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martedì 27 dicembre 2016

Terre murate, Il castello di Procida



  
Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l'altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta, e figliuola d'un gentil uom dell'isola, che Marin Bolgaro avea nome, la quale un giovanetto, che d'una isoletta ad Ischia vicina, chiamata Procida, era, e nominato Gianni, amava sopra la vita sua, ed ella lui. Il quale, non che il giorno d...a Procida ad usare ad Ischia per vederla venisse, ma già molte volte di notte, non avendo trovata barca, da Procida infino ad Ischia notando era andato, per poter vedere, se altro non potesse, almeno le mura della sua casa.(Giovanni Boccaccio, Decamerone, V° giornata, Novella VI.)

Corricella
Nel 1744, Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia da 10 anni, dispose la trasformazione del Castello di Procida in Palazzo Reale, e l'isola divenne una delle riserve di caccia reali.
Circa un secolo dopo, nel 1830, il castello fu trasformato in bagno penale. Subì allora le necessarie modifiche come celle, camerate comuni e cubicoli. Ma, cominciamo dall' inizio.
L'isola di Procida è una delle tre isole del golfo di Napoli, le altre due sono le più conosciute Capri e Ischia. Il territorio comunale di Procida si estende anche all'isolotto di Vivara, che qualche migliaio di anni fa era unito a Procida. Alcuni ritrovamenti archeologici su Vivara hanno fatto pensare che l'isola fosse già abitata intorno al XVI o XV secolo a.C., probabilmente da coloni Micenei. Tanto per inquadrare il periodo storico, i Micenei furono quelli della guerra di Troia. Intorno all'VIII secolo a.C, Procida fu abitata da coloni dell'isola di Eubea e poi dai Greci di Cuma. Durante la dominazione romana, Procida divenne sede di ville e di insediamenti sparsi; fu luogo di villeggiatura dei patrizi romani, così come accadeva per gli altri siti Flegrei, come Baia, Miseno e altri.
Dopo la fine dell'Impero romano, l'isola subì le devastazioni di Vandali e Goti e successivamente fece parte del Ducato bizantino (poi autonomo) di Napoli.
L'isola diventò rifugio per le popolazioni in fuga dalle devastazioni dovute alle invasioni e alle scorrerie dei pirati saraceni. Ci si rifugiò sul promontorio della Terra, il rilievo più elevato dell'isola, naturalmente difeso da pareti a picco sul mare e poi fortificato: lo chiamarono Terra Murata.
Procida seguì quindi le vicende politiche del Regno di Napoli, subendo le varie dominazioni normanne, sveve, angioine: ricordiamo Giovanni da Procida consigliere di Federico II e animatore della rivolta dei Vespri siciliani contro gli Angioini. Ci furono poi gli Aragonesi e il viceregno spagnolo, gli Austriaci per pochi anni fino al 1734 anno della rinascita del Regno autonomo con Carlo di Borbone. Nel 1529, durante il vice regno spagnolo, l'isola fu concessa in feudo alla famiglia d' Avalos d'Aquino d'Aragona, nobile famiglia napoletana. Il primo feudatario fu Alfonso III d'Avalos, marchese del Vasto e generale dell'imperatore Carlo V, che ereditò anche l'isola di Ischia dal cugino Fernando d'Avalos, che fu sposato a Vittoria Colonna, ma morì senza eredi diretti. Alfonso d' Avalos era nato proprio a Ischia nel 1502, mentre il cugino Fernando era napoletano di Napoli. Era un'epoca di guerre continue in Europa, e il Mediterraneo era infestato dai pirati saraceni, come Khayr al Din, soprannominato il Barbarossa e Dragut: entrambi devastarono più volte l'isola che provò a fortificarsi sempre più sulle alture delle Terre murate, erigendo torri di avvistamento e una seconda cinta muraria intorno al borgo. Il castello, distrutto da una di queste incursioni, poi fu ricostruito sul finire del XVI secolo per volonta del Cardinale Ignico d'Avalos, dagli architetti Giovan Battista Cavagna romano di nascita, insieme a Benevenuto Tortelli,bresciano, non solo architetto ma anche scultore in legno. Successivamente fu Palazzo Reale dei Borbone fino al 1815, quando fu trasformato in Scuola militare, solo nel 1830/31 si pensò a utilizzarlo come carcere.
Terre murate e Castello
Le prigioni esistenti in Napoli non erano più sufficienti e versavano in uno stato di estremo disagio per sovraffollamento e altro: la Vicaria e anche S. Francesco, riadattato nel 1792,non bastavano più. Si cominciò così a pensare ad altri siti utilizzando, come già accadeva in Inghilterra e Francia, le isole: dopo aver provato a colonizzare le Tremiti e Ventotene, dopo aver costruito un carcere sull'isolotto di Santo Stefano, si pensò al Golfo della capitale: Nisida poteva andare anche se troppo vicina alla costa, Capri, troppo bella e troppo scogli. restavano Ischia e Procida, fu scelta prima Procida e il Re rinunziò al palazzo di Terre murate, per far luogo a modifihe e ampliamenti necessari per la trasformazione in carcere. La struttura venne divisa in quattro livelli destinati a diverse categorie di detenuti, in base alla gravità della pena. I piani bassi, umidi ed angusti, ospitavano prigionieri politici o assassini; il piano più alto, chiamato Reclusione, era occupato da condannati al ‘minimo dei ferri’: i detenuti comuni. Nei sotterranei vi erano, invece, locali interrati utilizzati come celle di rigore. Il complesso subì nel tempo molte trasformazioni: dalle aree sottostanti vennero ricavati ulteriori spazi per soddisfare le mutate esigenze (celle, servizi igienici, lavanderie, infermeria) e, nel 1850, fu realizzato anche un opificio, volto ad attenuare le condizioni di degrado in cui versavano i detenuti. Procida fu definita la regina delle galere borboniche, “la cloaca massima dove, naturalmente, percola quanto la società ha di più feccioso ed infame: briganti, assassini, parricidi, grassatori, ladri, falsari…”. Fu Luigi Settembrini, intellettuale antiborbonico, a fornire pessime descrizioni delle prigioni dell'epoca, da quella di S.Stefano a Procida, ma poi, pochi mesi prima di morire, nel 1876, si rimangiò tutto. Egli infatti confessò che era stato alquanto esagerato nelle descrizioni.:“ ... se in qualcuno c'è esagerazione come per esempio nelle torture date a Napoli ed in Sicilia, l'esagerazione non è sua, ma nostra che noi tutto esageriamo. A me e ai miei amici non è stato mai torto un capello nel carcere....la cuffia del silenzio, le cannucce nelle dita. ec. sono invenzioni.... Ho letto in molti libri e da poco nella Storia dello Zini, di sevizie patite da noi condannati politici: ciò non è esatto. Nessuno non ardì mai metterci le mani addosso, né prima né dopo la condanna.....Una fu la grande sevizia, chiuderci con ladri e omicidi; i quali, del resto, ebbero sempre grande rispetto per noi...”.
Quel carcere fu ereditato dal Regno d'Italia e poi dalla Repubblica, e fu chiuso solo nel 1988.
Forni l'ambientazione per il film Detenuto in attesa di giudizio, con Alberto Sordi.


 
 


 

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