lunedì 18 aprile 2022

PROCIDA

 




Corricella



Introduzione

Procida è una delle tre isole del golfo di Napoli, le altre due sono le più note Capri e Ischia. Poi c’è Vivara collegata da un ponte a Procida, la piccola Nisida da tempo collegata con la terraferma e, c’erano una volta, Megaride, dove fu fondata Partenope, oggi c’è il castel dell’Ovo, e l’isolotto di S. Leonardo, sparito nella Rotonda Diaz di via Caracciolo. 

Procida è, dal punto di vista amministrativo, un Comune della città metropolitana di Napoli, con un territorio che comprende anche Vivara.


Antichità

Alcuni ritrovamenti archeologici su Vivara hanno fatto pensare che l'isola fosse già abitata intorno al XVI o XV secolo a.C., probabilmente da coloni Micenei che stabilirono un emporio commerciale. Tanto per inquadrare il periodo storico, i Micenei furono quelli della guerra di Troia. Con “emporio commerciale” si indica, nell’antichità, una località marittima adibita allo scarico, al deposito e alla vendita di merci. Empori commerciali erano disseminati anche su altre isole o lungo le coste del Mediterraneo, come ad esempio anche nell’Alto Adriatico, dove mercanti Fenici scambiavano merci con altri mercanti provenienti dal nord Europa.

In quell’epoca – secondo lo storico Erodoto -   il Mediterraneo era già da secoli frequentato, sulle coste africane e quelle europee, da Fenici o comunque mediorientali, Siriani, Egiziani, Cretesi e Micenei, guerrieri, avventurieri, mercanti e pirati trafficavano e fondavano basi commerciali e anche città.

Intorno all'VIII secolo a. C., Procida fu abitata da coloni Calcidesi dell'isola di Eubea e poi dai Greci di Cuma, gli stessi che fondarono prima Partenope e poi Neapolis. La loro presenza è confermata sia da rilevamenti archeologici che dalla toponomastica di diversi luoghi dell'isola.

Durante la dominazione romana, Procida divenne sede di ville e di insediamenti sparsi; fu un luogo tranquillo di villeggiatura dei patrizi romani, così come accadeva per gli altri siti Flegrei, come Baia, Miseno e soprattutto Capri che divenne sede imperiale con Tiberio. Giovenale, poeta romano del I° secolo d.C., nella terza delle sue “Satire”, parlando male della vita nella capitale dell’Impero, dice:”ego vel Prochytam praepono Suburae”, cioè “ io preferisco Procida alla Suburra “.

 

Medio Evo

Dopo la fine dell’impero romano d’Occidente, l'isola subì invasioni e devastazioni, e fece parte come tutta la penisola del regno d’Italia fondato da Teodorico, re dei Goti. Successivamente arrivarono i bizantini e poi il Ducato di Napoli e l’isola ne fu parte.

Era l’epoca delle incursioni Saracene nell’area flegrea e Procida diventò luogo di rifugio per profughi ma molti non riuscirono a salvarsi da violenze, massacri e rapimenti.

Bisognò aspettare il IX secolo, tra l’846 e l’849 per infliggere una sonora sconfitta ai Saraceni prima a Gaeta e poi a Ostia in   due scontri navali con la Lega campana composta da Amalfi, di Napoli, Sorrento e Gaeta, comandata dal napoletano Cesario console.

Il Ducato napoletano, con i suoi territori, comprese le isole, fu l’ultimo presidio di indipendenza ad arrendersi a Ruggero II il Normanno, diventato Re di Sicilia.

Dal 1140 tutti i territori meridionali della penisola confluirono nel Regno di Sicilia e cosi restò fino alla sconfitta di Manfredi Hohenstaufen, figlio di Federico II, e l’arrivo degli Angioini. Procida seguì quindi le vicende politiche del Regno di Napoli, subendo le varie dominazioni normanne, sveve, angioine: ricordiamo Giovanni da Procida consigliere di Federico II e animatore della rivolta dei Vespri siciliani contro gli Angioini.

