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giovedì 5 gennaio 2017

Il Castello di Nisida


Venendo da Napoli per la via nuova di Posillipo, di dietro all'altra collina tufacea crestata di elci e di querce, spunta il primo lembo della verde isoletta, e poi la si ha tutta innanzi, piccola e snella, cosparsa di rare case bianche, recante come ghirlanda sul capo il rotondo suo castello, nell'abbagliante azzurro del cielo e del mare,......”.(Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, 1919).

Il golfo e la costa napoletana furono subito notati, qualche migliaio di anni fa, da mercanti Fenici, che stabilirono empori commerciali, navigatori e profughi Micenei che scappavano davanti alle scorrerie di pirati e all'invasioni doriche e altri popoli del mare, e poi “migranti” provenienti soprattutto dall'Eubea, in cerca di nuove patrie, e che colonizzarono la Sicilia e l ' area meridionale della penisola, spingendosi fino all'isola d'Ischia, Procida e nell'area del monte Echia, dove fondarono Partenope.
Piccoli insediamenti vennero fondati anche su due isolotti, uno chiamato Megaride nello specchio d'acqua prospiciente l'attuale zona di S. Lucia e l'altro davanti all ' estremo capo della collina di Posillipo., e che fu chiamato Nesis, Nisida. Tra questa e la costa c'era poi un piccolo isolotto, poco più di uno scoglio, che fu chiamato Leimon e successivamente isolotto del Coppino o Chiuppino,
Nisida,
ormai sparito perchè inglobato nel ponte di collegamento, costruito nel 1934.
La zona si riempi di leggende, quello spazio di mare fino a Capri fu considerato il luogo dove vivevano le Sirene, e a Megaride i coloni individuarono il luogo dove la sirena Partenope andò a morire.
Nisida seguì la sorte di Neapolis e delle località vicine, quella cioè di essere considerate luoghi per l'”otium”,un concetto romano molto aristocratico: una disoccupazione studiosa, la contemplazione, la meditazione, le discussioni filosofiche, oltre, naturalmente, tutte le attività del tempo libero, i bagni, i pranzi e le cene, il teatro. In sostanza le vacanze e l'allontanamento dal nec-otium, il lavoro, l'attività.
Qui aveva una piccola villa Marco Giunio Bruto, il figlio assassino di Giulio Cesare. Dopo l'assassinio, quì Bruto si ritirò, prima di andare a morire nella battaglia di Filippi contro Ottaviano e Marco Antonio. Di questa villa e di altre di età romana non ci sono più tracce. Sul lato non visibile da terra c'era l'insenatura di porto Paone per l'approdo, quando l'isola non era collegata alla terraferma dal moderno molo. Nisida doveva essere più grande di come appare oggi. Essa, secondo esperti e archeologi, emerge infatti solo per 1/6 della sua grandezza totale: nei fondali sottomarini si vedono manufatti di epoca romana, sommersi per il fenomeno del bradisismo.
In età medievale l'isola fu donata alla Chiesa e vi fu fondato un monastero di S.Arcangelo, e la chiesa che fu chiamata, S.Angelo de Zippio. L'isola,infatti,era stata rinominata Gipeum o Zippium.
La Chiesa non era insensibile a possibili guadagni e così dette in affitto l'isola a vari personaggi che a loro volta la sfruttarono economicamente. Nella seconda metà del XIV secolo, sotto il governo della regina Giovanna I d'Angiò, fu costruita sul punto più alto dell'isola, una Torre di Guardia, per il controllo del territorio e di quel tratto di mare.
Verso la metà del '400, con il Rinascimento e la scoperta dei classici greco romani, l'isola fu rinominata di nuovo Nisida. In quegli anni regnava a Napoli un'altra Regina di nome Giovanna, la seconda. Un periodo ingarbugliato fatto di intrecci strani, alleanze e tradimenti, attacchi interni ed esterni al Regno, pretendenti al trono, congiure e ribellioni, Papa e antipapa, donne e uomini in cerca di potere e di ricchezze, e eredi al trono scelti senza criterio dalla regina senza figli: prima Luigi d'Angiò, poi Alfonso d'Aragona, poi di nuovo l'Angiò, e poi la guerra che finirà nel 1443 con la vittoria di Alfonso.
Nisida, porto Paone e castello
Fu allora che la Torre fu trasformata in un castelletto. Erano in aumento le incursioni saracene nei possedimenti spagnoli in Italia. Continui allarmi e saccheggi turbavano la vita lungo le coste del territorio vicereale e frenavano pesca e commercio. Serviva ben altro che una sola torre, si avviò la costruzione di bastioni costieri e la ristutturazione di quelli già esistenti, tra i quali anche quello esistente a Nisida, che fu munito di cannoni e soldati. Lo scoglio del Coppino fu invece utilizzato come lazzaretto
Nel XVI secolo Nisida era comunque proprietà privata e così restò prima con la famiglia Piccolomini e successivamente, fino al XVIII secolo, con i Duchi Macedonio.
Nel 1626, si verificò una grande epidemia di peste che colpì anche la capitale del regno, il castello di Nisida, malgrado le proteste dei proprietari, fu requisito e adibito a Lazzaretto, non bastando più quello vecchio esistente sullo scoglio del Coppino. Iniziò da allora un lento declino e venne meno la sua funzione di avvistamento e difesa.
Con l'avvento dei Borbone l'isola passò al Demanio dello Stato; dopo il periodo murattiano, nel 1815, l'edificio del vecchio castello fu riadattato e trasformato in prigione. Nel 1832 fu affidato all'architetto De Fazio l'incarico di costruire un nuovo molo per unire Nisida con l'isolotto del lazzaretto vecchio. I lavori furono ripresi nel 1847, il molo congiunse Nisida allo scoglio più vicino alla costa di Coroglio. Mancava poco per unire l'isola alla terraferma, ma si dovette attendere fino al 1934.
Sull'isola restò il penitenziario anche dopo l'unità, mentre nel 1933 fu convertito in riformatorio giudiziario per minori, come è rimasto fino ad oggi. A causa della presenza di questo istituto, l'isola non è accessibile a tutti.




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