lunedì 21 maggio 2012

Una lettera



Esimio Dottore,

Abbia la compiacenza di prestarmi qualche attimo della Sua attenzione.
Ella ha lasciato,esimio dottore, una “eredità” invero scomoda, perché qualsivoglia persona,alla inevitabile comparazione, non regge il confronto.
Non è vuota retorica da “ludi cartacei”, non è evidentemente un discorso interessato. Ella – sfortunatamente – non è più il nostro direttore perciò….., ma è una pura e semplice constatazione di fatto obiettivamente riscontrabile.
E non è – mi creda – una mia personale e isolata opinione, ma è quella espressa da tutti indistintamente, dipendenti e ……..
Del dott….. si ricordano: l’eleganza sobria e perfetta, il tratto educato e signorile, il gestire misurato e sicuro, l’umanità e il senso di giustizia (litteris, sermonibus, humanitate).
 Questo di Lei si dice e queste doti – non comuni -  si confrontano con altre “doti” rappresentate da chi, giunto evidentemente da un altro “pianeta”, è all’antitesi di quelle qualità di cui Lai si compiace per naturale indole.
L’ “impatto” , dopo di Lei, è stato traumatizzante! Ed è proprio il caso di dire che “natura espellas furca, tamen usque recurret”.
Perdoni lo sfogo ma – mi creda – dimenticato lo sfogo le cose stanno veramente nei termini dianzi cennati!
Personalmente ho di Lei una grande opinione e nei di Lei confronti ho un debito di riconoscenza inestinguibile.
La ricorderò sempre, dot…….,  con stima, ammirazione e gratitudine. La mia libertà è tuttora “sub judice”, ma se avrà esito positivo verrò a farLe visita, previa telefonata.
Voglia accogliere i più cordiali e rispettosi saluti, con i sensi dela stima che Lai ben conosce.
Mi creda …Suo dev.mo

                                                                                          xxxxxxyyyyyy

sabato 25 febbraio 2012

I guardiani di San Severo


Tempo fa avevo scritto, su “arte ricerca.com”, un breve articolo sulla Cappella San Severo di Napoli – v.anche “giovanniattina blogspot storia e storie” – e su Raimondo di Sangro, principe di SanSevero, che l’aveva rifatta e resa, come ancora oggi la vediamo.

Personaggio controverso e discusso già dai suoi contemporanei ( 1710/1771) , scienziato, alchimista, gran maestro della Massoneria napoletana dell’epoca, letterato e inventore, consigliere del Re Carlo di Borbone e di suo figlio Ferdinando, è stato al centro di storie fantastiche e leggende popolari.

La Cappella, e ciò che contiene, è rimasta la sua opera più famosa, oggi è stata trasformata in un Museo “privato”. Essa è visitata dai napoletani e dai turisti che si avventurano per le antiche strade del centro storico; ma non è più una cappella, intesa come luogo di culto.

“ Non è una chiesa – scriveva la scrittrice Matilde Serao a fine ‘800 – è una tomba”.

E’ una impressione che ho ricevuto io stesso nella mia ultima visita, lì tutto è morte, “ la cappella è glaciale – diceva la Serao - , pavimento di marmo, marmo alle pareti, tombe di marmo,statue di marmo……..tutto è gelido, tranquillo, serenamente sepolcrale.”. La scarsa illuminazione contribuisce a dare al visitatore una sensazione di freddezza e di mistero, per non parlare dei due cadaveri conservati in teche di vetro nel sotterraneo.

Ma non è di questo che voglio parlare.

Quello che mi interessa sottolineare qui è stato l’atteggiamento degli incaricati della sorveglianza, a mio parere assolutamente inadeguato e sgarbato.

Appena entrato, scopro che ci sono più sorveglianti – anzi guardiani – che visitatori, e che razza di guardiani! Cerberi* in divisa blu, scortesi e arrabbiati, che hanno aggredito – per poco anche fisicamente - un giovane visitatore straniero che voleva scattare una fotografia. Gli è stato letteralmente urlato, e qualcuno si è spinto verso di lui per bloccarlo, che è vietatissimo fare foto.

Io e gli amici che erano con me siamo rimasti assolutamente stupiti da questo comportamento, poiché bastava dirlo all’ingresso che sono vietate le foto o mettere un cartello in varie lingue

A far passare la voglia di continuare la visita, ha contribuito però un ulteriore episodio, che ha per protagonista una guardiana dall’aria seriosa e incazzata, alla quale non si poteva chiedere neanche una informazione: una signora aveva chiesto se c’era una toilette e si è sentita rispondere, con aria scocciata e nervosa, che era all'ingresso, ma quale ingresso? Non c'era niente, all'ingresso.

Alla stessa persona ho chiesto da che parte si scende nella cripta, a stento ho ricevuto un mugugno.

Agli amici meravigliati per quel che avevano visto e vedevano, soprattutto davanti alle ”macchine anatomiche”, mi è scappato di dire che il principe doveva essere un po’” pazzo”; lo stesso Cerbero di prima, che ci seguiva e ci sorvegliava come se fossimo soggetti pericolosi, senza che nessuno gli aveva chiesto niente, è intervenuto e mi ha aspramente rimproverato che il principe non era pazzo, ma un genio.

Da qui ne è nata una breve discussione con botta e risposta, e l’invito a questa “ signora” a star calma e ad avere un comportamento più educato verso visitatori paganti, che possono esprimere comunque il loro pensiero. D’altro canto, il Principe è stato sicuramente un genio, ma sarà consentito nutrire qualche dubbio sulla salute mentale di un soggetto che si era divertito a far esperimenti su cadaveri? La “signora” ribadiva che considerava una offesa chiamare pazzo un “ suo antenato”(?).

Avrei potuto continuare a insegnare l’educazione a questa asserita discendente del principe, ma ho preferito chiudere lì e andarmene, seguito dagli altri; mai più metterò piede in quel luogo, e sconsiglierò, a chi me lo chiede, di andarci.

Generalmente invece ho trovato sempre addetti alla sorveglianza cortesi, salvo quella volta che nella chiesa di S.Gregorio Armeno dove una anziana donna, che sembrava inginocchiata in preghiera, senza alcun segno distintivo che la qualificasse come sorvegliante, mi ha gridato di tutto solo per aver visto la macchina fotografica tra le mani.

Questo divieto di fotografare nelle chiese napoletane, oltre che nel detto Museo privato, mi è assolutamente incomprensibile, non saranno mica segreti di Stato o aree riservate per la sicurezza nazionale? O sarà perché le foto bisogna comprarle nel negozio annesso? Eppure basta andare su internet e si trova tutto quel che si vuole.

Nei musei le foto sono consentite, senza flash, mentre nelle chiese e nelle basiliche occorre mi disse una sorvegliante, quella volta gentilmente, il permesso della Sovrintendenza.

Strano, da quanto ho visto personalmente, questo divieto non esiste in altre città. Evidentemente, a Napoli, ci sarà qualche motivo particolare, da napoletano dico che era necessario mettere un po’ di ordine, ma poi bisogna mantenerlo senza intolleranza e con cortesia..