Dal 1210, Procida fu considerata un feudo da concedere a nobili che i Re intendevano premiare e ne fu investito Giovanni da Procida. Secondo una leggenda, egli si trovò in incognito, a Napoli, il 29 ottobre del 1268, mentre veniva decapitato Corradino, nipote dell’imperatore Federico II, e riuscì a raccogliere il "guanto di sfida" che il giustiziato avrebbe lanciato dal patibolo tra la folla poco prima di morire.

Giovanni in realtà fu seguace di Manfredi, rimase fedele agli Svevi e quindi a Costanza la figlia di Manfredi che aveva sposato Pietro d’Aragona. In suo nome fu promotore della sollevazione dei Vespri siciliani e della cacciata degli Angioini dalla Sicilia.

Gli Angioini ebbero il merito di portare la capitale del regno a Napoli: Procida fu data in feudo a Marino Cossa e la sua famiglia. I Cossa erano una famiglia aristocratica napoletana iscritta ai seggi di Nido e Capuana (cioè via Nilo e porta Capuana), perciò, penso, abitante in Napoli nell’area degli antichi decumani.


La Novella e la Storia

Verso il 1328, in epoca angioina, si trovò a Napoli il quindicenne Giovanni Boccaccio che aveva seguito il padre, dipendente dei banchieri Bardi, per impratichirsi nel commercio e per studiare diritto canonico presso quella Università. A Giovanni erano assolutamente sgraditi sia il commercio sia lo studio del diritto canonico.

Napoli era una città piena di vita, di gente, di cultura e musica, di donne belle e disponibili e offriva tante occasioni per divertirsi, frequentare amici e belle donne a fare una vita raffinata e lieta tra amori e cominciare a scrivere.

Egli restò a Napoli circa 12 anni e conservò un gran ricordo di quei tempi, quando scrisse la sua opera più nota, il Decamerone. Tutti sappiamo che Il Decameron” è una raccolta di cento novelle ambientate durante la peste di Firenze del mille trecento48. Sette ragazze e tre ragazzi di famiglie ricche decidono di rinchiudersi in una villa fuori Firenze per scappare dalla peste del 1348. Li trascorreranno i giorni a divertirsi e a raccontarsi dieci novelle al giorno.  


 Decamerone, V giornata, Pampinea racconta

                                            

Nella quinta giornata, Boccaccio inserì, nella sesta novella, una storia d’amore che si svolgeva tra Procida e Ischia. La racconta Pampinea una delle sette fanciulle che facevano parte della brigata.

Pampinea raccontava che: “Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l’altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta, e figliuola d’un gentil uom dell’isola, che Marin Bolgaro avea nome, la quale un giovanetto, che d’una isoletta ad Ischia vicina, chiamata Procida, era, e nominato Gianni, amava sopra la vita sua, ed ella lui. Il quale, non che il giorno da Procida ad usare ad Ischia per vederla venisse, ma già molte volte di notte, non avendo trovata barca, da Procida infino ad Ischia notando era andato, per poter vedere, se altro non potesse, almeno le mura della sua casa.
E durante questo amore così fervente, avvenne che, essendo la giovane un giorno di state tutta soletta alla marina, di scoglio in scoglio andando marine conche con un coltellino dalle pietre spiccando, s’avvenne in un luogo fra gli scogli riposto, dove sì per l’ombra e sì per lo destro d’una fontana d’acqua freddissima che v’era, s’erano certi giovani siciliani, che da Napoli venivano, con una lor fregata raccolti”.

Per farla breve, Restituta viene rapita dai siciliani, portata a Palermo e data in regalo al Re Federico. Egli gradisce il regalo e fa portare la giovane nel castello della “Cuba”. Gianni da Procida cerca la giovane e la ritrova a Palermo nel castello dove però arriva anche il Re e li trova nudi nel letto. Allora ordina che siano arrestati e messi a morte. Ma

Gianni viene riconosciuto da Ruggero di Loria, ammiraglio del Re, al quale rappresenta che il giovane appartiene alla famiglia che gli ha permesso di regnare in Sicilia. A questo punto tutto finisce bene, il Re concede la grazia, fa sposare i due e, con doni ricevuti dallo stesso Re e da altri, fanno ritorno a Procida e “vissero felici e contenti”.

