martedì 23 maggio 2017

NAPOLI e il dott. Faust


Napoli e il dott. Faust



“…...Then up to Naples, rich Campania,Whose buildings fair and gorgeous to the eye, The streets straight forth, and pav'd with finest brick, Quarter the town in four equivalents:There saw we learned Maro's golden tomb, The way he cut,* an English mile in length, Thorough a rock of stone, in one night's space; …...”, (dott. Faustus di Crisstopher.Marlowe, 3° atto, scena prima).

                                                          Introduzione


Enzo Scala, direttore della Scuola superiore di arte drammatica con sede a Tenerife, Canarie, regista e attore e docente, mi scriveva qualche giorno fa:
"Caro Giovanni, sto dirigendo l'atelier di teatro classico con i miei alunni del cuarto e ultimo anno. Ho scelto il Fausto di Marlowe , e grata é stata la mia sorpresa quando leggo que di ritorno da un viaggio que gli propone Mefistofele, Fausto commenta cosí la gita:
“…...e dopo, la Campania felice, fino a Napoli: le case son belle qui a vedersi, lussuose,le strade ben diritte, e lastricate di bei mattoni; e lì, la tomba d'oro vedemmo di Marone il savio, e quella strada ch'egli tagliò, lunga d'un miglio traverso una pietrosa rupe, in una notte soltanto...”
A margine del testo inglese c'è inoltre una nota: “During the middle ages Virgil was regarded as a great magician, and much was written concerning his exploits in that capacity. The LYFE OF VIRGILIUS, however, (see Thoms's EARLY PROSE ROMANCES, vol. ii.,) makes no mention of the feat in question. But Petrarch speaks of it as follows” ,seguito da un brano in latino: "Non longe a Puteolis Falernus collis attollitur, famoso palmite nobilis. Inter Falernum et mare mons est saxeus, hominum manibus confossus, quod vulgus insulsum a Virgilio magicis cantaminibus factum putant: ita clarorum fama hominum, non veris contenta laudibus, saepe etiam fabulis viam facit. De quo cum me olim Robertus regno clarus, sed praeclarus ingenio ac literis, quid sentirem, multis astantibus, percunctatus esset, humanitate fretus regia, qua non reges modo sed homines vicit, jocans nusquam me legisse magicarium fuisse Virgilium respondi: quod ille severissimae nutu frontis approbans, non illic magici sed ferri vestigia confessus est. Sunt autem fauces excavati montis angustae sed longissimae atque atrae: tenebrosa inter horrifica semper nox: publicum iter in medio, mirum et religioni proximum, belli quoque immolatum temporibus, sic vero populi vox est, et nullis unquam latrociniis attentatum, patet: Criptam Neapolitanam dicunt, cujus et in epistolis ad Lucilium Seneca mentionem fecit. Sub finem fusci tramitis, ubi primo videri coelum incipit, in aggere edito, ipsius Virgilii busta visuntur, pervetusti operis, unde haec forsan ab illo perforati montis fluxit opinio." ITINERARIUM SYRIACUM,—OPP. p. 560, ed. Bas.] ".
Non conosco l'inglese ma è stato facile riconoscere due nomi, Virgilio e Petrarca e capire, dal brano latino, che si parlava di Napoli ai tempi di Re Roberto d'Angiò e della leggenda di Virgilio Mago.
La citazione, così' particolareggiata, di Napoli, in un dramma inglese del '500,e l'accenno alla leggenda di Virgilio Mago, ha suscitato ovviamente curiosità e poi stimolo a saperne di più e a capire come l'autore del dramma conoscesse storie e leggende di una città così lontana.
Iniziamo prima di tutto con un po' di storia del periodo.

                                         L' Europa del periodo

Siamo nel XVI secolo. Il periodo in Inghilterra e anche in tutta l'Europa, non era dei migliori.
L'Inghilterra e gli altri paesi europei erano tutti coinvolti in guerre di religione, cristiani contro cristiani, calvinisti, luterani e cattolici.
I protestanti luterani seguaci di Martin Lutero, che aveva dato il via alla riforma protestante a negli anni veti del 'XVI secolo, i calvinisti seguaci di Giovanni Calvino, che in verita era svizzero e si chiamava Jehan Cauvin. Con Lutero , fu anche egli riformatore religioso del cristianesimo europeo degli anni venti e trenta del secolo, anche se il suo pensiero si distinse in parte dal quallo luterano.
La chiesa cattolica, per correre ai ripari, con papa Gregorio XIII e poi con Sisto V, avviò la controriforma con il concilio di Trento che durò 18 anni, dal 1545 al 1563. Quel concilio però, invece di conciliare, sconfessò tutto ciò che Lutero e gli altri riformatori sostenevano e, così facendo, diede il via a dissidi, ribellioni e guerre. Molti Stati tedeschi si schierarono contro il Papa.
In Inghilterra, Enrico VIII, non avendo ottenuto l'annullamento papale del matrimonio con la spagnola Caterina, che non poteva aver figli, si ribellò al papa, allontanò Caterina, abbracciò il protestantesimo, si dichiarò capo della chiesa di Inghilterra e sposò Anna Bolena, dalla quale nacque nel 1533, Elisabetta.

Elisabetta I
Nel 1558, Elisabetta, sostenuta dai suoi seguaci protestanti, salì al trono d'Inghilterra. Fu un periodo difficile funestato da forti tensioni religiose e tentativi di congiure contro di lei, e guerre contro la Spagna cattolica, dalla quale l'Inghilterra uscì vittoriosa . Sotto il suo regno furono poste le basi della futura potenza commerciale e marittima dell 'Inghilterra. La sua epoca fu anche un periodo di straordinaria fioritura artistica e culturale: William Shakespeare, Cristopher Marlowe, Ben Jonson, Edmund Spenser e Francis Bacon sono solo alcuni degli scrittori e pensatori che vissero durante il suo regno.
L'impero spagnolo era mondiale, con Carlo V e poi il figlio Filippo II, aveva possedimenti e colonie nella Americhe, nelle Filippine, nei paesi Bassi e dominava il Mediterraneo dai territori insulari siciliani e continentali con Napoli capitale.
La Spagna fomentava ribellioni contro l'inghilterra e lo stesso Papa Gregorio inviava truppe a combattere a favore dei cattolici d'Irlanda. La Francia cattolicissima era attraversata da dissidi interni con altre religioni non ancora però in grado di fomentare rivolte. Il re Carlo VIII, nel 1495, era sceso in Italia ed era arrivato fino a Napoli nel tentativo di toglierlo agli Aragona, ma aveva dovuto desistere e tornarsene indietro.
Il suo successore Luigi XII, nel 1498, riprese la guerra e accordatosi con il re di Spagna, Ferdinando detto il cattolico,(quello che insieme alla moglie Isabella di Castiglia aveva dato tre navicella aun certo Colombo), tornò nel sud Italia e insieme agli alleati spagnoli, riusci ad avere ragione del re di Napoli, che si arrese.
Ma il patto tra Francesi e Spagnoli durò poco, ben presto si scontrarono per la spartizione del bottino. Per non farla lunga, gli Spagnoli ebbero la meglio e il 14 maggio 1503, il Gran capitano don Consalvo di Cordova entrò a Napoli e tutto il sud fino alla Sicilia, divenne una provincia spagnola. A Napoli e a Palermo furono inviati dei Vicerè che, generalmentem sfruttavano le risorse dei territori loro affidati, senza produrre niente di buono per il popolo e le città.
Tranne uno, secondo me. Napoli fu completamente trasformata e abbellita da don Pedro di Toledo che governò 21 anni, dal 1532 al 1553, e il cui nome resta legato a quella strada lunga, dritta e lastricata che ancora oggi porta il suo nome.
Ora, però, andiamo a conoscere Cristopher Marlowe e il suo Faust.
                                        Marlowe e Faust


Cristopher Marlowe
Christopher Marlowe, fu drammaturgo, poeta e traduttore inglese. La data di nascita viene collocata nel 1564 , ma non è certa, mentre certa è quella della morte avvenuta il 30 maggio 1593 a 29 anni, nel corso di una misteriosa rissa avvenuta in un locale malfamato. Il giovanotto si laureò presso l'Università di Cambridge, studiava e traduceva anche i classici latini e i poeti italiani dei secoli precedenti. Da quel che raccontano i suoi biografi, la sua breve vita fu avventurosa e dissoluta. Fu accusato anche di libertinaggio e omosessualità, e anche di essere uno 007, un agente del servizio segreto di sua Maestà Elisabetta I.
Tra le altre opere come Dido, Queen of Carthage (Didone, regina di Cartagine, 1586 circa) Tamburlaine,in due parti(Tamerlano il Grande,, 1587/1588 circa) o anche traduzioni di classici latini come Pharsalia di Marco Anneo Lucano (1592 circa) e Amores di Publio Ovidio Nasone (1592 ), egli compose il dramma che ci interessa, cioè Doctor Faustus (La tragica storia del Dottor Faust, nel 1590 circa).
Dottor Faustus è basato su un antico racconto popolare, forse di origine germanica, che, secondo alcuni storici, potrebbe a sua volta essere stato influenzato da precedenti trattati latini, ma tutto è andato perso.
Il dramma si sviluppa con la presenza di due angeli, uno maligno e uno buono che invano provò a redimerlo e fargli rompere l'accordo con il diavolo. 
La trama è semplice e sarà ripresa con qualche modifica, nel XIX secolo, da Wolfgang Goethe.
   Faustus era un grande studioso avido di conoscenze,e non gli bastava più quello che si studiava nelle Università e nelle Accademie. Egli voleva di più, si avventurò nel campo della magia e della stregoneria. Nello studio dove aveva appena fatto un incantesimo gli apparve il diavolo, Mefistofele, che gli propose un patto: Faustus, potrai avere tutta la conoscenza e il sapere che desideri, aiutato da me, avrai la tua vita per 24 anni e al termine di questo tempo, in cambio, avrò la tua anima. Faustus accettò il patto.    Inutile dilungarsi molto sullo svolgimnto della tragedia. Ciò che mi interessa non è la qualità stilistica o artistica della tragedia, né le imterpretazioni o l'idea dell'autore, o il significato della leggenda, ma soltanto esaminare l'origine di quelle affermazioni relative a Napoli.
Esaminiamole quindi nella loro completezza.

Siamo nel 3° atto, scena prima. Faustus e Mefistofele si trovano a Roma, addirittura negli appartamenti papali.
Faust: Gentile Mefistofele, or che abbiamo con gran diletto vista la città di Treviri grandiosa, tutta cinta da cime aeree, da rocciose mura, da fondi specchi d'acqua per fossati, di certo inespugnabili ad un principe che venga per conquista; e da Parigi poi, osteggiando il regno della Francia, vedemmo il Meno traboccar nel Reno, che folte ha rive di feraci vigne e di foreste; e dopo, la Campania felice, fino a Napoli: le case son belle qui a vedersi, lussuose, le strade ben diritte, e lastricate di bei mattoni; e lì, la tomba d'oro vedemmo di Marone il savio, e quella strada ch'egli tagliò, lunga d'un miglio traverso una pietrosa rupe, in una notte soltanto; e poi, verso Orïente a Venezia, ed a Padova; ed in una di queste s'alza un tempio sontuoso a minacciar le stelle con le sue ambiziose guglie, e le strutture d'infinite pietruzze colorate son ricoperte, e tutta un' opra strana d'oro è la volta. In tal modo, finora, passai il mio tempo. Ma ora dimmi, a quale tappa noi siamo? E non m'hai tu condotto tra le mura di Roma, come io volli?
Mefistofele: ora tu devi sapere, Faust, che questa Roma sorge su sette colli, che le fondamenta ne reggono: e trascorre proprio in mezzo l'onda ratta del Tevere e divide con sinuose sponde la città.
S'inarcano su d'esse quattro ponti superbi, ed apron facile il passaggio verso ogni parte. E sopra uno, ch'è detto Ponte Angelo, s'eleva poderoso molto un castello, dove tu vedrai d'artiglieria tal copia, che i cannoni doppi gettati in bronzo sono tanti quanti giorni vi sono dentro il giro di un anno; ed alle porte è un obelisco alto, che portò Cesare dall'Africa”.(1)
   Il racconto come si vede procede a zig-zag: Marlowe cita Treviri, antica città tedesca, di origine romana, che egli doveva conoscere bene dal momento che parla di alte mura imprendibili e fossati intorno. Mentre sorvola su Parigi perchè avverso al regno di Francia, e salta direttamente ai confini tedeschi sul Reno. E' possibile che la Francia e Parigi vengano ignorate per i contrasti religiosi esistenti tra protestanti inglesi e cattolici francesi? Mentre alla Germania viene dedicato più spazio perchè luterana?
   Poi Faustus scende in Italia e illustra prima la Campania, poi Venezia e Padova, ma non sa dove sia un “tempio sontuoso” che infatti non nomina, ma che immagino si riferisca alla basilica di San Marco a Venezia: strana questa ignoranza su uno degli Stati più importanti della penisola, la Repubblica Serenissima di Venezia.. E infine Roma, la città papale odiata dai protestanti,di cui Marlowe doveva conoscere la storia avendo studiato classici latini e anche medioevali.


