lunedì 18 marzo 2013

Rubbia e dintorni

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Nella regione Friuli Venezia/Giulia, nell’estremo Nord/Est dell’Italia,  nella provincia di Gorizia, lungo il corso del fiume Isonzo, in posizione elevata c’è il piccolo abitato di Rubbia, più conosciuto come castel Rubbia, per la presenza del castello.. Ci troviamo a pochi passi dal confine con la Slovenia, e come in ogni  area di confine, qui convivono popolazioni di diverse nazionalità, in questo caso italiane e slovene.
ingresso del castello oggi
 Rubbia, in sloveno Rubijski grad, con altre piccole frazioni, fa parte del Comune di Savogna di Isonzo; lo stesso nome Savogna( Sovodnje) indica che il territorio è situato alla confluenza tra le acque.   Da una parte il fiume Vipacco, che nasce in Slovenia, che confluisce nell’Isonzo, che dalle Alpi Giulie,  scende verso Nova Gorica e arriva in territorio italiano a Gorizia, per poi continuare verso il vicino mare Adriatico. Lì vicino c’è anche la frazione di Gabrio e di S. Michele del Carso, dove c’è la grandiosa cantina dell’Azienda agricola “castel di Rubbia”.
Da Gabria si diparte il Vallone che prosegue fino a Doberdò del lago e arriva a Merna sul confine con la Slovenia: è una vera e propria valle che si suppone sia stato, in tempi preistorici, l’alveo di qualche fiume, forse il Vipacco o forse l’Isonzo, che sfociava verso la zona di Monfalcone. Sul Vallone e, in genere, su tutto il territorio carsico, triestino e goriziano, troviamo il Sommacco, arbusto tipico della zona, che nel periodo autunnale, assume tutte le tonalità del rosso.
 A S. Michele, in  alcune grotte, speleologi hanno rinvenuto tracce di vita umana preistorica  e  dell’età del bronzo, come manufatti in selce, cocci di ceramica e altro.

Il castello ha, oggi, cosi come l’ho visto, un aspetto rinascimentale, sembra più un immenso palazzo, circondato da un bosco degradante verso il fiume: all’ingresso del castello c’è un busto di Primoz Trubar ( 1508/1586), contemporaneo di Martin Lutero, di cui condivise la riforma, che, nei suoi scritti, pose le basi della lingua letteraria slovena.
L’esterno dell’edificio  appare ristrutturato, con le quattro torri laterali; all’interno sono ancora in corso lavori, a cura  degli attuali proprietari, perciò non è visitabile.
Seminascosto dalla vegetazione si intravede un muraglione in pietra, semicircolare e semidistrutto, con all’interno un  mucchio di pietre che mi è stato detto essere un fonte battesimale: si presume perciò che questa fosse una chiesa o una cappella gentilizia. Su un lato del muro si vedono i segni di un ingresso murato. Potrebbe comunque, a mio parere, essere stata anche una torre, poi trasformata in cappella.
sommacco
Non esistono dati certi sulla costruzione del castello, ma, secondo gli storici, la prima costruzione risalirebbe all’ epoca romana. Secondo gli storici e archeologi Tito Miotti e Vinicio Tomadin,  su alcune pietre delle torri si possono notare segni di attività estrattiva di epoca romana. I costruttori romani,  che erano poi gli stessi legionari,  considerarono da soldati la posizione strategica del luogo, che permetteva il controllo della valle del Vipacco e della strada dalla pianura padano-veneta a quella danubiana.  Edificarono perciò un “castellum”, un fortilizio o comunque una torre di guardia.

I Romani però, arrivarono nella zona solo nel II sec. a. c.; prima di loro, chi o cosa c’era?

