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Racconti

domenica 14 agosto 2011

Giustizia ordinaria


Questo che sto per raccontare non è l’unico procedimento penale aperto nei miei confronti, perché a chi fa il mio mestiere - direttore penitenziario -, ne capitano di tutti i colori. Tutti gli altri, iniziati o sulla base di lettere anonime o da parte dei sindacati del personale, quasi mai da parte degli “utenti”, si sono esauriti in fase istruttoria, con l’archiviazione. In questo caso, invece, il P.M., un giovanotto scapigliato e arrogante, unitamente al G.I. dell’epoca, un siciliano presuntuoso, fece un pronostico di condanna.Comincerò dalla fine, cioè il 24 febbraio 1994: si chiudeva, dopo appena 6 anni, tempi rapidi per la nostra giustizia, - ma solo perché il processo fu fatto su mia richiesta pressante per la necessità di portarlo a termine, altrimenti sarebbe andato prescritto -, con una sentenza di piena assoluzione un procedimento penale per falso ideologico a carico del sottoscritto e di due contabili.In particolare il sottoscritto fu assolto da un lato perché il fatto non costituisce reato e dall’altro per non aver commesso il fatto.Contro la sentenza non fu proposto appello neanche da parte del P.M. - che in aula, aveva chiesto l’assoluzione di tutti gli imputati; era la stessa persona che, all’inizio del procedimento, aveva pronosticato la loro colpevolezza e quindi la condanna.L’accusa riguardava atti amministrativi-contabili, che, secondo l’accusa, erano viziati da falsità ideologica: in parole povere, si trattava di verbali che descrivevano lo svolgimento di determinate attività – conteggio e verifica soldi esistenti in cassa -, che secondo il P.M. e il G.I., non sarebbero state realmente svolte, per cui falsati” intenzionalmente”,cioè con dolo, per ingannare le autorità addette ai controlli.E’ impossibile fare un racconto particolareggiato delle procedure, ci vorrebbero pagine e pagine e spiegazioni tecniche giuridiche e amministrative. Ridurrò perciò la storia ai momenti e ai passaggi che credo essenziali.

Tutto era iniziato nel 1988.La situazione amministrativa era molto disordinata e a nulla erano serviti inviti e ordini ai contabili di affrontarla e risolverla. Ovviamente gli uffici ispettivi addetti al controllo di queste attività, erano in allarme.In quel periodo avevo dovuto anche assentarmi per problemi di salute, e la situazione amministrativa non aveva ancora trovato soluzione.Proprio durante la mia assenza, nel mese di marzo di quell’anno, nel corso di una ispezione fu rilevato che i soldi - liquidi- esistenti nella cassa, non corrispondevano a quello che invece era scritto nei verbali. Tralascio per brevità i particolari e soprattutto la demenziale lettera che l’ispettore verificante aveva scritto al Ministero, in particolare si affermava che i soldi in cassa erano di più di quelli risultanti dagli atti : “ normalmente….si tratta di danaro che dovrebbe esserci e non c’è, mentre qui è per denaro che doveva non esserci e c’era…”. Già da questo doveva essere evidente il solo e semplice disordine. I contabili, messi sotto pressione, trovarono l’errore che aveva provocato le differenze e i conti tornavano con quanto risultava dai verbali, ma il soggetto scriveva: “Feci personalmente anche io la verifica e riscontrai una differenza di L.5.682 quale eccedenza di danaro, piccola cosa, in confronto alla grossa questione che si prospettava” .Il dott. I.I., un toscano già conosciuto in altre sedi per sue manìe e intemperanze, e non volendo chiudere la questione perché aveva tutta l’intenzione di danneggiare il direttore, scriveva:” Eppure una spiegazione ci deve essere e io purtroppo non la so dare…”, con ragionamenti sconclusionati in cui ipotizzava che in quella situazione ” nulla non può starci dal nulla a qualcosa di ignoto, ma il spiega l’assurdo e l’ignoto può essere anche illecito…” , prima venne a trovarmi, perché ero in malattia post intervento chirurgico e poi si recò in Procura della repubblica per denunziare me e altri.. .Seguirono immediatamente sequestro di registi e scritture di cassa e comunicazione giudiziaria.Seguì, dopo più di un anno, settembre 1989, un mandato di comparizione avanti al giudice istruttore, dott. F. G., perché:”.. emergono sufficienti indizi di colpevolezza dalla relazione del 29/6/88 dell’ispettore distrettuale, confermata giudizialmente, nonché dal rapporto del nucleo regionale P.T. della G.d.F.”. Le imputazioni erano cose da pazzi: io per omissione d’atti d’ufficio, perché, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, indebitamente omettevo di effettuare le verifiche trimestrali di cassa prevedute dal vigente regolamento, reato commesso dalì’aprile 1985 al giugno 1987, e unitamente ai contabili imputati tutti in base all’ art.110 c.p. e 479 c.p. in relazione a art. 476 e 493 c.p. perché in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in qualità di pubblici ufficiali, formando il verbali di verifica di cassa, attestavano falsamente di aver compiuto la verifica e/o che la verifica era avvenuta in loro presenza e/o comunque attestavano falsamente la corrispondenza fra le risultanze contabili e le risultanze di cassa, reato commesso il 15/4/85 ,il 9/7/85 ,il 5/10/85 ,il 14/1/86 .Gli stessi di cui sopra , per l’ art. 81 cpv, 110 c.p. –48-479 c.p. perché , sempre in concorso e con più azioni , inducevano in errore con inganno il funzionario della ragioneria regionale dott. M.H., inganno consistito nell’integrare con danaro estraneo, quello realmente esistente in cassa.Nell’interrogatorio del 7 ottobre 1989, ci si aspettava che, vista l’accusa relativa a documenti, e di false attestazioni negli stessi, venissero almeno mostrati gli atti in questione: ma nulla di tutto ciò, e tutti dichiararono la propria estraneità alle accuse.Dopo quel giorno di ottobre 1989, non si ebbero più notizie sulla vicenda, anzi quando a giugno 1990, lasciai l’incarico, me ne ero completamente dimenticato.La notizia del rinvio a giudizio arrivò a febbraio 1991, dall’avvocato, che a sua volta l’aveva saputo, e… da chi ? Dalla stampa, anzi dal giornalista, che gli aveva telefonato per informazioni.Lo stesso giornalista, con un comportamento di serietà professionale, mi aveva poi telefonato quasi per chieder scusa della notizia che doveva pubblicare.Al contrario, un altro giornale locale aveva pubblicato la notizia , distorcendo i fatti, e si beccò una querela per diffamazione, e fu costretto al patteggiamento della pena.Due giorni dopo, per provocazione, presentai domanda per rientrare nell’Amministrazione .Ma anche questa questione non fu semplice: al Ministero avevano assicurato la immediata riassunzione, ma nel C.d.A, si verificarono problemi con un sindacalista – all’epoca i sindacati erano presenti nel cda e se non eri nelle loro grazie, non potevi far nulla -, della CISL, tale S.B., queste le iniziali, che sollevò il problema del procedimento penale pendente, oltre a dipingermi come un mostro di abusi e varie infamità. A quel punto il dirigente del Ministero. presente, tale C., non ebbe coraggio, e sospese la riammissione in attesa della definizione del processo.Ricevuta questa bella notizia, era il 1992, non restava altro da fare che chiedere l’immediata celebrazione del processo. Ma non fu facile neanche questa, a causa di svariati rinvii per diversi motivi, sui quali sorvolo per brevità del discorso.

