domenica 16 agosto 2020

MONZU’

 


 

La Torretta a Chiaia, di G.van Wittel


Una strana parola che non esiste nella lingua italiana, ma ha una sua storia.  “Monzù” nacque - e visse - a Napoli, e in tutto il regno di Napoli e di Sicilia, dopo il 1768, presso la Corte borbonica.

Arrivò quell’anno, a Napoli, l’aristocratica e altezzosa sedicenne Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, figlia di Maria Teresa d’Austria.               




Maria Carolina


Era la sposa del giovane – 17 anni – Ferdinando, diventato Re “per caso”, (perché appena terzo nella linea di successione), a 8 anni, quando il padre, Carlo, nel 1759, se ne andò a Madrid per diventare Carlo III.  A Napoli Carolina, abituata a un rigido protocollo e a una tradizione culinaria di croissant, zuppette e gnocchetti dal sapore “delicato”, fu costretta a vedere e a mangiare cibi con quei sapori marcati e schietti, piuttosto pesanti, della cucina napoletana. Fu poi fu disgustata dal marito che mangiava gli spaghetti con le mani – ma non era il solo -, uso non proprio consono a un sovrano, specialmente durante pranzi o cene con ministri e ospiti stranieri. Ma a Ferdinando piaceva quella cucina e la pasta.

 Proprio in quel periodo, tra l’altro, fu scoperta l’unione della pasta con il pomodoro, proveniente dalle Americhe ma impiantato nelle terre del Regno, con un clima idoneo e vicino a quello di origine.

Ferdinando cercava di accontentare la moglie, ma con molte difficoltà. Carolina non cambiava idea e perciò decise che doveva non solo salvare palato e stomaco, ma anche la dignità sua e della Corte.

Chiese, perciò, aiuto alla sorella Maria Antonietta, Regina di Francia, altra aristocratica figlia di Maria Teresa d’Austria.

La Francia, fin dai tempi di Luigi XIV, il re Sole, era diventata il punto di riferimento della moda, della musica, dell’arte e della cultura, e così anche nella gastronomia.

Maria Antonietta, il cui destino la portò poi alla ghigliottina, pensò di mandare a Napoli alcuni fra i migliori cuochi francesi per educare i colleghi napoletani e siciliani, a gusti più raffinati e adatti a una Corte regale.

I francesi arrivarono a palazzo reale, portando salse e intingoli in uso in Francia, raffinatezze come zuppette, crostate di tagliolini, soufflésmousseschoux e bigné, ecc.

Mentre in lingua italiana si adoperava, e si adopera, il termine “Signore” seguito dal cognome o dal nome in segno di rispetto, in francese si traduceva – e si traduce - Monsieur. Lo stesso termine veniva usato per i cuochi arrivati a Napoli, che I napoletani fecero presto a deformare in “Monzù” o “Monsiù”. 

I francesi ci provarono, e si misero d’impegno a insegnare ai colleghi partenopei la cucina richiesta dalla Regina.

Ma, come tutti gli stranieri che arrivavano a Napoli con idee di governare e di cambiare, anche i “messieurs” finirono per napoletanizzarsi: la cucina napoletana, così particolare, non poteva essere assorbita da quella d’oltralpe, e avvenne l’esatto contrario. I cuochi napoletani, e siciliani, istruiti dai francesi, crearono una cucina completamente nuova, mischiando quella tradizionale con quella francese.

Nasceva il “gattò”, una torta di patate derivata dal “gateau” con ingredienti locali che sostituirono quelli francesi; nacque il “sartù” di riso, derivato da sur tout” (letteralmente “copri tutto”), un timballo di riso ricoperto da un mantello di pangrattato, nel cui interno furono aggiunti sugo di pomodoro, piselli, uova sode, fior di latte, polpettine e salsicce,

E non dimentichiamo “ ‘o Babbà”, dal francese babà, e ancora i “crocché” di patate, da Croquette.

Ci fu anche, tra i monzù napoletani, il Monzù Gennaro che, su richiesta del Re Ferdinando, inventò la forchetta a 4 rebbi, con la quale anche a Corte si potevano gustare maccheroni e spaghetti, evitando di prenderli con le mani.


Ferdinando I due Sicilie


         

Ben presto anche nelle grandi case aristocratiche del Regno si imitò la Corte, assumendo Monzù per dirigere le cucine, e altri, invece divennero famosi come titolari di trattorie. Da notare che non c’erano donne, la parola monsieur, e monzù, indica solo uomini, e nessuno, fino a poco tempo fa, si sognava di mettere una donna a dirigere una cucina.Oggi li chiamiamo “Chef” e hanno invaso le TV di mezzo mondo. 

 

 

venerdì 22 marzo 2019





Larghi e Strade


Via Mezzocannone




La via Mezzocannone è oggi una strada centrale di Napoli, conosciutissima soprattutto dagli studenti perché lungo la via si erge l’ Università degli studi, quel grande edificio grigio costruito tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Non è una grande strada, collega la piazza S. Domenico maggiore e la piazzetta Nilo al Corso Umberto, più noto ai napoletani come Rettifilo.
La sua storia è antica, millenaria, e ha una stranezza: il nome. Da dove deriva “mezzocannone”, ha per caso a che fare con artiglierie, guerre o battaglie, avvenute in quella zona? Forse un antico cannone scoppiato mentre sparava?
In epoche molto antiche la strada non era altro che il corso di un canale pubblico, cioè uno scolo che raccoglieva le acque che venivano giù dalle colline poste a settentrione della città e di altre dell’acquedotto della Bolla, che” ivi alimentava una piccola fontana (fontanula) “.(B.Capasso, Topografia della città di Napoli nell’XI secolo).
Molti scrittori testimoniano l’origine del nome col vento che vi spirava dal mare. Pietrantonio Lettieri, architetto del ‘400, sostiene che la porta fu detta Ventosa «dai venti che dal mare all' hora qui spiravano ».  Carlo Celano, storico del ‘600, dice che la porta era : “detta Ventosa, per lo vento che di continuo vi si sentiva, venuto dal mare, che le stava dappresso”.