Avrei potuto avvalermi della mia qualifica di giornalista-pubblicista per conto della rivista scientifica-culturale “Artericerca”, ma cosa sarebbe cambiato?

Ho verificato invece, come vengono trattati – male - i visitatori. E se quello che ho appena descritto è il sistema, non credo che il Principe ne sarebbe soddisfatto.


____________________


* Nella mitologia greca, Cerbero è il guardiano dell’Ade, il modo dei morti, inflessibile e spaventoso; è raffigurato come un grosso cane a tre teste, con una coda di drago e il corpo ricoperto di serpenti, ed emette latrati paurosi. Solo Ercole, nella sua ultima delle dodici famose fatiche, riuscì a domarlo. Nel linguaggio corrente, indica un guardiano intollerante e pignolo.

lunedì 23 gennaio 2012

A Roma, quando erano a tavola


Allora vediamo, su un vassoio che stava sotto, pollame ingrassato,ventresche di scrofa e, nel mezzo, una lepre con le ali in modo da raffigurare Pegaso. Agli angoli del trionfo si vedevano inoltre quattro satiri armati di piccoli otri, intenti a versare salsa piccante sopra alcuni pesci che vi nuotavano come nello stretto di Euripo. Ci mettiamo tutti ad applaudire, a cominciare dai servi, e attacchiamo allegramente queste vivande prelibate”( Petronio, Satyricon, 36).

Chi ha letto la descrizione della cena in casa dell’ arricchito e ignorante liberto Trimalcione, chi pensa a Lucullo – ai cibi detti appunto “luculliani -, chi semplicemente ha solo visto qualche film su Roma antica e i Romani, si è fatto l’idea che, all’epoca, c’erano solo lusso e raffinatezze particolari, distesi su triclini, ubriachi, schiavi e schiave che si prestano a tutti i servizi, vassoi esagerati di carni e pesci, frutta e vino a fiumi.

Le rappresentazioni di questo tipo, che si riferiscono all’età imperiale, quando Roma aveva ormai conquistato tutto il Mediterraneo, anche se esagerate, e un po’ ridicole, sono, almeno in parte, rispondenti alla realtà dei ricchi dell’epoca

L’alimentazione quotidiana di gran parte della popolazione era, invece estremamente frugale, veloce, e ai limiti della pura e semplice sussistenza.

I Romani primitivi non avevano neanche il pane, la cui apparizione e uso generale – secondo gli storici - risalirebbe appena al II secolo a.C. Prima essi mangiavano la “puls”, una specie di pappa di frumento,una specie di farinata di farro – secondo Marco Terenzio Varrone (116/27 a.c.) è il prodotto più antico - , cotta in acqua e sale, insieme a ortaggi, verdure e frutta, mentre la carne e il pesce non erano alimenti molto diffusi e comparivano sulle ricche tavole , solo nei giorni festivi.

Teniamo presente che non c’erano pomodori, patate, agrumi, zucchero, caffè e thè, c’erano invece piselli, cavoli, porro, fagioli, aglio, mele e pere, uva, noci e castagne, il latte non aveva alcuna importanza, mentre l’unica bevanda inebriante era il vino, bevuto anche allungato con acqua, mischiato al miele, e anche caldo. ( K. W. Weeber, Vita quotidiana nell’antica Roma ).

Si cambiò quando Roma escì dai propri stretti confini laziali, e andò alla conquista prima dell’Italia, della Magna Grecia, poi del Mediterraneo e dell’Oriente: i rozzi legionari entravano in contatto con civiltà antiche e superiori, assaggiavano quello che offriva il paese occupato, portando con sé nuove conoscenze, e nuovi cibi.

I gusti perciò cambiavano, come si dice oggi si “ globalizzano”, la cucina cominciò ad usare altri ingredienti, come spezie provenenti dall’Oriente e carni di animali, che al nostro palato e alla nostra mentalità suonano non solo disgustosi ma anche immorali, i fenicotteri e le gru, i pavoni, i pappagalli.

Ci meravigliano certi gusti, ma è un po’ quello che è successo in tempi più vicini a noi, basta pensare agli alimenti arrivati dopo la scoperta delle Americhe, basta pensare alle varietà di cucine esotiche alle quali ci siamo abituati negli ultimi 40 anni, basta pensare alle diversità che comunque ancora sussistono tra gusti e pietanze tra Occidente e Oriente e anche negli stessi paesi europei.

Mangiamo oggi piatti cinesi o indiani dal gusto esotico, agrodolce, ma dimentichiamo che nella cucina siciliana, di derivazione araba, l’agrodolce era ed è normale e accettato, così come le verdure alla scapece, in cui si unisce menta e aceto.

Era usuale, 2000 anni fa, nella cucina romana mescolare sapori nella stessa pietanza, come menta e aceto con miele e mosto cotto.

Ma quello che veramente può farci inorridire è quel particolare condimento – che chiamerò Salsa per una più facile comprensione – che i Romani , e per romani intendo tutti quei popoli conquistati, spalmavano su tutto, dal pesce al formaggio , dalla carne alle uova.

La Salsa aveva vari nomi a seconda della qualità: “garum”, “murìa”, “liquamen”, e se pensiamo al significato odierno della parola “liquame”, possiamo già disgustarci.

Si trattava di una salsa di pesce, ottenuta con un miscuglio di interiora di pesci di varia grandezza, rivoltata più volte per ricavarne una poltiglia che poi veniva esposta al sole, per farla fermentare.

Immaginiamo l’ odore!

Fatto ciò, questa poltiglia veniva filtrata attraverso un cestino, ottenendo così la Salsa da condimento.

Il “garum” costituiva la parte nobile della salsa e richiedeva molte cure, lavoro e spese; era perciò molto costosa: il migliore, raccontano gli autori, proveniva dalla Spagna, ma in Italia era famoso anche quello prodotto a Pompei.

Le altre salse erano costituite dagli avanzi, erano perciò meno buone, e più a buon mercato.

Oggi non possiamo sapere che sapore avessero queste salse, ma lo immaginiamo acuto e acido e un odore un po’ forte, secondo qualcuno potrebbe avvicinarsi a quella che oggi è la pasta di acciughe o le stesse acciughe salate.

La codificazione di quel che ho finora detto, dalle fantasie di carni e pesci all’incredibile modo di preparare certe pietanze, per certi banchetti, vien fatta risalire al cuoco più famoso dell’impero romano, Apicio, il Carnacina, il Vissani, dell’epoca.

Di quest’ uomo non ci sono notizie certe: secondo alcuni studiosi un certo Marco Gavio Apicio visse sotto Augusto e Tiberio ( I° sec.d.C.) e dovrebbe essere l’autore della prima stesura del libro” De Re coquinaria”. Successivamente ci fu un Claudio o Celio Apicio che visse sotto Traiano(53/117 d.C.), e sembra che ampliò il testo di quel libro aggiungendo le proprie conoscenze in materia.

Poiché Claudio era nome romano e Celso nome etrusco, qualcuno ha ritenuto che fossero due persone diverse e che entrambi abbiano ampliato il trattato secondo le proprie esperienze.

Nel Rinascimento, Apicio era considerato un famoso ghiottone, un buongustaio che mangiava “ calcagni di cammello e creste strappate a galli vivi, lingue di pavone e di usignolo…”.