   
----------------------------------------------------
NOTA 1:  I ponti importanti a Roma, inel XVI secolo erano effettivamente quattro: Ponte Milvio, Ponte Sisto, Pnte Elio o Sant'Angelo, e Ponte Maggiore. C'era in realta anche un altro ponte che univa l'isola tiberina in mezzo al fiume alla terraferma, ma non era importante.
   Il castel S.Angelo era stato in realtà un Mausoleo, voluto da all'imperatore Adriano come tomba per se stesso  e per i suoi successori,  fu iniziato intorno al 123 e terminato un anno dopo la morte di Adriano dal successore Antonino Pio.


    
                                 La Campania e Napoli


     
Ed eccoci invece in Campania. La descrizione che ne fa Marlowe attraverso Faust è precisa e dettagliata. E' sorprendente che, alla fine del XVI secolo, un poeta e scrittore inglese che mai si era mosso dalla sua isola, parli così di una lontana città mediterranea.
Tavola Strozzi, Castel nuovo
Cosa dice Faust ?
1) La Campania è felice:,
2) Napoli ha case belle e lussuose,
3) Napoli ha strade dritte e lastricate con bei mattoni,
4) Napoli ha una tomba d'oro di un tal Marone detto il savio,
5) Napoli ha una strada lunga che questo Marone tagliò in una sola notte attraverso una montagna pietrosa.
La domanda alla quale vorrei rispondere è: Come faceva Marlowe a conoscere certi particolari della città e anche una specifica leggenda partenopea?
Forse qualcuno gli aveva raccontato di case belle e strade drittee lastricate ? Sarà andato lui stesso a Napoli? Avrà parlato forse con qualche emigrante napoletano a Londra? Forse Marlowe considerava Napoli un luogo lontano e esotico, avvolto da misteri, da leggende e superstizioni ?
 In Inghilterra, in quel periodo, l' Italia non era amata troppo perchè considerata un grave pericolo per il corpo e per l'anima: i rigidi protestanti pensavano che nella penisola ci fosse molta libertà sessuale (pensa un po'!) e troppa tolleranza verso forme di perverione sessuale come l'omosessualità ( ripensa un po'!). Inoltre essi la ritenevano anche pericolosa per la presenza del Papa e dei nemici cattolici. E anche andare a Napoli, essendo un possedimento spagnolo, poteva essere era pericoloso. Però a Napoli c'era già da qualche anno una bella strada dritta e lastricata con bei mattoni: era la strada fatta costruire nel 1536 circa dal Vicerè don Pedro di Toledo e che ancora oggi porta il suo nome
Decumano maggiore( via Tribunali)
   E le case belle e lussuose? Tutte quelle che l'aristocrazia napoletana iniziò a costruire lungo la strada di Toledo. Potrebbe essere questa la risposta alla domanda che ci siamo posti oppure puo essercene un' altra e se c'è , dove la troviamo?
   Una possibile risposta la si può trovare, a mio parere, negli studi classici di Marlowe a Cambridge e nella nota in latino, allegata al testo inglese chiamata itinerarium syriacum.
   Fu Plinio il vecchio, scienziato, naturalista morto durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. a chiamare Felix la Campania, per sottolineare la fertilità della terra.
Le case belle e lussuose possono essere identificate con le domus di Neapolis o i palazzi medioevali, soprattutto di epoca angioina, che sorgevano lungo le strade dritte e lastricate con bei mattoni.
E quali potevano essere queste strade? La risposta, a questo punto, è semplice, non è via Toledo costruita intorno al 1540, ma sono i decumani e i cardini, quelle vie cioè che, sia da est a ovest sia da nord a sud, di origine greca, formavano la griglia ippodamea della città antica.
 Oggi corrispondono per esempio a via Tribunali, a Spaccanapoli, a via Nilo e via Atri, a S.Gregorio Armeno, tanto per citare quelle più note.
Detto ciò, ci sono altre due risposte da dare in merito al Savio Marone e a un'altra strada lunga scavata nella montagna in una notte: per cercarle si va in un mondo particolare, in quello delle magie, delle leggende e delle superstizioni popolari in città..


                           Misteri, energie e superstizioni


Fenomeni naturali, punti e luoghi di forza, paure, fantasie e invenzioni umane, tutto ciò che non si poteva spiegare razionalmente hanno dato luogo a leggende e miti in tutti i paesi e città della Terra.
I punti di forza o di alta energia sono quei campi magnetici presenti sul pianeta, dove persone particolarmente sensibili possono avvertire un'atmosfera diversa, che può cambiare radicalmente lo stato fisico e mentale.

Via Nilo
In epoche remote, donne e uomini che vivevano a stretto contatto con l'ambiente, sapevano cogliere meglio di noi le peculiarità di questi siti e li sceglievano come aree sacre, dove praticavano riti e misteri di fecondazione, guarigione e rigenerazione.
L'Italia è ricca di luoghi di forza: dallo spaventoso giardino di Bomarzo,in provincia di Viterbo, Il cosiddetto Parco dei Mostri, denominato anche Villa delle Meraviglie, un parco nel quale si trovano spaventose sculture, che rapresentano mostri, animali mitologici e divinità, al percorso iniziatico di Castel del Monte, vicino Bari, costruito da Federico II. Su quella struttura ritenuta anomala per un castello dell'epoca, sono sorte interpretazioni varie su iniziazioni massoniche oppure sulla presenza del Sacro Graal.
Napoli e i dintorni erano pieni di luoghi misteriosi e leggende ma anche di fenomeni naturali inspiegabili per gli antichi abitanti che perciò pensarono a Dei e a magie. A Ischia, le eruzioni e il fuoco che usciva dall'Epomeo era dovuto alla presenza nelle viscere del vulcano, del gigante Tifeo che muovendosi provocava eruzioni e terremoti.i movimenti.      
Basti pensare, alla tradizione del munaciello e della bella mbriana, al malocchio e la fattura, e l'interpretazione esoterica del bugnato della chiesa del Gesù nuovo. E poi ancora la Sanità e le catacombe, il cimitero delle Fontanelle e altre meno note come la strega di Port'alba Maria la rossa, e la leggenda del Palazzo Penne,che si trova nel largo Banchi Nuovi e che ricalca in qualche modo la vicenda di Faust e il diavolo, allo scioglimento del sangue di S.Gennaro,e alla leggenda di castel dell'Ovo.
Il luogo di più alta energia è stato individuato in quella parte della città dove c'era il vicus Alexandrinus, quella che oggi è via Nilo, quartiere di immigrati egiziani di Alessandria d'Egitto, dove si celelebravano “Misteri” ai quali partecipavano solo iniziati che avvertivano “vibrazioni magnetiche del suolo”.
Nella zona, da quanto raccontano archeologi e studiosi di esoterismo, già in tempi molto lontani si tramandavano leggende e simboli relativi a templi pagani, e a un cosiddetto “centro cosmico”, un luogo dove ci sarebbe una particolare corrente di magnetismo e di energia. Lì c'era un tempio contenente una statua “velata” di Iside e di Horus, Dei egiziani.  
Bartolomeo Capasso affermava che “...in fondo alla cella vi era l’immagine della Dea, che i filosofi credevano fosse il tutto, ciò che fu, è, e sarà: essa, dai soli sacerdoti e dagli iniziati poteva essere veduta….”.
Cappella S.Severo, Macchine anatomiche
Due millenni dopo, nello stesso luogo, un altro tempio - cristiano – accoglie statue “velate” e simboli, visibili dai soli iniziati o comunque da studiosi della materia, mentre un qualsiasi visitatore può provare ammirazione, stupore o turbamento, ma non può comprendere i segnali esoterici in essa contenuti. Si tratta della famosa cappella San Severo, un luogo avvolto da leggende popolari e misteri, pieno di magie e simboli esoterici messi lì da Raimonsdo di Sangro, principe di San Severo, gran maestro della Loggia massonica napoletana del '700. Alchimista, studioso di fisica, medicina, e filosofia, realizzò invenzioni incredibili per l’epoca, e poichè non ne spiegava mai i segreti, gli si creò intorno una inquietante leggenda di Stregone e Mago: il popolino che vedeva sprizzare dal suo palazzo, di giorno e di notte, bagliori di fornelli e sentiva stridori di macchine, vedeva gente strana che entrava e usciva, oggetti e opere straordinarie, mormorava di patti col demonio.
Nell'area a nord di Napoli, invece, nei cosiddetti Campi Flegrei, da Agnano a Pozzuoli, sul misterioso lago d' Averno,, a Cuma dalla Sibilla, nella Solfatara di Pozzuoli, i luoghi altamente vulcanici, soggetti a manifestazioni eruttive e a bradisismi, provocavano la fantasia degli uomini e producevano la nascita di miti e leggende, note ancora oggi..,Nella prima metà del IX secolo, con il duca Sergio I, i Campi Flegrei subirono la loro massima sommersione marina, dovuta al bradisismo negativo. A Pozzuoli le colonne marmoree dell’antico mercato romano, chiamato erroneamente tempio di Serapide, vennero sommerse fino a un’altezza di 6,30 metri. La popolazione si era spostata sulle colline circostanti. Secondo alcuni autori, in questa epoca il lago di Lucrino non esisteva più, essendo completamente sommerso dal mare, anzi appariva come una profonda insenatura marina che raggiungeva l’imboccatura del lago d’Averno.
Il lago d’Averno situato all'interno di un cratere vulcanico spento, avvolto da fiamme, fumi, esalazioni, gas, che impedivano a uccelli di volare e a pesci di vivere nell'acqua, fece pensare all'ingresso nel mondo dei morti, e lì Virgilio, nell'Eneide, fece andare Enea nel suo viaggio agli Inferi. C'era però chi non credeva a tante storielle ed era molto più pratico: Marco Vipsanio Agrippa, collaboratore e amivo di OttavianoAugusto, nel 37 a.C. aveva avuto l'incarico di trovare un porto sicuro per la flotta romana del Tirreno. Egli perciò individuò il luogo per la base navale facendo scavare un canale fra il mare ed il lago di Lucrino per formare un porto esterno e un altro fra il Lucrino ed il lago d'Averno per avere un porto interno.