Napoli Capasso


Ma già nel XV secolo, la porta non c’era più e il canale pubblico si era prosciugato, il mare si era ritirato, e il porto allontanato nell’area che conosciamo, tra Castel nuovo e castello del Carmine.
Regnavano a Napoli gli Aragonesi con Alfonso II. In quel periodo non c’era altro che un viottolo stretto, poco più di un sentiero, ricavato dal canale pubblico, che veniva chiamato via Fontanula, per la presenza di una piccola fontana situata, pare, nei pressi di via sedile di Porto.
Il Re Alfonso decise, però, di far costruire una fontana più grande, in piperno, addossata al muro,  con una larga vasca per abbeverare i cavalli.
L’idea era buona e i lavori di costruzione furono ultimati in tempi brevi, compresa la parte idraulica con l’installazione del tubo - detto a Napoli   “cannola” o anche “cannone” - dal quale doveva uscire l’acqua.
Ma le misure non erano giuste, perché dalla fontana uscì fuori un mezzo tubo.




Via Mezzocannone


Per ironia e volontà popolare “mezzocannone”  diventò  il termine con il quale si  indicò, nei secoli a venire, quella strada.
In seguito agli interventi del cosiddetto Risanamento, avvenuto a fine del XIX secolo, la strada fu ampliata. Nella parte centrale, tutti gli edifici preesistenti furono abbattuti per costruire la nuova Università, e, di fronte, palazzi di civili abitazioni.
 La fontana fu smantellata, fatta a pezzi e portata in un deposito del Comune dal quale poi i vari pezzi sparirono   definitivamente.
Lungo la strada si installarono librerie universitarie, caffè, locali per la battitura delle tesi di laurea e per rilegarle. C’era anche un cinema,“Astra”, ad uso e consumo di studenti squattrinati.
Malgrado tutti i mutamenti, Mezzocannone era, e cosi è ancora oggi, la denominazione ufficiale della strada.



giovedì 14 marzo 2019

Riviera di Chiaia




Larghi e Strade



La Riviera


Parallela al lungomare Caracciolo e alla Villa Comunale, corre la Riviera di Chiaia, una strada che inizia dalla Piazza Vittoria e arriva alla piazza della Repubblica, lì dove oggi c’è il palazzo del consolato statunitense.
Lungo la Riviera sorgono molti palazzi nobiliari costruiti, a partire dal XIX secolo, come quello Caracciolo di San Teodoro, Ischitella, la più famosa villa Pignatelli, e molti altri, mentre all’inizio della via si trova il noto negozio di cravatte “Marinella”. Percorrendo la strada da piazza Vittoria, vediamo a sinistra la villa comunale e, oltre, la via Caracciolo. Al termine, troviamo   un edificio, detto Il palazzo della Torretta, che divide la strada per Mergellina da quella che invece prosegue per Fuorigrotta e i campi Flegrei.


La storia di Chiaja e della Riviera è la storia di Napoli, troppo lunga e complessa per poterne parlare in poche righe. All’inizio, dove oggi è la strada, c’erano il mare e la spiaggia. In quella zona fu il primo insediamento di Partenope costruito sul monte Echia da migranti provenienti dall’area Greca intorno al X/IX secolo a.C.; e fu nel V secolo a.C. che altri coloni fondarono, su un altopiano degradante verso il mare, una nuova città, Neapolis, e la chiusero dentro alte mura. Poi, mentre Partenope spariva e la linea di costa cominciava a cambiare con il ritiro del mare, e le navi si insabbiavano, venne il tempo dei conquistatori: Romani, Goti, Bizantini, Normanni e Svevi, Francesi angioini e Aragonesi, e poi gli Spagnoli.
La spiaggia lungo la costa occidentale - la riviera che qualche autore chiama strada Puteolana, identificabile oggi con la via interna detta Cavallerizza a Chiaia – fu utilizzata prima a soli scopi militari per raggiungere più velocemente Pozzuoli e i Campi Flegrei attraverso la Crypta neapolitana, una grotta scavata sotto la collina di Posillipo nel periodo augusteo da Lucio Cocceio Aucto, ingegnere militare.



Riviera di Chiaia
La via costiera fu utilizzata in seguito anche per usi civili, sia nel periodo ducale e normanno-svevo, e fu molto frequentata dal periodo angioino in poi perché, con la Corte angioina a Napoli capitale, furono riscoperte le zone flegree e il piacere di recarsi alle Terme di Lucrino e Baia.
“Riparia” fu chiamata nel medio evo, dal termine latino ripa cioè la riva, così come dal latino plaga, terra o spiaggia, derivò anche, con la dominazione aragonese e poi spagnola, il catalano platja o il castigliano playa, poi deformato in Chiaja.
Nel periodo vicereale spagnolo   tutta la zona si chiamava già Chiaja, e iniziava a sorgere un piccolo borgo extra moenia intorno a un vallone, un antico alveo di acque piovane, ormai asciutto (oggi via Chiaia).
 Con la costruzione del nuovo palazzo vicereale – oggi palazzo reale in p.za Plebiscito – l’aristocrazia napoletana pensò di doversi avvicinare il più possibile alla Corte, e perciò si trasferì a Chiaia, a Toledo e dintorni, costruendo grandi palazzi circondati da grandi giardini, come i palazzi Cellamare, D’Avalos, Sirignano e altri.
Il lento ritiro del mare sostituito dalla spiaggia, favoriva lo sviluppo del borgo anche sul percorso costiero, sulla Riviera, fino alla biforcazione tra la strada che continuava dritta verso Pozzuoli attraversando la Cripta e quella c che invece portava a Mergellina.
Li fu costruita la Torretta (che oggi da il nome alla zona), una Torre di avvistamento e di presidio militare, nel 1564 per volere del viceré duca di Alcalà, dopo una incursione di pirati Saraceni (dipinto di Gaspar Van Wittel).
La spiaggia ormai era diventata molto larga e avanzata rispetto al percorso, ottima per i pescatori che tiravano in secca le loro barche e stendevano al sole le reti che le donne riparavano.  Sorgevano lì piccole costruzioni che erano le loro case, e anche locali e osterie, come la taverna di Florio, una delle più famose di quei tempi, situata proprio sulla strada di Chiaja, di fronte all’isolotto di San Leonardo (oggi sarebbe all’altezza della rotonda Diaz).
Nel 1697 era viceré di Napoli Luis Francisco dela Cerda y Aragon, duca di Medinaceli. Egli approvò un progetto di abbellimento della spiaggia di Chiaia. Benedetto Croce in “Storie e leggende napoletane”, scrive che il Viceré fece “selciare la via con grandi pietre, e piantar lungo il mare una fila di salici per ombreggiarla”. Tra gli alberi, a intervalli regolari furono installate anche delle fontane.



