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Racconti

lunedì 18 marzo 2013

Rubbia e dintorni

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Nella regione Friuli Venezia/Giulia, nell’estremo Nord/Est dell’Italia,  nella provincia di Gorizia, lungo il corso del fiume Isonzo, in posizione elevata c’è il piccolo abitato di Rubbia, più conosciuto come castel Rubbia, per la presenza del castello.. Ci troviamo a pochi passi dal confine con la Slovenia, e come in ogni  area di confine, qui convivono popolazioni di diverse nazionalità, in questo caso italiane e slovene.
ingresso del castello oggi
 Rubbia, in sloveno Rubijski grad, con altre piccole frazioni, fa parte del Comune di Savogna di Isonzo; lo stesso nome Savogna( Sovodnje) indica che il territorio è situato alla confluenza tra le acque.   Da una parte il fiume Vipacco, che nasce in Slovenia, che confluisce nell’Isonzo, che dalle Alpi Giulie,  scende verso Nova Gorica e arriva in territorio italiano a Gorizia, per poi continuare verso il vicino mare Adriatico. Lì vicino c’è anche la frazione di Gabrio e di S. Michele del Carso, dove c’è la grandiosa cantina dell’Azienda agricola “castel di Rubbia”.
Da Gabria si diparte il Vallone che prosegue fino a Doberdò del lago e arriva a Merna sul confine con la Slovenia: è una vera e propria valle che si suppone sia stato, in tempi preistorici, l’alveo di qualche fiume, forse il Vipacco o forse l’Isonzo, che sfociava verso la zona di Monfalcone. Sul Vallone e, in genere, su tutto il territorio carsico, triestino e goriziano, troviamo il Sommacco, arbusto tipico della zona, che nel periodo autunnale, assume tutte le tonalità del rosso.
 A S. Michele, in  alcune grotte, speleologi hanno rinvenuto tracce di vita umana preistorica  e  dell’età del bronzo, come manufatti in selce, cocci di ceramica e altro.

Il castello ha, oggi, cosi come l’ho visto, un aspetto rinascimentale, sembra più un immenso palazzo, circondato da un bosco degradante verso il fiume: all’ingresso del castello c’è un busto di Primoz Trubar ( 1508/1586), contemporaneo di Martin Lutero, di cui condivise la riforma, che, nei suoi scritti, pose le basi della lingua letteraria slovena.
L’esterno dell’edificio  appare ristrutturato, con le quattro torri laterali; all’interno sono ancora in corso lavori, a cura  degli attuali proprietari, perciò non è visitabile.
Seminascosto dalla vegetazione si intravede un muraglione in pietra, semicircolare e semidistrutto, con all’interno un  mucchio di pietre che mi è stato detto essere un fonte battesimale: si presume perciò che questa fosse una chiesa o una cappella gentilizia. Su un lato del muro si vedono i segni di un ingresso murato. Potrebbe comunque, a mio parere, essere stata anche una torre, poi trasformata in cappella.
sommacco
Non esistono dati certi sulla costruzione del castello, ma, secondo gli storici, la prima costruzione risalirebbe all’ epoca romana. Secondo gli storici e archeologi Tito Miotti e Vinicio Tomadin,  su alcune pietre delle torri si possono notare segni di attività estrattiva di epoca romana. I costruttori romani,  che erano poi gli stessi legionari,  considerarono da soldati la posizione strategica del luogo, che permetteva il controllo della valle del Vipacco e della strada dalla pianura padano-veneta a quella danubiana.  Edificarono perciò un “castellum”, un fortilizio o comunque una torre di guardia.

I Romani però, arrivarono nella zona solo nel II sec. a. c.; prima di loro, chi o cosa c’era?

