Storia e storie

Racconti

sabato 2 giugno 2012

VOMERO




“ Jesce sole, jesce sole, nun te fa cchiù suspirà, siente maje che li’ figliole hanno tanto da prià”
( Canto delle lavandaie del Vomero:  una preghiera al Sole – esci Sole, esci….non farti pregare tanto.. ) Secondo alcuni risalirebbe al XIII° secolo.
Ci si riferisce ai lavatoi pubblici e alle lavandaie, che sembra fossero  di casa al Vomero. Il loro compito,secondo una testimonianza del XVIII° sec.  ” è di lavare i panni, ciò che fanno con tanta esattezza e religione che a rendergli belli e bianchi, invece del venefico sapone, usano la schietta calce viva finamente spolverizzata”.  Lavatoi pubblici esistevano ancora a fine ‘800. .

Non vi è altro luogo in città, come quello degli spalti di castel S.Elmo, da cui si possa avere la visione generale dell’intero golfo di Napoli, del Vesuvio, delle isole, delle catene di monti che formano l’orizzonte, ed avere allo stesso tempo la sensazione meravigliosa di librarsi quasi in aria e cogliere d’un colpo la vista della grande metropoli”. ( M.Rosi, Napoli entro e fuori le mura,N.C. Editori 2003).
S.Elmo è la parte più alta della collina del Vòmero. La collina  fa parte di un più vasto sistema che va da Capodimonte, all’Arenella, ai Camaldoli, fino a Posillipo, e che circonda tutta la città.
Il Vòmero, oggi, è un rione della città, grande e popoloso, insieme all’Arenella e al Vòmero alto, ed è il più giovane, essendo stato fondato appena nel 1885; per questo alcuni sostengono che è soltanto un quartiere residenziale, e soprattutto “ senza storia”. Certo, non è Toledo, né la Vicarìa, non è la città vecchia, ma che sia senza storia mi sembra, come vedremo, una affermazione quanto meno azzardata.
Il Vòmero prende probabilmente il suo nome, secondo gli storici, dal “vòmere”, l’organo principale dell’aratro, e dovrebbe far riferimento alla natura antica del luogo, dove c’erano poderi e masserie, campi coltivati e quindi contadini.
Del Vomero – secondo gli storici - si inizia a parlare appena nel medio-evo, poiché in epoca romana, la collina veniva chiamata “Paturcium”, e in epoca ancora più antica veniva indicata, insieme a tutto il sistema collinare, “Pausilipon”,(Posillipo), - pausilipon -, parola del greco antico che significa pausa, che acquieta, il dolore, che libera dagli affanni.
Tutta la zona era indicata, infatti, per l’aria buona e per l’ ”otium”- il riposo dalla vita pubblica, e la meditazione -: al villaggio del Vomero ci si andava, da sempre e fino agli inizi del XX secolo, per la villeggiatura nei poderi e nelle case di campagna, ma anche per gite giornaliere e per mangiare nelle trattorie paesane..“ Maggio. Na’ tavernella ncopp’Antignano” così scriveva Salvatore di Giacomo, ai primi del ‘900, cosi anche Rocco Galdieri nel  “Vommero sulitario: “ mmiez’a friscura, a ‘o Vommero p’è strate ‘e S.Martino”.  
Ma già  alla fine dell’800, all’inaugurazione del nuovo rione, erano iniziati i danni al paesaggio, sia con la costruzione delle funicolari – Montesanto e Chiaia -,  poi con quella “centrale”, e  con la costruzione delle Vie Scarlatti e via Luca Giordano e le strade vicine; furono costruiti quei palazzi e quelle abitazioni, che oggi definiamo d’epoca, e che ancora vediamo fino a piazza Vanvitelli e oltre, mentre l’Arenella era ancora un villaggio, e la piazza Medaglie d’oro era solo un’ idea.