L’ordinanza di rinvio a giudizio faceva acqua da tutte le parti, e prestò facilmente il fianco a una dettagliata relazione difensiva predisposta da me stesso, per la quale che ricevetti i complimenti non solo del difensore ma anche della Accusa.Peraltro, gli atti presunti falsi non risultavano NEANCHE nel fascicolo processuale, fu una sorpresa anche per l’avvocato non trovarli, devo pensare che qualcuno non voleva farli vedere. Ne richiesi copia alla Direzione del carcere, ma il caro collega – E.Sb. - me li negò, e fu necessario l’ordine del presidente del Tribunale- ecco uno dei motivi di rinvio - per averle, e su quelli, tutta l’accusa, cadde: le firme del direttore non c’erano , in alcune date risultò che egli era assente per ferie o altro.L’illustrazione del ruolo del direttore, i suoi molteplici compiti e relative varie responsabilità, la contestualizzazione degli episodi, la più attenta lettura degli stessi verbali, le testimonianze di quelli che, secondo l’accusa, sarebbero stati ingannati e dello stesso ispettore denunziante, l’assenza di dolo e di qualsiasi interesse o profitto, smontarono completamente tutte le accuse anche quelle a carico dei contabili, e lo stesso P.M., che all’inizio aveva pronosticato la condanna di tutti, nel marzo 1994 chiese l’assoluzione.Ad agosto 1994, venivo riammesso in servizio, con grande scorno di chi aveva fatto di tutto per ostacolarlo, compreso quel direttore che mi aveva negato le copie degli atti per la difesa. Questa la verità reale e la verità giudiziaria. Ma ci sono altre verità: una indagine, e una istruttoria più seria e approfondita, avrebbe evitato spreco di energie, soldi e tempo: non si possono affidare indagini in un settore così delicato come la contabilità pubblica e quella penitenziaria in particolare, prima a un pur bravo maresciallo della GdF, e poi a uno che di mestiere fa il commercialista; non si fa una indagine senza sentire testimoni, o gli stessi imputati, ai quali non fu mai fatta una specifica o dettagliata contestazione, né furono mostrati verbali, documenti e altro, e soprattutto fu confuso il ruolo dei contabili, responsabili tecnici di quell’area, con quello del dirigente.Nessun dirigente, specialmente in un settore così particolare, preso da molteplici impegni in campi così diversi: sicurezza, trattamento socio-psicologico, sanitario, gestione del personale, amministrazione e contabilità, può svolgere, e, di fatto non svolge di persona , – immaginiamo il dirigente di un grosso istituto come S.Vittore a Milano o Poggioreale a Napoli - , certe attività contabili, sulla base di un regolamento di contabilità del 1923, così come non svolge direttamente le funzioni di sicurezza, affidate al Corpo della polizia penitenziaria, o le altre funzioni. La sua è una funzione di coordinamento e organizzazione dei vari servizi e le responsabilità sono relative al fatto di essere il capo dell’istituto, mentre come è noto anche a uno studente del primo anno di giurisprudenza, la responsabilità penale è personale.

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