Un breve commento al racconto permette di capire che Boccaccio conosceva bene la storia di Napoli e Sicilia e degli Angiò e degli Aragonesi di Sicilia. Il racconto è infatti pieno di personaggi e riferimenti storici.

Il Re menzionato nella novella era Federico III, Re aragonese di Sicilia dal 1295 al 1337; Ruggieri di Loria era Ruggiero di Lauria, ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi di Sicilia, che aveva vinto molte battaglie contro gli Angiò. Il Palazzo o castello della Cuba (dall'arabo Qubba, "cupola") è realmente esistito a Palermo, fu costruito nel 1180 da Guglielmo II. Il nome del giovane “Gianni di Procida” ricorda Giovanni da Procida, signore dell’isola e come già detto, promotore dei vespri siciliani che portarono gli Aragonesi in Sicilia nel 1300. Lo stesso “Marin Bolgaro”, padre di Restituta, potrebbe essere il nome di un personaggio realmente esistito e conosciuto dal Boccaccio, verso il 1328, nel corso del soggiorno a Napoli.


Aragonesi e Spagnoli

Dopo gli Angioini arrivarono anche a Napoli gli Aragonesi che però regnarono soltanto sessanta anni e dovettero combattere soprattutto con nemici interni, i baroni del Regno e gli eredi degli Angioini che reclamavano il trono di Napoli. Le isole di Ischia e Procida furono testimoni di battaglie navali, di rivalità e ambizioni di personaggi che, cambiavano bandiera secondo il momento e i propri interessi. Come il caso di un tale Giovanni Torella che non contento di aver ricevuto in premio il feudo di Ischia, voleva aggiungerci anche Procida.

Ma, questa apparteneva alla famiglia Cossa, come abbiamo visto, che era fedelissima agli Aragonesi, e quindi Torella non raggiunse il suo scopo. Allora cambiò bandiera e si schierò con i nemici del Re, ma non aveva capito chi era il re Ferrante. Fu sconfitto e dovette fuggire perdendo anche quello che già aveva.

Dal 1503, gli Spagnoli declassarono i territori del sud Italia e la capitale a vice-regno.

L’ultimo Cossa di Procida fu Giovanni Vincenzo a cui, nel 1529, fu tolta la Signoria dell’isola perché era passato dagli Spagnoli al servizio dei Francesi.

Procida fu, quindi, data alla famiglia d’Avalos, già signori di Ischia, e fedelissima degli d’Aragona di Spagna, che dal 1503, diventarono Re di Napoli.

 

Torri e Terre murate

Era un'epoca di guerre continue in Europa, e il Mediterraneo era infestato dai pirati turchi, come Khayr al Din, soprannominato Barbarossa, e Dragut che, nel ’500, erano protetti da Istanbul.

Le scorrerie dei pirati Saraceni non erano una novità, erano iniziate fin dall’ VIII secolo e toccavano tutte le coste e le isole del Mediterraneo. Gli Arabi avevano conquistato la Sicilia, avevano preso parte della Spagna, fondando regni e/o insediamenti tra i quali anche quello fondato, con la complicità e l’assenso dei Duchi napoletani, alla foce del Garigliano presso Minturno (Traetto), e anche a Bari dove Bisanzio permise di restarci per circa cinquanta anni.

Le coste furono costellate da Torri di avvistamento, ricordate oggi dai nomi delle città di Torre annunziata e Torre del greco, e a Napoli la nota Torretta. A Procida, gli abitanti iniziarono a rifugiarsi sul promontorio più alto dell’isola e a fortificarlo. Prima si chiamava Terre “casate” un borgo dove erano state costruite le case per rifugiarsi in caso di necessità. Sul promontorio c’era – e c’è - l'Abbazia Di San Michele Arcangelo fondata come monastero da monaci benedettini nel 1026, distrutta e ricostruita diverse volte Nell 1534, il pirata Barbarossa, devastò l’isola facendo anche molti prigionieri deportati come schiavi.