                                   La tomba d'oro di Marone il Savio


E veniamo alla tomba d'oro e a Marone il Savio
Chi era Marone? Un illustre sconosciuto ? No, un'altra reminiscenza degli studi classici di Marlowe. Si tratta nientedimeno che di Publio Virgilio Marone, il maggiore poeta di Roma nel periodo Augusteo.
Non era un romano di Roma, ma un provinciale. Era nato vicino Mantova il 15 ottobre del 70 a.C. e visse in anni di grandi sconvolgimenti politici: guerre civili continue, Mario, Silla, Pompeo e Cesare e il suo assassinio alle idi di marzo del 44 a.C., poi ancora guerre civili, Bruto e Cassio, Ottaviano, Marco Antonio e Cleopatra, la vittoria di Ottaviano Augusto e la nascita dell'Impero.
Durante quegli anni, avendo perso molta parte delle sue terre mantovane, se ne andò a vivere - indovina un po' – a Napoli.
I suoi scritti più importanti furono le Bucoliche e le Georgiche, componimenti poetici sulla vita dei campi e dei pascoli, che gli valsero la conoscenza di Mecenate, che aveva possedimenti in Campania vicino Napoli, e l'ingresso nel suo circolo di poeti e letterati dell'epoca. Egli era in buona compagnia, c'erano Orazio, Catullo, Ovidio, Tito Livio e qualcun altro.
Attraverso Mecenate, Virgilio conobbe Augusto, collaborò alla diffusione della sua ideologia politica e scrisse il suo poema più importante, l'Eneide, nel quale attraverso la storia dell'eroe troiano Enea, narra la storia di Roma e dello stesso Augusto. Lo scrisse, dicono gli storici, in circa dieci anni fra Napoli e Roma.  Morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a. C. appena sbarcato dalla nave che lo riportava indietro da un viaggio in Grecia.
Il corpo fu trasportato a Napoli, dove fu sepolto in una tomba sulla collina di Posillipo, che ha preso poi il nome di parco Virgiliano. Sulla tomba fu posta una iscrizione che raccontano dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte:
Mantua me genuit( Sono nato a Mantova), Calabri rapuere (il Salento mi prese, nel senso che morì in quella regione a Brindisi, Calabri erano gli abitanti della Puglia, mentre l'attuale Calabria si chiamava Brutium), tenet nunc Parthenope( ora mi tiene, nel senso che è seppellito, Napoli); cecini pascua, rura, duces ( cantai, cioè scrissi, i pascoli, cioè le Bucoliche, i campi o le campagne, cioè le Georgiche ,i duci, cioè i condottieri, i guerrieri, cioè l'Eneide).
Da nessuna autore si riporta il fatto che la tomba, come dalle parole di Faustus, era d' oro o comunque dorata. Anzi non è neanche stata individuata bene. Secondo alcuni infatti il tempietto con l' urna contenente le ceneri del poeta era collocato sul percorso che costeggiando il mare a Chiaia ( oggi è la Riviera ), giungeva alla grotta che poi conduceva a Pozzuoli. Mentre altri hanno pensato a un colombario, che era un ambiente sepolcrale, nelle cui pareti erano ricavate le nicchie per la custodia delle ceneri, esistente sulla collina di Posillipo, all'imbocco della crypta.
Virgilio, busto
La fama letteraria di Virgilio dura ancora oggi, mentre è restata solo una curiosità quella più popolare che, a Napoli, nel medioevo normanno e angioino, lo indicò e venerò come “Savio”, cioè come Mago, attribuendogli poteri taumaturgici e protettivi della città. 
Virgilio diventò una specie di patrono della città, dopo la Sirena Partenope e prima dell' ascesa di San Gennaro. Gli scrittori medioevali biografi di Virgilio scatenarono la propria fantasia nell'attribuirgli le cose più strampalate e incredibili, come ad esempio la costruzione di un cavallo di bronzo capace di mantenere sani i cavalli, una mosca di bronzo col potere di allontanare le mosche dalla città, un macello nel quale la carne poteva mantenersi intatta per sei settimane, una statua di bronzo che rappresentava un uomo con l’arco teso e la freccia pronta a essere scoccata verso il Vesuvio, per tenerlo sotto controllo e difendere Napoli dalle eruzioni. E non finisce qui. Sarebbe stato Virgilio il mago a consigliare all'imperatore di costruire l'acquedotto del Serino, che arrivava fino a Miseno; avrebbe poi fatto costruire una rete fognaria e pozzi e fontane per la città oltre ai complessi termali di Baia e Pozzuoli, per cui fu anche necessario scavare un traforo nella collina di Posillipo.
Evidentemente è per questa fama di magia e di alchimie unite a superstizioni popolari e alle paure dei demoni, che Marlowe ne parla accennando anche alla costruzione di una grotta in una sola notte, ma dimenticando quella magia ancora più famosa a Napoli, quella dell' Ovo nel castello omonimo. 
Al tempo della conquista nornanna della città da parte di Ruggero II di Sicilia, nel 1140, il castello diventò la residenza del re.
Fu allora che si cominciò a spargere tra la popolazione la favola dell'ovo: si disse che, un Mago di nome Virgilio,“in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta”( M. Buonoconto, Napoli esoterica ),aveva chiuso un uovo che avrebbe mantenuto in piedi l'intera fortezza. La sua rottura avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi alla città. La voce stravagante si sparse tra il popolo, poi tra i nobili e la stessa Corte, andando avanti nei secoli.


                                La Crypta neapolitana


      Questi non erano tuttavia i soli incantesimi attribuiti a Virgilio, al quale si attribuì anche l’apertura in una sola notte di una strada lunga, che questo Marone tagliò attraverso una montagna pietrosa.
Si raccontava che Marone evocò un gruppo di demoni infuocati per fargli scavare una grotta lunga un chilometro, ai piedi di una collina. Il lavoro si sarebbe completato in una sola notte, se non fosse passato di lì un cittadino il quale, impaurito dai lampi di luce e dal frastuono del lavoro in corso, si mise a gridare e i demoni si volatilizzarono nel nulla. La grotta però era quasi ultimata perchè mancavano pochi metri alla fine. Il lavoro fu poi portato a termine da altri lavoratori umani. E' così che nacque la Crypta Neapolitana, e la leggenda della sua costruzione magica si diffuse tanto che era presente ancora ai tempi del Re Roberto d'Angiò, e veniva chiamato la grotta di Virgilio.
Crypta,, Gaspar Van Wittel 
In realtà, come narra Strabone, il tunnel fu realizzato da Lucio Cocceio Aucto, architetto che nel 37 a.C. aveva già lavorato con Agrippa ai canali che univano lago d'Averno e Lucrino al mare, nel golfo di Pozzuoli.
La crypta doveva far parte di una rete di infrastrutture militari, ma al termine delle guerre, la grotta continuò ad essere utilizzata come infrastruttura civile, per raggiungere più facilmenete e velocemente Pozzuoli, senza dover utilizzare da e per Napoli la via per montes , che saliva sul Vomero e attraverso Antignano riscendeva per la Pigna verso Agnano, per poi proseguire per Pozzuoli e il suo porto.  
Originariamente però la galleria era molto bassa ed era difficilmte percorribile a cavallo o a bordo di carri, si doveva infatti scendere e attraversarla a piedi. Come risulta da una testimonianza di Seneca, era angusta, buia, polverosa e opprimente. Per questo, se è vero che si continuò ad utilizzarla per secoli, è altrettanto vero che si cercò di ampliarla e migliorarla. 
Solo nel 1456 – dice Cesare.De Seta in “ Napoli” - , il re Alfonso ordinò “lavori nella grotta detta di Virgilio, che collega Napoli al versante flegreo: fu abbassato il piano stradale e furono ingrandite le bocche per l'illuminazione e l'areazione della galleria”.
Secondo Petronio Arbitro, che ne parla nel Satyricon, la crypta era consacrata a Priapo, dio della fertilità, lì sarebbe stato anche un tempio di Priapo il cui culto si basava su riti fallici notturni. Si racconta che in suo onore si celebravano cerimonie misteriche e riti orgiastici, durante le quali vergini e spose infeconde partecipavano a oscene pratiche propiziatorie. 
Si verificò nel '500, durante la dominazione spagnola, durante alcuni lavori di manutenzione, un episodio che aumentò il mistero e il carattere ambivalente del tunnel: nella grotta fu ritrovato un bassorilievo marmoreo recante la scena dell'uccisione di un toro da parte del dio Mithra.
Mithra era il dio che conduceva le anime nell'Aldilà e aveva anche facoltà di giudicarle. era un culto misterioso, destinato a soli uomini proveniente dall' Oriente, in particolare dalla Persia. Mithra era nato dalla roccia e destinato alla salvezza del mondo, i riti in suo onore erano misteriosi e si celebravano nelle grotte.
 Molti pensano perciò che la crypta fosse utilizzata come Mitreo, il luogo ove si celebravano riti in onore di Mitra (2). Ben presto i riti misterici legati al culto di Mitra furono sostituiti dai riti del Cristianesimo, ai quali si aggiunse, in epoca medievale, l' aura di magia e mistero connessa alla figura di Virgilio.
L' ingresso della grotta sta tra la tomba commemorativa di Leopardi e il colombario che conteneva le ossa di Virgilio.
La galleria restò in uso fino alla fine dell'Ottocento, quando fu chiusa per problemi di statica, ma dopo che era già entrata in esercizio la nuova Galleria delle Quattro Giornate.
 
 
 
      ----------------------------------
 
NOTA 2:  Mitra è stato visto da alcuni come un analogia al Cristo. Egli era nato per salvare il mondo, data della nascita di Mitra era al 25 dicembre, alcuni giorni dopo il solstizio d'inverno. Il solstizio coincide con il giorno più corto dell'anno e dal giorno successivo il sole riprende la sua ascesa percepibile tre o quattro giorni dopo; da qui la  data 25 dicembre.
La festa del dio “Sol invictus” venne introdotta al 25 dicembre da Aureliano (214 - 275 d.C.); in seconda istanza la stessa data fu adottata anche per il dio Mitra, detto ugualmente “Sol invictus”.
Questa data la Chiesa l'assunse per Cristo dopo l'editto di Costantino (promulgato nel 313 a nome di Costantino il Grande, , per porre ufficialmente termine a tutte le persecuzioni religiose e proclamare la neutralità dell'Impero nei confronti di ogni fede sostituendo così la festa pagana del “Sol invictus”.
     

-----------------------------------------------------
  
                                  Pellegrini e viaggiatori



Napoli nel '700
E' lecito pensare che tutte le notizie su alcune città, non solo Napoli, ma anche le altre che lui cita, come Treviri, Venezia, le abbia apprese dai suoi studi e anche dalla letteratura di viaggio che iniziava proprio nella sua epoca, il XVI secolo. Prima c'erano stati i pellegrini, frati e laici, che a piedi o a dorso di mulo scendevano per la via Francigena per andare a Roma, la capitale del cristianesimo, e forse proseguivano per andare in TerraSanta. Non tutti sapevano scrivere e leggere, ma chi sapeva, descriveva i suoi viaggi e Roma e Gerusalemme.
Ma già nel XIV secolo ai pellegrini si stavano sostituendo i viaggiatori, che non dovevano andare
 
 necessariamente a Roma e che viaggiavano in carrozza o a cavallo per scoprire le antichità classiche.
 
E spesso prendevano appunti e scrivevano un diario.
   L’iniziatore dei diari di viaggio è considerato fu Michel Montaigne, francese di Bordeaux, nato
 
 nel 1533, famoso più come filosofo e per la sua opera più importante, i “ Saggi”. Ma fu anche
 
 viaggiatore, scrittore e politico.
 
 Nel 1580 e nel 1581, mentre Marlowe era a Cambridge, egli effettuò un lungo viaggio in Europa,
 
 Francia, Svizzera, Germania ed Italia, e raccolse impressioni e annotazioni sul viaggio in un Diario,
 
 nel qual indicava usi, costumi, tradizioni dei posti da visitare e anche locande e taverne consigliate.
 
  Ma non andò oltre Roma.

A Napoli ci era arrivato invece un altro viaggiatore, nel XIV secolo, che, da dotto cultore dei classici antichi, scrisse in latino, quell' itinerarium syriacum allegato al testo inglese del dramma Faustus, che sicuramente Marlowe doveva aver letto.