Di ipotesi gli studiosi ne hanno fate tante, come anche quella che “Apicio” sia solo uno pseudonimo, ma restano appunto, ipotesi: l’unica cosa certa è che un cuoco, che si faceva chiamare o si chiamava Apicio, vissuto tra il I° sec. a.C,. e il IV° sec.d.C. , mise per iscritto le sue ricette..

De re coquinaria”è un libro di cucina, contenente centinaia di pietanze originali e particolari, varie ricette e spiegazioni. Chi lo scrisse si rivolgeva sicuramente a palati raffinati dell’epoca , a nobili annoiati e ai nuovi ricchi, con piatti fantasiosi e salse sofisticate che, come già detto, al nostro gusto odierno possono sembrare quanto meno stravaganti..

A proposito delle salse, riporto un consiglio di Apicio per correggere il liquamen: “se la salsa di pesce manda cattivo odore, capovolgi il barattolo dopo averlo vuotato e mettilo sopra il fumo di foglie di alloro e di cipresso; fallo stare all’aria e poi riempilo di salsa. Se questa ti sembrerà salata, aggiungi un quartino di miele e mescola con gambi di lavanda.

Così avrai migliorato il profumo della salsa. Anche col mosto recente otterrai lo stesso effetto.”

Per conservare la frutta come i fichi freschi, mele, pere e prugne, Apicio consigliava di cogliere tutta la frutta con i piccioli e di metterla nel miele, “badando bene che non si tocchi”.

La lettura di questi consigli e delle ricette è non solo interessante e istruttiva, ma anche divertente, c’è ad esempio la preparazione di una salsa acida ( oxygarum) per digerire,: “ 15 gr. Di pepe, 3,5 di segallica Seli ( dovrebbe essere un’erba ),6,5 di cardamomo,6,5 di cumino,1,5 di nardo e 6 di menta.Pesta tutto e, appena seccato, impastalo con il miele. Dopo aggiungici e mescola con la salsa ( liquamen o garum) e l’aceto”. Altro che amaro o limoncello, quel miscuglio lì doveva essere meglio dell’idraulico liquido!

Riporto ancora qualche ricetta che oggi ci sembra quanto meno strana, come il piatto di Rose:

“ Prendi delle rose e sfogliale: togli il bianco dai petali che metterai nel mortaio, bagna di Salsa e lavora. Aggiungi, dopo, una tazza e mezza di Salsa e passa il sugo al colino. Prendi quattro cervella, snervale e tritaci 20 chicchi di pepe. Bagna con il sugo e mescola. Dopo rompi otto uova, aggiungi una tazza e mezzo di vino una tazza di passito,poco olio. Poi ungi una padella e mettila sulla brace calda versandoci ciò che abbiamo detto. Quando arriverà a cottura cospargi di polvere di pepe e porta in tavola”.

Per le stravaganze, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Prendiamo ancora l’inizio del libro VII° . che inizia con: “ vagine sterili, callo, lombo, cotenna ecc. “Per fare la vagina arrostita avvolgila nella crusca e dopo mettila in salamoia e così cuocila”.

Poi, una semplicissima frittura di alici, che tanto ci piace ancora oggi, la “ patina de apua fricta”: “lava le alici, rompi delle uova e sbattile con poca acqua, aggiungi la Salsa ( il solito garum o liquamen),il vino e l’olio; metti al fuoco e quando bollirà gettaci le alici. Quando tutto sarà incorporato, rivoltalo con delicatezza. Fai prendere colore e bagna con Salsa acida semplice (?). cospargi di pepe e porta in tavola”.

E la poppa di scrofa? Impossibile non assaggiarla! “Bisogna lessarla e infilzarla con stecchi, cospargerla di sale e metterla o in forno o su una graticola, aggiungere pepe, ligustico, Salsa ( al solito), vino puro e passito, addensare con amido e ricoprire la poppa”.

La gru bisogna prima lessarla con pepe , cipolla .sedano, mosto aceto e la solita salsa: ”quando la metterai a cuocere, la sua testa non deve toccare l’acqua, ma deve rimanere fuori, quando sarà cotta, avvolgi la gru in un tovagliolo caldo e strappale la testa che si tirerà dietro i nervi e rimarranno la carne e le ossa; cum nervis, enim, manducare non potes”.

Tutto era innaffiato da vini di ogni tipo, il rosso e ”ardente” Falerno, il bianco Vitis Apiana (Fiano d’Avellino) e il Phalanx ( Falanghina), e altri provenienti dalle provincie, come il gallico Cardonnacum( chardonnay) o il Borgogna e il Pinot noir, anch’essi provenienti dalla Gallia ( Roma caput vini, di G.Negri e E. Petrini, ed.Mondadori).

Per gustare tali “raffinatezze”, i ricchi romani organizzavano banchetti ( cene), cominciando a sdraiarsi sul triclinium, già all’ ora IX, (circa le quattro pomeridiane). Il triclinio, il cui uso era stato importato dalla Grecia, non era altro che un letto a tre piazze, e ce ne potevano essere più di uno, intorno a uno o più tavoli, dove ci si stendeva nella massima libertà e rilassatezza sul lato sinistro generalmente, per prendere i cibi , già prima tagliati e fatte a pezzi, con la mano destra.

Le donne, nei primi tempi della Repubblica, non potevano distendersi, ma mangiavano sedute, e non potevano bere vino; poi le cose cambiarono, le donne conquistarono il loro diritto di partecipare alla “dolce vita”, al piacere del cibo e del bere, e anche altro.

Non mancavano “cene e feste eleganti”, con “escort” dell’epoca: dopo aver abbondantemente mangiato e soprattutto bevuto:”….ci lasciavamo andare a piacevoli giochetti al cospetto di Dioniso. Una baciava il compagno reclinandosi all’indietro (Alcifrone, scrittore greco del II° sec.., da “Lettere di cortigiane”), e gli lasciava toccare il seno, mentre, fingendo di guardare altrove,gli strofinava le natiche sull’inguine. In noi donne si risvegliavano ormai i desideri…..”.

Ma c’era anche qualcosa di diverso: “ Per l’uomo il nutrimento più vantaggioso è costituito da alimenti semplici: l’accumulo dei sapori è funesto, ancor più se li si accompagna con un condimento……..Tutto ciò che è eccessivo risulta dannoso in ogni aspetto della vita, ma soprattutto nell’alimentazione: così non vi è nulla di più utile che ridurre il superfluo”.

Non è un dietologo di oggi che prescrive una dieta, ma è il consiglio espresso, duemila anni fa, da Plinio il vecchio ( 23/79 d.C.), nella Naturalis Historia, libro XI, che evidentemente i ricchi e gaudenti Romani, non tenevano in alcuna considerazione.

Segretissimo ? ?

Quella che segue è una storia vera, solo i nomi sono stati cambiati e inventati.

All’epoca - era il 1996 -, Domenico dirigeva un carcere di una cittadina di montagna, isolata, tranquilla; l’istituto era – ed è - piccolo, ma pieno di ogni tipologia di detenuti: sezione maschile e sezione femminile, una sezione per collaboratori di giustizia. In un’ altra sezione c’era,invece, un detenuto, uno solo, ma famoso, sottoposto al regime particolare del 41/bis.