In quegli anni era Viceré a Napoli il famoso don Pedro di Toledo che oltre a costruire strade e Torri, cercò di combattere i pirati ma senza molto successo. Non furono le torri a spaventare i pirati né le navi spagnole, perché le incursioni non diminuirono. Per arrivare a un miglioramento della vita dei paesi isolani e costieri bisognò attendere il 1571 e la vittoria cristiana nella battaglia di Lepanto. Il borgo sul promontorio fu fortificato con una seconda cinta di mura e diventò le Terre murate. L'Abbazia Di San Michele Arcangelo fu ricostruita ancora una volta nel 1563, quando fu costruito anche il Palazzo d’Avalos che, ricordiamo, era il feudatario dell’isola. Fu chiamato castello e adibito a residenza reale.

I Borbone

Nel 1734 arrivarono i Borbone, Procida cessò di essere una proprietà privata, divenne invece, territorio demaniale del nuovo Stato finalmente indipendente. L'isola fu quindi una delle riserve di caccia dei Re di Napoli che vi si trattenevano per il tempo che ritenevano opportuno per la caccia. Il castello sopra Terre murate fu trasformato e chiamato palazzo reale.

Carlo di Borbone andò, nel 1759, a Madrid diventando Carlo III di Spagna. A Napoli rimase il figlio Ferdinando che nel 1799 dovette affrontare la rivoluzione francese, la Repubblica partenopea e fuggire a Palermo.

Il 17 maggio 1799 si svolse nel Canale di Procida, cioè, sullo specchio di mare che separa l'isola dalla terra ferma, cioè l’area di capo Miseno, uno scontro navale tra flotta anglo-borbonica e quella repubblicana comandata d Francesco Caracciolo.

L’obiettivo dei repubblicani era quello di tentare uno sbarco a Procida per scacciarne il presidio inglese, ma il risultato fu scadente. D’altro canto, come si sa, la Repubblica durò per appena un altro mese, arrendendosi a metà giugno.


La prigione

Le carceri di Napoli non erano più sufficienti e versavano in uno stato di estremo disagio a causa del sovraffollamento: la Vicaria, l’antico Castel Capuano ristrutturato da Pedro di Toledo nel 1540 per ospitare i Tribunali della città e le prigioni, e anche l’antico monastero di S. Francesco, riadattato già nel 1792, non bastavano più.

Si cominciò così a pensare ad altri siti utilizzando, come già accadeva in Inghilterra e Francia, le isole: dopo aver costruito un carcere sull'isolotto di Santo Stefano con il sistema più moderno per quell’epoca, chiamato panottico. Dopo aver provato anche a colonizzare le isole Tremiti e Ventotene, senza buoni risultati, si pensò alle isole del golfo della capitale.

La prima scelta fu Procida, seguita poi da Nisida e da Ischia.

Nel 1830 era salito al trono di Napoli il giovane Ferdinando II di Borbone. Egli rinunziò al palazzo di Terre murate, si fecero interventi di modifica e ampliamenti necessari per la trasformazione in carcere.

La struttura venne divisa in quattro livelli destinati a diverse categorie di detenuti, in base alla gravità della pena. I piani bassi, umidi ed angusti, ospitavano prigionieri politici o assassini; il piano più alto, chiamato Reclusione, era occupato da condannati al ‘minimo dei ferri”, cioè i detenuti comuni.


Ingresso Carcere 

Nei sotterranei vi erano, invece, locali interrati utilizzati come celle di rigore.

Come struttura penitenziaria sollevò molte critiche dagli oppositori politici dei Borbone. Sicuramente quello di Procida non era un carcere sul quale misurare il commento di Voltaire relativo alle prigioni: “la civiltà di un paese si giudica dalle sue carceri”. Ma neanche negli altri Stati la situazione si adattava a quelle parole.

E’di quell’epoca un libro famoso, “Le mie prigioni”, le memorie della prigionia scritto da Silvio Pellico che ottenne molto successo presso il pubblico, soprattutto gli oppositori politici del regime austriaco.

Di carceri napoletane parlò anche il deputato inglese Gladstone, quando nel 1850/51 si recò in visita a Napoli dove accompagnava la figlia Mary.  Gladstone colse l'occasione per interessarsi alle prigioni dei Borbone. Si racconta che egli usò dei sotterfugi per visitare ad esempio Nisida dove era imprigionato il politico Carlo Poerio.