     

                                         Francesco Petrarca

  

     
Francesco Petrarca, era nato ad Arezzo a luglio dell'anno 1304, fuo poeta, letterato, umanista e appassionato di antichità greche e romane e viaggiatore autore di memorie di viaggio. 
Come abbiamo già detto, si viaggiava molto nel medioevo, sia pellegrini per motivi religiosi sia viaggiatori che avevano l'unico scopo di conoscere e di vedere posti nuovi. Ma molti si fermavano a Roma.
Più a sud c'era, nel XIV secolo un grande regno, quello di Napoli, che cominciava ad essere scoperto da letterati e altri artisti. Nella capitale c'era stato Giovanni Boccaccio giovanissimo e artisti come Giotto, Tino da Camaino e Simone Martini, e architetti che avevano costruito la cattedrale e altre basiliche come S.Domenico maggiore, Santa Chiara e san Lorenzo Maggiore. Nell' epoca di Petrarca era re , dal 1309, Roberto d'Angiò, figlio di Carlo II. Egli godeva di grande rispetto, era ritenuto un uomo saggio e molto colto ma non si capisce bene perchè: viene invece descritto come un personaggio enigmatico e controverso, contestato dai Ghibellini,era capo del partito Guelfo, bigotto in età matura, aveva perso il figlio Carlo duca di calabria e erede al trono, nel 1328, e a succedegli era stata destinata la nipote Giovanna.

Francesco Petrarca
In quegli anni, 1340 circa, il Regno vide crescere il prestigio del suo regno, il benessere economico, la vivacità e creatività culturale. Napoli era diventata la prima città d'Italia, capitale di un Regno incrocio di diverse civiltà,, francesi, catalani, greci, latini e arabi, centro di quotidiani scambi commerciali, aveva una popolazione già straripante oltre le Mura di circa 60.000 abitanti. Una città variopinta, con una Corte raffinata e mondana e spesso spregiudicata e scanadalistica in contrasto con una plebe che viveva in stradine sudice, maleodoranti e pericolose di notte perchè senza illuminazione.       Vicino alla zona portuale, quello più antico detto di Arcina che dal mare si addentrava nella attuale via Depretis, e quello più recente detto Vulpulum, nella attuale piazza Municipio e finoa via Medina, e il molo costruito appena allora sotto il Castelnuovo, si svolgevano attività e commerci, con mercati stranieri, fiorentini, pisani, catalani e amalfitani.
Napoli inoltre offriva con i suoi dintorni, anche grandi possibilità di visitare e vedere antichità romane.
A quel tempo si conosceva la storia, narrata da Plinio il giovane, di una grande eruzione avvenuta in epoca romana, ma non si sapeva dove erano le antiche città di Pompei e di Ercolano, tutto era stato ricoperto dalla cenere a da lapilli che si erano solidificati, il territorio aveva poche abitazioni e piccoli villagi. Nei secoli comunque non erano mancati predatori e saccheggiatori alla ricerca di statue e tesori perduti.
Diversa invece la situazione a nord di Napoli, nell'area dei Campi flegrei, Pozzuoli, Baia, l'antica città sommersa dal bradisismo, di cui restava visibile solo una specie di torre in mezzo al golfo, Averno, Miseno, Cuma, nomi che risvegliavano ricordi di altre epoche e soprattutto di poeti come Virgilio e la sua Eneide.
Petrarca fu un viaggiatore, fin da piccolo. Dalla città natale Arezzo si mosse con la famiglia perchè il padre Petracco andò in Francia, a Carpentras, vicino Avignone, dove lavorò presso la Corte papale. Avignone è una città della Francia meridionale dove ,dal 1309 al 1377, si era trasferita da Roma la Sede papale.  Francesco Petrarca - scrive Attilio Brilli - “ci appare come l'uomo moderno per eccellenza, il primo pellegrino laico, il viaggiatore in perenne movimento in Italia e fuori d' Italia”.
Egli infatti, sia per motivi personali sia per obblighi di lavoro girò per mezza Europa, da Parigi a Prega, da Colonia ai paesi più a nord, e anche in Italia, a Roma dove poté toccare con mano i monumenti e le antiche glorie rimanendone estasiato, e quindi a Napoli e dintorni.
Il suo nome era diventato famoso anche presso Roberto d'Angiò, che lo invitò alla sua Corte a Napoli.
Prima di lui in quella città aveva vissuto Giovanni Boccaccio che così poi la ricordava chiamandola “nostra”: “La nostra città, oltre a tutte l'altre italiche di lietissime feste abondevole, non solamente rallegra li suoi cittadini o con nozze o con bagni o con li marini liti, ma, copiosa di molti giuochi, sovente ora con uno ora con un altro letifca la sua gente. Ma tra l'altre cose nelle quali essa appare splendidissima, è nel sovente armeggiare”.
Lago d' Averno
Messer Francesco, volendo ricevere un riconoscimento ufficiale, una incoronazione poetica per la sua attività letteraria, e volendo averla a Roma, caput mundi, si recò subito a Napoli, parlò con il Re Roberto, che, al termine dei colloqui, lo raccomandò al Papa per l'incoronazione a Roma.
Egli era partito da Ostia in nave, passando al largo di Terracina, Gaeta e Ponza e quindi Ischia, Procida Baia e Pozzuoli, e ad ogni avvistamento si affollavano alla mente versi e scritti di Virgilio, ma anche di anche Omero davanti al Circeo, e poi anche Seneca e altri.
non lunge da Pozzuoli si innalza il colle Falerno celebre per i suoi tralci, e tra questo colle e il mare sorge il monte e si apre la grotta di Posillippo” scriveva A.Levati ( Viaggi di Francesco Petrarca in Francia, in Germania e in Italia, 2° volume), rifacendosi ai diari di viaggio scritti dal poeta..
A Napoli egli venne accolto dallo stesso Re Roberto che lo accompagnò personalmente alla crypta e alla tomba di Virgilio Marone, dove portò un alloro che depositò sulla tomba.
La grotta era buia e l' aria irrespirabile, ma essi parlarono sicuramente della leggenda virgiliana che attribuiva al poeta la costruzione della grotta in una sola notte. Il Re Roberto chiese al Petrarca cosa ne pensava. “ Non ho mai letto che Virgilio fosse un mago; d'altronde veggo n'e sassi le vestigia del ferro e non dei magici carmi”, rispose Petrarca scherzando.
Fu alloggiato in un monastero annesso alla basilica di San Lorenzo maggiore proprio tra il decumanus maior e il cardine di S. Gregorio, dove egli poteva girare studiando la città e le sue antichità, come i resti del teatro dove si era esibito Nerone, oppure le antiche colonne romane del vecchio tempio dei Dioscuri, trasformato nella chiesa di S. Paolo.
Ma aveva paura di uscir di sera perchè la città “ per molti rispetti eccellente, ha questo oscuro e vergognoso e inveterato malanno, che il girar di notte vi è non meno pauroso e pericoloso che tra folti boschi, essendo le vie percorse da nobili giovani armati, la cui sfrenatezza né la paterna educazione né l'autorità dei magistrati né la maestà e gli ordini del re seppero mai contenere”.
Era il mese di dicembre e forse non era consigliabile spostarsi, ma alcuni conoscenti si offrirono di accompagnarlo fuori città,e il re gli diede una adeguata scorta militare.     
Per andare nell' area dei Campi Flegrei evitarono la crypta e presero invece la via per montes, quella che saliva sulla collina di Paturcium, dove sostarono, e poi presero la via Antiniana per scendere verso Agnano. Da lì poi presero l'antica via Domiziana diretti a Pozzuoli,la Solfatara e la città vecchia sul promontorio e vide il Macellum semisommerso dal mare per il fenomeno del bradisismo.(3)
Il giorno dopo di buon' ora si diressero verso il lago di Lucrino e quello di Averno, sostando alle Terme di Tripergole. (4)
Piscina Mirabile
Petrarca poi si rimise in cammino rimirando Baia,la città sommersa, l'antica residenza dell'imperatore allora trasformata in castello a picco sul mare, le antiche ville romane lungo la strada, fino ad arrivare a Bauli, Bacoli, dove fu portato nella piscina. Ma non per fare il bagno, perchè quella piscina indicava un serbatoio, una cisterna antica che riforniva d'acqua le numerose navi e il personale della flotta militare ormeggiata nel vicino porto di Miseno.
Anche se non più utilizzata e ormai in rovina, la piscina era ancora piena d’acqua e bisognava entrarci con una barca. ”Mirabilis, mirabilis..” esclamò il poeta entrandoci, una magnifica cattedrale sotterranea. Da allora, fu la piscina mirabile.


--------------------------------------------
Nota 3
Nella prima metà del IX secolo, con il duca Sergio I, i Campi Flegrei subirono la loro massima sommersione marina, dovuta al bradisismo negativo. A Pozzuoli le colonne marmoree dell’antico mercato romano, chiamato erroneamente tempio di Serapide, vennero sommerse fino a un’altezza di 6,30 metri. La popolazione si era spostata sulle colline circostanti. Secondo alcuni autori, in questa epoca il lago di Lucrino non esisteva più, essendo completamente sommerso dal mare, anzi appariva come una profonda insenatura marina che raggiungeva l’imboccatura del lago d’Averno.

Nota 4
Tripergole era un villaggio sorto sul lago Lucrino, una località termale nota per le proprietà curative delle sorgenti flegree. Già il re Carlo II , padre di Roberto, aveva fatto costruire una struttura opsedaliera per ospitare ch vi sirecava per le curel nuovo complesso ospedaliero fu posto alla dipendenza dell’Ospedale Maggiore di santo Spirito di Roma e affidato ai Frati Ospitalieri.Furono realizzate inoltre strutture sanitarie e ricettive più una farmacia (“Speziària“). La chiesa e l’ospedale si trovavano nel castello angioino; l’ospedale nella parte più bassa, sopra i bagni termali dislocati ai margini di una strada, lungo la quale si trovavano le tre osterie e la farmacia.
Nel villaggio si poteva trovare anche una chiesa, alcune case private, delle osterie e un castello reale per la caccia. Nella locanda, che dava ristoro solo a persone benestanti, fu ospitato Patrarca e i suoi accompagnatori. Il villaggio con Terme annesse sparì completamente con l 'eruzione del del 29-30 settembre 1538, che portò alla formazione del Monte Nuovo. Da anni la zona era soggetta a manifestazioni come terremoti e sollevamento del suolo. Quando questi fenomeni divennero più intensi e frequenti, la popolazione e i malati abbandonarono il villaggio e non ci furono vittime,
Lo sconvolgimento dei luoghi fa sì che oggi è impossibile localizzare con una certa precisione il sito dell’antico villaggio di Tripergole anche se molti ci hanno provato., ma la questione qui è di scarso interesse.


------------------------------------------------------------


Itinerarium siryacum



Erano diari di viaggio gli scritti chiamati itineraria, molto diffusi già nell’Impero romano, e costituiscono ancora oggi testi e mappe fondamentali nello studio della topografia antica. Gli itinerari continuarono poi nell'epoca cristiana. Servivano come guide ai viaggiatori o ai pellegrini soprattutto in Terra Santa. Si chiamavano “ grafici” le carte che indicavano le strade e le distanze tra le tappe e le città e i nomi di città e villaggi, locande e porti dove potersi imbarcare..Anche Petrarca ebbe occasione di cimentarsi in questi itineraria.  
 