La storia di Rubbia e del suo castello è molto più antica e ci porta molto lontano: per narrarla bisogna inserirla nella storia del territorio, dove sono state ritrovate tracce di presenza umana risalenti  al periodo paleolitico.
La morfologia dei luoghi è ovviamente mutata: bisogna innanzi tutto considerare che l’area di cui parliamo corrispondeva in pratica a quasi tutto il Triveneto,  Veneto,  Friuli Venezia Giulia e Istria,  e parte del Trentino. Una realtà geografica vastissima ed eterogenea: pianure, colline, montagne,  boscaglie, fiumi grandi e piccoli,  ampie zone paludose e lagunari, mare e isolotti.
Il mare Adriatico,  – già nominato da Erodoto, storico greco  vissuto nel V sec. a. c., e da lui definito “ il punto più lontano dell’Occidente”( Storie, IV, 33) , che già oggi è poco distante da Gorizia, nella laguna di Grado, dove sfocia l’Isonzo,  in epoche passate  era ancora più vicino, perché, come dicono storici e archeologi, la linea di costa era più arretrata rispetto a quella odierna.
muro castelliere
Poco più su, nel luogo detto “caput Adriae”,  sbucava già  il Timavo, il fiume misterioso che viaggia per chilometri sottoterra. Poi l’altopiano carsico, pietroso, montagne a picco sul mare, piccole spiagge, corsi d’acqua a carattere torrentizio, colline.
 Il territorio era pieno di leggende ambientate alla fine dell’età del bronzo o all’inizio di quella del ferro, ed erano  collegate agli Eroi viaggiatori, a quei personaggi ritenuti realmente esistenti  e che si pensava potessero nobilitare luoghi e avvenimenti (  S. Price e P. Thonemann, In principio fu Troia, l’Europa nel mondo antico, ed. Laterza).
 In particolare ci si riferiva ai viaggi e ai “nostoi“, i ritorni degli eroi dalla guerra di Troia e alle forzate emigrazioni degli sconfitti  troiani, esuli in cerca di una nuova terra. Così come Ulisse viaggiava per 10 anni prima di tornare in patria e sbarcava in vari luoghi dell’Italia, così come  Enea  approdava nel Lazio, dopo varie avventure, e dava origine alla leggenda della creazione di Roma, anche in Adriatico fiorirono le leggende di Diomede e Antenore.
 Il primo, grande guerriero Acheo, feroce, temerario ma anche generoso e cavalleresco, combatteva contro Marte, il dio della guerra, e contro Enea e addirittura feriva anche la dea Venere, ma non poté tornare in patria perché tradito dalla moglie.  Fu costretto a peregrinare per tutto l’Adriatico, da costa a costa, dalle Tremiti al delta padano, dalla Dalmazia alle foci del Timavo. Ed è qui che Strabone, storico e geografo vissuto nel I° sec. a. c., attestava il culto dell’eroe:
Proprio nella parte più interna dell’Adriatico c’è un santuario di Diomede degno di attenzione, il Timavo; esso ha un porto, un bosco bellissimo e sette fonti di acqua fluviale che si riversano subito nel mare con un corso largo e profondo”.
Micene,porta dei leoni
Ed è anche qui che  secondo le leggende troiane: ”Antenore potè, sfuggito agli Achivi, penetrare sicuro nei golfi Illirici e nei più interni regni dei Liburni, e oltrepassare la fonte del Timavo, di dove per nove bocche con vasto  fragore fluisce una dirotta marea, e allaga i campi con flutto scrosciante.”( Virgilio, Eneide,I,242/246).
Antenore, considerato poi il fondatore di Padova, era un personaggio minore dell’Iliade, che appare sugli spalti di Troia, vecchio e saggio, insieme al re Priamo, mentre interviene  in un colloquio con Elena.  Egli, secondo la leggenda, fuggiva da Troia accompagnato e seguito dagli Eneti della Paflagonia, una regione dell’Anatolia centro settentrionale sul mar Nero.
I suoi abitanti , gli Eneti, famosi allevatori di cavalli, furono alleati dei Troiani( Iliade,II, 850/855). Secondo il mito, dopo aver peregrinato per tutto l’Adriatico, come Diomede, anche Antenore  approdava nella terra che dagli Eneti prenderà  il nome, cacciava la popolazione locale, chiamata Euganei, e fondava varie città, tra le quali, la più importante, Padova.
In realtà, in base a ritrovamenti archeologici, oggi si è orientati  a riconoscere, invece, che i Veneti – intendendo per tali tutti gli abitanti di quel vasto territorio che ho indicato -  hanno radici nelle società preistoriche locali, e si sono formate localmente, anche se influenzati da apporti culturali esterni.