Domenico era lì dal lunedì al sabato, qualche volta anche la domenica, ma abitava in un’altra città, una città di mare, a circa due ore di distanza.

In una stupenda giornata di fine maggio, sabato, aveva preso un giorno di ferie. Non erano neanche le otto del mattino, voleva andare al mare, godersi la bella giornata e un fine settimana tranquillo, sole, mare, la sera con gli amici.

E invece …., lo squillo del telefono diede inizio a un week-end “diverso”.

Mentre sentiva la voce dell’ispettore Trapani che lo salutava, già immaginava qualche problema. “Credo che Lei dovrà tornare qui, le passo il tenente Neri, inviato dal Ministero….”. “ Buongiorno dottore, non posso dirle niente per telefono, è una cosa segretissima e di sicurezza, lei dovrebbe tornare in sede”.

A queste parole, seguì una breve discussione sul fatto che lui era in ferie, e lì restava, che c’era un sostituto, e che comunque, l’ordine di rientro poteva darglielo solo il suo diretto superiore.

Chiusa la telefonata, la giornata già non era più la stessa. Il dubbio, la curiosità di sapere cosa c’era, e il senso del dovere, spinsero Domenico a ripensarci e a telefonare al suo capo, al Provveditore, per chiedere cosa doveva fare. Tra loro nessun segreto, erano dello stesso corso, si conoscevano da sempre: Domenico seppe, così, che si trattava dell’arrivo di un “arrestato eccellente”, un mafioso, un killer, Bruni Giovanni, arrestato il giorno prima in Sicilia, che il DAP, su richiesta di quella Procura, aveva mandato lì per motivi di sicurezza, tra le montagne. La presenza del direttore titolare in sede, non sembrava necessaria, e perciò non dava nessun ordine di rientro. A quel punto, però, fu Domenico a dire che sarebbe rientrato.

Dopo una serie di altre telefonate per informare che tornava e che però, non poteva certamente volare,: ”ho anche una macchina un po’ scassata, perciò arriverò tra un paio d’ore”

Domenico si mise in viaggio …e, per fortuna, gli vennero incontro con la macchina di servizio per recuperare qualche minuto.

Durante il viaggio fu informato che lo cercavano in Prefettura con urgenza, immaginò che si trattava dello stesso problema, quelli si preoccupavano dell’ordine pubblico, ma non era una notizia riservata ?

Arrivato sul posto, quella specie di ufficiale rimase molto deluso quando Domenico gli disse che già sapeva tutto.

C’era un po’ di agitazione, bisognava decidere dove mettere questo personaggio e non solo, erano in arrivo uomini del GOM ( Gruppo Operativo Mobile, un reparto addetto alla sorveglianza di detenuti “particolari”) per la sua custodia , bisognava sistemare anche loro in caserma.

Da Roma, telefonate di sostegno da parte di persone che, normalmente, non si sentono e non si vedono, Di Carlo, e un tal colonnello Monti, mai incontrato fino ad allora. Tutti davano il loro parere, e, a loro modo, un incoraggiamento. C’era un fax del Ministero, che gli ordinava anche di far la spesa al detenuto, “ma siamo pazzi, non ci penso neppure!”.

“Ma con tante carceri che ci sono , proprio qui dovevano mandarlo? Dalla Sicilia?”.

Domenico doveva andare in Prefettura, lo aspettavano, si portò dietro il tenente, almeno serviva a qualcosa. Riunione straordinaria del Comitato per l’ordine e sicurezza proprio per l’arrivo di Bruni., questore e comandante dei carabinieri , guardia di finanza, - “che palle!” - pensava -, come organizzare la sorveglianza esterna, cosa fare, raccomandò di dare poco nell’occhio, che si trattava di cosa riservata, nessuno deve sapere, e chiese, se proprio non se ne può fare a meno, una sorveglianza attenta ma discreta.

Ma sembrava però che da questo orecchio non ci sentivano, tutti in allarme e tutti volevano apparire, e fare la loro bella figura. Domenico era l’unico a pensare che era meglio stare al mare.

Tornato in sede, si decise che sto’ Bruni non doveva neppure entrare dentro, ma sarebbe stato sistemato in una sezione separata e vuota, ma bisognava riparare porte e finestre, installare una cucina per i pasti, verificare se era possibile la sorveglianza, il personale venne messo al lavoro per sistemare la camera.

Arrivò intanto un autobus dei GOM: mai visti tanti agenti sporchi, con tute di servizio sfasciate, barbe lunghe, disordinati. In casi normali, persone così sarebbero finite direttamente davanti alla Commissione di disciplina.

Si erano fatte le due e mezza del pomeriggio, e non si sapeva che ora doveva arrivare il detenuto, gli agenti chiamati a sistemare la camera lavoravano e sudavano.

Alle quattro non era cambiato niente, non c’erano novità, Domenico era uscito con il comandante a far quattro passi li intorno, anche per vedere se c’era sorveglianza: ce ne era, e come! Anche troppa, molto visibile, un carabiniere ogni 50 metri, macchine e altro, meno male che avevo raccomandato la riservatezza !

Ormai tutta la città sapeva che c’era qualcosa di grosso nel carcere. Infatti cominciarono le telefonate dei giornali e TV, ma Domenico pensò che era meglio non farsi trovare, che siano altri a dar notizie. La riservatezza era già sparita.

I lavori di sistemazione della cella erano al termine, i due agenti stavano lavorando come bestie senza guardare l’ora né mangiare, bisognava solo ringraziarli.

Avevano speso, per l’urgenza, un pò di soldi per il materiale necessario. Chi pagherà?

Intanto il tempo passava, alle sei del pomeriggio, non si sapeva niente di dove fosse finito sto’ personaggio e la scorta, se bisognava andarlo a prendere e dove, forse all’aeroporto: “all’aereoporto? Quale, quella specie di campetto che sta sulla strada, fuori città?”.

L’unico eccitato da questa avventura era l’ispettore responsabile delle scorte, e quell’ altro, il tenente, che organizzava piani di sicurezza e non sembrava capire che

alla fine, solo il direttore ne era responsabile, e quindi era l’unico che poteva prendere decisioni.

Era ora! .. la scorta si avviò all’aereoporto. Si erano fatte quasi le sette, ” non tutti i mali vengono per nuocere” disse Domenico al comandante, “sarà difficile a quest’ora

andare a far la spesa, il supermercato sta chiudendo !”, “ Meno male, dottò, domani è pure domenica, e stanno chiusi”. “Comunque procuriamogli qualcosa dalla cucina,.. non possiamo lasciarlo digiuno”.

Faceva ancora caldo, che bella giornata sarebbe stata, al mare, e invece……...

Ecco…l’ arrivo… altro che segretezza!.

Un elicottero volteggiava sopra il carcere, arrivava il furgone blindato, preceduto e seguito da macchine della polizia penitenziaria, e da altre, di polizia e carabinieri, un bel corteo, non c’è che dire, giusto per attirare l’attenzione.

