sabato 31 maggio 2014

Maria Sofia Wittelsbach, una vita difficile


                                                            
                                            

                                                                                                        Seconda parte
 

                                                                                                                        Regina

Mentre al nord infuriava la guerra, il 22 maggio 1859 moriva a Napoli, il re Ferdinando II di Borbone, e Maria Sofia, a 18 anni, diventava Regina delle due Sicilie, come consorte di Francesco II°.  Non era il momento adatto per assumere la corona del regno, soprattutto in quei momenti difficili, con il regno sabaudo che si stava allargando al nord e soprattutto nel privato, con quella moglie dal temperamento del tutto opposto al suo. Sofia dovette subire tutto ciò, il carattere fatalista e pio del marito la spinsero a tentare di prendere la direzione degli affari del regno, entrando così in aperto contrasto con la matrigna del re, la regina madre, l’austriaca Maria Teresa.  Come la sorella Elisabetta, Sofia era solita uscire da sola, cavalcare, tirare di scherma. Praticava il nuoto, la danza e il tiro con la carabina. E amava fumare sigaretti. E continuò a farlo anche a Napoli, scandalizzando la Corte borbonica, soprattutto la regina madre. Dal padre aveva ereditato l’amore per gli animali: in particolare cavalli, cani e pappagalli, riempendo la reggia di tutti questi animali. Rinnovò tutto il guardaroba, cambiando toeletta almeno quattro volte al giorno e si fece fotografare nelle pose più diverse: a cavallo e a piedi, seduta, con il marito o con i cognati, sul trono e con la corona in testa.   Ma ciò che scandalizzò più di tutto fu “ ‘o zumpo” ( il salto), il bagno a mare, osò tuffarsi nelle acque, all’epoca pulitissime, del porto militare, sotto gli occhi di marinai e soldati.  Tuttavia, Sofia non era solo questo, ma nei pochi mesi del soggiorno napoletano,  seppe anche imporre la sua personalità e dimostrare  risolutezza e determinazione, che compensavano la debolezza e le incertezze del Re. 
G.Fattori: Magenta, campo piemontese
Palazzo reale di Napoli
Nel nord della penisola intanto, l’esercito austriaco stava subendo una serie di sconfitte in battaglie cruente, che portarono all’armistizio di Villafranca, il 12 luglio, alla cessione della Lombardia e alla ribellione e alla successiva annessione al regno sardo dei ducati di Toscana, Parma e Modena, e della Romagna pontificia.
 A Napoli queste notizie producevano per i liberali piacere e manifestazioni di gioia, per la Corte preoccupazione e problemi; Sofia  era in ansia anche per la sorella che sapeva essere caduta in un profondo stato di disperazione.  Elisabetta, infatti,  piangeva in continuazione, aveva chiesto all'imperatore di poterlo raggiungere in Italia, ma le era stato negato il permesso;  si dedicò a drastiche cure dimagranti e a sfiancanti cavalcate; disertò tutti gli impegni sociali organizzati dalla suocera, l'arciduchessa Sofia, attirandosi le critiche della Corte.  Stava crollando tutto il sistema imperiale austriaco voluto a suo tempo dal Congresso di Vienna, la crisi non era solo politica ma si allargò anche alla vita privata della coppia imperiale.
Quello che accadeva nel Nord Italia avrebbe dovuto indurre il governo napoletano a serie riflessioni sulle alleanza con gli Asburgo d’Austria, e a qualche concessione in senso liberale, onde togliere agli oppositori  ogni possibilità di lamentela e di protesta. Ma non ci fu verso, né a Napoli c’erano politici  come Cavour, ma solo vecchi ministri ormai sorpassati. L’unico poteva essere Carlo Filangieri, ( a lato), generale dei tempi di Murat, liberale ma fedele, per giuramento di soldato, ai Borbone.   Il sovrano borbonico aveva in precedenza ricevuto offerte da parte di  Cavour, per la costituzione di un'Italia federale, offerte da lui rigettate per non far torto al papa, al quale avrebbe dovuto essere tolto una parte del territorio di sua pertinenza, ma soprattutto perché del ministro piemontese non c’era da fidarsi. All’interno del regno, malgrado la situazione italiana, Francesco II   favorì alcune piccole riforme, come ad esempio una maggiore autonomia ai comuni, emanò amnistie, nominò commissioni aventi lo scopo di migliorare le condizioni dei carcerati nei luoghi di detenzione, dimezzò l'imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali. Fece inoltre ripartire i progetti di ampliamento della rete ferroviaria, che si interruppero però nel 1860. Non ne volle sapere però, di appoggiare e approvare un progetto di Statuto predisposto dal primo ministro Filangieri.
Il regno però era ormai già condannato dalla politica internazionale; isolato dalle maggiori potenze, chiuso nel suo piccolo mondo, senza alcuna capacità e anche volontà di inserirsi nel gioco politico europeo, per un falso e superato senso autonomistico, e  facile preda di politiche più  esuberanti e attive, in linea con i tempi, come quelle di Cavour. Si avvicinava il fatidico 1860: i Borbone erano informati fin dall'inizio dell'impresa dei Mille, sia sul giorno che sul luogo della loro partenza, nonché su quello del presunto sbarco. Intanto, mentre il cugino Vittorio Emanuele II ( a fianco) giurava amicizia a Francesco II e condannava formalmente l'impresa di Garibaldi, di nascosto l’appoggiava.  In politica estera la situazione era difficile, l’ Austria era da poco stata sconfitta, anche se avrebbe voluto intervenire militarmente contro i piemontesi dal nord, la Russia le aveva prese in Crimea nel 1855, mentre il regno era isolato diplomaticamente. L’unica potenza  reale dell’epoca l’Inghilterra aveva grossi interessi economici in Sicilia e nel Mediterraneo ed era contro i Borbone; Napoleone III in Francia si comportava come sempre in maniera ambigua e doppiogiochista e non capiva assolutamente cosa stava accadendo, che Cavour lo stava prendendo in giro, da una parte conservava una guarnigione francese a Roma a tutela del papa, da un’altra aiutava il regno sardo contro l’Austria convinto di poter gestire la situazione italiana, istituendo un ipotetico regno dell’Italia centrale con a capo un napoleonide, e ancora verso i Borbone agiva formalmente  come amico ma sottobanco nulla faceva per impedire gli avvenimenti siciliani.                                         
                                                    