La presenza di quei miti, di Diomede e di Antenore, nel mare Adriatico ha indotto storici e archeologi  a  interpretare il fenomeno come la manifestazione di  grandi migrazioni di popoli nomadi, soprattutto mediterranei, che si verificavano in quegli anni, ma anche di presenze mercantili e coloniarie successive ( M. V. Manfredi, Mare Greco, ed. Mondadori)
Il Timavo e tutta l’ area della valle del Vipacco erano i terminali della via dell’ambra, e presso la foce dell’ Isonzo, c’erano empori dove avvenivano scambi commerciali tra Nord Europa e Mediterraneo.
 All’epoca, durante l’età del bronzo, in particolare nel periodo corrispondente, nei paesi mediterranei, all’epoca Micenea, - quella per intenderci prima e durante della guerra di Troia -, sul territorio carsico goriziano e sulle alture sovrastanti la valle del Vipacco, a S. Pietro di Gorizia, a S. Lucia d’Isonzo, sono stati ritrovati reperti di diversi insediamenti, riferibili alla civiltà dei Castellieri.

castelliere,ricostruzione
I Castellieri erano insediamenti fortificati, nati e sviluppatisi soprattutto in Istria e Dalmazia, situati generalmente in posizione elevate, su montagne o colline, costituiti da una o più cinte murarie concentriche dalla forma rotonda, ellittica o anche quadrangolare, al cui interno poi si trovavano piccoli edifici e case costruite generalmente in legno, e di forma circolare.  All’ esterno, secondo gli archeologi, si presentavano come grandi fortezze  dalle mura grandiose, quasi ciclopiche, che richiamano alla mente quelle della cultura palaziale micenea della Grecia della stessa epoca. Lo spessore delle mura poteva raggiungere anche i quattro o i cinque metri, mentre per quanto riguarda l'altezza questa era generalmente compresa fra i cinque e i sette metri. Erano dunque delle cinte piuttosto massicce il cui perimetro poteva misurare anche due o tre chilometri.
Un castelliere lo si trova proprio nei terreni  del castello di Rubbia, abitato tra il XVII e il XIV sec. a. c. e un altro più piccolo, della stessa epoca, nel vicino insediamento di Gabria.
 Oggi il più grande e meglio conservato è quello del monte Brestovec, sul carso Isontino,  vicino S. Michele del Carso,  circondato da una duplice cinta difensiva, con una lunghezza esterna di 160 m, e larga tra i 4–6 m, scoperto da  Carlo Marchesetti nell'Ottocento.
Un altro, secondo gli archeologi, si trovava sotto la rocca di Monfalcone, che invece sarebbe stata costruita da Teodorico nel 490 d.c.
Nell’area triestina, troviamo quello di Muggia e quello di Rupinpiccolo, la cui cinta muraria si estende per più di 200 metri.
La grandiosità di quelle fortificazioni ha fatto pensare che le popolazioni di queste zone provenissero dall’Egeo, assecondando almeno in parte una base reale alle leggende troiane.
Di sicuro, dovevano esserci comunicazioni, contatti di tipo politico, economico, culturale e soprattutto commerciale  tra Nord Europa e sud Mediterraneo: da qui passava  la via dell’ambra, la preziosissima resina fossile di origine baltica, apprezzato prodotto ornamentale, che già allora, attraverso vari passaggi, oggi si direbbe la filiera, mercanti e viaggiatori portavano, attraverso  l’ odierna Germania, la Boemia, l’Ungheria, le Alpi e la valle del Vipacco fino in questa zona dell’alto Adriatico.  Nell’area tra la foce dell’Isonzo e il luogo dove poi sarebbe sorta Aquileia,  avvenivano le contrattazioni per trasferire poi l’ambra nei  paesi del Mediterraneo, Grecia, Asia Minore e Egitto; nella tomba del faraone Tutankhamon sono stati ritrovati gioielli d’ambra come parte del suo corredo funebre. A tale proposito era il castelliere del Natisone un importante luogo di smercio di questo prodotto, dove era anche lavorato.
I mercanti che si incaricavano di quest’ultima parte del viaggio dell’ambra, e di altri generi, erano Greci e Fenici su grandi navi mercantili, “grandi” per l’epoca, sul tipo dei relitti ritrovati sotto il mare, lungo le coste meridionali della Turchia, come quella del capo di Uluburun.
Una “nave” di circa quindici metri, con una vela quadra e un remo che faceva da timone, con un carico di tipo “ internazionale”: rame e stagno, anfore di terracotta, gioielli d’oro,   ambra e zanne di elefante, oggetti d’artigianato e vasi micenei, spade di tipo “italico”, e altro ancora.