Riviera La Pira


Credo che quello fu l’inizio, o almeno un tentativo, di una ristrutturazione globale della Chiaia e una prima idea di passeggiata vicino al mare.
Bisognò attendere circa 80 anni, e relativi mutamenti politici, per riprendere quell’ idea con Ferdinando IV di Borbone, figlio di Carlo. Tra il 1778  e il 1780, egli fece realizzare sull’ area della spiaggia, lungo la riviera,  un giardino urbano, un vero e proprio passeggio, molto di moda in quegli anni, per opera di Carlo Vanvitelli, figlio del più noto Luigi.
Fu chiamato "Real Passeggio di Chiaia", un giardino, piantato a lecci, pini, palme, eucalipti, che si estendeva per oltre 1 km lungo la costa, adorno di sculture e statue di epoca romana e neoclassiche.
Il borgo di Chiaia continuò la sua espansione, dai primi decenni dell’Ottocento la Riviera fu man mano occupata da quei grandi palazzi e ville delle grandi casate nobiliari, che avevo citato all’inizio di questo articolo (dipinto di G.La Pira).
La riviera di Chiaia cominciava ad assumere l’aspetto che in parte possiamo vedere ancora oggi. In parte perché oltre il real passeggio, la costa era costituita ancora dalla spiaggia e occupata dai pescatori di Santa Lucia e di Mergellina, fedelissimi dei Re Borbone. Ma, come si sa, nel 1860, Il regno spariva, la Sicilia e i territori meridionali venivano inglobati nel nuovo regno sabaudo.
Fu costruito il nuovo quartiere di Chiaia, con nuovi edifici interni alla Riviera e nuove strade. Nel 1870 il Real passeggio borbonico fu denominato “villa comunale e fu ampliato sul lato mare, mentre si iniziò a pensare alla sistemazione, o meglio, alla eliminazione, della spiaggia. Nel 1876 fu inaugurata la prima linea tramviaria napoletana, con trazione a cavalli, sul percorso Torretta-Riviera di Chiaia-Chiatamone, successivamente allungato fino al Reclusorio (o’ serraglio, ovvero l’albergo dei poveri in piazza Carlo III). Verso la fine del secolo i cavalli vennero man mano sostituiti dal sistema di mobilità a vapore e poi tutto fu elettrificato.
Tra la fine del XIX secolo, nel periodo del Risanamento, e l’inizio del ‘900 tutta la linea di costa fu colmata: la spiaggia, la Chiaja, l’antica playa, i pescatori, non andavano più bene per una città da modernizzare, e fu creata via Caracciolo.
Iniziava l’epoca delle prime automobili e degli autobus, oggi si sta scavando sotto la Riviera per la Metropolitana.
Della strada che scorreva lungo il mare non resta che il nome, perché diventata una via interna, allontanata e separata dal suo mare, dalla villa comunale e dal lungomare.





venerdì 12 ottobre 2018

Montesanto






Larghi e strade


Montesanto


C’era una volta, a Napoli, un grande esteso vallone, coperto da boschi di ulivi e pini (da cui il nome Olivella e Pignasecca, “secca” perché i pini si seccarono improvvisamente in maniera inspiegabile), ai piedi della collina del Vomero. Per salire e scendere si usavano sentieri scoscesi e grezze scalinate: ancora oggi possono essere percorsi, naturalmente solo a piedi, le “pedemontine”, come quelle che partono da S. Martino, o il Petraio o anche i  Cacciottoli o ancora la salita san Francesco, da via Belvedere.