C’era una folla di divise, Domenico si tenne ben in disparte, non gli piaceva tutto questo, il furgone accostò al portone, una folla davanti al portellone di uscita, il soggetto uscì dal furgone, coperto dalle divise….., fu un attimo ed era dentro, il portone venne richiuso.

Ricominciarono le telefonate dei giornalisti, sia locali sia nazionali, tutti chiedevano la stessa cosa: “ chi è arrivato?”, qualcuno chiedeva solo conferme, come se già sapesse.

Domenico fu costretto a negarsi al telefono, ma anche a non poter uscire, c’erano quelli che assediavano il cancello di ingresso e lo conoscevano, normalmente aveva sempre buoni rapporti con la stampa, ma ora era costretto a sfuggire alle domande, dovendo mantenere il segreto.

Un segreto di Pulcinella, era arrivata anche la RAI, che restò bloccata al cancello.

Un vero assedio, ma ora tra una cosa e l’altra si era fatta ora di cena, il soggetto fu sistemato, era stato immatricolato, la sorveglianza pure, sembrava tutto a posto, Domenico si ritirò nell’alloggio.

Ma non era ancora finita! Alle nove di sera, ricevette una telefonata da Roma, Ministero, una tale che si definiva collega – alla quale allora, a titolo di sfottò, Domenico, già incazzato, non riuscì a trattenersi dal chiedere quale carcere aveva mai diretto - disse di dover mandare un fax urgente e di andare a riceverlo personalmente.

“ Guarda che sono quasi le 10 – disse Domenico - , e non ho alcuna intenzione di ricevere i fax personalmente, prima perché non sono il caporale di giornata e poi

perché non ne sono capace, per cui trasmetti quello che ti pare e poi domani vediamo”. “Cosa dici, ma come fai? … ma noi stiamo qui lavorando – protestò la voce nervosa -…, quì siamo in guerra,.ora ti faccio chiamare dal capo….” Domenico fece osservare che la guerra non lo riguardava, e che poteva chiamarlo anche il Ministro, era la stessa cosa. “ Il fax mandalo pure, e domani vediamo”.

Il centralino lo informò che giornalisti continuavano a chiamare. Sul cellulare, la mia amica N. che mi fece: “ora ho capito perché sei corso via …hai ricevuto un ospite importante,….lo hanno detto ora, per telegiornale!”. Al telegiornale?!.

Era sbalordito, non è possibile, la segretezza, la riservatezza, la sicurezza. Chiacchiere! Chi aveva parlato? O era stato lo schieramento delle forze di polizia ad allertare i giornali, quelli locali e poi quelli nazionali?

Sapete quanto tempo fu ospite di Domenico, quel signore, dopo tutto questo?

Un solo giorno ! La domenica,… la mattina del lunedì ripartì all’alba e non si è più visto, se non in televisione.

Immaginate quanto è costata questa operazione? Hanno dovuto ripagare le spese e il giorno di ferie perso a Domenico, biglietti aerei per il trasferimento andata e ritorno per il detenuto e la scorta di tre persone, spese di trasporto e indennità per venti uomini idonei per la sorveglianza, spese per i lavori di adattamento della cella, straordinari a tutto il personale impegnato nei lavori e nella sorveglianza, polizia di stato e carabinieri, elicottero, ecc… .

martedì 27 dicembre 2011

Il presepe napoletano

“Presepe” indica la mangiatoia, la stalla, perciò la scena della Natività così come indicata nei testi religiosi cristiani, nei vangeli: nel Vangelo di Luca si parla solo della mangiatoia, nei vangeli apocrifi appaiono invece, tutti gli altri elementi, la grotta, il bue e l’asino, i pastori adoranti, la cometa.

La tradizione cristiana fa risalire il primo presepe a Francesco d’Assisi, che nel dicembre del 1223, ottenuta l’autorizzazione dal papa Onorio III, fece rivivere, in una grotta di Greccio, oggi in provincia di Rieti, Lazio, la scena della natività. Nella grotta egli fece sistemare una mangiatoia, arrivarono contadini e pastori con cavalli, asini e altre bestie, e lì fu celebrata la messa.

La scena è ricordata in un dipinto di Giotto, un affresco della cappella superiore di S. Francesco ad Assisi, e viene ricordata come il primo presepe..

Secondo alcuni studiosi, il primo presepe invece, consistente in una semplice rappresentazione della natività, fu fatto a Roma, nell’827 da papa Gregorio IV. Questo tipo di rappresentazione sacra, detta anche “mistero”, era molto diffusa nelle campagne e nelle città, già nell’alto medio Evo.

A Napoli, il primo presepe, secondo alcuni, fu allestito nel 1025, in una antica diaconìa – così veniva definito nelle prime comunità cristiane un ufficio ecclesiastico subordinato al vescovo -, con una semplice tettoia sorretta da due antiche colonne romane.

E’ in questa città che il presepe assumerà un suo particolare sviluppo.

Innanzi tutto, a Napoli, c’è, unica al mondo, una intera strada dedicata al presepe: è via S.Gregorio Armeno, nel centro storico, l’antico “cardo maior” dell’epoca romana, che unisce la via Tribunali, il decumano maior, con la più famosa via di Spaccanapoli, il decumano inferior.

Chi volesse approfondire questo aspetto storico, può leggere, su questo stesso blog,”Itinerari”

Qui basterà ricordare che, già più di duemila anni fa, alcuni parlano già del IV o III secolo a.c., su quella stessa strada, artigiani Greci e Romani fabbricavano statuette di creta da offrire alla dea Demetra (o Cerere ), il cui tempio si trovava proprio dove poi fu fondato, e ancora oggi esiste, la chiesa e il convento di S.Gregorio Armeno.

Personalmente credo che si tratti più di una leggenda, ma è storicamente provato che lì esisteva il tempio di Cerere, per cui non si può neanche escludere che nelle vicinanze ci fossero botteghe dedite alla fabbricazione e alla vendita di statuette votive, anche per gli altri Dei dell’epoca, i cui templi erano sempre nella zona..

Per secoli, il presepe fu essenzialmente una semplice rappresentazione liturgica anche a Napoli; secondo gli storici, bisogna arrivare al 1534 per un importante mutamento, avvenuto ad opera di S.Gaetano di Thiene, che operava nella chiesa di S. Paolo maggiore, situata nella piazza che oggi prende il suo nome, all’inizio e di fronte alla via S.Gregorio Armeno. Quale era questa novità? La natività fu attualizzata, resa più reale, i personaggi che animavano il presepe furono vestiti non come al tempo di Cristo, ma con abiti del ‘500. Fu, si racconta, un grande successo popolare.

Si proseguì perciò su questa strada, allestendo presepi sempre più complessi e con statuine di varia grandezza e fatte di vario materiale, con abiti su misura, capelli veri, visi più espressivi, fino ad arrivare poi, nel XVIII sec. alla composizione che conosciamo ancora oggi.

Lì, lungo tutta la strada di S.Gregorio, continua a fiorire ancora l’ antica attività artigiana, che forma, costruisce, dipinge e veste le statuine in terracotta, chiamati genericamente i ”pastori”. Tanti ricordi di quando ero ragazzino, si andava a vedere e comprare i pastori, ad acquistare il “sughero” per fabbricare il presepe in casa.