Nave mercantile,modellino
Sul luogo si scambio – emporio per i Greci – c’erano anche cantieri, magazzini  e posti per le carovane provenienti dal Nord.
Qui si incontravano i carovanieri dai paesi nordici spesso identificati  con un altro mito, quello degli Iperborei.
Borea era, secondo alcuni scrittori greci e comunque mediterranei, una immaginaria mitica terra, un paese illuminato dal sole per sei mesi l’anno ( Aurora boreale? ), posto genericamente a nord della Grecia; lì, all’estremo nord allora immaginabile, posto tra l’Oceano ( inteso come un anello d’acqua che i greci immaginavano scorrere intorno alla terra) e alcuni monti detti Rifei,  abitavano gli Iperborei.  Secondo Esiodo gli Iperborei si trovavano "presso le alte cascate dell'Eridano (Ἐριδανός) dal profondo alveo".  L’Eridano fu identificato con il fiume Istro, l’attuale Danubio e poi, con il PO.
 Erodoto ( Storie, IV,33) dice che degli Iperborei non ci sono notizie precise e che quelle più “numerose le danno i Deli, i quali dichiarano che dagli Iperborei giungono agli Sciti offerte avvolte in paglia di frumento; e che poi dagli Sciti, passando sempre da un popolo all’altro, vengono trasportate all’Adriatico, il punto più lontano dell’Occidente, da dove…” vengono inviate verso mezzogiorno.
Le popolazioni dei  Castellieri erano dedite non solo all'agricoltura e all'allevamento di suini e caprini, ma anche alla produzione di vasellame per uso domestico, caratterizzato da decorazioni di tipo geometrico, che ci ricordano il cosiddetto fiore delle alpi. Gli storici in verità parlano anche di un’altra attività, che oggi ci appare non proprio lecita, la pirateria, sviluppatasi evidentemente nelle aree marine, soprattutto sull’Adriatico orientale, Istria, Dalmazia. che durò per secoli e diede poi il pretesto a Roma per intervenire nella zona.
Allargando la nostra visuale ad altre regioni, immaginiamo che, alla fine dell’età del bronzo e all’inizio dell’età del ferro, tutta la penisola era coperta da grandi boschi, piccoli e grandi  corsi d’acqua,  villaggi  più o meno fortificati. Nell’epoca dei castellieri, lungo il corso del Po, al centro e a sud,  popolazioni indigene davano vita ad altre civiltà, con le quali si intrecciavano scambi culturali e commerciali.