 
 
 
 
 

Era l'anno 1353, a Milano, Giovanni da Mandello, governatore di Bergamo, gli propose di accompagnarlo in un pellegrinaggio in Terra Santa, ma il poeta declinò l'invito. Prima della partenza di messer Giovanni, nel 1358, Petrarca gli consegnò un Itinerarium breve de Ianua usque ad Ierusalem et Terram Sanctam (noto con il titolo di Itinerarium Syriacum). Il brano presente nella nota alla versione inglese del Faustus è parte di questo itinerarium. Quella che segue è il testo nella traduzione di Marisa Attinà:

Non lontano da Pozzuoli - si erge il monte Falerno, famoso per i suoi vitigni.(5) Tra il Falerno e il mare vi è un colle roccioso scavato dal lavoro umano che il popolo sciocco ritiene (invece) prodotto da Virgilio con  magici incantesimi: cosi la fama di uomini illustri è sostenuta non solo da reali meriti ma anche da credenze popolari. Un giorno Roberto,famoso per il regno,ma ancora più famoso per il suo ingegno e la sua cultura letteraria,avendomi chiesto se avessi sentito qualcosa su questo argomento,davanti a molti presenti,lui sempre sostenuto da regale umanità, con la quale superò non solo re ma anche uomini,io gli risposi non certo scherzando di non aver mai letto che Virgilio fosse stato uno stregone:così quello, accennando con un movimento della sua severissima fronte,affermò che in quel luogo non c'erano tracce di magia ma di lavoro umano.Vi è infatti una grotta,stretta,molto profonda e buia,di un monte scavato: l'oscurità è orribile e tenebrosa: nel mezzo c'è un passaggio aperto,bello e quasi sacro, venerato anche in tempo di guerra e,in vero,così è voce di popolo,mai danneggiata da predoni:la chiamano Crypta Napoletana di  cui Seneca fa menzione nelle lettere a Lucilio. Verso la fine di un  percorso oscuro,quando si incomincia a vedere il cielo,in un luogo all'aperto,si vede la tomba dello stesso Virgilio,di fattura assai antica,donde nacque forse questa credenza del monte scavato da quello stesso.”.Petrarca lo scrisse in latino così come aveva fatto per altre opere, come, ad esempio, le Epistole, l'Africa, un poema in esametri, De vita solitaria e altre ancora. Per lui il latino è la lingua ufficiale, erudita, con cui scrive molte delle sue opere che intendeva affidare ai posteri, mentre la scrittura in volgare doveva essere una scrittura privata e con una circolazione limitata.
--------------------------------------
Nota 5
..Il vino Falerno, che tanto piaceva ai Romani era prodotto nella antica campania settentrionale, nell’ager Falernus, corrispondente alla zona degli attuali comuni di Mondragone,Falciano del Massico, Carinola e Sassa Aurunca e Cellole, alle pendici del monte Massico sito tra il Volturno e il Garigliano. Era ritenuto tra i migliori rossi in assoluto dagli imperatori e dai Patrizi di Roma. ma nonostante la sua straordinaria fama nei tempi antichi, alla fine dell’Impero, se ne persero le tracce. Negli ultimi 40 anni alcuni produttori di quel territorio hanno deciso di recuperare la grande tradizione riproponendo un vino che potesse richiamare alla memoria il famoso Falerno. Mi è stato fatto giustamente osservare ( U.Scala) che è inspiegabile il riferimento al Falerno ( alta Campania, area di Caserta) e il monte a picco sul mare ( Posillipo).

----------------------------------------------------

                                                 Conclusioni


Quello che ho esposto è soltanto una mia ipotesi che mi sono divertito a sviluppare, ma è ovvio che possono essercene altre.
Lo scrittore inglese, che aveva studiato a Cambridge e aveva anche fatto traduzioni di opere dal latino, sfruttò i suoi studi classici e la sua abilità di traduttore per conoscere città, storie e leggende di Roma e di Napoli. Dove non conosce, come nel caso di Parigi o Venezia, salta e va avanti nel discorso, soffermandosi su magie e demoni, forse più adatte al dramma che sta scrivendo. Egli deve aver letto Plinio il vecchio, Tito Livio e poi anche Petrarca con particolare riferimento a Napoli. Non capisco altrimenti perchè al testo inglese del dramma è stata indicata in nota, parte dell'itinerarium relativo a Napoli.
Nello scritto di Petrarca si nota una buona conoscenza della storia della crypta e della leggenda virgiliana, ma ho qualche dubbio – espressomi anche da U.Scala e M.Attinà – sulla conoscenza dei luoghi. Egli vuol mostrare di sapere, ma accosta il Monte Massico dove si produceva il vino Falerno, al “ colle roccioso” dove fu scavata la crypta. Si tratta infatti del colle di Posillipo che, salvo mutamenti orografici avvenuti nel corso dei secoli, è molto lontano dal Massico e quindi dal Falerno.
E'stata una ricerca divertente, e mi è piaciuto pensare alle strade di Napoli gia lastricate ai tempi di Roma, mentre a Londra, ancora nel XVI secolo, si camminava per vie appena sterrate e fangose.
 
 

Ringraziamenti
Enzo Scala per avermi fatto conoscere questa citazione su Napoli
Marisa Attinà per la traduzione del brano dell' “itinerarium syriacum”
Umberto Scala, per aver rintracciato il libro di Lovati e per avermi fatto notare particolari che mi erano sfuggiti.


Fonti

Attilio Brilli, Il viaggio in Italia,2006 ed. il Mulino.

Mario Buonoconto, Napoli esoterica,1996, ed. Newton tascabili,

Cesare de Seta, Napoli, Ed. Laterza

Benedto Croce, Storie e leggende napoletane, 1991, ed. Adelphi

Vittorio Gleijeses, La storia di Napoli, 1974, ED. Società Editrice Napoletana

Sigfrido E.F. Hobel, Misteri partenopei, 2004, Ed. Stamperia del Valentino.

Giovanni Liccardo, Napoli sotterranea, 2004, Ed, Newton & Compton

Bartolomeo Capasso, Napoli greco-romana , Berisio, 1905

Cesare de Seta, Napoli , Laterza, 1981.

Massimo Rosi, Napoli dentro e fuori le mura , Newton&Compton, 2003

Ambrogio Levati, Viaggio di Francesco Petrarca in Francia, in Germania e in Italia, editore

Società Tipografica classici italiani, 1820, Milano





 

 












  

  

  


   









        





-----------------------------------------

 

















  




     



martedì 2 maggio 2017

Castel nuovo


Castel nuovo


Chi arriva dal mare, entrando lentamente nel porto, si trova davanti a grandiose torri merlate, come già accadeva ai viaggiatori di secoli fa. E' così che appare Castel Nuovo, una delle due immagini-cartolina di Napoli, conosciuto come Maschio Angioino.
In principio era il Mastio che, nei castelli medievali, indicava la torre più alta delle altre, e che costituiva il centro nevralgico della struttura, lì dove c'era il centro di comando e di ultima difesa in caso di attacco. Il termine fu poi distorto dal popolo e diventò il “maschio”.
Castelli
L'altro termine, “Angioino” è dovuto al fatto di essere stato edificato per volere di Carlo I d'Angiò, Re di Napoli dal 1266 al 1285.
La residenza reale di Napoli era stata fino ad allora Castel Capuano, ma l'antica fortezza normanna poteva andar bene quando la Corte non risiedeva stabilmente a Napoli, ma a Palermo.
Carlo I d'Angiò, francese, papalino e sanguinario, voleva rompere con il passato svevo, cancellare tutto ciò che richiamava la precedente dinastia antipapale e, liberatosi di Corradino, nipote di Federico II e ultimo rappresentante degli Svevi, aveva perciò deciso di trasportare la capitale del Regno a Napoli. Per questo volle costruire una nuova residenza in città.
Aveva già provato a ristrutturare il castel Capuano, ma senza grandi risultati perchè il luogo dove era stato costruito a suo tempo, non gli piaceva, lo considerava malsano e “ angusto”.
In Sicilia, l'aristocrazia, da sempre autonomista e indipendentista, non accettò la nuova capitale e questo, oltre a una grande riduzione delle libertà baronali e, soprattutto, a una opprimente politica fiscale, si ribellò insieme al popolo. Furono chiamati i Vespri siciliani perchè iniziati all'ora dei vespri – verso il tramonto - del lunedì dell'angelo, il 31 marzo, del 1282. Gli Angiò furono cacciati dall'isola, e mai più la ripresero.
La tassazione angioina fu pesante, occorrevano molti soldi, perchè i nuovi padroni avevano manie di grandezza e dovevano abbellire e allargare nuova capitale. Le antiche mura romane e ducali non bastavano più. Dopo aver bonificato le paludi esistenti nella regione orientale della città, fu avviato il rifacimento e l'ampliamento del tratto meridionale delle mura che inglobarono l'area del ponte della Maddalena, del Mercato fino ad arrivare al mare. Successivamente ci si rivolse al tratto occidentale e furono allargate fino a Monteoliveto, dove è oggi la chiesa di S.Maria la Nova, dove esistevano una imponente torre detta Mastra e, vicino, un' altra detta Cinta o de angulo, con una strada che scendeva verso l'attuale piazza Borsa e arrivava nella zona portuale. Nella murazione che risaliva fino a dove oggi c'è Palazzo Gravina, sede della facoltà di architettura, ci doveva essere una porta chiamata Petruccia
L'area portuale era formata da due porti: uno più grande, l’altro un po’ più piccolo, detti “de Arcina e de Vulpulo”. Essi dovevano trovarsi più o meno dove oggi è piazza della Borsa.
Carlo I li fece ampliare verso l'area occidentale e scelse di far costruire le chasteau neufe, le chateau neuf, il castello nuovo, fuori della porta Petruccia, nella piana che da Pizzofalcone degradava verso il mare, dove già in età romana c'era un grande bacino protetto che occupava l'odierna area di piazza Municipio. La presenza del bacino è stata confermata dal ritrovamento di cinque imbarcazioni e della banchina portuale, durante gli scavi per la stazione della Metropolitana.
Il nuovo castello doveva essere costruito vicinissimo al mare e in questo senso furono date istruzioni all'architetto francese Pierre de Chaulnes, che diede il via ai lavori nel 1279.
Il progetto prevedeva altissime mura di cinta con alte cortine e almeno sette o otto torri alte e sottili con tetto a cuspide, come era tipico di quel periodo. Intorno fu scavato un grande fossato dove arrivava il mare. Il castello fu costruito in tempi brevi, i lavori terminarono già nel 1283/84 in poco più di quattro anni.
Carlo I però non vi abitò mai perchè morì nel 1285, prima dell'inaugurazione che fu attuata dal figlio Carlo II, detto lo Zoppo, che ci si trasferì con la famiglia e la Corte.
Lo stesso Carlo II fece realizzare tra il 1302 e il 1307 il nuovo molo presso il Castel nuovo, detto angioino o grande.
Da allora il Castel nuovo fu residenza dei Re Angioini, fu ampliata e abbellita e soprattutto rinforzata, poiché oltre a essere una residenza, doveva offrire anche garanzie di sicurezza contro nemici esterni e interni.
Tavola Strozzi,particolare
Li dentro si svolse tutta la vita della Corte angioina, tra feste e ricevimenti ma anche assedi e violenze. La residenza angioina, dopo la morte del re Roberto nel 1343, fu al centro di rivolte popolari, fu teatro di violenze e assassinii, e assalti e assedi da parte di nemici esterni e interni, che cessarono solo dopo circa un secolo, con l'arrivo degli Aragona.
I Re Aragonesi, a iniziare da Alfonso, ristrutturarono completamente il castello e lo trasformarono in quello che vediamo ancora oggi. I tempi erano mutati, i vecchi castelli medievali non potevano più rispondere alle nuove tecniche di assedio e difesa e soprattutto alle nuove armi da fuoco, cannoni, bombarde e mortai. Il regno degli Aragona durò poco, circa sessanta anni, ma furono anni di guerre continue contro francesi, sedicenti eredi degli Angioini, e i cugini spagnoli che alla fine vinsero, infischiandosene della parentela.
Le vecchie torri alte e sottili furono inglobate, ad opera degli architetti catalani, nelle cinque attuali torri rotonde e merlate, più adatte al tiro delle nuove artiglierie.
Le tre torri rivolte verso terra, dove si trova l'ingresso, furono chiamate "di San Giorgio", "di Mezzo" "di Guardia".Tra queste ultime due, che difendono l'ingresso, venne eretto un arco di trionfo in marmo, che è ancora lì, destinato a celebrare il ricordo dell'ingresso di re Alfonso nella capitale.
Le altre due torri, rivolte verso il mare, presero il nome di torre "dell'Oro" e di torre "di Beverello" (che è quella a destra guardando dal mare) dalla quale prende poi il nome il molo antistante. Sull' origine del toponimo “BEVERELLO” le ipotesi concordano solo su una cosa, abbastanza evidente: beverello indica sicuramente il bere e quindi la presenza di acqua potabile nella zona. Qualcuno si riferisce alle colline che da Pizzofalcone scendevano verso il mare e che furono dette “”Bibirellum”” pr la notevole quantità d’acqua.
Altri raccontano invece che in secoli passati, la zona serviva come attracco privato di barche del popolo grazie alla presenza di una sorgente ove poter attingere acqua ( piccolo bevere, beverello ? )
La questione ha una importanza relativa e costituisce una semplice curiosità.
Castello e spianata nel XVII secolo
Il castello fu circondato da un fossato e le torri si elevavano su grandi basamenti a scarpata.
Intorno al castello, sul lato interno, furono poi aggiunti antemurali e torrette circolari per la migliore difesa dell'accesso al castello, chiamata la “ gran guardia Aragonese”. Alle spalle fu creata un'area verde, i cosiddetii orti reali e edificate alcuni edifici come la Reale cavallerizza. Oggi è la Biblioteca nazionale.
La tavola Strozzi, un dipinto olio su “tavola”, ( visibile oggi al Museo Nazionale di San Martino, Napoli), chiamata così perchè rinvenuta nel 1901, a palazzo Strozzi, a Firenze, costituisce oggi una fotografia della città di Napoli, come era negli anni 1472/1473, vista dal mare.
Appare subito la grande presenza di strutture militari: castel dell’Ovo a sinistra di chi guarda, sulla collina del Vomero il castello di S. Elmo, più a destra Castel Capuano, la cui mole emerge sulla fitta edilizia circostante. Al centro, sul mare, in primo piano, Castel nuovo, rappresentato, con minuziosa cura, in tutti i dettagli edilizi. Si vedono sulla parte orientale le torri di S. Giorgio e quella Maestra, in primo piano, che appare più alta di come è ora, quella detta di ”Beverello”.
Dentro ogni torre c'è una scala che portava sui tetti dove, in passato, venivano poste le vedette di guardia per controllare dall'alto un eventuale arrivo dei nemici. La scala interna ad ognuna delle torri, è chiamata volgarmente scala catalana. Ma è solo una scala a chiocciola .
All'interno del castello sono ancora visitabili la cappella Palatina, unico elemento superstite del castello angioino, la Sala dei baroni chiamata cosi perchè nel 1487, a seguito della scoperta di una congiura contro il Re Ferrante di alcuni baroni del Regno, essi furono invitati dal re nel castello e in quella sala furono arrestati e mandati a morte. Attualmente questa sala è adibita alle riunioni del Consiglio comunale di Napoli.
Da vedere poi la Sala dell'Armeria e la Cappella delle Anime del Purgatorio, costruita nella seconda metà del XVI secolo, per volontà dei viceré spagnoli.
Il castello venne saccheggiato ad opera di Carlo VIII di Francia, che accampava dirittti ereditari sul trono di Napoli e scese in Italia nel 1494.
Come in tutti i castelli medievali, anche in Castel nuovo c'erano le “segrete”, cioè quei sotterranei destinati a prigioni. Erano delle vere e proprie “fosse” dove i malcapitati arrestati e condannati, venivano buttati, spesso dimenticati e fatti morire.
Benedetto Croce in Storie e leggende napoletane, riporta la leggenda della Fossa del coccodrillo: era in quel castello una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si voleva più rigidamente castigare: quando a un tratto si cominciò a notare con istupore che, di là, i prigionieri sparivano”.   
Nessuno riusciva a spiegarsi come accadesse, se fuggissero e come, per cui fu disposta una più stretta sorveglianza. Ci si accorse perciò che, attraverso un accesso celato, dal mare si introduceva nella fossa un coccodrillo che aggrediva il prigioniero alle gambe, trascinandolo via. Da allora, e per un certo periodo, il coccodrillo divenne il boia, un esecutore di giustizia, e lì finivano tutti coloro che, segretamente, erano condannati a morte.
Fu arrestato e trattenuto per qualche giorno in una torre del castello, il duca Valentino, Cesare Borgia, figlio del papa Alessandro VI morto poco prima,e quindi tradotto in Spagna.
Non fu detenuto in quella fossa, ma comunque sempre nel castello, Tommaso Campanella, monaco eretico condannato anche dal Santo Uffcio verso il 1600, che si finse pazzo fino a quando non riuscì a evitare il rogo e otterenere la libertà nel 1626.
Nel 1503, con la resa di Federico I, ultimo re aragonese, il regno di Napoli venne annesso alla Spagna di Ferdinando il cattolico, e tutto il territorio fu diviso in due viceregni, uno in Sicilia e l'altro sul continente.
Ingresso 1910
Castel Nuovo perse man mano la funzione di residenza reale, diventando solo un presidio militare. I vicere spagnoli, tra i quali il più famoso don Pedro di Toledo, iniziarono a costruirsi una residenza nella zona della cavallerizza reale aragonese, vicino e collegato con il castello, e diedero luogo al Largo di palazzo, quello che oggi è piazza Plebiscito e palazzo reale, inaugurato nel 1599 dal vicerè Ferdinando Ruiz de Castro, conte di Lemos.
I re Borbone, a iniziare da Carlo, preferirono il palazzo ex vicereale, trasformato in reale, e poi le reggie di Capodimonte, di Portici e ovviamente, quella più famosa di Caserta.
Castel nuovo oggi
Dopo l'unità i bastioni della gran guardia furono demoliti e negli anni venti del XX secolo si continuò l'opera isolando il castello e abbattendo tutte le costruzioni che lo circondavano( 1910 ingresso del castello).
Fu poi creata la spianata dove furono realizzati giardini e aiuole.
Recentemente il Maschio Angioino ha visto i suoi spazi interni ed esterni adibiti a location per eventi di carattere culturale: concerti, rassegne musicali e spettacoli hanno avuto luogo tanto nel cortile quanto sugli spalti esterni.