La particolarità del presepe di Napoli fu ed è questa, cioè quella di perdere molti elementi religiosi, e di assumere, invece, un carattere più allegro e vivace, di festa, più realistico e autentico.

Lì viene rappresentato tutto un mondo, contiene non soltanto Madonna, Giuseppe, Bambino, bue, asinello e altri personaggi della tradizione cristiana, ma una serie di caratteristiche figure del folklore napoletano, mescolate con figure orientali, spesso con una confusione di epoche e di costumi. Ad esempio si abbigliarono i re Magi come re spagnoli, con mantelline, gorgierine increspate, mentre i pastori indossarono costumi del Molise e della Calabria.

Sono i personaggi che rappresentano il mondo reale con tutte le sue categorie sociali, soprattutto dell’epoca d’oro del presepe, il ‘700, con tutti i suoi mestieri e professioni.

Così il vinaio Cicci Bacco sulla botte, il pastorello Benino, ritratto dormiente, il pescatore e il barbiere Sarchiapone, il mercante, e altri, e oggi, come accennavo, qualche artigiano si avventura nella rappresentazione di personaggi attuali, politici, calciatori famosi e personaggi presi dalla cronaca.

Come dice Francesco Durante, nel suo “i Napoletani “: “che cos’è il presepe, se non la miniatura del mondo intero?”.

Lo studioso Franco Mancini diceva che nel presepe napoletano: “l’arrotino, la zingara, il bottegaio, lo storpio, il pezzente, danno vita a una singolare corte dei miracoli, cui è contrapposta l’opulenza del mondo orientale, con il fasto e la ricchezza del seguito dei Re Magi”.

Una vera e propria arte che si sviluppò con Carlo di Borbone: il re aveva una vera passione per il presepe ed era condivisa anche dalla regina che sembra provvedesse direttamente all’allestimento e alla scelta delle vesti da mettere ai pastori.

Scultori famosi, come Giuseppe Sanmartino e Lorenzo Vaccaro, quest’ultimo anche pittore, si dedicarono alla realizzazione di teste, mani e piedi per le statuine da presepe, ed anche abili artigiani contribuirono alla formazione questo genere artistico e di quella struttura caratteristica del presepe napoletano. La grotta della natività generalmente posta in basso, con angeli e pastori,in alto la montagna con pastori , le greggi e qualche angelo volteggiante, e la stella cometa, di lato la taverna e gli avventori e gli altri personaggi tipici.

Le fotografie che pubblico sono scattate sul presepe esposto nella Certosa di S.Martino, in via S. Gregorio Armeno e nella omonima chiesa.

Sul presepe, Eduardo de Filippo, ci ha costruito una delle sue commedie più famose “Natale in casa Cupiello”, dove combatte una inutile battaglia per convincere il figlio che il presepe è bello:”Te piace ‘o presepio?”, e gli illustra la preparazione:” ccà, po’ ce faccio l’osteria….’a funtanella ca votta ll’acqua veramente…..”. Ma è inutile perché : “ Nun me piace, ‘o presepio..”.Ed è sempre al “Presebbio”, sono rivolte le ultime parole del protagonista: “ che bel presepe! Quanto è bello!”.

Oggi, la tradizione del vero presepe si sta perdendo, sostituita dal più veloce, moderno e consumistico albero di Natale.

giovedì 15 dicembre 2011

Carditello




Tempo fa avevo tracciato, o, almeno, avevo provato, una breve descrizione della Reggia di Carditello, antica residenza estiva dei Borbone di Napoli, dalla sue origini ad oggi: chi vuole può andare a cercare sul sito “arte ricerca.com ”, Testi d’arte e pubblicazioni, oppure sul blog “Storie e storie”,www giovanniattina.blogspot.com.
Avevo provato a descriverne la storia e la bellezza antica, i saccheggi subiti e il degrado di oggi, con le discariche abusive che la circondano, i siti di stoccaggio di immondizie raccolte in balle di plastica.
Per non dire dell’interno, dove non mi è stato possibile entrare, ma che, da quel che si sa, è stato depredato tutto quello che era possibile , camini, fregi, marmi delle scalinate, acquasantiere, sono stati sfregati i dipinti e gli affreschi, fin dall ‘arrivo dei Fratelli d’Italia, 150 anni fa.
Se ne è occupato da ultimo anche la trasmissione “Report”, di Rai tre, Domenica 4 dicembre, mostrando lo scempio interno ed esterno del sito, e lo scaricabarile dei vari Enti che avrebbero dovuto e dovrebbero effettuare gli interventi di manutenzione, mentre due giorni prima se ne era parlato anche sui radio RAI 3.
La situazione di degrado di Carditello non è diversa da quelle di tanti altri nostri siti artistici archeologici e storici.
Questo paese, e questi governi, che, per trovare soldi, non sanno fare altro – come al solito - che aumentare la benzina e le sigarette, tassare lavoratori dipendenti e pensionati, e si vendono i gioielli di famiglia agli affaristi, sembra di vedere Totò che si vendeva la fontana di Trevi.
Questi non hanno ancora capito che l ‘unica industria che abbiamo e che può rendere economicamente, è costituita da quei beni culturali, artistici, archeologici e storici di cui siamo veramente pieni, altro che FIAT, Marchionne e compagnia.
Basterebbe ovviamente tenerli bene e non mandarli in rovina; consiglio a tal proposito di leggere “Vandali” di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, che dicono, a proposito della Campania, “ex felix”: “ Macerie archeologiche, macerie finanziarie, macerie turistiche…….Nonostante l’antica Capua, nonostante Velia e Paestum, nonostante Ercolano, Oplontis, Pompei e una miriade di altri siti.”.
Carditello, peraltro, suscita appetiti minacciosi e criminali, bisogna, infatti, ricordarsi anche che a poca distanza c’è una “ridente” cittadina che si chiama Casal di Principe, che non ha nulla a che fare con nessun principe, ma è nota alle cronache – e alla Polizia - per ben altro.
Per venire alla storia di oggi, devo dire che poco tempo fa, un cortese lettore, leggendo l’intervento su “arte ricerca.com”, aveva segnalato la ventilata vendita per 50 milioni di Euro.
La Reggia fu data in proprietà, negli anni ’20 del XX secolo, al Consorzio di bonifiche del bacino inferiore del Volturno, che l’ha mandato in rovina. Non ho mai capito per quale motivo un bene storico culturale fu dato in “proprietà” a quell’Ente, che sarà anche bravo e onesto nelle effettuare bonifiche del fiume, ma che “ c’azzecava e c’azzecca” con un sito di carattere culturale, lo si capisce dal modo in cui è stato conservato e utilizzato.
Ora sembra che il Consorzio è pieno di debiti, Regione, Provincia e Comune , malgrado le belle parole, non hanno fatto niente. Si dice che cii fosse un interesse della Regione per farne un centro di attrazione storico-culturale e anche turistico, ma evidentemente non è cosi.
E, siccome alle banche, nel caso particolare, prima il Banco di Napoli e ora Banca Intesa non interessa niente della cultura, per pagare i debiti del consorzio il bene è stato messo all’asta dal Tribunale per 25 milioni di Euro. La gara, il 20 novembre di quest’anno c’è stata la seconda asta, è andata deserta, ed è stata già fissata la terza per marzo 2012, a un prezzo ribassato di 15 milioni di Euro. Si teme che il prezzo calerà ancora, fino a che non sarà veramente svenduta, a chi ? E questo Tribunale, che fretta ha?
Fu costituito anche un comitato” Salviamo Carditello”, di cui fanno parte Enti, come Italia nostra, e normali cittadini, che ha rivolto appelli anche al Presidente della Repubblica, ma al momento la situazione è sempre la stessa
Intanto, i vandali, si danno da fare.
Da “le cronache di Caserta” del 18 settembre 2011, un resoconto di M.P.Oliva:” Le fiamme hanno avvolto l’area verde della Reggia di Carditello. Ennesimoatto vandalico nei pressi del sito reale quello che si è consumato ieri pomeriggio e che ha mandato nello sconforto cittadini, politici e tutti coloro che si battono quotidianamente per la salvaguardia del bene.. L’incendio, di grosse dimensioni, si è esteso all’interno della reggia borbonica verso le 17…..”. Il resoconto continua descrivendo l’intervento dei vigili del fuoco e del sindaco della cittadina di S.Tammaro, ma mi pare più interessante riportare il commento di Maia Carmela Caiola, presidente provinciale di Italia nostra:” Sono sconcertata, quanto accaduto è inquietante: Non vorremmo ci fosse un collegamento con la vendita all’asta del bene. Ci preoccupa un eventuale zampino della malavita……”.
Da la Repubblica.it del 20,marzo 2011.” Nonostante il territorio sia vandalizzato, Carditello resiste…….l’edificio centrale è stato restaurato nel 2000, ma senza manutenzione quei lavori resistono a stento. E ogni giorno c’è un pezzo in meno. Nelle stalle venne sistemato, alla fine degli anni settanta del ‘900, un museo della civiltà contadina, i cui oggetti ora giacciono abbandonati, mentre tanti altri sono stati rubati o trasferiti altrove. Ora non c’è più niente. Le scale sono divelte, i tetti crollano, se piove entra acqua e le travi penzolano minacciose. Il cancello è chiuso, per entrare c’è bisogno di un permesso del Giudice. Si sono mossi Comitati di cittadini, moltissimi i giovani.”.
Le ultime notizie su Carditello si riferiscono alla presenza di Vittorio Sgarbi a Caserta e al parere favorevole espresso per la gestione della Reggia affidata a privati:"Meglio un privato che conserva, preserva e mette a disposizione della collettività, che uno Stato che abbrutisce, nega, chiude al pubblico".(da "il Mattino" del 1/2/12).
Nel frattempo la Reggia continua a perdere pezzi:" Il tetto dell'ala all'estremo margine sinistro è franato nella notte per le piogge"(da Il Mattino del 12/2/12).
Continuano anche i furti, viene rubato di tutto perfino i fili elettrici.
Qualsiasi altra considerazione è inutile, sono indignato per quanto sta accadendo ed esprimo la mia personale solidarietà a quelli che stanno provando a salvare Carditello, oltre alla mia disponibilità per ogni possibile iniziativa.
Dalla cronaca di Napoli de " la Repubblica " del 28 giugno 2013: Reggia di Carditello, deserta la decima asta.