C’erano i “villanoviani”,  detti così da Villanova, una località vicino Bologna. Una cultura diffusa in Emilia Romagna e  in Toscana, dove poi emersero gli Etruschi, e secondo molti studiosi, anche più a sud.  La popolazione viveva in capanne e villaggi situati, come i castellieri, in posizione elevate, idonee per la difesa, avevano pianta ellittica, circolare, rettangolare o quadrata. Le abitazioni erano costruite con legno e rifinite con argilla.  Inizialmente dediti all'agricoltura e all'allevamento,  i villanoviani  si dedicarono anche ad attività artigianali nella lavorazione dei metalli e la ceramica; successivamente essi  abbandonarono gli altopiani sui quali si erano stabiliti e si trasferirono in prossimità di vie di comunicazioni naturali e di approdi fluviali, lacustri e marittimi, che favorivano il commercio. Anche qui ritroviamo il commercio dell’ambra che come vedremo, occupava anche altri popoli dell’area.
Dove oggi sono le città di Verona, Cremona, Mantova, c’erano i villaggi cosiddetti “ terramare”,  secondo gli archeologi, piccoli insediamenti di tipo palafitticolo su terra, dove si svolgeva soprattutto attività commerciale:  si trovavano infatti  lungo  una via che dalle Alpi giungeva alle sponde del Po, e fungevano anche da depositi e punti di partenza delle merci.

terramare
La merce anche qui era soprattutto l’ ormai nota ambra  e  lo stagno, che venivano trasferite su barconi,  lungo il fiume, fino alla foce, e quindi ai punti di imbarco sull' Adriatico, verso, come abbiamo già visto, il Mediterraneo orientale, l’Egeo, l’Asia minore e l’Egitto.
Le  abitazioni erano per lo più capanne in legno, con pavimenti in argilla e pareti ricoperte di argilla e sterco d vacca. I villaggi erano di forma generalmente quadrangolare, delimitati da un fossato, nel quale scorreva acqua derivata da un vicino fiume o canale, e da un terrapieno.
Da quel che si vede, nell’area lombardo veneta, il commercio di questa ambra dava da vivere a molte popolazioni.
Nell’attuale Lombardia, in  Piemonte e alcune zone alpine, oggi  in Svizzera, era presente un’altra civiltà detta di Golasecca, una località presso il fiume Ticino, e  il lago Maggiore. Anche qui  gli insediamenti  erano posizionati su laghi e corsi d’acqua che agevolavano traffici e commerci, della solita ambra, ma anche del sale, e successivamente di generi provenienti dal mondo greco come vino, bronzo, olio, ceramica e altro.

A Est c’erano   i Liburni, un antico popolo marittimo che nel I millennio a. c. abitava una regione costiera detta appunto Liburnia, , che dovrebbe essere individuata tra Croazia e Dalmazia. Furono loro, secondo gli storici, a insieme agli  Histri, e ad altri gruppi etnici minori  a dar vita alla cultura dei castellieri.  I Liburni erano dediti  soprattutto alla pirateria e ai commerci marittimi, dall'Adriatico si spingevano fino nel Tirreno. Fondarono anche alcune colonie in Italia: forse Lyburnus (oggi Livorno). Da loro deriva il nome della nave veloce liburna, adottata poi dai Romani.
nuraghe,bronzo
Scendendo a sud, oltre il Po, altri popoli vivevano e trafficavano:   gli Etruschi si stavano evolvendo e diventeranno famosi,  nel Lazio e ancora più a sud i popoli  ricordati da Virgilio ( Eneide VII, 700/790 ),  Rutuli,  Aurunci, Equi e Osci, Teleboi, Sabini, i Latini. Nelle isole maggiori come la Sardegna era l ‘epoca della civiltà nuragica, in Sicilia il popolo dei Sicani e altri.
Insomma, il territorio di quella penisola che sarebbe stata l’Italia, era densamente popolato; non c’erano  ancora  grandi città, ma insediamenti più simili a villaggi, più o meno fortificati, o con muraglioni o con semplici palizzate, popoli diversi con usi e costumi diversi, con Dei diversi e con lingue che mi riesce difficile immaginare.
I rapporti non erano sempre pacifici, anzi la violenza era una realtà comune e anche naturale. Prima la difesa dei propri beni,  campi, animali , donne e bambini, poi l’assalto ad altri per impadronirsi dei beni altrui, o di altri territori, per desiderio di semplice supremazia. Nelle società primitive anche l’offesa personale o il rapimento di una o più donne da un villaggio era motivo di guerra ( basti ricordare la leggenda del rapimento di Elena che da luogo alla guerra di Troia o al ratto delle Sabine che da luogo alla guerra tra romani e sabini). 
Anche le migrazioni di altri popoli, il loro stanziamento in aree già occupate non avvenivano sempre di comune accordo tra occupanti e indigeni, ma davano luogo a guerre sanguinose, ribellioni e violenze.
Dal X secolo a. c., mentre a sud del Po si affermavano gli Etruschi, e più a sud ancora iniziava la colonizzazione greca,  nell’estremo nord-est si verificarono grandi movimenti di intere popolazioni alla ricerca di nuove terre dove stabilirsi: Veneti, Histri, Illirici, Liburni, ma anche mercanti Greci e Fenici, e fece la sua comparsa il misterioso popolo dei Celti.