domenica 16 aprile 2017


                Castel Capuano


Attraversata via Duomo, e iniziata la seconda parte del decumano maggiore( l'antica  strada greco-romana che attraversa ancora tutta la città vecchia da est a ovest), la via Tribunali, lo si vede già: Castel Capuano, sede per e da secoli di tutta l’attività giudiziaria del circondario di Napoli.
Ma, giunti più vicino, nel largo davanti all'ingresso, tutto sembra tranne che un castello. Allora ci giri intorno per vedere meglio, vai a sinistra, ti accorgi che è un grande e maestoso edificio, e in fondo c'è una Porta, in mezzo a due torri cilindriche. E' la porta Capuana, il più antico  e importante ingresso a Napoli.
Per ricostruire la storia del Castello bisogna tornare indietro nel tempo, al IV° o III° secolo a. C., tenendo presente che la sua e quella della Porta, sono strettamente collegate. Nacque però prima la porta, che era inserita nelle mura che circondavano la città.( l'illustrazione è tratta da " Atlante, guida della Napoli greco-romana, Ed. Intramoenia, con disegni di R. Quaranta)
La murazione originaria di Neapolis passava in questa zona, seguendo l’andamento irregolare del terreno. Le mura correvano all'interno della attuale via Foria - che all’epoca era solo il letto di un fiumiciattolo detto Clanis - ,nella zona dove c'è l'Ospedale degli Incurabili. Poi ripiegavano nella zona di via Carbonara, passando davanti all’attuale Castelcapuano e arrivavano per via Colletta, in piazza Calenda, dove ancora possiamo vederne i resti, 'o cipp 'a Furcella. Da lì proseguivano a nord dell'attuale corso Umberto, attraversavano la piazzetta del grande Archivio e San Marcellino, risalivano lungo la via Mezzocannone in direzione via S. Sebastiano e piazza Bellini, e poi proseguivano sulla via Costantinopoli e giravano a destra dove si ricongiugevano a quelle che risalivano per l'Anticaglia.
Lì dove c’è il castello, iniziava/terminava il decumano maggiore.  
Secondo Bartolomeo Capasso, studioso e archeologo della città, “…..ogni decumano aveva una porta alle sue estremità,……il centrale o maior aveva, ad oriente, la porta che menava a Capua….”.
Capua, città della Campania di origine etrusca del IX sec.a.C., al momento della fondazione di Neapolis, era già, con il suo porto fluviale sul Volturno, un grosso centro commerciale e luogo di incontro tra le popolazioni locali, del nord e sud e del centro Italia e di altri popoli provenienti dal mare che risalivano il fiume.
Capuana “ perciò, da Capua o meglio, da una strada che dalla porta di una città di mare serviva per portare merci di ogni genere verso l’entroterra, al più vicino mercato e viceversa.
In verità, prima della conquista romana, non esisteva una vera strada. Nella zona fuori le mura scorreva, secondo gli storici, il fiume Clanis, che alimentava una vasta zona paludosa. Da un lato la palude era garanzia di sicurezza in caso di guerra, dall’altro però, in tempi di pace, ostacolava le comunicazioni tra costa e hinterland.
La strada per Capua quindi, all’inizio non era altro che un sentiero (o forse più) che si dirigeva verso l’interno, guadando fiumi e paludi. Solo dopo, arrivati i Romani, che dove andavano costruivano strade per e da Roma, fu costruita una strada che andava verso il sistema collinare di Poggioreale e Caput de clivo (oggi Capodichino), verso Atella e Frattamaggiore.
Per superare i fiumi furono costruiti poi alcuni ponti, e, a pensarci bene, le attuali denominazioni di alcune vie della zona, Ponte della Maddalena e Ponte di Casanova - che non è il famoso veneziano, ma solo un edificio nuovo, una nuova costruzione – ricordano l’esistenza di fiumi e ponti d’ altre epoche.
Anche il nome di “Formello”, aggiunto alla chiesa di S. Caterina, vicino alla porta, ricorda la presenza di acque nella zona. Formello infatti deriva da formali cioè da forma , termine con il quale venivano indicate falde acquifere, doccioni e canali che portavano acqua alla città.