E’ del dopoguerra, dalla fine degli anni ’50 in poi, l’assalto alle colline, l ‘ occupazione di zone ancora rurali e la costruzione di condomini sempre più grandi, e un vero e proprio esodo di  intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare, quasi novelli coloni, i nuovi rioni.
La conseguenza fu che, insieme ai nuovi  residenti,  sorsero tutti i servizi e  le varie attività commerciali, e perciò scuole, banche, negozi, bar,uffici comunali, uffici postali, ospedali ed altro..
Come non ricordare il bar “Sangiuliano” a piazza Vanvitelli, e poi anche a piazza Medaglie d’oro, e “Imperatore”, friggitoria, bar e trattoria, in via Scarlatti prima del ponte di via Cilea, luoghi di ritrovo della gioventù dell’epoca,  e il bar Daniele a via Scarlatti, .la famosa pizzeria “al Ragno d’oro”. Non ci sono più, e resistono soltanto l’antica pizzeria ”Gorizia” e la friggitoria “Vomero”, meta degli studenti delle vicine scuole, di impiegati e casalinghe.
Di dieci sale cinematografiche, oggi se ne sono salvate quattro, il Vittoria a piazza Arenella, l’Arcobaleno in via L.Giordano, il Plaza in via Kerbaker, e l’America  su a S.:Martino. Diventato oggi “America hall”. L’Ideal, in via Scarlatti, fu  il primo a sparire sostituito da un grande magazzino, seguito poi dagli altri; mentre un paio, Diana e l’Acacia si sono trasformati in teatri.
Il Vomero voleva diventare il “quartiere bene” della città, e chi andava ad abitarvi riteneva di avere quasi un titolo si superiorità: il “ vomerese” credeva - e ancora oggi crede - di distinguersi dai residenti di altri quartieri,  e raramente “scende” a Napoli. Oggi il rione è una città con una popolazione di circa 700/800 mila residenti, collegata con il centro storico non solo con le funicolari e gli autobus, ma da qualche anno, con la Metropolitana.  Le vie Luca Giordano e Scarlatti costituiscono ancora il centro del Vomero, sono diventate zone pedonali  frequentatissime, con le loro boutique e i caffè.
E miracolosamente, ancora esiste e, soprattutto, resiste agli assalti della “civiltà”, uno spazio verde: è la villa ”Floridiana”, uno dei posti più belli non solo del Vomero, ma della città..
Entrare dall’ingresso di via Cimarosa – ce n’è un altro dalla via Aniello Falcone – significa lasciarsi alle spalle grida, rumori e traffico, e immergersi in un’altra dimensione: piante, prati inglesi ben curati,  e viali alberati degradanti, nel silenzio interrotto soltanto dal canto degli uccelli e dalle voci dei bambini che giocano e delle madri che li accompagnano. Si va giù per la collina fino ad arrivare a una terrazza panoramica da dove si gode lo spettacolo di tutto il golfo, dalla punta della Campanella al Vesuvio, a Capri di fronte, e fino a Posillipo.
Oggi, però, i visitatori  – in verità da un paio d’anni almeno –, sono stati privati di questa visione. Non si può arrivare alla terrazza perché è tutto transennato: “ è vietato oltrepassare le transenne  per pericolo di crollo alberi”.   
Perché si chiama “Floridiana”?  E’ presto detto: si chiama  così dal titolo della duchessa di “Floridia”, la siciliana Lucia Migliaccio, che ne fu la proprietaria.
Ferdinando di Borbone ( 1751/1826), re di Napoli dal 1759, soprannominato “ il re Nasone” o il re “ lazzarone “ era sempre stato molto sensibile al fascino femminile e non si lasciava scappare occasione per portarsi a letto tutte le donne che voleva, senza alcuna distinzione  sociale, popolane, nobili, borghesi. Basti pensare che ebbe 17 figli, di cui 10 però morti ancora bambini. Aveva sposato Maria Carolina d’Austria, figlia di Maria Teresa l’imperatrice, e sorella di Maria Antonietta, la regina di Francia ghigliottinata, insieme al marito Luigi XVI, durante la rivoluzione.