Chiesa di Montesanto


Tutta l’area era fuori le mura occidentali della città: chi usciva dalle porte chiamate Romana e Donnorso, si trovava davanti a una grande vallata attraversata da un fiumiciattolo, il Sebeto, una volta alimentato da acque provenienti dalle colline di Capodimonte e del Vomero, poi sempre più asciutto.  Pochi edifici di carattere religioso sorgevano dalle colline al mare e anche qualche torrione di guardia, fino alla costruzione del Castelnuovo.
Fu poi il ben noto don Pedro di Toledo che, nel 1534, avviò una serie di interventi urbanistici ed edilizi che allargarono la città e la trasformarono completamente. Le antiche mura medievali   furono consolidate e allargate, inglobando nella città nuovi territori, come la strada che continua a portare il suo nome, i Quartieri spagnoli e, a fianco a questi, l’area della Pignasecca e di Montesanto.
La nuova murazione occidentale saliva dalla odierna chiesa dello Spirito Santo, attraverso la vallata di Montesanto, fino “ad meza falda del monte de santo Erasmo” (S. Elmo), da dove poi riscendeva verso la Playa, cioè Chiaja, e Santa Lucia, per poi ricollegarsi ai bastioni e alle casematte di Castelnuovo dalla parte di mare (oggi Molo Beverello e piazza Municipio).
 Gli storici non sono tutti d’accordo sul tracciato di queste mura, poiché alcuni pensano che arrivavano fin sopra la punta più alta del Vomero, a S. Elmo, dove già c’era il Castello e la Certosa di S. Martino.
Ai piedi della collina, le nuove mura scorrevano, prima di iniziare la salita, lungo la laterale dell’odierno Ospedale dei Pellegrini, fondato nel 1570 dal cavaliere gerosolimitano don Fabrizio Pignatelli (si faccia attenzione a questo cognome "Pigna...."), su un suolo di sua proprietà. Restavano fuori dalle mura l’attuale Piazza Montesanto, l’Olivella e la via Tarsia.
L’area dell’attuale via Tarsia, fu proprietà degli Spinelli, famiglia aristocratica del XVI secolo, principi di Tarsia, città calabrese della provincia di Cosenza. Gli Spinelli, dovendo trasferirsi a Napoli capitale, e alla Corte vicereale, dovettero trovarsi un ‘abitazione degna di tanto nome e fecero edificare un palazzo monumentale.  Raccontano gli storici dell’arte, che il palazzo era qualcosa di veramente imponente e grandioso: occupava tutta la zona a monte della chiesa di S. Domenico Soriano al largo del Mercatello, si estendeva dal Cavone all’attuale piazza Mazzini, da salita Pontecorvo a Montesanto e aveva un grandioso giardino.  Con l'estinzione della famiglia Spinelli, sia il giardino sia il palazzo furono variamente riutilizzati. Il piano terra, ad esempio fu trasformato prima in cinema, l’Astoria, e poi nel teatro “Bracco”, dedicato al commediografo Roberto Bracco. A fianco era l’Istituto nautico. Tutti i viali di questa abitazione, grandi e piccoli, costituiscono oggi le strade e i vicoli della zona, l’attuale piazzetta Tarsia sembra sia stata niente altro che il cortile interno del complesso.





Vico Spezzano



Nel XVII secolo, nel vallone ai piedi della collina del Vomero, fu fondata una chiesa, detta di Santa Maria di Montesanto, ad opera di una comunità di Frati Carmelitani provenienti da un omonimo monastero siciliano.  Da lì nacque il nome, e   si diffuse a tutta la zona e quindi alla piazza attuale. In quella Chiesa si trova la tomba del musicista Alessandro Scarlatti.
 Restata ancora fuori le mura, gli abitanti della zona e delle colline che volevano entrare in città, dovevano arrivare al vicino largo del Mercatello e entrare per la porta Reale, che si trovava all’ altezza della chiesa dello Spirito Santo.
Essi non amavano questo tragitto e alcuni di loro, probabilmente sull’esempio di quanto era accaduto anche con Port’ Alba qualche anno prima, cominciarono a scavare di nascosto, “nu’pertuso“– un pertugio, un buco - per poter passare almeno uno alla volta.
Racconta Giuseppe Porcaro ne “Le Porte di Napoli” (ed. Del Delfino) ,..”..uno sconcio Pertuso, quindi, fu fatto da quegli abitanti nel muro occidentale della città, presso Montesanto, attraverso il quale, per la via dell’Olivella, i collinari di S. Martino accedevano nella capitale, raggiungendo agevolmente i centri storici e commerciali e l’area portuale.”.
Le Autorità, dopo vari inutili interventi di riparazione, presero atto della situazione e viste le continue petizioni degli abitanti, per consentire il passaggio regolare di tutti quelli che andavano e venivano dalla collina, nel 1640, Don Ramiro Nunez de Guzman, duca di Medina, fece costruire una Porta che prese il suo nome, “Medina”. La nuova porta, si trovava, secondo gli storici, più o meno tra l’ingresso dell’ospedale dei Pellegrini e la strada che lo costeggia, quasi di fronte alla stazione della Cumana e della funicolare. Fu l'ultima porta ad essere costruita e fu anche l'ultima ad essere demolita nel 1873, ma del nome di Portamedina resta traccia ancora oggi nella toponomastica della zona. Sul largo, il vico Spezzano, luogo di memorie personali, arrivava – e arriva – dalla piazza Mazzini.
 Montesanto stava cambiando.  Dopo qualche anno, nel 1892, fu inaugurata la ferrovia Cumana che doveva portare, passando per Pozzuoli, fino a Cuma e Torregaveta. La linea andò avanti a vapore fino al 1927, quando fu elettrificata. Alla partenza da Napoli, la Cumana entrava immediatamente nella galleria scavata sotto la collina del Vomero, che, da quanto mi raccontavano, servì da rifugio antiaereo durante la guerra.




Funicolare di Montesanto

Negli stessi anni   era stato inaugurato il Rione Vomero e quindi fu messa in cantiere la funicolare, inaugurata nel 1891. La funicolare si inerpicava su per la collina, era tutta di legno, fino a metà anni 60 del XX secolo, dai sedili alle porte che dovevano essere chiuse una a una dal macchinista. Oggi   è stata modernizzata, con apertura e chiusura automatica delle porte, rinnovata all’interno e ripulita.
A due passi dal largo di Montesanto, proprio alle spalle, troviamo la Piazzetta Olivella dove fu installata la stazione della metropolitana di Napoli, oggi detta linea 2, ma   è la più antica poiché in funzione dal 1925.
La Pignasecca è ancora zona di grande mercato, dalla frutta e verdura al vestiario, dal pesce a articoli casalinghi, con piccole trattorie tipiche, caratterizzata da una folla che lavora, si muove, si arrangia, e da auto e motorini che passano con difficoltà per non parlare delle ambulanze dirette all’Ospedale che ha l’ingresso proprio su quella strada.





