romano per mantenere l’ordine pubblico, controllava le operazioni e non furono pochi quelli che avendo votato no, subirono violenze anche da parte dei garibaldini. Votarono anche questi che nulla avevano a che fare con Napoli e il meridione. Il risultato era già scontato.
Descrisse le votazioni non un meridionale, ma un lombardo contemporaneo dei fatti, lo storico Cesare Cantù: “il plebiscito giungea fino al ridicolo, poiché oltre a chiamare tutti a votare sopra un soggetto dove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l’identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i Sì e i No, lo che rendeva manifesto il voto”.
Del resto cosi era avvenuto anche in altre città e in Sicilia.
Tra la fine del XIX secolo, nel periodo del Risanamento, e l’inizio del ‘900, tutta la linea costiera fu colmata, stravolgendo via S. Lucia, ricoprendo la chiaia, l’antica playa, sulla quale fu costruita una nuova lunga strada costiera, via Partenope, e via Caracciolo, costruendo alberghi sempre più grandi e altri palazzi che nascosero per sempre il profilo del monte Echia, che oggi si erge sul Chiatamone.-
Nelle nicchie del palazzo reale furono installate le statue che vediamo ancora oggi, che rappresentano i Re e le dinastie che regnarono su Napoli
La piazza oggi
L’enorme statua del Gigante era stata già tolta di mezzo da Giuseppe Bonaparte, infastidito dai commenti negativi che i napoletani lasciavano sulla statua (come accadeva a Roma con Pasquino).La gigantesca testa della statua la si ritrova oggi dimenticata con altri resti nel Man, il museo archeologico nazionale di Napoli, abbandonata in un cortile subito prima dell’uscita.
Nel 1963, negli anni del boom economico e dell’aumento delle auto circolanti in città, si pensò bene di adibire l’antico largo di Palazzo a parcheggio pubblico, e anche a capolinea di autobus. Che brutta fine!
Per fortuna nel 1994, in occasione del vertice G7, il Comune, guidato da Antonio Bassolino, decise di chiuderla al traffico rendendola completamente pedonale e così è ancora oggi, meta di milioni di turisti.
.




venerdì 22 marzo 2019


Larghi e Strade
Via Mezzocannone
La via Mezzocannone è oggi una strada centrale di Napoli, conosciutissima soprattutto dagli studenti perché lungo la via si erge l’ Università degli studi, quel grande edificio grigio costruito tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Non è una grande strada, collega la piazza S. Domenico maggiore e la piazzetta Nilo al Corso Umberto, più noto ai napoletani come Rettifilo.
La sua storia è antica, millenaria, e ha una stranezza: il nome. Da dove deriva “mezzocannone”, ha per caso a che fare con artiglierie, guerre o battaglie, avvenute in quella zona? Forse un antico cannone scoppiato mentre sparava?
In epoche molto antiche la strada non era altro che il corso di un canale pubblico, cioè uno scolo che raccoglieva le acque che venivano giù dalle colline poste a settentrione della città e di altre dell’acquedotto della Bolla, che” ivi alimentava una piccola fontana (fontanula) “.(B.Capasso, Topografia della città di Napoli nell’XI secolo).
l canale pubblico, secondo alcuni storici, era cinto sui lati dalle mura che dal porto correvano verso l'interno fino a una porta dove riprendevano a scendere verso il mare (Nella foto, in basso verso il mare si vede una specie di fenditura). Queste acque si spandevano quindi verso il mare dando luogo ai lavinai o fusari. La porta serviva da congiunzione tra i due tratti di mura e è stata chiamata VENTOSA, perchè  esposta ai venti di scirocco che soffiavano da sud-est sulla vicina spiaggia.

