Storia e storie

Racconti

martedì 31 gennaio 2017

Castellammare


La città di Castellammare ( di Stabia) reca già nel nome l'esistenza, o il ricordo, di un castello posto sul mare, edificato a Stabia, antica città della costa campana, a sud di Pompei, tra i monti Lattari e il fiume Sarno. La favorevole posizione sul mare,  una zona ricca di acque e di fertili pianure di origine vulcanica, favorirono i primi insediamenti già dall'VIII secolo a.C. da parte di Sanniti, popolazione indigena, poi Etruschi e  Greci, e quindi Romani.
Il nome di Stabiae fu dato dai Romani, che presero quel villaggio a picco sul mare, nel 340 a.C. L' abitato  fu fortificato e probabilmente per difendersi da incursioni nemiche, furono costruite Torri di guardia sul mare.
Da allora Stabiae, come accadde per quasi tutte le città della costa campana, costituì un luogo di villeggiatura per i ricchi patrizi romani che costruirono le loro ville. Non erano più necessarie torri o castra, nel mare nostrum  non c'erano più nemici e lì vicino, a poche miglia, a Miseno, c'era la base navale della flotta del Tirreno.
L'eruzione del 79 d.C., che distrusse Pompei ed Ercolano colpi anche Stabiae, ma  secondo gli storici, non ci fu un gran numero di vittime, poichè essendo un luogo di villeggiatura, era poco abitata.
I superstiti, cessata l'eruzione e passata la paura, in attesa degli aiuti statali - anche all'epoca veniva nominato un commissario del Senato per l'accertamento dei danni e per le ricostruzione..., non sembra cambiato molto anche oggi.. - tornarono a recuperare cio che restava delle loro case, e iniziarono a ricostruire un nuovo insediamento lungo la costa.
Questa, nei periodi successivi, non era più sicura come una volta, poichè il Mediterraneo nel corso del tempo, non era più un lago romano. La decadenza dell'Impero e le invasioni barbariche portarono altri  dominatori, i Goti, i Bizantini, i pirati Saraceni e i Normanni.
Quel che restava di Stabia fece parte del Ducato di Sorrento, che nel VII secolo faceva parte del Ducato di Napoli e successivamente, nell'800, si rese competamente autonomo. Sorrento  ebbe molti nemici, dai Longobardi di Benevento ai Saraceni, da Amalfi a Napoli.
Per difendersi,  intorno all'anno 1000, fu costruito, su un'altura di circa 100 metri sul livello del mare, la collina di Pozzano - oggi località balneare - secondo alcuni storici, il castrum ad mare, la cui traduzione italiana è facile.
Secondo l'ipotesi più realistica si ritiene che, a parte la possibile modifica della linea di costa, il castello era munito di una cinta muraria che, partendo  dal complesso centrale, scendeva giù per la collina fino al  mare, dove terminava con una torre di avvistamento. In questo punto il mare incontrava il castello e da qui il nome di Castello a mare.
Con la conquista normanna, Castellammare, e tutta l'area sorrentina entrarono a far parte del Regno di Sicilia. Il castello fu in seguito riparato  per ordine di Federico II, e più avanti ristrutturato dagli Angioini conservando sempre la sua funzione difensiva. Anche Castellammare faceva parte del sistema difensivo a guardia del golfo e della capitale del regno, sia a nord con i castelli di Baia e delle isole maggiori, sia a sud e poi, come vedremo, quelli di Napoli stessa.
Successivamente il regno passò sotto il controllo degli Aragonesi, che non fecero altro, per tutti i sessanta anni del loro regno, che difendersi da attacchi continui. Essi perciò ristrutturarono e, come avevano già fatto altrove, rinforzarono anche il castello a mare di Stabia, con possenti muri di cinta.  Era l'epoca di grandi trasformazioni in campo militare, apparivano le prime armi da fuoco e i cannoni.
Il castello conservò la sua potenza  per tutto il periodo del viceregno spagnolo, ma nel XVIII secolo cominciò il suo lento declino. Con i Borbone il castello non ebbe più alcuna funzione, mentre la città diventò una delle più floride del regno, soprattutto con la  creazione dei Cantieri navali e anche con la scoperta di antichi resti romani di Stabiae e delle Terme.
Con l'unità, l'area si riempì di industrie tra cui conservifici,  cartiere, pastifici, cantieri metallurgici e diverse industrie meccaniche e tessili. La denominazione ufficiale di Castellammare avvenne con regio decreto nel 1863.
E il castello? Abbandonato a se stesso e privato di ogni minimo intervento di manutenzione, era ridotto a un rudere. Restava il piedi, in parte, la Torre sul mare.
Il Demanio, ai primi del XX secolo, lo vendette a privati - come era accaduto nello stesso periodo al castello di Ischia - e quindi restaurato e ristrutturato come abitazione privata. Oggi è visibile solo all'esterno sulla via panoramica e non è visitabile.
La Torre fu distrutta nell'ultimo dopoguerra,  quando lì vicino si insediò uno stabilimento calce e cementi che sfruttava le rocce calcaree prelevate dalla montagna adiacente.

giovedì 5 gennaio 2017

Il Castello di Nisida


Venendo da Napoli per la via nuova di Posillipo, di dietro all'altra collina tufacea crestata di elci e di querce, spunta il primo lembo della verde isoletta, e poi la si ha tutta innanzi, piccola e snella, cosparsa di rare case bianche, recante come ghirlanda sul capo il rotondo suo castello, nell'abbagliante azzurro del cielo e del mare,......”.(Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, 1919).