martedì 13 dicembre 2011

Storia di una evasione

Questa è la storia di un ventenne straniero, arrestato in gennaio di quest’anno – 2005 – per immigrazione clandestina, passeur di due clandestini.

Appena arrivato, tutti si sono chiesti chi poteva averlo arrestato visto che non era proprio a posto con la testa. Si scoprì che non era la prima volta che veniva arrestato, così la condanna non fu proprio mite: due anni e dieci mesi.

Questo giovane, oltre a essere rimasto a pagina dodici con la testa (?), aveva anche il brutto vizio di tenere sempre le dita nel naso, era sempre “ onto e bisonto”, parlava a vanvera, rideva da solo; insomma, secondo tanti non doveva stare in carcere, ma in tutt’altro istituto.

Lo hanno aiutato tanto i compagni di cella e non. Ha lavorato un paio di volte come scopino( il

lavoro è rotativo, si cambia ogni 15 giorni.(1)

Credo che nessuno mai e poi mai avrebbe pensato che Danilo potesse evadere e anche se lo avesse confidato a qualcuno, chi avrebbe dato ascolto a “ Danilo il matto” ?

Così, con il coraggio e la fortuna dei “matti”(2) , Danilo ha scavato un buco nel muro ( del genere fuga da Alcatraz) e, con due compagni di cella, anche loro stranieri, se ne sono andati, incuranti del rischio e delle conseguenze.

Come tutte le storie, questa dovrebbe essere alla fine,c’è però un ma, da quello che si è visto e sentito alla tv, gli evasi sono ricercati anche in …..(3) senza soldi credo che per loro sarà dura nascondersi a lungo.

Conoscendo Danilo poi combinerà sicuramente qualche disastro dei suoi soliti, e così la storia ricomincerà

Morale della storia: non c’è niente di avventuroso in questa evasione e quelli che sono fuggiti non sono eroi, ma tre disgraziati veri!

Le restrizioni e le conseguenze per gli altri detenuti di….che scontano la propria pena sono notevoli Questi ultimi vorrebbero chiudere i conti con la giustizia e non scapperebbero nemmeno se trovassero le porte spalancate.

Ma questa è un’altra storia !” di F. M.(4)

F.M. non è uno psicologo, né un professionista e neanche un intellettuale, né uno scrittore non è neanche un burocrate, ma, quando scrisse questa storiella, era detenuto nel carcere di una città di confine del nordest.

Egli provò a tracciare, con partecipazione e emozione che si percepiscono, la figura di un ragazzo, questo compagno di cella che una sera dei primi di ottobre 2005, con altri due, pensò di evadere dal carcere.

L ‘ episodio fu narrato in un articolo di fondo su un giornaletto prodotto in un piccolo carcere, a costo zero, e si chiamava – poiché credo che oggi non esiste più – l’ECO, scritto da detenuti e edito con la collaborazione e la responsabilità dell’allora direttore responsabile di un settimanale locale e pubblicato come inserto dello stesso giornale.

Di giornali fatti dentro ce ne sono tanti, è un modo per, come si usa dire, “ dare voce a chi non ha voce”, ma questo presentava una particolarità: come supplemento di un avviato settimanale, andava nelle edicole e quindi letto anche fuori del circuito penitenziario, come invece normalmente avviene per altri.

Ma non sono qui per raccontare la storia del giornale, ma quella dell’evasione.

Ecco perciò parte della nuda cronaca di giornalisti professionisti: “ Sembra un copione cinematografico e invece è cronaca: tre stranieri,ieri,- era il 7 ottobre 2005 – sono riusciti a evadere dal carcere, passando attraverso un buco nel muro, realizzato pazientemente,giorno dopo giorno, scavando soprattutto nelle ore notturne. M.T.,29 anni, R.A. 27, J.M. 19, arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, erano riusciti a nascondere il varco con un armadio.”