Tra le altre amanti, Ferdinando fu però particolarmente preso dalla signora Migliaccio, duchessa di Floridia, già vedova di un principe e madre di ben cinque figli, e nel 1814, alla morte della regina, egli a 63 anni, volle sposarla morganaticamente.
Il matrimonio morganatico era quella forma matrimoniale, utilizzata a quell’epoca da nobili ma soprattutto da regnanti, con donne di diversa estrazione sociale o comunque non nobili né di livello reale, che non dava diritto né al titolo né alla successione, neanche per i figli.
.Come regalo di nozze, Ferdinando regalò alla sposa una villa posta sulla collina del Vomero, poco più di una casa di campagna, e ne affidò la ristrutturazione all’architetto toscano Antonio Niccolini ( 1772/1850).
Niccolini faceva parte di quella folta schiera di artisti che venivano a lavorare alla Corte napoletana, come erano  stato Vanvitelli, Hackert, e Van Pitloo e altri. Egli aveva lavorato nella natia Toscana e quindi si era trasferito a Napoli dove, tra gli altri lavori, ristrutturò anche la facciata del teatro S.Carlo dopo l’incendio del 1816..
L’edificio fu rifatto in maniera eccellente: “ la facciata dell ‘edificio si apre – a dirla con C.De Seta -  su uno dei più bei panorami della città, la grande scalinata di marmo s’adagia sul crinale della collina e diviene essa stessa parte del paesaggio”. Si racconta che Ferdinando, quando tutto fu pronto, come un qualsiasi innamorato, “ per il suo compleanno invitò la duchessa a far colazione alla villa, e nel tovagliolo le mise l’atto di donazione”( H.Acton, I Borbonr di Napoli).
La villa restò in proprietà privata degli eredi della duchessa fino a quando, nel 1919, fu definitivamente acquistata dallo Stato: il palazzo fu destinato nel 1920 ad accogliere  le collezioni  di ceramiche, porcellane, maioliche e produzioni minori in vetro, smalti, coralli e avori di Placido di Sangro, duca di Martina.
Oggi la villa è ancora proprietà dello Stato – stranamente nessun ministro “creativo” ha pensato ancora di vendersela – ed è aperta al pubblico gratuitamente, fino al tramonto.
Quel che sembra essere immutabile è “Antignano”. Da quanto mi ricordo non è cambiato il reticolo stradale, c’é la stessa pavimentazione in basoli - lastroni squadrati di pietra vulcanica-, con i suoi negozi di alimentari, macellerie, pescherie, salumerie e panetterie, con un vecchio chiosco di acqua e bibite nel largo omonimo –  oggi definitivamente chiuso –, e soprattutto per il suo mercato ortofrutticolo.
Antignano, tanto per smentire quelli che parlano del Vomero come di un luogo senza storia,  ha invece  una storia antichissima.
 Fin dai tempi della fondazione e poi in epoca romana, dalla città  alla collina, e viceversa, si andava a piedi o a dorso di mulo per  vari sentieri:  dalla  salita del Petraio, o dalle rampe di S.Antonio a Posillipo e da lì, attraverso sentieri si arrivava al Vomero, o dai Ventaglieri dietro Montesanto, o dall’Infrascata ( oggi Via Salvator Rosa e Conte della Cerra), o dalla cosiddetta “pedemontana “ che arriva fino a S.Martino , o per la calata S.Franncesco, che scende dalla via Belvedere e arriva fino a Chiaia.