Appena tornato in Inghilterra pubblicò le sue considerazioni definendo quel sistema penitenziario borbonico come "la negazione di Dio eretta a sistema di governo". Su queste affermazioni si sollevò una grossa polemica che è ancora oggi oggetto di dibattito. Certo, mister Gladstone avrebbe forse dovuto visitare le carceri e le case di correzioni del suo paese, che non erano esempi di civiltà e di rispetto della dignità umana, e forse non avrebbe osato scrivere quello che scrisse.

Si è appurato dopo che il Gladstone, parente del primo ministro inglese, scriveva per motivi politici per screditare il Borbone che osava opporre resistenza al potere inglese.

Luigi Settembrini, insieme a Carlo Poerio e altri oppositori dei Borbone, definì il carcere di Procida “la regina delle galere borboniche, la cloaca massima dove, naturalmente, percola quanto la società ha di più feccioso ed infame: briganti, assassini, parricidi, grassatori, ladri, falsari….

 Strano, perché appena mandati via i Borbone, Settembrini fu addetto proprio alla vigilanza su quelle carceri che aveva definito pessime e non fece niente per migliorarle, rimangiandosi tutto quello che aveva detto. Si vede che forse quella struttura non era poi tanto malmessa e il trattamento dei detenuti non era così pessimo. Su quel complesso, infatti, furono spesi molti soldi per ricavare spazi e altro come servizi igienici, lavanderie, infermeria e fu in funzione fino addirittura al 1988.

Francesco Torraca racconta in “Notizie su la vita e gli scritti di Luigi Settembrini, Napoli, 1877” che Settembrini cosi parlava ai suoi alunni pochi mesi prima di morire, nel 1876, si rimangiò tutto. Egli infatti confessò che era stato alquanto esagerato nelle descrizioni: “: “Ho letto in molti libri, ……, di sevizie patite da noi condannati politici: ciò non è esatto.  A me e ai miei amici non è stato mai torto un capello nel carcere.... la cuffia del silenzio, le cannucce nelle dita. ec. sono invenzioni.... condannati politici: ciò non è esatto. Nessuno non ardì mai metterci le mani addosso, né prima né dopo la condanna.... Una fu la grande sevizia, chiuderci con ladri e omicidi; i quali, del resto, ebbero sempre grande rispetto per noi”.

Secondo Renata De Lorenzo in “Borbonia felix”, storica sicuramente poco o niente filo-borbonica: “il sistema giudiziario tanto criticato da Gladstone presenta leggi penali tra le migliori d’Europa” anche se poi aggiunge, “ma a sagge leggi non corrispondono uomini retti”.

Nel 1971 quel Carcere fornì l'ambientazione per il film “Detenuto in attesa di giudizio”, con Alberto Sordi e la regia di Nanni Loy. La struttura apparì pessima, contraria ad ogni regola Costituzionale, ma nonostante ciò, fu chiusa solo nel 1988.

Graziella e Arturo

Nel 1852 fu pubblicato un romanzo che rese reso Procida famosa in tutta Europa. Il romanzo si chiamava “Graziella”, l’autore era il francese Alphonse de Lamartine.

 Egli raccontò del suo viaggio in Italia e della sua permanenza nell’isola di Procida. Alphonse ne ammirò la particolarità, la semplicità della sua gente e s'innamorò di una giovane fanciulla dagli occhi neri e dalle lunghe trecce: Graziella, figlia di pescatori procidani, che corrispose a quell’ amore. Ma ben presto Alphonse dovette ritornare in Francia e promise di tornare da Graziella. Non mantenne la promessa, Graziella lo attese invano fino a morirne.

Il romanzo diventò, nel 1961, uno sceneggiato televisivo con due giovani attori semisconosciuti all’epoca: Corrado Pani e Ilaria Occhini.

