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Racconti

venerdì 2 luglio 2010

ISTORIA DELLA CITTA, E REGNO DI NAPOLI DETTO DI CICILIA





E’ un libricino, 12 x 17 cm., che mi fu donato tanti anni fa, con una copertina logora e ingiallita, stampato e pubblicato in Napoli, “Con licenza de’ superiori e privilegio“, da Andrea Benvenuto il 12 febbraio 1724. Si compone di 389 pagine ed è suddiviso in tre libri.
E’ la prima parte di un’opera più grande, che racconta un periodo di storia di poco più di sessanta anni, dal 1130 al 1194, da quando Napoli “pervenne sotto il dominio dei Re“, cioè dagli ultimi anni della fase municipale della città e la costituzione di uno stato meridionale – che sarebbe poi durato fino al 1860 - ad opera di Ruggero II, con capitale a Palermo, fino all’ultima discendente degli Altavilla, Costanza, madre dell’imperatore Federico II°.


Statua di Ruggero II, Palazzo Reale di Napoli, particolare



Per chiarire meglio ai lettori, la conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia, travolse in poco più di un secolo – dal 1016 al 1130 – la resistenza di longobardi, di bizantini e di arabi, in una epopea degna di un film di avventure; partiti da Hauteville – la Guichard, un paesino della Normandia, come guerrieri mercenari, Roberto detto il Guiscardo e il fratello Ruggero conquistarono Puglia, Calabria, Sicilia e Campania.
Con Ruggero II°, la Sicilia diventa un regno cosmopolita e tollerante, multietnico, in cui convivono e si integrano arabi, greci, latini, normanni e altri popoli, vero fatto anomalo per quei tempi e che, nell’Italia di oggi, dovrebbe far riflettere e servire di esempio.
Opere d’arte come il Duomo di Monreale e la cappella palatina di Palermo testimoniano ancora oggi il grado di civiltà e cultura dell’epoca.
La storia prosegue con i successori di Ruggero, Guglielmo I° e II°, Tancredi, per finire a Costanza, andata sposa a Enrico VI di Hohenstaufen, imperatore del Sacro romano Impero, che assumerà perciò anche il titolo di re di Sicilia.
Napoli si oppose come potè alla perdita della autonomia, e non fu mai molto favorevole alla centralizzazione del potere, anche se visse comunque un periodo vivace e dinamico, che portò a una solidità politica e a un accrescimento economico e commerciale.
Tornando al libro, esso contiene un indice alfabetico dei nomi, una bibliografia detta “Autori, da’ quali s’è cavata la seguente istoria“, una introduzione con dedica all’Altezza del Sig. marchese del Vasto e di Pescara, e una lettera dell’autore ai lettori.
Ma chi è l’autore?
D. Francesco Capecelatro, indicato semplicemente come napoletano.
Sono poche e scarne le notizie su di lui : egli attraversa settanta anni del XVII secolo (1594/1670), in cui non solo l’Italia meridionale e la Sicilia, ma anche Milano, fanno parte del grande impero spagnolo che si estende fino alle Americhe e alle Filippine.
Tutti i paesi sono governati come colonie da vicerè e, al contrario di quanto accadeva nel regno normanno, dominano l’intolleranza religiosa e la Inquisizione, l’ignoranza unita alla boria e al culto delle apparenze dei “grandi di Spagna“, tasse e gabelle esose che sfruttano solo i poveri, periodiche carestie e epidemie, come la peste così ben descritta ne “I promessi sposi“, e, a Napoli, la rivolta di Masaniello del 1647.Per chiarire meglio ai lettori, la conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia, travolse in poco più di un secolo – dal 1016 al 1130 – la resistenza di longobardi, di bizantini e di arabi, in una epopea degna di un film di avventure; partiti da Hauteville – la Guichard, un paesino della Normandia, come guerrieri mercenari, Roberto detto il Guiscardo e il fratello Ruggero conquistarono Puglia, Calabria, Sicilia e Campania.
Con Ruggero II°, la Sicilia diventa un regno cosmopolita e tollerante, multietnico, in cui convivono e si integrano arabi, greci, latini, normanni e altri popoli, vero fatto anomalo per quei tempi e che, nell’Italia di oggi, dovrebbe far riflettere e servire di esempio.
Opere d’arte come il Duomo di Monreale e la cappella palatina di Palermo testimoniano ancora oggi il grado di civiltà e cultura dell’epoca.
La storia prosegue con i successori di Ruggero, Guglielmo I° e II°, Tancredi, per finire a Costanza, andata sposa a Enrico VI di Hohenstaufen, imperatore del Sacro romano Impero, che assumerà perciò anche il titolo di re di Sicilia.
Napoli si oppose come potè alla perdita della autonomia, e non fu mai molto favorevole alla centralizzazione del potere, anche se visse comunque un periodo vivace e dinamico, che portò a una solidità politica e a un accrescimento economico e commerciale.
Tornando al libro, esso contiene un indice alfabetico dei nomi, una bibliografia detta “Autori, da’ quali s’è cavata la seguente istoria“, una introduzione con dedica all’Altezza del Sig. marchese del Vasto e di Pescara, e una lettera dell’autore ai lettori.
Ma chi è l’autore?
D. Francesco Capecelatro, indicato semplicemente come napoletano.
Sono poche e scarne le notizie su di lui : egli attraversa settanta anni del XVII secolo (1594/1670), in cui non solo l’Italia meridionale e la Sicilia, ma anche Milano, fanno parte del grande impero spagnolo che si estende fino alle Americhe e alle Filippine.
Tutti i paesi sono governati come colonie da vicerè e, al contrario di quanto accadeva nel regno normanno, dominano l’intolleranza religiosa e la Inquisizione, l’ignoranza unita alla boria e al culto delle apparenze dei “grandi di Spagna“, tasse e gabelle esose che sfruttano solo i poveri, periodiche carestie e epidemie, come la peste così ben descritta ne “I promessi sposi“, e, a Napoli,
la rivolta di Masaniello del 1647
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Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro. La rivolta di Masaniello del 1647.
In questo animato dipinto raffigurante la Piazza del mercato, Micco Spadaro riassume in un'unica scena i principali episodi occorsi fino al 16 luglio.