Canale publicum
Molti scrittori testimoniano l’origine del nome col vento che vi spirava dal mare. Pietrantonio Lettieri, architetto del ‘400, sostiene che la porta fu detta Ventosa «dai venti che dal mare all' hora qui spiravano ».  Carlo Celano, storico del ‘600, dice che la porta era : “detta Ventosa, per lo vento che di continuo vi si sentiva, venuto dal mare, che le stava dappresso.
Ma già nel XV secolo, la porta non c’era più e il canale pubblico si era prosciugato, il mare si era ritirato, e il porto allontanato nell’area che conosciamo, tra Castel nuovo e castello del Carmine.
Regnavano a Napoli gli Aragonesi con Alfonso II. In quel periodo non c’era altro che un viottolo stretto, poco più di un sentiero, ricavato dal canale pubblico, che veniva chiamato via Fontanula, per la presenza di una piccola fontana situata, pare, nei pressi di via sedile di Porto.
Il Re Alfonso decise, però, di far costruire una fontana più grande, in piperno, addossata al muro,  con una larga vasca per abbeverare i cavalli.
L’idea era buona e i lavori di costruzione furono ultimati in tempi brevi, compresa la parte idraulica con l’installazione del tubo - detto a Napoli   “cannola” o anche “cannone” - dal quale doveva uscire l’acqua.
Ma le misure non erano giuste, perché dalla fontana uscì fuori un mezzo tubo.
Come  spiega Gino Doria nel suo Le strade di Napoli.: “ la cannella di bronzo da cui sgorgava l’acqua, chiamata volgarmente «cannone», appariva infatti decisamente corta, un «mezzo cannone», insomma; essa era inoltre sovrastata dalla statua di un sovrano, raffigurante probabilmente lo stesso Alfonso II. Se le intenzioni iniziali erano quelle di creare una scultura che trasmettesse imponenza e regalità, le sue forme sproporzionate dovevano renderla in realtà alquanto buffa, al punto da suscitare l’ilarità del popolo, che conierà appositamente il motto burlesco «me pare ‘o Rre ‘e miezz cannone», per indicare una persona «che sia di statura men che mezzana, panciuta, rabbuffata e si dia aria di gravità»,
Via mezzocannone
Per ironia e volontà popolare “mezzocannone”  diventò  il termine con il quale si  indicò, nei secoli a venire, quella strada.
In seguito agli interventi del cosiddetto Risanamento, avvenuto a fine del XIX secolo, la strada fu ampliata. Nella parte centrale, tutti gli edifici preesistenti furono abbattuti per costruire la nuova Università, e, di fronte, palazzi di civili abitazioni.
 La fontana fu smantellata, fatta a pezzi e portata in un deposito del Comune dal quale poi i vari pezzi sparirono   definitivamente.
Lungo la strada si installarono librerie universitarie, caffè, locali per la battitura delle tesi di laurea e per rilegarle. C’era anche un cinema,“Astra”, ad uso e consumo di studenti squattrinati.
Malgrado tutti i mutamenti, Mezzocannone era, e cosi è ancora oggi, la denominazione ufficiale della strada.

.