mercoledì 12 settembre 2018

Case puntellate






Larghi e strade


Montesanto



C’era una volta, a Napoli, un grande esteso vallone, coperto da boschi di ulivi e pini (da cui il nome Olivella e Pignasecca, “secca” perché i pini si seccarono improvvisamente in maniera inspiegabile), ai piedi della collina del Vomero. Per salire e scendere si usavano sentieri scoscesi e grezze scalinate: ancora oggi possono essere percorsi, naturalmente solo a piedi, le “pedemontine”, come quelle che partono da S. Martino, o il Petraio o anche i  Cacciottoli o ancora la salita san Francesco, da via Belvedere.
Tutta l’area era fuori le mura occidentali della città: chi usciva dalle porte chiamate Romana e Donnorso, si trovava davanti a una grande vallata attraversata da un fiumiciattolo, il Sebeto, una volta alimentato da acque provenienti dalle colline di Capodimonte e del Vomero, poi sempre più asciutto.  Pochi edifici di carattere religioso sorgevano dalle colline al mare e anche qualche torrione di guardia, fino alla costruzione del Castelnuovo.
Fu poi il ben noto don Pedro di Toledo che, nel 1534, avviò una serie di interventi urbanistici ed edilizi che allargarono la città e la trasformarono completamente. Le antiche mura medievali   furono consolidate e allargate, inglobando nella città nuovi territori, come la strada che continua a portare il suo nome, i Quartieri spagnoli e, a fianco a questi, l’area della Pignasecca e di Montesanto.





Mappa del Duca di Noja


La nuova murazione occidentale saliva dalla odierna chiesa dello Spirito Santo, attraverso la vallata di Montesanto, fino “ad meza falda del monte de santo Erasmo” (S. Elmo), da dove poi riscendeva verso la Playa, cioè Chiaja, e Santa Lucia, per poi ricollegarsi ai bastioni e alle casematte di Castelnuovo dalla parte di mare (oggi Molo Beverello e piazza Municipio).
 Gli storici non sono tutti d’accordo sul tracciato di queste mura, poiché alcuni pensano che arrivavano fin sopra la punta più alta del Vomero, a S. Elmo, dove già c’era il Castello e la Certosa di S. Martino.
Ai piedi della collina, le nuove mura scorrevano, prima di iniziare la salita, lungo la laterale dell’odierno Ospedale dei Pellegrini, fondato nel 1570 dal cavaliere gerosolimitano don Fabrizio Pignatelli (si faccia attenzione a questo cognome "Pigna...."), su un suolo di sua proprietà. Restavano fuori dalle mura l’attuale Piazza Montesanto, l’Olivella e la via Tarsia.
L’area dell’attuale via Tarsia, fu proprietà degli Spinelli, famiglia aristocratica del XVI secolo, principi di Tarsia, città calabrese della provincia di Cosenza. Gli Spinelli, dovendo trasferirsi a Napoli capitale, e alla Corte vicereale, dovettero trovarsi un ‘abitazione degna di tanto nome e fecero edificare un palazzo monumentale.  Raccontano gli storici dell’arte, che il palazzo era qualcosa di veramente imponente e grandioso: occupava tutta la zona a monte della chiesa di S. Domenico Soriano al largo del Mercatello, si estendeva dal Cavone all’attuale piazza Mazzini, da salita Pontecorvo a Montesanto e aveva un grandioso giardino.  Con l'estinzione della famiglia Spinelli, sia il giardino sia il palazzo furono variamente riutilizzati. Il piano terra, ad esempio fu trasformato prima in cinema, l’Astoria, e poi nel teatro “Bracco”, dedicato al commediografo Roberto Bracco. A fianco era l’Istituto nautico. Tutti i viali di questa abitazione, grandi e piccoli, costituiscono oggi le strade e i vicoli della zona, l’attuale piazzetta Tarsia sembra sia stata niente altro che il cortile interno del complesso.
Nel XVII secolo, nel vallone ai piedi della collina del Vomero, fu fondata una chiesa, detta di Santa Maria di Montesanto, ad opera di una comunità di Frati Carmelitani provenienti da un omonimo monastero siciliano.  Da lì nacque il nome, e   si diffuse a tutta la zona e quindi alla piazza attuale. In quella Chiesa si trova la tomba del musicista Alessandro Scarlatti.
 Restata ancora fuori le mura, gli abitanti della zona e delle colline che volevano entrare in città, dovevano arrivare al vicino largo del Mercatello e entrare per la porta Reale, che si trovava all’ altezza della chiesa dello Spirito Santo.
Essi non amavano questo tragitto e alcuni di loro, probabilmente sull’esempio di quanto era accaduto anche con Port’ Alba qualche anno prima, cominciarono a scavare di nascosto, “nu’pertuso“– un pertugio, un buco - per poter passare almeno uno alla volta.
Racconta Giuseppe Porcaro ne “Le Porte di Napoli” (ed. Del Delfino),..”..uno sconcio Pertuso, quindi, fu fatto da quegli abitanti nel muro occidentale della città, presso Montesanto, attraverso il quale, per la via dell’Olivella, i collinari di S. Martino accedevano nella capitale, raggiungendo agevolmente i centri storici e commerciali e l’area portuale.”.
Le Autorità, dopo vari inutili interventi di riparazione, presero atto della situazione e viste le continue petizioni degli abitanti, per consentire il passaggio regolare di tutti quelli che andavano e venivano dalla collina, nel 1640, Don Ramiro Nunez de Guzman, duca di Medina, fece costruire una Porta che prese il suo nome, “Medina”. La nuova porta, si trovava, secondo gli storici, più o meno tra l’ingresso dell’ospedale dei Pellegrini e la strada che lo costeggia, quasi di fronte alla stazione della Cumana e della funicolare. Fu l'ultima porta ad essere costruita e fu anche l'ultima ad essere demolita nel 1873, ma del nome di Portamedina resta traccia ancora oggi nella toponomastica della zona. Sul largo, il vico Spezzano, luogo di memorie personali, arrivava – e arriva – dalla piazza Mazzini.
 Montesanto stava cambiando.  Dopo qualche anno, nel 1892, fu inaugurata la ferrovia Cumana che doveva portare, passando per Pozzuoli, fino a Cuma e Torregaveta. La linea andò avanti a vapore fino al 1927, quando fu elettrificata. Alla partenza da Napoli, la Cumana entrava immediatamente nella galleria scavata sotto la collina del Vomero, che, da quanto mi raccontavano, servì da rifugio antiaereo durante la guerra.