                                                                                          La conquista  

A maggio 1860, Garibaldi sbarcò a Marsala, protetto dalle navi inglesi nel porto e ignorato dalle navi borboniche, e diede inizio alla conquista che sappiamo. La Sicilia era la spina nel fianco del regno, e lo era sempre stata fin dai tempi antichi, dagli Angioini e dai Vespri siciliani, con le secolari mire autonomiste e secessioniste dal continente.  Per questo motivo fu scelta l’ isola  per attaccare il regno e perché l’Inghilterra era interessata a impossessarsene, per i suoi commerci.
 Pur disponendo di una flotta di 14 navi militari che incrociavano lungo le coste del Regno, i Mille non furono fermati. Probabilmente il re si illudeva di poter fermare a terra quella che considerava una banda di avventurieri, ma sappiamo come andò a finire. Tanto per fare un esempio, a  Calatafimi  ben 3.000 soldati borbonici si ritirarono inspiegabilmente, dopo un'accanita battaglia che li aveva quasi condotti a rigettare i garibaldini in mare, a causa degli ordini del generale Landi, di anni settantadue, che andava in battaglia con la carrozza. Landi, dopo Calatafimi, fu accusato di tradimento e corruzione, e soprattutto incapacità, (si racconta che gli furono promessi 15.000 o 20.000 ducati da pagarsi a guerra conclusa, ma quando andò ad esigerli, ricevette solo un rifiuto e così restò “ cornuto e mazziato”), fu degradato e condannato all’esilio.
Sofia reagiva diversamente dalla sorella Elisabetta, non andò in depressione né si perse in piagnistei; come racconta R. De Cesare:” continuava la sua vita di prima, e faceva i suoi bagni, e relativo “zumpo” nelle acque del porto militare. Alcuni anni dopo, donna Nina Rizzo ( la marchesa Rizzo, dama di compagnia della Regina), diceva ai suoi intimi che la sola  a non aver paura in quei momenti fu la regina”.
Tra le regine del periodo – sostiene Renata de Lorenzo, in "Borbonia Felix", Salerno editrice, 2013) – è la sola, anche per la delicata fase che gestisce, ad avere un ruolo politico da reale protagonista”.      Ella non si stancava di incitare il Re a mettersi a capo dell'esercito e passare all'azione, sicura che tutto il popolo l'avrebbe sostenuto e seguito.
      Dopo la perdita della Sicilia e la dissoluzione dell'esercito in Calabria, tutti infatti, a Napoli furono presi dallo scoramento.  Si sperava nell’appoggio della Russia, della Prussia e soprattutto nell’intervento armato dell’Austria, che avrebbe potuto bloccare l’esercito piemontese in Lombardia. Ma Francesco Giuseppe, cognato di Sofia, era stato sconfitto pesantemente l’anno prima e aveva altri problemi da affrontare in casa; si era per questo attirato le ire della moglie  Elisabetta.      La tragedia era ormai incombente, e il Re non riusciva a prendere l’unica decisione possibile cioè quella di prendere il comando e combattere. “ Se il re avesse il temperamento di sua moglie, venderebbe più cara la pelle” dice A. Ghirelli ( Storia di Napoli, ed. Einaudi,1973).  Sofia, con pochi altri, incitava inutilmente il marito a “ montare a cavallo” e a dirigere personalmente le operazioni, ma non ci fu verso di convincerlo. Francesco non era fatto per la guerra, nella sua educazione non era stata contemplata l’ ipotesi di fare il condottiero militare: si sarebbe svegliato solo più tardi, come vedremo, quando ormai aveva abbandonato la capitale.   Per Garibaldi, in Calabria, e fino a Napoli fu una passeggiata, mentre alcuni generali borbonici si arrendevano senza neanche provare a combattere, tanto che in alcuni casi - come a Mileto, in Calabria, il generale Briganti - la truppa si ribellò e ammazzò il proprio comandante. Il 6 settembre 1860, Francesco e Sofia abbandonarono la capitale, senza neanche portare via neanche i depositi personali, né opere d’arte, né denaro, che  subito furono sequestrati e incamerati da Garibaldi e poi dai Savoia. Il banco di Napoli aveva depositi per centinaia di milioni che fecero comodo al Piemonte per risanare il proprio debito pubblico: il regno di Sardegna infatti  era indebitato fino al collo con banche di mezza Europa e non disponeva che di qualche migliaio di lire.
Secondo me fu un grande errore abbandonare Napoli, Francesco avrebbe dovuto e potuto difendere la città e bombardare il nemico dai castelli, invece di ritirarsi sul Volturno; avrebbe anche potuto attestarsi a sud della città, verso Salerno e sul Sarno.  La storia insegna che difficilmente un re che ha abbandonato la propria capitale, poi ritorna; ne sapranno qualcosa anche i Savoia dopo ottantanni, quando fuggiranno davanti ai tedeschi.

