venerdì 12 ottobre 2012

un bell'appartamento


La casa, l’ appartamento o la villa, o villetta, è sempre un elemento  essenziale  nella vita delle persone. Sia in affitto sia in proprietà, è il rifugio, la tana, costituisce  un obiettivo che prima o poi tutti vorrebbero raggiungere.

Il condizionale, oggi, è d’obbligo, data la crisi economica, i prezzi esorbitanti ed esagerati, i mutui impossibili, che non consentono spesso di realizzare quell’obiettivo ovvero lo raggiungono a costi altissimi.

C’è invece chi la casa la trova  senza spesa e senza pensarci molto.

Non tutti sanno che alcuni  funzionari dell ‘Amministrazione dello Stato, e  delle forze armate e della polizia, hanno “diritto” a un appartamento gratuito:  il prefetto, il questore, il colonnello o il generale ecc.. e, tra gli altri, anche il direttore del carcere.

Già prima di iniziare quel lavoro, mi era stato detto che il direttore: “ aveva la casa gratis! “ .

Il che, secondo qualcuno, era un gran beneficio: “risparmi i soldi di un affitto e quant’altro!”

Arrivato nella mia prima sede, quella notizia fu confermata.

Lì, il direttore aveva una splendida casa, con garage e giardino annesso, che si affacciava su una bella piazza alberata, al centro della città.

Circa duecento metri quadri, due ingressi, uno sull’esterno, indipendente, e un altro dal quale poteva raggiungere, dall’interno, l’ufficio.

Nel giardino, e nella abitazione, venivano accompagnati, per lavorarci come giardiniere e anche come pulitori, muratori, idraulici, ecc.., alcuni detenuti! Erano autorizzati? E da chi? E pagati come, e da chi? All’epoca non capivo, non immaginavo, poi seppi: dallo Stato! i detenuti ammessi ad attività lavorative erano – e sono – pagati secondo la normativa vigente, all’epoca secondo il regolamento carcerario del 1931 e dopo in base alla legge 354/75. E quelli che andavano nel giardino del direttore, o a fare i pittori o gli idraulici, erano tra questi? E un abuso? Forse, ma lo facevano tutti! Non solo, ma al Ministero, a Roma, tutti ne erano a conoscenza.

Nell’appartamento, poi, tutto era pagato dallo Stato, tranne una specie di forfait per le spese – acqua, luce, gas - quando ci si ricordava di pagare o quando,  chi aveva la contabilità, timidamente presentava al direttore il conto, e quando il direttore era onesto! All’epoca non c’erano i contatori personali, intestati a chi fruiva dell’alloggio. Una pacchia!

Questi, e altri, costituivano una specie di “benefit”, non proprio legittimi secondo me, ma naturalmente connessi alla funzione e alla titolarità di una Direzione.

Ma c’era una legge che regolava questa situazione?  Il R.D. 30 luglio 1940, n.2041, all’articolo 116 disponeva che: “ hanno diritto all’alloggio “gratuito” nei locali di pertinenza del patrimonio dello Stato in uso alla Direzione generale degli istituti di prevenzione e di pena…..i funzionari di ruolo del’Amministrazione “titolari o reggenti di direzioni”. Come si vede la legge parla di gratuità, ma solo per l’alloggio e non altro, per cui era evidente che tutte le spese dovevano essere a carico di chi ne fruiva.

Non solo, ma secondo quanto previsto dall’art.117 del regolamento per il Corpo degli agenti di custodia, l’alloggio gratuito di servizio, spettava obbligatoriamente, e spetta oggi in base alla legge 395/90 , anche al comandante degli agenti di custodia, oggi reparto di polizia penitenziaria.

Anzi, dove ci sia un solo alloggio, non è il dirigente ad avere il diritto di occuparlo, ma il comandante che ne ha non il diritto,” ma l’obbligo”.

Pochi funzionari dello Stato avevano ed hanno diritto all’alloggio gratuito, ad es. il prefetto, il questore, il comandante dei CC e il Direttore del carcere. Come si vede sono tutti funzionari che, in qualche maniera, hanno a che fare con la criminalità, l’ordine pubblico e la sicurezza; e ci sarà un motivo.

Non era e non è un motivo di prestigio, come pensano alcuni; alla base, secondo me, c’è solo la necessità di avere quelle persone a disposizione 24 ore su 24, con una reperibilità continua e gratuita. Sulla reperibilità si dovrebbe aprire un lungo discorso a parte.

Sapendo che il direttore è lì, nella casa dentro al carcere,  chiunque si sentiva autorizzato a chiamarlo a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno, di domenica e festivi, anche dall’esterno, dal Ministero, dalla prefettura , dalla questura ecc. il direttore praticamente viveva – e vive - in simbiosi con il carcere.

Se doveva allontanarsi per una gita o semplicemente per andare al cinema o fare quattro passi, doveva essere reperibile, ma come poteva esserlo? Non c’erano telefoni cellulari e neanche i cerca/persone; c’era qualche collega che, ogni ora, telefonava al carcere per sentire se era tutto a posto.

Erano altri tempi, ma, anche se lentamente, molte cose incominciavano a cambiare.

Fu disposto l’obbligo dei contatori intestati all’utente, come un qualsiasi cittadino, anche se in alcune sedi le vecchie abitudini tardarono ad essere abbandonate. I vecchi direttori, gli anziani impiegati, i marescialli erano ormai mentalmente e psicologicamente abituati a quel sistema, e fu solo l’arrivo di giovani dirigenti, e nuovo e giovane personale a modificare l’andazzo:  ma, purtroppo,  da quel che so, ancora fino a poco tempo fa, c’era ancora qualcuno che faceva il furbo.

Ma, come erano questi alloggi? Quello che colpiva – e colpisce di più – è la grandezza, appartamenti enormi, spesso più simili a caserme, grandi sale di rappresentanza, cameroni e grandi corridoi, fatti e mantenuti spesso malissimo, ma ristrutturati con miliardi di soldi pubblici, fatti e rifatti secondo le esigenze del dirigente del momento, e della composizione della famiglia, moglie, uno o più figli.  In alcuni casi, da uno se ne potevano fare almeno due.

In un posto del genere, non esiste più alcuna vita privata, detenuti e personale sanno tutto di ogni minuto della vita del direttore e famiglia, i figli crescono nelle galere, e le mogli e le figlie, per non parlare delle donne direttori, sono oggetto di attenzioni e commenti da parte di un ambiente sostanzialmente maschile e maschilista.

Non è niente se almeno c’è un ingresso indipendente, ma nella maggior parte dei casi, gli accessi sono tutti sorvegliati da telecamere e anche da sentinelle armate, e in altri casi, devi addirittura entrare nel carcere per poi raggiungere l’alloggio.

E ci sono poi quei direttori che, o perché trasferiti o perché pensionati non si decidono mai a lasciare l’alloggio, e pretendono di continuare ad abitarlo e a non pagarlo, pur non essendo più titolari della direzione.

Personalmente ho preferito, appena possibile, e visto che non ero obbligato, pagare l’affitto per un modesto appartamento,  e condurre una vita privata più normale.

E, per fortuna, molti colleghi e colleghe stanno facendo questa scelta.

 

 

 

 

 

 

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