Case Puntellate oggi


Negli stessi anni   era stato inaugurato il Rione Vomero e quindi fu messa in cantiere la funicolare, inaugurata nel 1891. La funicolare si inerpicava su per la collina, era tutta di legno, fino a metà anni 60 del XX secolo, dai sedili alle porte che dovevano essere chiuse una a una dal macchinista. Oggi   è stata modernizzata, con apertura e chiusura automatica delle porte, rinnovata all’interno e ripulita.
A due passi dal largo di Montesanto, proprio alle spalle, troviamo la Piazzetta Olivella dove fu installata la stazione della metropolitana di Napoli, oggi detta linea 2, ma   è la più antica poiché in funzione dal 1925.
La Pignasecca è ancora zona di grande mercato, dalla frutta e verdura al vestiario, dal pesce a articoli casalinghi, con piccole trattorie tipiche, caratterizzata da una folla che lavora, si muove, si arrangia, e da auto e motorini che passano con difficoltà per non parlare delle ambulanze dirette all’Ospedale che ha l’ingresso proprio su quella strada.






giovedì 5 luglio 2018





Larghi e strade


ANTICAGLIA



Il termine ‘ anticàglia” indica un oggetto antiquato e in generale gusti, usi e costumi ormai passati di moda (Devoto/Oli). L ‘ enciclopedia Treccani parla di oggetti fuori moda, vecchi, antiquati: negozio di anticaglieuna casa piena di anticaglie, per indicare cose vecchie, antiche.  Giorgio Vasari, pittore, scultore e storico dell’arte, nel XVI secolo, utilizzò quel termine indicando “ l’anticaglie di Roma, archi, terme, colonne, colisei, aguglie, anfiteatri e acquidotti …”. 
Fu probabilmente cosi che a Napoli fu battezzata una strada ancora oggi esistente. La strada dell’Anticaglia si chiama così perché, piena di edifici e oggetti antichi di grande interesse archeologico, anche se questo nome potrebbe essere adatto ad almeno metà delle strade di una città che ha 2500 anni di storia e, per questo, piena di segni del passato.




Napoli Romana

L’Anticaglia non è altro che l’antico decumano superiore, quello posto più a nord e più in alto, il meno noto e il meno turistico dei tre esistenti nel centro storico di Napoli. I decumani sono le strade del centro storico, quelle più larghe, che si incrociano ad angolo retto con i cardini, le vie perpendicolari più strette. I decumani sono tre: maggiore cioè la via Tribunali, l’inferiore meglio noto come Spaccanapoli, e il superiore, l’Anticaglia. L’area dell’Anticaglia era la più alta della città antica, dove c’era il tempio di Apollo il dio del sole e c’era anche un vicus solis che non è la attuale via del sole. L’area fu chiamata poi “platea summae plateae” la somma piazza.
Il Decumano superiore, a differenza degli altri due, è quello che ha subìto, nel corso dei secoli, i maggiori rifacimenti e per questo, non è lineare come gli altri. I diversi tratti assumono anche nomi diversi: Partendo oggi da Via Costantinopoli, che   segnava il confine occidentale della città, oggi si chiama prima Via Sapienza, e poi via Pisanelli, via Anticaglia propriamente detta, poi ancora via San Giuseppe dei Ruffi e, attraversata via Duomo, via Donnaregina, via Santi Apostoli, via Santa Sofia. Qui finisce nell’attuale via S. Giovanni a Carbonara dove, in epoca antica, correvano le mura orientali della città. Lungo il tracciato delle strade dell’Anticaglia si  trovano molti edifici religiosi e civili, costruiti nel corso dei secoli come la Chiesa di Regina Coeli, edificata nel 1594, che secondo Gennaro Aspreno Galante nel suo “Le Chiese di Napoli”,  “è una delle più belle di Napoli”, o anche  la chiesa e il Monastero di Santa Maria di Gerusalemme del XIV secolo, più nota come chiesa e monastero delle “trentatré”, che era il numero delle monache che potevano essere ospitate nel convento.