                                               
                                     La fine

La notizia del crollo del  regno delle due Sicilie, intanto, era arrivata a anche a Vienna e a Monaco. Nessuno  Stato intervenne. I governi di Prussia, Austria e Russia fecero solo pressioni sull'imperatore Napoleone III  per aiutare il re Francesco, mentre il governo inglese faceva esattamente il contrario. Napoleone III si comportava, come al solito, in modo ambiguo e imprevedibile, da una parte proteggeva il Borbone così come proteggeva il Papa subendo l’influenza della moglie, supercattolica e legittimista, dall’altra,  segretamente si faceva convincere da Cavour, ma soprattutto dalla bella Virginia Oldoini, più nota come contessa di Castiglione ( a fianco), a favorire l’intervento del Piemonte, anche attaccando i territori papali.   La preoccupazione per la sorella  Sofia ebbe su Sissi un'influenza negativa, rovinando anche i suoi rapporti col marito. Elisabetta lasciò improvvisamente Vienna e si diresse a Possenhofen in Baviera,  a casa sua  Nell'ottobre del 1860,, mentre sul Volturno sui combatteva la battaglia decisiva per il regno delle due Sicilie, la salute dell'imperatrice subì un tracollo, dovuto a numerose crisi nervose e cure dimagranti. I medici interpellati non ci capivano molto, qualcuno consigliò una cura presso un paese dal clima caldo: a suo parere la sovrana non sarebbe riuscita a superare l'inverno a Vienna.
A sud intanto Sofia e Francesco, abbandonata Napoli il 6 settembre, si erano rifugiati a Gaeta, mentre le truppe rimaste fedeli, prendevano posizione intorno alla fortezza e sulla piana del Volturno, secondo una precisa strategia che prevedeva una linea di difesa sul fiume, con il supporto delle due fortezze di Capua e Gaeta. Resistevano inoltre le fortezze di Messina e di Civitella del Tronto.  La maggior parte della flotta borbonica, al comando della quale era Luigi di Borbone, conte di Aquila e zio di Francesco II, presente all'ancora nella rada di Napoli, rifiutò di seguire il re.. Ma molti dei semplici marinai delle navi ammutinate, visto l'atteggiamento dei loro ufficiali, si tuffarono in mare per raggiungere il re, rifiutando di partecipare al tradimento. Così, due sole navi seguirono il re a Gaeta, insieme a una nave spagnola con a bordo l’ ambasciatore di Spagna, Bermudez  de  Castro.
Francesco finalmente si era svegliato e  deciso a “montare a cavallo” come da tempo gli aveva suggerito la regina, e a partecipare alle operazioni militari, assistito dal meglio dell’esercito rimasto e da generali meno incapaci.
Sul Volturno, la situazione si presentò subito diversa e più difficile allo stesso Garibaldi: i garibaldini si trovarono davanti a un esercito regolare di gente arrabbiata e pronta a tutto, e non c’erano quei comandanti che si erano arresi al primo sparo.
La battaglia, infatti, volgeva a favore dell’ esercito borbonico e si narra che lo stesso Garibaldi stesse per finire prigioniero nella zona di S. Angelo in Formis (vedi su questo blog: S.Angelo in Formis ). Si racconta, infatti, che egli, mentre cercava di raggiungere le sue linee, percorrendo in carrozza  la strada tra S. Maria Capua Vetere e S. Angelo, fu attaccato dai soldati borbonici che abbatterono cocchiere e cavallo. A stento  era riuscito a salvarsi, correndo a piedi verso le proprie linee. “ ….L’esercito borbonico, composto da circa 50.000 uomini, si batté strenuamente e nella località di Caiazzo costrinse i garibaldini a ritirarsi…” (Lucio Villari, Bella e perduta, Ed. Laterza), tanto per smentire le malelingue che sparlarono e ancora oggi sparlano, con disprezzo dell’esercito di Franceschiello.   L’arrivo di rinforzi freschi e delle truppe sarde dal nord, capovolsero  le sorti della battaglia,  e  quello che restava dell’esercito si ritirò nella fortezza di Gaeta. Poiché non entravano tutti nella fortezza, alcuni reggimenti furono sciolti, i soldati furono mandati oltre il confine dello stato pontificio mentre  altri si prepararono alla estrema difesa. Dal lato mare Gaeta era protetta da poche navi rimaste fedeli e da alcune navi spagnole e francesi.