Dalla collina, si poteva proseguire verso  Agnano,  per poi raggiungere Pozzuoli  e Cuma. La via più frequentata era quella dell’Infrascata, ed era detta  “ via per montes”:  fu utilizzata, dicono gli studiosi,  come unica strada fino alla scavo  della “crypta neapolitana – oggi la galleria di Piedigrotta – che consenti di arrivare a Fuorigrotta e quindi immettersi sulla strada costiera di Pozzuoli e successivamente sulla Domiziana , costruita poi nel 95 d.c.dal nome dell’imperatore Domiziano che si originava da Sinuessa ( Mondragone),dalla antica via Appia.
Sulla base di ritrovamenti archeologici, gli studiosi hanno tracciato il percorso “ per montes”: partendo da Neapolis, dalla porta sita più o meno nella zona tra piazza Dante e lo Spirito Santo, il sentiero, costeggiando corsi d’acqua e tra  pini e querce, si inerpicava su per i Ventaglieri o il Cavone giungendo nella zona di piazza Mazzini. Da qui si saliva per l Infrascata, - via Salvator Rosa e via Conte della Cerra - per arrivare nell’ area di piazza Artisti e quindi attraverso Antignano, raggiungeva probabilmente la via Case puntellate – il cui nome è tutto un programma  –, e quindi iniziava la discesa all’altezza della Pigna, per giungere verso la Loggetta, e quindi dirigersi verso Agnano.
Intorno alla strada, sorsero sicuramente case e casali rustici, poderi e masserie, ma anche un mercato, “cauponae”, taverne e luoghi di ristoro  per mercanti e viaggiatori,  militari e corrieri e almeno un villaggio. La strada, dopo qualche tempo, cominciò ad essere chiamata “Antiniana” e così il villaggio “Antignano”:  sull’ origine di questo appellativo sono state fatte molte ipotesi che qui non cito, per brevità. Ma concordo con quella che mi sembra l’unica accettabile, e cioè che la parola Antignano, sulla strada che va ad Agnano deriverebbe da “ ante Agnanum” cioè prima di…Agnano...
Da qui, si racconta,  passò, nell’anno 305 d.c., il corteo che portava il corpo del Santo patrono di Napoli, Gennaro, decapitato a Pozzuoli, per deporlo nelle catacombe omonime, e si racconta anche che il famoso miracolo della liquefazione del sangue sia avvenuto qui per la prima volta.. Per questo motivo sorse nella zona una “ecclesia  S.Ianuarii” poi demolita, e per questo motivo esiste oggi la chiesa di S.Gennaro a Antignano.
Tra bancarelle di frutta e verdure, un occhio attento riesce a vedere un antico edificio con un bel cortile interno. Sulla parete dell’ingresso una lapide costruita dall’architetto regio Antonio de Simone per ordine di  Ferdinando I re delle due Sicilie nel 1818, è dedicata a Giovanni Pontano, poeta, letterato e umanista. Questa era la sua villa, costruita nel 1472. Era nato in Umbria, a Cerreto di Spoleto nel 1429, si trasferì a Napoli, dove oltre all’interesse per la letteratura e la poesia, fu ministro del re  Ferrante d’Aragona, e soldato e precettore dell’erede Alfonso. Nel 1494 si ritirò a vivere qui a Antignano, e  vi morì nel 1503.
Poco distante dalla villa fu posto il dazio del regno;  ancora oggi,  sul muro dell’ antico edificio doganale, dove  oggi c’è una tabaccheria,  c’è una vecchia e scolorita lapide che dice : “Qui si paga per gli regj censali “
Lasciata Antignano, dopo aver percorso, via Luca Giordano e via Scarlatti, superata la piazza Vanvitelli, arriviamo alla funicolare di Montesanto. Siamo in una delle zone più tranquille di questo rione, e la strada che percorriamo – via Morghen e via Tito Angelini – ci porta lì dove avevo iniziato questo racconto, al castello di S.Elmo, e alla Certosa di S.Martino.