Anticaglia


Verso la fine della lunga strada si può trovare la Chiesa di Santa Sofia, la cui costruzione è attribuita addirittura all'imperatore Costantino intorno al 308 d.C., che la volle sul modello di S. Sofia a Costantinopoli.
E tra i palazzi civili troviamo quello della famiglia Bonifacio, dove si racconta l’infelice storia d’amore tra Carmosina
e il poeta Jacopo Sannazzaro (1456/1530), che scrisse: “quisquis seu vir, seu foemina vidit, deperit”, cioè qualsiasi uomo o donna l’abbia vista, se ne innammorò perdutamente.
Ma l’Anticaglia prende il nome da un importante reperto archeologico di epoca   greco-romana, sul quale mi sembra più giusto soffermarmi. Chi percorre questa strada si trova davanti a un altissimo muraglione che sembra sostenere i palazzi laterali e, per oltrepassarlo, una specie di piccolo arco. Ma non si tratta di un muro di sostegno, bensi di una struttura in tufo che serviva, più di duemila anni fa, da rinforzo esterno alla "cavea" del grande Teatro romano all’aperto. “Cavea” indica tutti i settori delle gradinate di un anfiteatro o di un teatro classico, dove si sedevano gli spettatori.
A Napoli, all’epoca greco-romana, c’erano due teatri, uno all’aperto, che secondo alcune ricostruzioni, aveva un perimetro di circa 150 metri, tre ordini di archi e, all’interno, tredici file di sedili. Le gradinate più basse, la ima cavea, dovevano contenere circa 5/6mila persone, mentre la summa cavea, le gradinate più alte, è andata perduta. Il teatro coperto detto Odeon, oggi praticamente sparito, era molto più piccolo, era affiancato all’ altro e sembra fosse preferito dall’imperatore Nerone, che qui si esibì più di una volta. Entrambi erano alle spalle del tempio dei Dioscuri, che oggi è la basilica di San Paolo maggiore in piazza S. Gaetano.
 “Per andare a casa di Metronatte bisogna, come sai, oltrepassare il Teatro dei Napoletani. E’ strapieno e vi si giudica con grande attenzione chi sia un buon flautista.” Così scriveva Seneca, il celebre filosofo del I secolo d.C.,   consigliere di Nerone, nelle sue Epistole a Lucilio.  Metronatte era un filosofo stoico amico di Seneca che abitava sull’Anticaglia. Seneca vi si recava spesso per ascoltarlo e discutere con lui.



Cavea Teatro e abitazioni

Con la fine dell'Impero romano e l’avvento del Cristianesimo cessarono anche tutti gli spettacoli teatrali, la struttura fu abbandonata, eventi climatici e metereologici, come alluvioni e terremoti, contribuirono alla sua fine e all’ oblio nel periodo medievale. Gli ambienti interni furono adoperati come stalle, cantine, depositi e botteghe (peraltro fino a poco tempo fa). Quelli esterni diventarono presto una necropoli e poi una discarica e, dulcis in fundo, tra il XV e il XVII secolo su quel che restava della cavea furono costruiti   vari edifici, ancora oggi esistenti e abitati.
Le prime scoperte avvennero verso la seconda metà del XIX secolo, scavando nel giardino dello stabile sopra il teatro: il primo piano di recupero risale al 1939, ma solo dopo il 2007 sono stati effettuati lavori che hanno permesso l'affioramento di parte della media cavea dal giardino interno. Molti resti del teatro, pareti, muri, colonne e perfino alcune gradinate non sono state abbattute, ma incorporate negli edifici costruiti sopra, nascoste nelle cantine, o semplicemente dietro stucchi e pareti imbiancate. Si possono trovare negozi o anche portoni di edifici abitati nelle antiche mura romane e qualche volta anche segni di modernità come ad esempio, citofoni installati sulle stesse mura e antenne televisive.
L'ingresso per la cavea è oggi da via San Paolo e vi si accede, possibilmente con guida, entrando in un'antica bottega sita nel cortile di un palazzo di origini quattrocentesche.
Parte del teatro è visitabile, inoltre, sottoterra con un accesso molto singolare: la guida conduce i visitatori in un locale al piano stradale, un basso, una volta abitato, e all’interno, aperta una botola sul pavimento, si scende di pochi metri e ci si ritrova in un altro mondo.




lunedì 11 giugno 2018

VOMERO




Larghi e strade

Le vie dello shopping

Per interrompere il racconto di larghi e strade dalla storia antica, millenaria, oggi parleremo di vie e piazze di un quartiere definito, da alcuni, “senza storia”. Si chiama Vomero, è in collina, ed è nato, come quartiere, appena nel 1885. Fa parte del sistema collinare che abbraccia la città: va da Capodimonte verso i Colli aminei, attraversa il Vomero e si dirige verso Posillipo. La storia della collina è, in realtà, molto antica, e   oggi le strade più moderne si incrociano con i resti di antichi sentieri e vecchi edifici.
Iniziamo dal nome. “Vòmero” deriverebbe dal “vòmere”, l’organo principale dell’aratro, perché su questa collina, anticamente, c’erano poderi e masserie, campi coltivati e perciò contadini. Alcuni parlano anche di un "gioco del vomere" che i contadini della collina praticavano nei giorni di festa, sfidandosi a tracciare con l'aratro il solco più diritto.
In epoca romana, il Vomero veniva chiamato “Paturcium”, e in epoca ancora più antica veniva indicata, insieme a tutto il sistema collinare, “Pau-silipon”, parola del greco antico che significa pausa che acquieta il dolore, che libera dagli affanni. Tutta la zona era indicata, infatti, per l’aria buona e per l’ ”otium”, il riposo dalla vita pubblica, e la meditazione.