La storia di Rubbia e del suo castello è molto più antica e ci porta molto lontano: per narrarla bisogna inserirla nella storia del territorio, dove sono state ritrovate tracce di presenza umana risalenti  al periodo paleolitico.
La morfologia dei luoghi è ovviamente mutata: bisogna innanzi tutto considerare che l’area di cui parliamo corrispondeva in pratica a quasi tutto il Triveneto,  Veneto,  Friuli Venezia Giulia e Istria,  e parte del Trentino. Una realtà geografica vastissima ed eterogenea: pianure, colline, montagne,  boscaglie, fiumi grandi e piccoli,  ampie zone paludose e lagunari, mare e isolotti.
Il mare Adriatico,  – già nominato da Erodoto, storico greco  vissuto nel V sec. a. c., e da lui definito “ il punto più lontano dell’Occidente”( Storie, IV, 33) , che già oggi è poco distante da Gorizia, nella laguna di Grado, dove sfocia l’Isonzo,  in epoche passate  era ancora più vicino, perché, come dicono storici e archeologi, la linea di costa era più arretrata rispetto a quella odierna.
muro castelliere
Poco più su, nel luogo detto “caput Adriae”,  sbucava già  il Timavo, il fiume misterioso che viaggia per chilometri sottoterra. Poi l’altopiano carsico, pietroso, montagne a picco sul mare, piccole spiagge, corsi d’acqua a carattere torrentizio, colline.
 Il territorio era pieno di leggende ambientate alla fine dell’età del bronzo o all’inizio di quella del ferro, ed erano  collegate agli Eroi viaggiatori, a quei personaggi ritenuti realmente esistenti  e che si pensava potessero nobilitare luoghi e avvenimenti (  S. Price e P. Thonemann, In principio fu Troia, l’Europa nel mondo antico, ed. Laterza).
 In particolare ci si riferiva ai viaggi e ai “nostoi“, i ritorni degli eroi dalla guerra di Troia e alle forzate emigrazioni degli sconfitti  troiani, esuli in cerca di una nuova terra. Così come Ulisse viaggiava per 10 anni prima di tornare in patria e sbarcava in vari luoghi dell’Italia, così come  Enea  approdava nel Lazio, dopo varie avventure, e dava origine alla leggenda della creazione di Roma, anche in Adriatico fiorirono le leggende di Diomede e Antenore.
 Il primo, grande guerriero Acheo, feroce, temerario ma anche generoso e cavalleresco, combatteva contro Marte, il dio della guerra, e contro Enea e addirittura feriva anche la dea Venere, ma non poté tornare in patria perché tradito dalla moglie.  Fu costretto a peregrinare per tutto l’Adriatico, da costa a costa, dalle Tremiti al delta padano, dalla Dalmazia alle foci del Timavo. Ed è qui che Strabone, storico e geografo vissuto nel I° sec. a. c., attestava il culto dell’eroe:
Proprio nella parte più interna dell’Adriatico c’è un santuario di Diomede degno di attenzione, il Timavo; esso ha un porto, un bosco bellissimo e sette fonti di acqua fluviale che si riversano subito nel mare con un corso largo e profondo”.
Micene,porta dei leoni
Ed è anche qui che  secondo le leggende troiane: ”Antenore potè, sfuggito agli Achivi, penetrare sicuro nei golfi Illirici e nei più interni regni dei Liburni, e oltrepassare la fonte del Timavo, di dove per nove bocche con vasto  fragore fluisce una dirotta marea, e allaga i campi con flutto scrosciante.”( Virgilio, Eneide,I,242/246).
Antenore, considerato poi il fondatore di Padova, era un personaggio minore dell’Iliade, che appare sugli spalti di Troia, vecchio e saggio, insieme al re Priamo, mentre interviene  in un colloquio con Elena.  Egli, secondo la leggenda, fuggiva da Troia accompagnato e seguito dagli Eneti della Paflagonia, una regione dell’Anatolia centro settentrionale sul mar Nero.
I suoi abitanti , gli Eneti, famosi allevatori di cavalli, furono alleati dei Troiani( Iliade,II, 850/855). Secondo il mito, dopo aver peregrinato per tutto l’Adriatico, come Diomede, anche Antenore  approdava nella terra che dagli Eneti prenderà  il nome, cacciava la popolazione locale, chiamata Euganei, e fondava varie città, tra le quali, la più importante, Padova.
In realtà, in base a ritrovamenti archeologici, oggi si è orientati  a riconoscere, invece, che i Veneti – intendendo per tali tutti gli abitanti di quel vasto territorio che ho indicato -  hanno radici nelle società preistoriche locali, e si sono formate localmente, anche se influenzati da apporti culturali esterni.

La presenza di quei miti, di Diomede e di Antenore, nel mare Adriatico ha indotto storici e archeologi  a  interpretare il fenomeno come la manifestazione di  grandi migrazioni di popoli nomadi, soprattutto mediterranei, che si verificavano in quegli anni, ma anche di presenze mercantili e coloniarie successive ( M. V. Manfredi, Mare Greco, ed. Mondadori)
Il Timavo e tutta l’ area della valle del Vipacco erano i terminali della via dell’ambra, e presso la foce dell’ Isonzo, c’erano empori dove avvenivano scambi commerciali tra Nord Europa e Mediterraneo.
 All’epoca, durante l’età del bronzo, in particolare nel periodo corrispondente, nei paesi mediterranei, all’epoca Micenea, - quella per intenderci prima e durante della guerra di Troia -, sul territorio carsico goriziano e sulle alture sovrastanti la valle del Vipacco, a S. Pietro di Gorizia, a S. Lucia d’Isonzo, sono stati ritrovati reperti di diversi insediamenti, riferibili alla civiltà dei Castellieri.