Il golfo e la costa napoletana furono subito notati, qualche migliaio di anni fa, da mercanti Fenici, che stabilirono empori commerciali, navigatori e profughi Micenei che scappavano davanti alle scorrerie di pirati e all'invasioni doriche e altri popoli del mare, e poi “migranti” provenienti soprattutto dall'Eubea, in cerca di nuove patrie, e che colonizzarono la Sicilia e l ' area meridionale della penisola, spingendosi fino all'isola d'Ischia, Procida e nell'area del monte Echia, dove fondarono Partenope.
Piccoli insediamenti vennero fondati anche su due isolotti, uno chiamato Megaride nello specchio d'acqua prospiciente l'attuale zona di S. Lucia e l'altro davanti all ' estremo capo della collina di Posillipo., e che fu chiamato Nesis, Nisida. Tra questa e la costa c'era poi un piccolo isolotto, poco più di uno scoglio, che fu chiamato Leimon e successivamente isolotto del Coppino o Chiuppino,
Nisida,
ormai sparito perchè inglobato nel ponte di collegamento, costruito nel 1934.
La zona si riempi di leggende, quello spazio di mare fino a Capri fu considerato il luogo dove vivevano le Sirene, e a Megaride i coloni individuarono il luogo dove la sirena Partenope andò a morire.
Nisida seguì la sorte di Neapolis e delle località vicine, quella cioè di essere considerate luoghi per l'”otium”,un concetto romano molto aristocratico: una disoccupazione studiosa, la contemplazione, la meditazione, le discussioni filosofiche, oltre, naturalmente, tutte le attività del tempo libero, i bagni, i pranzi e le cene, il teatro. In sostanza le vacanze e l'allontanamento dal nec-otium, il lavoro, l'attività.
Qui aveva una piccola villa Marco Giunio Bruto, il figlio assassino di Giulio Cesare. Dopo l'assassinio, quì Bruto si ritirò, prima di andare a morire nella battaglia di Filippi contro Ottaviano e Marco Antonio. Di questa villa e di altre di età romana non ci sono più tracce. Sul lato non visibile da terra c'era l'insenatura di porto Paone per l'approdo, quando l'isola non era collegata alla terraferma dal moderno molo. Nisida doveva essere più grande di come appare oggi. Essa, secondo esperti e archeologi, emerge infatti solo per 1/6 della sua grandezza totale: nei fondali sottomarini si vedono manufatti di epoca romana, sommersi per il fenomeno del bradisismo.
In età medievale l'isola fu donata alla Chiesa e vi fu fondato un monastero di S.Arcangelo, e la chiesa che fu chiamata, S.Angelo de Zippio. L'isola,infatti,era stata rinominata Gipeum o Zippium.
La Chiesa non era insensibile a possibili guadagni e così dette in affitto l'isola a vari personaggi che a loro volta la sfruttarono economicamente. Nella seconda metà del XIV secolo, sotto il governo della regina Giovanna I d'Angiò, fu costruita sul punto più alto dell'isola, una Torre di Guardia, per il controllo del territorio e di quel tratto di mare.
Verso la metà del '400, con il Rinascimento e la scoperta dei classici greco romani, l'isola fu rinominata di nuovo Nisida. In quegli anni regnava a Napoli un'altra Regina di nome Giovanna, la seconda. Un periodo ingarbugliato fatto di intrecci strani, alleanze e tradimenti, attacchi interni ed esterni al Regno, pretendenti al trono, congiure e ribellioni, Papa e antipapa, donne e uomini in cerca di potere e di ricchezze, e eredi al trono scelti senza criterio dalla regina senza figli: prima Luigi d'Angiò, poi Alfonso d'Aragona, poi di nuovo l'Angiò, e poi la guerra che finirà nel 1443 con la vittoria di Alfonso.
Nisida, porto Paone e castello
Fu allora che la Torre fu trasformata in un castelletto. Erano in aumento le incursioni saracene nei possedimenti spagnoli in Italia. Continui allarmi e saccheggi turbavano la vita lungo le coste del territorio vicereale e frenavano pesca e commercio. Serviva ben altro che una sola torre, si avviò la costruzione di bastioni costieri e la ristutturazione di quelli già esistenti, tra i quali anche quello esistente a Nisida, che fu munito di cannoni e soldati. Lo scoglio del Coppino fu invece utilizzato come lazzaretto
Nel XVI secolo Nisida era comunque proprietà privata e così restò prima con la famiglia Piccolomini e successivamente, fino al XVIII secolo, con i Duchi Macedonio.
Nel 1626, si verificò una grande epidemia di peste che colpì anche la capitale del regno, il castello di Nisida, malgrado le proteste dei proprietari, fu requisito e adibito a Lazzaretto, non bastando più quello vecchio esistente sullo scoglio del Coppino. Iniziò da allora un lento declino e venne meno la sua funzione di avvistamento e difesa.
Con l'avvento dei Borbone l'isola passò al Demanio dello Stato; dopo il periodo murattiano, nel 1815, l'edificio del vecchio castello fu riadattato e trasformato in prigione. Nel 1832 fu affidato all'architetto De Fazio l'incarico di costruire un nuovo molo per unire Nisida con l'isolotto del lazzaretto vecchio. I lavori furono ripresi nel 1847, il molo congiunse Nisida allo scoglio più vicino alla costa di Coroglio. Mancava poco per unire l'isola alla terraferma, ma si dovette attendere fino al 1934.
Sull'isola restò il penitenziario anche dopo l'unità, mentre nel 1933 fu convertito in riformatorio giudiziario per minori, come è rimasto fino ad oggi. A causa della presenza di questo istituto, l'isola non è accessibile a tutti.