l





giovedì 14 marzo 2019

Riviera di Chiaia



Larghi e Strade

La Riviera

Parallela al lungomare Caracciolo e alla Villa Comunale, corre la Riviera di Chiaia, una strada che inizia dalla Piazza Vittoria e arriva alla piazza della Repubblica, lì dove oggi c’è il palazzo del consolato statunitense.
Lungo la Riviera sorgono  molti palazzi nobiliari costruiti,  a partire dal XIX secolo, come quello Caracciolo di San Teodoro, Ischitella, la più famosa villa Pignatelli, e molti altri, mentre all’ inizio della via si trova il noto negozio di cravatte “ Marinella”. Percorrendo la strada da piazza Vittoria, vediamo a sinistra la villa comunale e, oltre, la via Caracciolo. Al termine, troviamo   un edificio, detto Il palazzo della Torretta, che divide la strada per Mergellina da quella che invece prosegue per Fuorigrotta e i campi Flegrei.
La storia di Chiaja e della Riviera è la storia di Napoli, troppo lunga e complessa per poterne parlare in poche righe. All’inizio, dove oggi è la strada, c’erano il mare e la spiaggia. In quella zona fu il primo insediamento di Partenope costruito sul monte Echia da migranti provenienti dall’area Greca intorno al X/IX secolo a.C.; e fu nel V secolo a.C. che altri  coloni fondarono, su un altopiano degradante verso il mare, una nuova città, Neapolis, e la chiusero dentro alte mura. Poi, mentre Partenope spariva e la linea di costa cominciava a cambiare con il ritiro del mare, e le navi si insabbiavano, venne il tempo dei conquistatori: Romani, Goti, Bizantini, Normanni e Svevi, Francesi angioini e Aragonesi, e poi gli Spagnoli.
La spiaggia lungo la costa occidentale - la riviera che qualche autore chiama strada Puteolana, identificabile oggi con la via interna detta Cavallerizza a Chiaia – fu utilizzata prima a soli scopi militari per raggiungere più velocemente Pozzuoli e i Campi Flegrei attraverso la Crypta neapolitana, una grotta scavata sotto la collina di Posillipo nel periodo augusteo da Lucio Cocceio Aucto, ingegnere militare.
Torretta
La via costiera fu utilizzata in seguito anche per usi civili, sia nel periodo ducale e normanno-svevo, e fu molto frequentata  dal periodo angioino in poi perché, con la Corte angioina a Napoli capitale, furono riscoperte  le zone flegree e il piacere di recarsi alle Terme di Lucrino e Baia.
“ Riparia” fu chiamata nel medio evo, dal termine latino ripa cioè la riva, così come dal latino plaga, terra o spiaggia, derivò anche, con la dominazione aragonese e poi spagnola, il catalano platja o il castigliano playa, poi deformato in Chiaja.
Nel periodo vicereale spagnolo   tutta la zona si chiamava già Chiaja, e iniziava a sorgere un piccolo borgo extra moenia intorno a un vallone, un antico alveo di acque piovane, ormai asciutto (oggi via Chiaia).
 Con la costruzione del nuovo palazzo vicereale – oggi palazzo reale in p.za Plebiscito – l’aristocrazia napoletana pensò di doversi avvicinare il più possibile alla Corte, e perciò si trasferì a Chiaia, a Toledo e dintorni, costruendo grandi palazzi circondati da grandi giardini, come i palazzi Cellamare, D’Avalos, Sirignano e altri.
Il lento ritiro del mare sostituito dalla spiaggia, favoriva lo sviluppo del borgo anche sul percorso costiero, sulla Riviera, fino alla biforcazione tra la strada che continuava dritta verso Pozzuoli attraversando la Cripta e quella c che invece portava a Mergellina.
Li fu costruita la Torretta (che oggi da il nome alla zona), una Torre di avvistamento e di presidio militare, nel 1564 per volere del viceré duca di Alcalà, dopo una incursione di pirati Saraceni.(dipinto di Gaspar Van Wittel)
La spiaggia ormai era diventata molto larga e avanzata rispetto al percorso, ottima per i pescatori che tiravano in secca le loro barche e stendevano al sole le reti che le donne riparavano.  Sorgevano lì piccole costruzioni che erano le loro case, e anche locali e osterie, come la taverna di Florio, una delle più famose di quei tempi, situata proprio sulla strada di Chiaja, di fronte all’isolotto di San Leonardo (oggi sarebbe all’altezza della rotonda Diaz).
Nel 1697 era viceré di Napoli Luis Francisco dela Cerda y Aragon, duca di Medinaceli. Egli approvò un progetto di abbellimento della spiaggia di Chiaia. Benedetto Croce in “Storie e leggende napoletane”, scrive che il Viceré fece selciare la via con grandi pietre, e piantar lungo il mare una fila di salici per ombreggiarla”. Tra gli alberi, a intervalli regolari furono installate anche delle fontane.
Credo che quello fu l’inizio, o almeno un tentativo, di una ristrutturazione globale della Chiaia e una prima idea di passeggiata vicino al mare.
Riviera 1850
Bisognò attendere circa 80 anni, e relativi mutamenti politici, per riprendere quell’ idea con Ferdinando IV di Borbone, figlio di Carlo. Tra il 1778  e il 1780, egli fece realizzare sull’ area della spiaggia, lungo la riviera,  un giardino urbano, un vero e proprio passeggio, molto di moda in quegli anni, per opera di Carlo Vanvitelli, figlio del più noto Luigi.
Fu chiamato "Real Passeggio di Chiaia", un giardino, piantato a lecci, pini, palme, eucalipti, che si estendeva per oltre 1 km lungo la costa, adorno di sculture e statue di epoca romana e neoclassiche.
Il borgo di Chiaia continuò la sua espansione, dai primi decenni dell’Ottocento la Riviera fu man mano occupata da quei grandi palazzi e ville delle grandi casate nobiliari, che avevo citato all’inizio di questo articolo.(dipinto di G.La Pira).
La riviera di Chiaia cominciava ad assumere l’aspetto che in parte possiamo vedere ancora oggi. In parte perché oltre il real passeggio, la costa era costituita ancora dalla spiaggia e occupata dai pescatori di Santa Lucia e di Mergellina, fedelissimi dei Re Borbone. Ma, come si sa, nel 1860, Il regno spariva, la Sicilia e i territori meridionali venivano inglobati nel nuovo regno sabaudo.
Fu costruito il nuovo quartiere di Chiaia, con nuovi edifici interni alla Riviera e nuove strade. Nel 1870 il Real passeggio borbonico fu denominato “villa comunale e fu ampliato sul lato mare, mentre si iniziò a pensare alla sistemazione, o meglio, alla eliminazione, della spiaggia. Nel 1876 fu inaugurata la prima linea tramviaria napoletana, con trazione a cavalli, sul percorso Torretta-Riviera di Chiaia-Chiatamone, successivamente allungato fino al Reclusorio (o’ serraglio, ovvero l’albergo dei poveri in piazza Carlo III). Verso la fine del secolo i cavalli vennero man mano sostituiti dal sistema di mobilità a vapore e poi tutto fu elettrificato.
Tra la fine del XIX secolo, nel periodo del Risanamento, e l’inizio del ‘900 tutta la linea di costa fu colmata: la spiaggia, la Chiaja, l’antica playa, i pescatori, non andavano più bene per una città da modernizzare, e fu creata via Caracciolo.
Iniziava l’epoca delle prime automobili e degli autobus, oggi si sta scavando sotto la Riviera per la Metropolitana.
Della strada che scorreva lungo il mare non resta che il nome, perché diventata una via interna, allontanata e separata dal suo mare, dalla villa comunale e dal lungomare.