Fui avvertito dell’accaduto intorno alle 21,30 dal comandante, mentre ero a far quattro passi dopo cena, rimasi stupito dalla notizia anche se dovevo aspettarmelo: un carcere vecchio e scassato, con muri che si sfaldano da soli e antichi mattoni traballanti, sovraffollato, situato nello stesso antiquato edificio non solo del Tribunale, ma anche di altri uffici: il Demanio, l’Agenzia delle entrate e quella del territorio, al centro della città e vicinissimo al confine, con pochi soldi per ripararlo alla meglio e scarso e scadente personale di sorveglianza.

Ma che città è questa, dove in uno stesso palazzo ci sono tanti uffici e così diversi?

Situata a cavallo del confine, Comune con poco più di ventimila abitanti, piccolo capoluogo di provincia, che abolirei immediatamente, peraltro già abbandonata da uffici come il demanio e la sede della banca d’Italia. Città dove non succede mai niente, edifici vecchi e abbandonati, problematiche legate al confine come in tutti i luoghi di frontiera. L’immobile che ospita il carcere risale alla fine del XIX o agli inizi del XX secolo, sarebbe anche un bell’edificio ma non ha avuto una giusta manutenzione: gli uffici del tribunale e della Procura della repubblica sono in condizioni disastrose,nell’aula delle udienze ci sono infiltrazioni ad ogni pioggia, meno peggio gli altri uffici presenti.

Prima di muovermi cercai di avvertire il mio diretto superiore, ma non avevo il suo numero di cellulare, non me l’aveva mai comunicato, così avvertii il suo vice, che mi rispose: “ma io sto cenando! “almeno dammi il numero che lo chiamo io”, risposi.

Mi misi in macchina – abito a circa 50 Km di distanza - e raggiunsi il carcere.

Non mi era mai capitata una evasione in tanti anni di lavoro, almeno non direttamente; a Capodanno 2001, sostituivo un collega in ferie, quella volta erano cinque, avevano segato le inferriate e con il classico lenzuolo annodato avevano scavalcato il muro di cinta e se ne erano andati. La tragicommedia era iniziata al mattino presto, ma questa storiella non compare ufficialmente: mi raccontarono che un nottambulo, reduce probabilmente dalla festa di fine anno, passando fuori dal carcere aveva notato una specie di corda penzolante e aveva così suonato alla porta avvertendo di questa stranezza; da lì il personale di servizio, mezzo addormentato, aveva scoperto il fatto.

Era stato un bel Capodanno non c’è che dire!

Stavolta erano scappati solo tre. Carabinieri dappertutto,intorno all’edificio, appena entrato trovai il comandante esterrefatto, che mi accompagnò sul posto. Cosa avevano fatto? Sul muro della camera dietro un armadietto, di quelli soliti in uso ai detenuti e che per giunta avrebbe dovuto essere inchiodato al muro, un buco neanche molto grande, forse 70/80 cm di diametro, vecchi mattoni sparsi per la stanza.

Intanto mi chiesi come erano riusciti a passare; da lì erano entrati in una specie di corridoio buio, avevano sfondato una porta, ma si erano trovati sopra l’aula delle udienze del tribunale.

Tornati indietro avevano sfondato un’altra porta ed erano sbucati sulle scale che portano all agenzia del demanio, chiusa solo da una porta a vetri: sfondato il vetro ed entrati nel corridoio, hanno trovato il primo ufficio aperto, hanno aperto la finestra, si sono issati sul cornicione, hanno subito trovato una grondaia e, scivolando su questa si sono ritrovati in strada.

In una piccola città che è vuota anche di giorno, figuriamoci alle nove di sera! Non c’era neanche un passante e neanche una macchina. Da lì al confine in pochi minuti si arriva anche a piedi.

La cosa più seccante fu informare il funzionario di turno al Ministero, a Roma; mi rispose un tale di cui capii a stento il nome, il quale, molto seraficamente, prese la notizia con filosofia e mi augurò anche una buona serata!

Sequestrata la camera e chiusa con i sigilli, nei giorni successivi oltre a dovere scrivere relazioni di ogni tipo, ci fu un andirivieni di carabinieri che dovevano indagare: tre marescialli si piazzarono nel mio ufficio per “indagare”, non avevano evidentemente niente altro da fare, cercavano per forza un responsabile un complice all’interno neanche fosse evaso chi sa chi!

Sicuramente cerano state negligenze e superficialità nei controlli, ma vagli a spiegare che queste sono le normali condizioni di lavoro: non si riesce a far lavorare il personale , non c’è motivazione, se hai bisogno non rispondono neppure al telefono e non si fanno trovare, assenteisti, sindacalisti, . malattie vere e spesso fasulle

Un capitano veniva spesso a trovarmi, perfino il comandante provinciale, mai visti tanti carabinieri da me, e poi i giornalisti, che finalmente potevano scatenarsi a scrivere qualcosa.

L’inchiesta amministrativa interna non potè far altro che prendere atto dell’episodio ma non successe altro, le responsabilità erano si del personale che aveva fatto male il suo dovere di controllo, ma ce ne erano altre, anche molto più in alto, perché non si tiene un carcere in quelle condizioni, o se si tiene, bisogna metterci solo detenuti incapaci di muoversi. L’edificio era stato lesionato nel 1976 con il terremoto, e solo nel 2003! fu riaperta una sezione, per il resto era tutto rotto, muri deboli e vecchi mai ripristinati , mattoni ormai senza malta e facilmente amovibili.

Ma la commedia non finì lì: qualche mese dopo, arrivò una lettera di richiamo, del Capo del dipartimento diretta al suo vice, al provveditore e a me, in cui lamentava di non essere stato informato subito e personalmente.

Chi dovette giustificarsi, indovinate? L’ultima ruota del carro, cioè io.

Risposi, perciò, che avevo informato il Provveditore, il funzionario di turno a Roma, e che il mattino dopo avevo avuto un colloquio telefonico anche il vice-capo, a chi altro dovevo dirlo?

Ha ragione F.M. quando lamentò le conseguenze per gli altri detenuti; ho dovuto interrompere tante iniziative, ma solo perchè non mi fidavo più di quel personale incapace.

La libertà dei tre durò poco, uno alla volta furono ripresi dalla polizia dello Stato confinante e consegnati di nuovo alla giustizia italiana.

Uno dei tre, mi sembra proprio il Danilo, fu riportato nello stesso carcere, mi feci spiegare, tra le altre cose, come erano passati in quel buco così piccolo.

Aveva ragione F.M., Danilo era proprio “matto”!.

-------------------------------------

(1) lo ”scopino” è il detenuto che viene addetto alle pulizie; per mancanza di soldi e di posti di lavoro e per consentire a tutti i condannati di guadagnare un minimo indispensabile almeno per le sigarette, si è inventato un lavoro generico a termine, e a rotazione.

(2) “matto” non vuol dire né pazzo né è usato in senso negativo, anzi…, indica soltanto una persona un po’ strana, un po’ suonata, ma in senso quasi affettuoso.

(3 nome dello stato estero e della città sono stati omessi per evitare ogni possibile riconoscimento

(4) le iniziali, del testo originale, sono state cambiate, così come il vero nome del personaggio

descritto