Tornando alla porta e alla sua ubicazione originaria, se è vero quel che racconta Capasso e considerato che il decumano maior è sempre quello, oggi via Tribunali, essa non era dove è oggi, ma in precisa corrispondenza di detto decumano, e inserita nelle mura della città, lì dove poi fu costruito il castello. E, a questo proposito, viene ricordata in genere un’altra testimonianza, quella di Pietrantonio Lettieri, architetto, del 1484, che partecipò al rifacimento del Castello e allo spostamento della porta. Ma ne parlerò più avanti.
Sicuramente, la porta doveva essere in legno robusto e resistente ad eventuali attacchi portati con l’ariete; per proteggerla, inoltre, c’erano mura e torri di guardia in legno e mattoni di tufo da dove potersi difendere e anche attaccare nemici, e all’esterno un fossato.
La murazione e la porta non subirono cambiamenti nei secoli successivi, con la “pax” romana probabilmente non occorreva neanche più chiuderla né difenderla.
Fuori dalle porte “….per cui si andava a Capua,( ma anche a Nola e a Puteoli), stazionavano veicoli da nolo per comodo di coloro che dovevano recarsi alle città vicine o anche a Roma…” E' sempre il solito Capasso che ci informa( Napoli grecoromana .pag.5).
Erano carrozze, calessi, carri, bighe e anche cavalli, antenati dei taxi, auto e altri mezzi che oggi si noleggiano presso aeroporti e stazioni.
Furono i bizantini,nel VI secolo d.C., mandati dall’imperatore Giustiniano, in guerra con i Goti, che dopo la vittoria, nel rinforzare i bastioni e le torri laterali alla porta, ci costruirono sopra una specie di fortilizio per una migliore difesa. Fu questa la nascita di un primordiale Castello.
Il fortilizio bizantino, con il passare del tempo ovviamente si logorò ed ebbe bisogno di una adeguata ristrutturazione. Fu perciò sostituito, nel 1154, con una costruzione collocata a cavallo delle mura, dal figlio di Ruggero II, Guglielmo.
Castel Capuano nel XVII secolo
Costruito in stile tipicamente medievale, dotato di robuste fortificazioni, costituiva un baluardo imprendibile; fu nel tempo modificato e ampliato e qualche volta utilizzato come residenza reale. dei sovrani normanni. Fu Federico II, nel 1230 che lo fece ristrutturare rendendolo, pur conservando le sue indispensabili fortificazioni, più ospitale e consono alla sua dignità di residenza reale.
Gli Angioini, nel piano di allargamento edilizio della città, iniziarono, nella parte occidentale verso l'antico porto, la costruzione di una nuova fortezza, il Castel nuovo, dove trasferirono la loro residenza.
Il Castello fu però sede del Vicario del re, che tra le altre cose si occupava anche del governo e della amministrazione della giustizia. Da qui il nome di Vicarìa.
In seguito fu al centro di assalti, assedi e saccheggi, nel periodo del regno di Giovanna I e dei successori fino a re Ladislao e poi ad Alfonso di Aragona. Questi aveva posto l'assedio al castello nel 1440, ma dovette arrendersi di fronte alla sua inespugnabilità.
Il castello subi un grande ristrutturazione, perdendo ogni connotazione medievale e comunque di castello, nel XVI secolo, quando il vicerè don Pedro di Toledo, più famoso per il nome che lasciò a quella strada dritta che dal largo del Mercatello conduceva al palazzo vicereale, decise di trasferirvi tutti i tribunali e le corti di giustizia che erano sparsi in varie sedi della città.
Esse erano: il Sacro Regio Collegio, la Regia Camera della Sommaria, la GranCorte cile e crimnale della Vicaria e il tribunale della Zecca. ( G.Attinà, Le prigioni borboniche.....la negazione di Dio, 2015, ed.Stamperia del Valentino).Ai tribunali furono aggiunte le carceri, sia per i nobili che per il popolo. Esse occupavano tre livelli: il piano ammezzato era riservato ai nobili carcerati, il piano terra era destinato ai criminali comuni, i sotterranei ospitavano gli elementi peggiori. La Vicaria, inoltre, aveva anche una “grotta di massima sicurezza”, cioè un imbuto sotterraneo dove venivano calati i prigionieri ritenuti più pericolosi.
Le funzioni giudiziarie sono così rimaste fino ai giorni nostri, e quel che vediamo, sia pure attraverso tutti i restauri successivi, è il risultato della trasformazione del XVI sec, cosi come appare nel dipinto seicentesco di Ascanio Luciani.
Porta Capuana nel XIX secolo
Gaetano Valeriani, giornalista e scrittore, in un raconto del 1847 intitolato “Porta Capuana,” (Napoli in miniatura, il popolo di Napoli e i suoi costumi, 1847, raccolta di racconti di Mariano Lombardi, Ed. Attività Bibliografica Editoriale Napoli, ristampa 1974) così scriveva: “...questo edificio non ebbe certo in origine le forme ch’egli oggi ritiene: fu costruito a tutta foggia di castello, ed aveva le sue scarpe e controscarpe (le pareti interna e esterna dei fossati dei castelli), i suoi fortini e baluardi, i suoi ponti levatojo, sotto i quali scorreva acqua in guisa, che impossibile egli era approdarci quando il ponte fosse stato alzato”.
E la porta? Perchè e quando fu spostata?
Alla fine del ‘400, gli Aragonesi avevano fatto allargare le antiche mura spostando anche le porte li dove c'erano.per ordine di re Ferrante di Aragona, che aveva deciso di allargare le mura della città a causa dell’aumento della popolazione cittadina.
Pietrantonio Lettieri, che avevo già prima nominato, architetto, nel 1484, scriveva:” la porta Capuana stava sopra lo fosso di ditto Castello ( cioè castel capuano, n.d. a. ) corrispondente alla sua mità, et lo sopradetto Castello veniva stare mezo dentro la città, et, mezo fora, sincome se usava anticamente; quale porta, ad tempi nostri è stata derocchata, et in quel lloco nci è hoggi una cappelluccia nomine Sancta Maria”. Oggi la cappella non esiste più
Per maggiori notizie sulla porta si può leggere anche “ Porta Capuana”, su questo blog.











lunedì 3 aprile 2017

Il castello detto dell'......


Dopo aver visto i castelli dei dintorni di Napoli, ora andiamo in città, dove c'erano cinque castelli, cinque grandiose fortezze, di cui ancora quattro restano intatti.
Inizio dal più antico, sta lì, nello stesso posto, da quasi duemila anni. Un antico castrum di epoca tardo-romana, che il popolo medievale considerò avvolto da leggende, magie e misteri esoterici.
Per conoscerlo dovrò raccontare una favola lontana, risalente a tre/quattro mila anni fa.
Odisseo e le Sirene
C'era, dunque, una volta, lungo la costa napoletana, una piccola isola senza nome non molto lontana dalla terraferma, ricoperta da una lussureggiante vegetazione e da arbusti tipici della macchia mediterranea. Le popolazioni indigene la consideravano un luogo sacro per la presenza di un grande sepolcro dove si andava in processione per onorarne l'occupante. Chi era costui? Era Partenope, una delle Sirene che avevano tentato di fermare Odisseo, l'eroe di Troia, con il loro richiamo: " Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo ( racconta Omero, in Odissea, libro XII,,184 ess.), grande vanto degli Achei, ferma la nave, la nostra voce a sentire. Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce.......".. Le Sirene, in quei tempi lontani, erano uccelli con il volto di donna, abitavano oltre la punta estrema del golfo, su un gruppo di isolette dette proprio Sirenussai. Con il loro canto melodioso attiravano i naviganti che perciò non badavano più alla rotta e facevano naufragio. Il furbo Odisseo però, messo sull'avviso dalla Dea Minerva, aveva otturato le orecchie dei propri compagni di viaggio, mentre lui si era fatto legare al palo della nave in modo da ascoltare il canto ma senza potersi muovere e cedere alle lusinghe. Le Sirene ci restarono male: una di loro, di nome Partenope ( la vergine in greco antico), addirittura morì per il dolore di questa sconfitta, e cadde a mare. Il suo corpo, dopo un lungo tragitto tra le onde del mare, si spiaggiò su quell'isolotto. Lì fu trovato e fu eretto un sepolcro, onorato da tutti gli abitanti del luogo.
Intorno al X secolo a.C. sbarcarono su quell'isola navigatori Achei, Micenei e Fenici, La chiamarono Megalia e poi Megarides, termine greco che indicherebbe o la casa , l'abitazione ( Rocci, vocabolario Greco-Italiano). Essi conoscevano la storia di Odisseo e di quella grande guerra che si era combattuta a Troia, e trovarono il sepolcro. Apprezzarono l'area, la ritennero idonea per fermarsi e stabilirsi, videro di fronte all'isola una grande rupe a picco sul mare, una spiaggia e la grande foce di un fiume. "i primi coloni approdarono nell'isola di Megaride e nell'insenatura creata dalla foce del Sebeto, ai piedi del promontorio di Pizzofalcone" (C.de Seta, NAPOLI, ED. Laterza, 1981 ).
C'erano tutti gli elementi a loro necessari, l'altezza del promontorio che garantiva la sicurezza, l'acqua salata per le navi e la pesca, l'acqua dolce per bere e coltivare la terra. Lì si stabilirono e al villaggio diedero il nome di Parthenope, in onore di quel sepolcro per il quale diedero luogo a feste e cerimonie annuali.. Possiamo pensare anche che quel nome dal significato di "vergine" poteva indicare o una qualche fanciulla morta giovane o anche un terra intatta, non occupata a da nessuno..
La favola finiva quì, i primi coloni, in realtà, cercavano di stabilire empori commerciali e basi navali oltre che colonie: essi portavano con loro miti e leggende, che poi ambientarono in quei luoghi, a Ischia dove nel vulcano sarebbe stato nascosto il gigante Tifeo che provocava terremoti e eruzioni, alla punta della Campanella e poi alle isole Li Galli, i luoghi delle Sirene, di fronte a Positano, dove le correnti marine portavano spesso le imbarcazioni a schiantarsi contro di esse, naufragando, per non parlare dei Campi Flegrei dove, tra i fumi e i vapori dei vulcani era stato individuato l'ingresso dell'Averno, il regno dei morti.
Qualche secolo dopo, circa il V a.C., fu fondata Neapolis, la nuova città per distinguerla da Partenope, con le sue alte mura e dopo ancora, arrivò Roma. Ma il culto della Sirena restò, i conquistatori Romani non toccarono i miti locali, ma, incantati dalla bellezza dei luoghi, lungo le colline di Posillipo, sulla Riviera e altre zone vicine, iniziarono a costruire domus e ville.
Fu così che nel I secolo a.C., a Pizzofalcone, si stabilì Lucio Licinio Lucullo, romano.
Appena si pronunzia il nome Lucullo si pensa immediatamente ai pranzi che da lui prendono il nome, a fastosi e incredibili banchetti e cene. Ma non fu sempre così. Lucullo fu prima di tutto un importante rappresentante del ceto aristocratico che fece il suo cursus honorum e si distinse per la profonda cultura, parlava latino e greco, e le qualità di comandante militare. Dopo la vittoria su re Mitridate , in Asia minore (69 a.C.) egli si ritirò ricco e visse tra la villa di Roma e quella di Baia, dove fu un vero innovatore della pescicoltura di specie pregiate come aragoste, murene e gamberi e piantò il ciliegio e il pesco, portato dall'Asia.
Acquistata tutta l'area occidentale extra moenia di Neapolis, Lucullo edificò una grandiosa villa che dal Monte Echia scendeva fino al mare,dove sfociava il fiume Sebeto, dall'attuale piazza Municipio fino a Santa Lucia, compreso l'isolotto di Megaride.Essa ospitava una tra le più ricche e selezionate biblioteche private dell’antichità, allevamenti di murene e pwsci di varie specie, i frutteti di pesco e di ciliegie. Difficile immaginarne l'aspetto dal momento che oggi non c'è più niente che possa ricordarlo. Una pallida idea può però fornircela ciò che resta della villa di Vedio Pollione, a Posillipo, che scende fino alla Gaiola.
Dopo Lucullo e i suoi eredi, il complesso passò al Demanio dell' Impero che ne iniziò lo divise in varie proprietà e complessi abitativi. Verso il V secolo d.C., tutta l'area ex-lucullana, in particolare nella parte degradante verso il mare, fu fortificata dall’ imperatore Valentiniano III. Appena in tempo, poichè l'impero d' Occidente era giunto al capolinea. Il Mediterraneo non era più il mare nostrum, si stavano formando Regni barbarici e tra poco sarebbero arrivati anche i pirati Saraceni. Ora erano necesarie fortificazioni, bisognava alzare muri, torri di guardia e castelli.
Gli edifici esistenti su Megaride divennero un castrum, un castello, anche se era molto diverso da quello che vediamo oggi. La costruzione di un castrum romano sulla terraferma era in genere preceduta da una ricognizione del terreno, dalla scelta del materiale da utilizzare e intorno veniva scavato un fossato per motivi di sicurezza. Megaride non dava scelta: essendo una insula maris era già abbastanza isolata e protetta da eventuali assalti . Dovevano solo essere eretti muri e torri.
Per la costruzione furono utilizzati grossi blocchi di tufo e pozzolana, materiale molto usato fin dall'antichità: sono state scoperte di recente nei fondali subacquei del castello gallerie, lunghe quattro / cinque metri che si è ritenuto siano dovute a uno sfruttamento del fondo del mare probabilmente come cava di pozzolana.
Nel 476 d. C., il barbaro ma furbo Odoacre, arrestò il giovane Romolo Augustolo Imperatore, che in quell'anno doveva avere circa 12/13 anni, ma non lo ammazzò. Lo fece invece accompagnare a Napoli e lo ospitò nella fortezza di Megaride. Romolo, che per uno scherzo del destino, aveva lo stesso nome del fondatore di Roma e del primo Re, fu invece l’ultimo imperatore dell'impero romano d'Occidente e di lui non se ne seppe più niente.
Napoli e i dintorni erano occupati dai Goti: contro costoro, nel 530 circa l' imperatore d' Oriente Giustiniano lanciò una campagna per riconquistare l'Italia. Fu una guerra lunga e ebbe termine solo dopo circa 20 anni, ma alla fine Napoli, la Sicilia e la Puglia e altre zone a nord , come Ravennafurono orioccupate da truppe romane d'Oriente. Con l'occupazione bizantina arrivarono anche suore e monaci di rito greco come i basiliani, detti così perchè seguivano la regola di S.Basilio Magno.
Napoli si stava trasformando in Ducato autonomo (G. Attinà, il Ducato, ed. Kairòs, 2016), bisognava trovare una sistemazione a quei monaci. Così fu deciso che, fuori le mura della città, c'era, anche se non proprio in condizioni decorose, una antico castrum su un isolotto di fronte alla costa, vicino a una chiesetta intitolata a S.Lucia. I monaci, perciò, furono insediati nel castello di Megaride, che chiamarono del Salvaatore. Essi ristrutturarono le sale del castello, e le destinarono a refettori, a cimiteri per i monaci e a scriptorium, luogo dove venivano trascritti i libri, probabilmente testi che erano stati recuperati e conservati dalla biblioteca della villa di Lucullo.
Napoli si stava lentamente avviando alla conquista dell'autonomia da Bisanzio, che arrivò nel IX secolo. Ma la città era pressata da potenti vicini: i principati longobardi di Benevento , di Salerno e di Capua, i Saraceni, i Papi e, infine, i Normanni. La posizione del castello non era sicura: soggetta ad attacchi da parte dei vari nemici e soprattutto dei Saraceni, fu utilizzata come fortezza difensiva, ma nel IX secolo, verso l'870, fu conquistata dai pirati che vi rinchiusero il Vescovo Atanasio, catturato durante la razzìa in città.
Si pensò quindi che quella costruzione non era sicura e poteva servire come base agli stessi saraceni per una invasione della città. Ai monaci perciò fu trovata un’altra sistemazione sicura in terra ferma, a Pizzofalcone, mentre si pensò di abbattere l’edificio sito a Megaride, Solo nel X secolo però, tutto il complesso venne distrutto.
Intorno al 1100 però si iniziò a ricostruirlo, almeno in parte tant'è che nel 1140 Ruggero II di Sicilia, conquistata Napoli, ne fece la propria sede provvisoria, quando era nella città.
Fu allora che si cominciò a spargere tra la popolazione un'altra favola e le favole non si sa come bascono né chi le pensa: si disse che prima di terminare la ricostruzione, un Mago di nome Virgilio (M.Buonoconto, Napoli esoterica, ed. Newton) " in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta"aveva chiuso un uovo che avrebbe mantenuto in piedi l'intera fortezza. La sua rottura avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi alla città. Chi era questo Virgilio? Forse il grande poeta romano, che aveva scritto l'Eneide e che era stato considerato un alchimista e un cultore di misteri orfici ? oppure  un monaco di nome Virgilio operante nel castello anni prima, anche lui conoscitore di segreti e misteri esoterici? Non si sa , ma la voce stravagante si sparse tra il popolo, poi tra i nobili e la stessa Corte, andando avanti nei secoli successivi fino a quando, nel XIV secolo, ai tempi della regina Giovanna I d'Angiò, la denominazione ufficiale del castello era già quella ancora oggi esistente: il Castel dell'Ovo.
Nel 1154 il figlio di Ruggero, Guglielmo fece costruire un altro castello, allo sbocco del decumano maggiore, nel quale egli trasferì la propria residenza e la Corte quando si spostava a Napoli da Palermo, che era la capitale del Regno. In sua assenza vi sedeva il Vicario.
Il castel dell'Ovo continuò la sua funzione di difesa, venne rafforzato con la costruzione di nuove torri, la Normandia e, nel 1222, la Torre Maestra e la Torre di Mezzo. Federico II vi fece insediare l'Erario dello Stato e il tribunale della camera regia.
Nei periodi successivi con gli Angioini fu in parte restaurato e furono apportate modifiche per utilizzarlocome sede per il tesoro e per la corte. Nel 1370, la regina Giovanna I lo fece ricostruire e approfittò dell’occasione per effettuare dei restauri. Il periodo giovannesco si chiudeva con guerre per l'eredità del regno e scontri violenti tra varie fazioni . I castelli della capitale erano ora in mano della regina legittima, altri com il castello dell'ovo in mano al pretendente Carlo di Durazzo. Il castel dell'Ovo divenne prigione di Stato, ospitando avversari politici.
Castel dell' Ovo oggi
Dal 1442 sul trono di Napoli si insediò Alfonso d’Aragona, che insieme ai successori, apportò nuove modifiche a tutte le fortificazioni di Napoli e dintorni, compreso il Castello dell'ovo. Negli anni 50 del XV secolo si iniziarono lavori che ripararono una strada di collegamento tra il castello e il Chiatamone. Lo stesso castello, che era stato bombardato, fu modificato e assunse una struttura più massiccia: ad esempio le alte torri di tipo medioevale, vennero ridotte in altezza e diventarono più spesse. Fu poi durante il viceregno spagnolo che la linea architettonica del castello mutò drasticamente, le torri vennero ricostruite in forma ottagonale, le mura inspessite e gli armamenti ammodernati, fino a giungere allo stato in cui si presenta oggi. Essendosi modificata anche la linea di costa, più vicina al castello, fu costruito un nuovo ponte di collegamento con la terraferma. Ammodernamenti e ristrutturazioni andarono avanti anche nei secoli successivi: i Borbone fortificarono ancora di più il castello e aggiunsero due ponti levatoi, l’edificio e fu utilizzato solo come prigione e avamposto militare. Con l'unità perdeva anche queste ultime funzioni, la struttura fu abbandonata senza o poca manutenzione e ne fu proposto addirittura l’abbattimento. Per fortuna la proposta rimase solo sulla carta, ma il castello restò in stato di abbandono fino al 1975, anno in cui iniziarono i restauri per rimetterlo in sesto.
Oggi il Castello fa parte del panorama classico di Napoli, è stato ristrutturato e un bel ponte illuminato lo collega al via Caracciolo. Il castello è meta turistica ed è inserito nel cosiddetto Borgo marinaro. Vi si tengono convegni e cerimonie.