D’altro canto questa è anche l’epoca di Caravaggio, di Velasquez, di Bernini e del Barocco.
Don Francesco Capecelatro non dovette passarsela tanto male, se riuscì a superare tanti avvenimenti difficili. Nella introduzione di questo libro, si legge che egli è nato “tra il fasto e lo splendore dell’ordine de’ Patrizi“. Egli stesso, nell’ultima pagina di questa Istoria, accennando all’imperatore Federico, afferma che da questo, “furono i miei Maggiori grandemente stimati ed adoperati non meno nella pace che nella guerra“.
Non poteva essere che di famiglia nobile, quindi.
Nato alla fine del XVI sec. a Grumo Nevano, un paesino, feudo di famiglia, alle porte di Napoli, egli svolse in carichi di governo e amministrativi sia a Napoli, sia in Calabria e in Puglia.
Per questa Istoria, egli fu considerato “candido, veritiere, giudizioso e accuratissimo istorico“.
Suo anche un “Diario delle cose avvenute nel Reame di Napoli dal 1647 al 1650“, in particolare la rivolta di Masaniello, di cui fu testimone diretto e, per questo, viene generalmente indicato come la fonte primaria di quell’avvenimento.
Personalmente ritengo che egli fu soprattutto un attento studioso di atti e documenti di archivio e un ricercatore di avvenimenti anche minimi, che riporta poi minuziosamente e ordinatamente, secondo il pedante stile dell’epoca.
A conferma di ciò, egli stesso dice “… ho con particolare osservanza e con intollerabil fatica, investigate le vecchissime scritture che si conservano negli archivi de’ Re, negli Armari delle Chiese e in altri pubblici e particolari luoghi della nostra Città e del Reame “ e continua“…ho pienamente raccolto tutti gli atti de’ suoi Re, gli avvenimenti delle guerre, reggimenti delle paci, con le degne e laudevoli opere de’ suoi cittadini …”.
Pubblicata una prima edizione di questa parte, prima della sua morte, l’autore, “non ebbe il contento di pubblicare la Seconda e forse la miglior parte“, dove egli stesso annuncia che narrerà “i fatti di Federico imperatore e de i due suoi figliuoli Corrado e Manfredi “…..“ il tutto come ritrovo scritto appo gli Autori di quei tempi senza niuna cosa cambiare“.
Nel 1724, anno di questa edizione, agli Spagnoli erano subentrati gli Austriaci da circa vent'anni: essi resteranno fino al 1734 , quando rinascerà il Regno autonomo con Carlo di Borbone.


Giovanni Attinà

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