A Napoli non c’è angolo di via che non ti sorprenda con un colpo d’occhio originale su monte S. Elmo, su Posillipo, sul Vesuvio. In fondo a qualunque strada della città si scorge a mezzogiorno il Vesuvio e a tramontana S.Elmo”, così nel 1816 Stendhal – nel suo diario di viaggio” Roma,Napoli e Firenze” -, descriveva una  classica cartolina di Napoli, dove appunto appare in alto sulla collina, visibile da ogni parte,  S.Elmo,  cosi come già appariva nella tavola Strozzi, dipinta nel 1472.
Nel 1325, sotto il regno di Roberto d’Angiò, era iniziata la costruzione del  monastero dei frati Certosini, quella che oggi è la Certosa di S.Martino, con il suo magnifico chiostro.
Proprio a fianco del monastero, sulla parte più alta della collina, detta allora di Belforte,  sulle rovine di un vecchio torrione di vedetta , d’epoca normanna, ma forse anche più antica, il re, considerata la posizione strategica del luogo, dispose l’edificazione di un “ palatium sive castrum”, cioè non solo un castello di osservazione e difesa, ma anche un palazzo per abitarvi.
Oltre al castello, sulle pendici  della collina, sorgevano già ville e casali,  e  alcuni palazzi immersi nel verde.
 Insieme a Castel nuovo –o Maschio Angioino -, a Castel Capuano e Castel dell’Ovo, al castello del Carmine, e ai Forti di Ischia e Baia da un lato e ai Torrioni di vedetta di Torre Annunziata e Torre del greco e di Stabia dall’altro, il sistema difensivo del golfo era  completo.
 Come dal nome di Belforte si sia giunti a Sant’Elmo è difficile dirlo, e anche qui tra gli studiosi si è accesa una discussione, peraltro stucchevole, sul nome “Elmo” dal momento che non esiste come nome proprio, né esiste alcun santo con lo stesso nome: sembra che nel posto esistesse una  antica chiesa dedicata a S.Erasmo, ed il luogo veniva probabilmente già indicato  comunemente con questo nome.
Da Erasmo, probabilmente, si arrivò presto a una deformazione nel linguaggio comune, passando prima a Ermo e poi a Elmo.
Ovviamente il castello subì nel corso dei secoli varie ristrutturazioni e, da abitazione e castello, come era stato progettato, diventò una vera e propria imponente fortezza, un esempio di ingegneria e architettura militare cinquecentesca, voluta dal solito Don Pedro di Toledo, l’unico vicerè  che invece di  sfruttare le ricchezze della città e di mangiarsi tutto, pose mano a una seria ristrutturazione di tutta la città, non per niente ancora oggi c’è la via Toledo.
Don Pedro fece allargare tutta la murazione della città, salendo anche sulle colline e raggiungendo S.Elmo. Il castello fu munito di quei bastioni altissimi che vediamo ancora oggi e intorno furono creati fossati e altre fortificazioni e postazioni di artiglieria. Per accedere al piazzale dove oggi c’è l’ingresso della certosa  si doveva attraversare una porta che era inserita nelle nuove murazioni appena erette.
Il castello, così sistemato, risultò assolutamente imprendibile anche in tempi più recenti.
S.Elmo fu ovviamente, fino a qualche anno fa, in uso alle autorità militari, mentre oggi è aperto al pubblico ed è sede di manifestazioni culturali.
Intorno al castello, sulla stradina che porta alla Funicolare, oltre a bei palazzi d’epoca e meravigliose ville, sorgono anche i “ bassi “, quelle tipiche abitazioni napoletane site al piano stradale.
Alla fine di questo breve excursus, non resta altro che affacciarsi dal piazzale antistante l’ingresso della Certosa e ammirare la sottostante città vecchia, distinguere sulla sinistra Capodimonte e la Reggia, riconoscere Spaccanapoli e il tetto verde di S.Chiara, e allungare lo sguardo verso la Stazione e poi lungo la costa, e infine sul Vesuvio, il “ formidabil monte Sterminator Vesevo” ( G. Leopardi, La ginestra). .

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