I Celti
Con il nome “ Celti si indicano in genere antichi popoli che occuparono per secoli vaste regioni dell’Europa, dall’Irlanda alla Boemia, dai Carpazi alla Francia, dove furono poi identificati come galli. Molte città europee di oggi : “ …,sono degli agglomerati urbani fondati dai Celti: Parigi, Berna, Budapest, Belgrado, Bratislava…,” e in Italia, “…Milano, Torino, Bergamo….” ( I Celti in Italia, V.Kruta- V.M. Manfredi, ed. Mondadori).
Già Erodoto li nomina, congetturando a proposito dell’Istro ( che sarebbe il Danubio), il cui corso inizierebbe “ dai Celti …”.. i quali, secondo lo storico: “ si trovano fuori delle colonne d’Eracle e confinano con i Cinesii, l’ultima popolazione europea verso occidente”( Storie,II,33:3 e IV 49:3).
I Celti erano un popolo misterioso, le notizie su di loro erano rare e controverse: come si ricava da Erodoto, i loro stanziamenti non erano ben conosciuti, andavano dalla Germania alla penisola iberica, dalla Francia, dove furono conosciuti con il nome di Galli, a territori dell’Europa centrale.
Brenno
I Celti  erano già erano già presenti, in numero ridotto, in varie Regioni della penisola, come la Liguria, e per vari motivi, o come artigiani o come mercenari, arruolati negli eserciti soprattutto delle città  etrusche e greche del Sud.
Ma la vera e propria invasione si verificò nel IV sec., e mise fine, almeno temporaneamente, alle culture indigene: furono popolazioni galliche, dalla Francia, ad attraversare le Alpi, e a dilagare nella pianura padana fin oltre il Veneto, al di qua e al di là del Po, alla ricerca di terre. I Galli erano suddivisi in varie tribù dai diversi nomi Biturigi, Arverni, Edui, Carnuti o forse Carni, Senoni. Alcuni di loro si spinsero fino alle Marche, in Puglia e un gruppo, comandato - secondo gli storici latini - da un tale chiamato Brenno, occupò anche Roma  nel 386 e la saccheggiò: si tratta dell’episodio che è stato raccontato tante volte nei vecchi libri di scuola, delle oche del Campidoglio che svegliarono i difensori della città.
Alcune gruppi, i Carni, si stabilirono prima nelle prealpi friulane e giuliane,  e successivamente invasero la Venezia- Giulia meridionale, l'Istria e la Dalmazia.
Tutte le preesistenti civiltà vennero sommerse, le difese approntate con i Castellieri  travolte, le popolazioni inermi ridotte all’obbligo del lavoro come tributo, sospesi e interrotti tutti i commerci e i rapporti con il mondo greco.
I castellieri, Rubbia e altri, furono o distrutti o occupati e trasformati, resistenze locali soffocate e represse nel sangue.
Passeranno un paio di secoli per consolidare la presenza celtica, e una lenta integrazione nel territorio e con quel che restava delle popolazioni preesistenti.  
Ma a quel punto, incombeva un’altra invasione, che sarà quella definitiva: a sud della pianura padana, sbaragliati gli Etruschi a nord , conquistate a sud tutte le città della magna Grecia, e sconfitto finalmente  il cartaginese Annibale, Roma si affacciava sul Po.

 
Continua……

 

 

 

 

 

 

 

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