Collina del Vomero, dipinto 1795

Tutta l’area restò cosi per secoli: campi coltivati, pascoli e molte ville e masserie, raggiungibili dalla citta bassa attraverso sentieri, che ancora oggi possono essere percorsi a piedi: la Pedamentina che arriva a San Martino, la salita del Petraio (che parte da Chiaia), l'Infrascata (Salvator Rosa), i Cacciottoli (da piazza Leonardo), e Calata San Francesco che parte da via Belvedere.
Questa ultima è, da sempre, la via che congiunge il Vomero Antico, sorto in epoca romana, e il Vomero Moderno, insieme a Antignano.
Qui si arrivava partendo da Neapolis: il sentiero, costeggiando corsi d’acqua e tra pini e querce, si inerpicava su per i Ventaglieri o il Cavone giungendo nella zona di piazza Mazzini. Da qui si saliva per l' Infrascata, via Salvator Rosa e via Conte della Cerra, dove troviamo ancora oggi tracce di un ponte viadotto di epoca romana vicino alla stazione della Metropolitana.
Intorno alla strada, sorsero sicuramente case e casali rustici, poderi e masserie, ma anche un mercato, “cauponae”, taverne e luoghi di ristoro per mercanti e viaggiatori, militari e corrieri e almeno un villaggio. La strada detta “via per montes”, dopo qualche tempo, cominciò ad essere chiamata “Antiniana” e così il villaggio “Antignano”, cioè, ante Anianum.
Da Antignano infatti si poteva proseguire verso Agnano, per poi raggiungere Pozzuoli e Cuma o per la via Belvedere e la Canzanella fino a via Terracina, o per la via delle Case puntellate e la Pigna.
Al XIII secolo risalirebbe “Jesce sole, jesce sole, nun te fa cchiù suspirà, siente maje che li’ figliole hanno tanto da prià”, una preghiera rivolta al Sole di uscire per asciugare i panni appena lavati nei lavotoi pubblici del Vomero, che si dice esistessero ancora a fine ‘800.
Fino al XIX secolo quest'area era quasi totalmente agreste, e vi si potevano trovare solamente sporadiche masserie e qualche villa nobiliare, come a Antignano, quella di Giovanni Pontano,poeta e umanista del XV secolo, invisibile oggi ai più malgrado una grande tabella sulla parete esterna.
Poco distante dalla villa fu posto il dazio del regno, con la costruzione di una lungo muro – dalla Maddalena ai Colli Aminei e dal Vomero a Mergellina - detto Finanziere -, per impedire l’ingresso di merci di contrabbando, intervallato da accessi doganali.
Uno di questi è ancora visibile in largo Antignano sul muro di un vecchio fabbricato a due archi dove oggi c'è una tabaccheria: nascosta e scolorita dal tempo e dalla incuria, una piccola lapide ci avverte con l'iscrizione: Qui si paga per gli regj censali. 




Piazza Vanvitelli


Di quel muro, abbattuto nei primi anni del ‘900, restano ancora oggi tracce ben visibili, sparse un pò dappertutto. Al Vomero se ne possono vedere tratti in via E.A. Mario, così come ai Colli Aminei, dove il Finanziere continua a correre nei pressi della Stazione Metro.
Il nuovo rione fu inaugurato nel 1886/87 con la costruzione delle Vie Scarlatti e via Luca Giordano; lungo queste due strade furono costruiti palazzi e villette che oggi definiamo d’epoca, e che ancora vediamo fino a piazza Vanvitelli e oltre, mentre l’Arenella era ancora un villaggio, e la piazza Medaglie d’oro non era neanche un’idea.

Il quartiere fu quindi ideato e progettato basandiosi sulle due strade più centrali, che a un certo punto si incrociano.  Via Luca Giordano che parte proprio dal largo Antignano e va in leggera pendenza verso il centro incrociandosi con la via Scarlatti che sale verso la pizza Vanvitelli e   prosegue oltre per ricongiungersi ad altre vie per arrivare a S. Elmo e alla Certosa di S. Martino.
Erano gli anni del cosidetto Risanamento, l’intervento urbanistico del 1884 che, con la scusa dell’epidemia di colera, abbattè   edifici pubblici e privati e trasformò il centro storico.
Tutte le strade del nuovo quartiere furono intitolate ad artisti napoletani.
La via intitolata al pittore napoletano Luca Giordano (1634/1707) fu tracciata e lottizzata col primo nucleo del nuovo quartiere tra il 1886-1889 ma il grosso della edificazione si protrasse fino agli anni ’30. All’inizio del Novecento lungo questa strada iniziarono a sorgere i primi palazzi in stile neorinascimentale e alcune villette in stile liberty partenopeo. La via termina con una scalinata che scende in via Aniello Falcone.
Anche via Alessandro Scarlatti ( musicista 1660/1725) fu tracciata nel 1887, insieme alla contigua piazza Vanvitelli, da dove scende  e si allunga fino al ponte di via Cilea proseguendo a sinistra fino all’incrocio con via Doria, via Belvedere e via A.Falcone.
Anche quì furono costruiti   grandi edifici in stile umbertino; quelli della piazza Vanvitelli sono quattro uguali e richiamano alla mente i quattro palazzi della piazza lungo il Rettifilo.
 Il forte sviluppo del quartiere si verificò negli anni '50/'60 del secolo scorso, con una urbanizzazione selvaggia, senza vincoli e controlli. In quegli anni si verificò l’assalto alla collina, l‘ occupazione di zone ancora rurali e la costruzione di condomini alveari, sempre più grandi, e un vero e proprio esodo di intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare i nuovi rioni.


Via Scarlatti

La conseguenza fu che, insieme ai nuovi residenti, sorsero tutti i servizi e le varie attività commerciali, e perciò scuole, banche, negozi, bar, uffici comunali, uffici postali, ospedali ed altro.
Ben presto le due strade e la piazza diventarono il ritrovo più elegante e ben frequentato di Napoli, oggi sono i luoghi dello schopping più visitato, bar, ristoranti e chiacchiere, sono le strade dello “struscio”, di quella passeggiata, cioè, lento pede, con amici e parenti chiacchierando, fermandosi e poi riprendendo il cammino, guardando distrattamente qualche vetrina, socializzando e prendendo un caffè, insomma perdendo tempo e in una parola “ ca…giando”.
Soprattutto poi da quando le due strade, dalla metà degli anni ’90 del XX secolo, sono state pedonalizzate a danno, però, delle vie laterali invase dal traffico veicolare. All’incrocio delle due strade c’era la “villa di Lucullo”, famosa friggitoria, in concorrenza con l’altra “Imperatore” situata quasi di fronte, in via Scarlatti. Qui trovavi anche il bar Daniele e addirittura un cinema, l’ “Ideal”.
Non è sopravvissuto niente.  Miracolosamente ancora esiste e, soprattutto resiste agli assalti della “civiltà”, uno spazio verde: è la villa  ”Floridiana”, uno dei posti più belli non solo del Vomero, ma della città.