                                                                                         Gaeta

Oggi Gaeta è un Comune di circa 20.000 abitanti della provincia di latina, nel basso Lazio, subito dopo Formia, per chi viene da Napoli, da cui dista circa 80 km. Nel 1860 Gaeta era parte dell'antica provincia di Terra di lavoro del regno delle due Sicilie. Città antica, sulla cui origine si sono espressi il geografo Strabone, ma più conosciuto di lui, Virgilio, nell’Eneide (Eneide, VII, 1-4), che diede una sua spiegazione del origine del nome: “Caieta”, dal nome della nutrice di Enea, da lui sepolta in quel sito durante il suo viaggio verso le coste laziali. “Ed ancor tu, d’Enea fida nutrice Caieta, ai nostri liti eterna fama desti morendo; ed essi anco a te diero sede onorata…..”.
La città, dopo la fine dell'impero romano, subì vari saccheggi e dominazioni. Per la sua posizione su una penisola naturale, facilmente difendibile,  fu fortificata con cinte murarie e sulle pendici di Monte Orlando, sulla zona alta dell'antico borgo medioevale sorse il castello di Gaeta a difesa dell'abitato, e le popolazioni delle zone limitrofe si trasferirono all'interno delle mura per trovare ospitalità, rifugio e protezione.  Le prime notizie del castello risalgono al VI secolo d.c., ma notizie certe della sua esistenza si hanno nel XIII, durante la dominazione Sveva.  Alla nascita del regno normanno, con  Ruggero II, Gaeta divenne città di confine  con lo Stato della Chiesa. Durante il periodi successivi furono costruite aggiunte al castello e nuovissime fortificazioni, aggiornate contro le ultime e più potenti armi da fuoco.  L'ala angioina fino a pochi anni fa è stata sede del Carcere Militare di Gaeta, attualmente è di proprietà del Comune.  La fortezza aveva subito nei secoli molti assedi, gli ultimi erano  stati nel 1806, da parte delle truppe napoleoniche comandate dal generale Massena, e aveva resistito per 5 mesi,  e nel 1815 il generale Begani tenne testa agli Austriaci coi resti dell'esercito di Gioacchino Murat.
L'assedio ebbe inizio il 13 novembre 1860 e fu condotto in modo aspro, e contro ogni convenzione militare , dalle truppe dell'esercito  sardo, guidate dal generale Enrico Cialdini( a lato).   Da sottolineare che nessuna dichiarazione di guerra era stata effettuata dal governo  piemontese a quello delle due Sicilie, contro ogni legge internazionale.  Oggi l’aggressione a uno stato sovrano da parte di un altro, avrebbe provocato l’intervento dell’ONU, della Nato,  e i capi dello Stato aggressore sarebbero stati ricercati, arrestati e giudicati dal tribunale internazionale dell’Aia.
L’esercito sardo si stava ammassando intorno alla fortezza, oltre il Borgo della città, oltre Mola (oggi Formia), sui monti e i colli circostanti. ” Da Monte Cristo ai colli di Tortano – (Gigi di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta, ed. Rizzoli) - , Lombone, Sant’Agata e i Cappuccini,  per arrivare alla spiaggia di Serapo ( bellissima e con un mare caraibico ancora negli anni ’60 del XX sec.), sul lato sinistro della piazzaforte; ma anche tra la valle Arzano e Monte Conca sulla destra”. Una tenaglia formidabile e uno schieramento incredibile di truppe e artiglierie.

Fine seconda parte, continua…

 

 

 

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