.






venerdì 3 marzo 2017

Castello di Vigliena


San Giovanni a Teduccio, antica località ad est di Napoli, è oggi un popoloso quartiere della periferia orientale del capoluogo regionale. Fin dalla metà del 1700, l’area orientale della capitale del Regno venne individuata come idonea per industrie e opifici. Nel 1779 sorse la fabbrica dei Granili, una megastruttura destinata a silos di grani, fabbrica cordami e deposito di artiglierie, fu distrutta nell’ultima guerra.
Nell'800 furono insediate lì industrie di tipo tessile e meccaniche, e poi vetrerie e lavorazione di pelli e cuoio. Fu creata lì, a Pietrarsa, la prima industria ferroviaria in Italia: di qui infatti transitò il primo treno nella storia ferroviaria della penisola, il 3 ottobre 1839, da Napoli a Portici. Fu sede poi della Cirio, la famosa industria conserviera, nell' area di Vigliena, di cui scopriremo più avanti l'origine del nome, e di complessi industriali nei settori della energia elettrica e del petrolchimico: la raffineria era direttamente collegata, tramite un particolare oleodotto, alla darsena petroli del porto di Napoli. Attraversando quell'area nei primi anni '60 del XX secolo, ci si accorgeva subito, dal cattivo odore, della presenza di “certe attività”.
Nel marasma di edifici industriali, di grandiose, ma orribili, costruzioni sorte in quell'area, nessuna considerazione c'era stata per una imponente costruzione che sorgeva proprio lì in mezzo, un edificio storico fronte mare, presso la spiaggia di Vigliena: un castello o meglio, i resti di un vecchio castello abbandonato.
Fu costruito tra il 1702 e il 1706 ad opera del Vicerè spagnolo di quegli anni, don Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga, marchese di Villena.un paesino dell' area di Valencia, oggi in provincia di Alicante.
Egli era giunto a Napoli come Viceré nel mese di febbraio del 1702 , chiamato a sostituire il duca di Medinaceli, che non aveva lasciato un bel ricordo di sé. “Assa fa a Ddio, se n'è gghiuto” “ ha tenuto sempe ' a puzza sott' o naso”,questi i commenti più benevoli tra la popolazione e anche la nobiltà
Don Juan aveva cinquattaquattro anni, era un gran signore, dottore in scienze matematiche e militari, filosofia e teologia, comandante di cavalleria e già vicerè in Sicilia.
Forte di Vigliena:ricostruzione
La situazione del Viceregno non era delle migliori, l' impero spagnolo si stava lentamente dissolvendo in una grande guerra europea contro l'Austria, appoggiata dall'Inghilterra e altri Stati.
iLe truppe austriache erano vittoriose dappertutto e nel 1703 erano già in Toscana. Da li si stavano preparando all'occupazione del viceregno.
Villena cercò di fare il possibile per la difesa del territorio, organizzando l'esercito disponibile e chiedendo finanziamenti alla aristocrazia locale e al popolo, che però non ne vollero sapere.
Per una migliore difesa delle coste e della capitale, diede subito ordine di costruire un forte fuori le mura e vicino al mare, individuando, con i suoi consiglieri, l'area di S.Giovanni a Teduccio.
Fu questa l'origine del nome dell'area, Villena, in spagnolo infatti si pronuncia  Vigliena.
Il castello fu disegnato in forma pentagonale e circondato da un fossato: l'accesso sarebbe stato protetto da un rivellino, cioè un'altro forte più piccolo posto a protezione della porta del castello.
Per la costruzione fu utilizzato tufo e pietra vesuviana, le mura arrivarono solo a sei metri per mimetizzarsi meglio con la configurazione del terreno. In questo modo, si pensava di poter limitare o evitare bombardamenti dal mare e poter portare attacchi di sorpresa contro eventuali invasori, sia con il tiro dei cannoni posti sui due lati frontali, sia con le fucilate provenienti dalle feritoie disseminate lungo le mura.
 Fu scavato all'esterno un fossato della larghezza di 9 metri e profondo 5, mentre nel cortile interno furono sistemati un pozzo e alcuni ambienti adibiti a servizi accessori (refettorio, officina d'armi, deposito attrezzi, etc.) e utilizzati anche per accedere direttamente al piano sopraelevato di ronda.
  Dal cortile, inoltre, era possibile entrare nei bastioni, dotati di tunnel sotterranei per il trasporto di armi e munizioni. Il forte sembrava ben attrezzato ma la sconfitta era nell'aria e dipendeva soltanto dalla grande politica europea: Napoli Il 7 luglio 1707 fu occupata da truppe austriache, Villena se ne andò a imbarcarsi per Gaeta. Finiva così il viceregno spagnolo, iniziava quello austriaco. Di Villena restò il nome alla zona di S.Giovanni a Teduccio e il castello.
Il viceregno austriaco durò poco, 27 anni: nel 1734 Carlo di Borbone diventava Re del Regno di Napoli e di Sicilia. Il forte di Vigliena restò in piedi e fu ancora utilizzato come struttura militare.
Intorno iniziarono a sorgere fabbriche e industrie, i Granili come abbiamo detto all'inizio, nel 1779 con il re Ferdinando IV.
Gli eventi successivi di fine secolo portarono però alla distruzione parziale del castello. Accadde a giugno del 1799, la Repubblica partenopea, costituitasi appena sei mesi prima, stava cedendo davanti all'avanzata delle bande sanfedistedel cardinale Ruffo e degli eserciti alleati, mentre la guarnigione francese aveva già abbandonato la città. Il comandante del forte, dopo due giorni di assedio e la breccia prodotta nelle mura, ritenendo che non c'era più niente da fare, decise di dar fuoco alle polveri e mori nello scoppio con tutti gli altri assediati e molti assedianti.
Vigliena oggi
La distruzione del forte e l’annientamento dell’intera guarnigione dette slancio ai sanfedisti per assalire il Castello del Carmine, aprendo la porta alla conquista della città e ai massacri che seguirono.
Durante il Regno delle Due Sicilie l’area delimitata dai ruderi fu usata come poligono di tiro per i cadetti della accademia militare della Nunziatella, poi fu abbandonata a diversi interventi abusivi di strutture sia pubbliche, che private. Nel 1891, tuttavia, per iniziativa di alcuni parlamentari, quali Imbriani e Pasquale Villari, il forte fu proclamato “monumento nazionale” e fu sottoposto a restauro. Nel 1906, una parte di essa fu demolita per lasciare spazio a una struttura militare.
Oggi è solo una discarica di rifiuti, rifugio di tossicodipendenti e cimitero di carcasse di animali, anche se non mancano proposte e progetti di interventi da parte del Comune per il recupero dell'area.