Nel 1957, Elsa Morante scriveva e pubblicava il romanzo “L'isola di Arturo”, ambientata a Procida.  ll protagonista è Arturo nato a Procida, ha quattordici anni e non ha mai conosciuto la madre morta dopo il parto. Ama suo padre che non è invece quello che lui crede. Questo più un rapporto ambiguo con la giovane matrigna e altre scoperte sul padre lo allontanano da Procida.

 Il Postino

Dal 1994, cioè da quando uscì il Film “IL POSTINO” con Massimo Troisi e un grande Philippe Noiret, Procida ha fatto un salto di qualità e di notorietà, diventando l’isola del Postino. Sull’isola c’è la spiaggia del Postino, l’abitazione del Postino, la locanda del Postino e così via.



La Corricella con il suo porticciolo turistico è, oggi, il posto più conosciuto dell’isola.E’ un caratteristico e antico borgo di pescatori con le case scavate nel tufo, ammassate le une sulle altre e dipinte a pastello. Vi si accede solo a piedi attraverso scalinate oppure dal mare. Qui sul porto c’è la locanda indicata nel film. Dalla Corricella si può salire a Terre murate.

Marina Grande e invece il principale porto dell'isola, dove attraccano traghetti e aliscafi provenienti da Napoli, da Pozzuoli e da Ischia.

La Chiaiolella invece è una delle spiagge più rinomate dell’isola, oltre a quella del film. Chiaiolella è un diminutivo che indica la “piccola spiaggia”, da chiaia che è solo una corruzione linguistica dallo spagnolo “playa”. Con questo nome sono chiamate altre località come la Riviera di Chiaia a Napoli, la Chiaia a Forio d’Ischia, ecc....

 I Limoni

La presenza dei Limoni nell’area napoletana ha una lunga storia. La loro presenza sulla costiera sorrentina, su quella amalfitana e anche sull’isola di Procida è certificata da documenti del XVI secolo.

Secondo alcuni studiosi, invece, questo agrume fu portato intorno al X secolo dagli Arabi in Spagna e in Sicilia quando le occuparono. Dalla Sicilia limoni sarebbero poi arrivati in Campania dove trovarono terreno fertile per la loro coltivazione.

Ma gli scavi di Pompei e Ercolano rivelarono numerosi dipinti, come quelli della casa del frutteto, raffiguranti limoni molto simili a quelli odierni. E’ quindi probabile che i Romani antichi li conoscevano perché coltivati già in Campania o perché importati da altre regioni dell’Impero.

Le caratteristiche di limoni di queste aree sono diverse: chi è più dolce o più aspro, chi e più grande o più piccolo, chi è ovale e chi no, chi ha la scorza più grande o più sottile. Quelli di Procida sono chiamati “limone pane” perché sotto la scorza, hanno una loro caratteristica che riguarda “l'albedo” cioè il bianco.  Quel bianco che si trova su tutti gli agrumi, oltre ai limoni, aranci, mandarini, nel limone procidano è molto più spesso e spugnoso, si affetta e si mangia in insalata.

L’insalata di limone è molto interessante. Gli ingredienti sono, oltre al limone pane, una mezza cipolla, uno spicchio di aglio, un po’ di peperoncino, e anche un po’ di menta, olio di extravergine di oliva e sale quanto basta. Chi vuole provare a farla, può trovarla su Internet. Ma attenzione è necessario il limone-pane e non altri.

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 Bibliografia

Michele Parascandolo, Procida, dalle origini ai tempi nostri. Ed. Benevento, 1893.
Sergio Zazzera. Procida. Storia, tradizioni e immagini. Ed. Ci.Esse.Ti., 1984.
Pablo Cossu, Angela Larato,"Procida, insediamento e tradizione". Ed.Clear, Roma 1986
Filomena Sardella. Procida, isola non isola. Ed. Analisi, Bologna, 1987.
Maria Masucci, Mario Vanacore. La cultura popolare nell'isola di Procida. Ed. Guida, Napoli, 2002.
Elsa Morante, L'isola di Arturo, Ed.Mondadori 1957
Alphonse de Lamartine, Graziella, 1852.

Giovanni Attinà, Le prigioni borboniche... la negazione di Dio?  Ed. Stamperia del Valentino 2015.

Renata de Lorenzo, Borbonia felix, Ed.Salerno

 

 

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