castelliere,ricostruzione
I Castellieri erano insediamenti fortificati, nati e sviluppatisi soprattutto in Istria e Dalmazia, situati generalmente in posizione elevate, su montagne o colline, costituiti da una o più cinte murarie concentriche dalla forma rotonda, ellittica o anche quadrangolare, al cui interno poi si trovavano piccoli edifici e case costruite generalmente in legno, e di forma circolare.  All’ esterno, secondo gli archeologi, si presentavano come grandi fortezze  dalle mura grandiose, quasi ciclopiche, che richiamano alla mente quelle della cultura palaziale micenea della Grecia della stessa epoca. Lo spessore delle mura poteva raggiungere anche i quattro o i cinque metri, mentre per quanto riguarda l'altezza questa era generalmente compresa fra i cinque e i sette metri. Erano dunque delle cinte piuttosto massicce il cui perimetro poteva misurare anche due o tre chilometri.
Un castelliere lo si trova proprio nei terreni  del castello di Rubbia, abitato tra il XVII e il XIV sec. a. c. e un altro più piccolo, della stessa epoca, nel vicino insediamento di Gabria.
 Oggi il più grande e meglio conservato è quello del monte Brestovec, sul carso Isontino,  vicino S. Michele del Carso,  circondato da una duplice cinta difensiva, con una lunghezza esterna di 160 m, e larga tra i 4–6 m, scoperto da  Carlo Marchesetti nell'Ottocento.
Un altro, secondo gli archeologi, si trovava sotto la rocca di Monfalcone, che invece sarebbe stata costruita da Teodorico nel 490 d.c.
Nell’area triestina, troviamo quello di Muggia e quello di Rupinpiccolo, la cui cinta muraria si estende per più di 200 metri.
La grandiosità di quelle fortificazioni ha fatto pensare che le popolazioni di queste zone provenissero dall’Egeo, assecondando almeno in parte una base reale alle leggende troiane.
Di sicuro, dovevano esserci comunicazioni, contatti di tipo politico, economico, culturale e soprattutto commerciale  tra Nord Europa e sud Mediterraneo: da qui passava  la via dell’ambra, la preziosissima resina fossile di origine baltica, apprezzato prodotto ornamentale, che già allora, attraverso vari passaggi, oggi si direbbe la filiera, mercanti e viaggiatori portavano, attraverso  l’ odierna Germania, la Boemia, l’Ungheria, le Alpi e la valle del Vipacco fino in questa zona dell’alto Adriatico.  Nell’area tra la foce dell’Isonzo e il luogo dove poi sarebbe sorta Aquileia,  avvenivano le contrattazioni per trasferire poi l’ambra nei  paesi del Mediterraneo, Grecia, Asia Minore e Egitto; nella tomba del faraone Tutankhamon sono stati ritrovati gioielli d’ambra come parte del suo corredo funebre. A tale proposito era il castelliere del Natisone un importante luogo di smercio di questo prodotto, dove era anche lavorato.
I mercanti che si incaricavano di quest’ultima parte del viaggio dell’ambra, e di altri generi, erano Greci e Fenici su grandi navi mercantili, “grandi” per l’epoca, sul tipo dei relitti ritrovati sotto il mare, lungo le coste meridionali della Turchia, come quella del capo di Uluburun.
Una “nave” di circa quindici metri, con una vela quadra e un remo che faceva da timone, con un carico di tipo “ internazionale”: rame e stagno, anfore di terracotta, gioielli d’oro,   ambra e zanne di elefante, oggetti d’artigianato e vasi micenei, spade di tipo “italico”, e altro ancora.

Nave mercantile,modellino
Sul luogo si scambio – emporio per i Greci – c’erano anche cantieri, magazzini  e posti per le carovane provenienti dal Nord.
Qui si incontravano i carovanieri dai paesi nordici spesso identificati  con un altro mito, quello degli Iperborei.
Borea era, secondo alcuni scrittori greci e comunque mediterranei, una immaginaria mitica terra, un paese illuminato dal sole per sei mesi l’anno ( Aurora boreale? ), posto genericamente a nord della Grecia; lì, all’estremo nord allora immaginabile, posto tra l’Oceano ( inteso come un anello d’acqua che i greci immaginavano scorrere intorno alla terra) e alcuni monti detti Rifei,  abitavano gli Iperborei.  Secondo Esiodo gli Iperborei si trovavano "presso le alte cascate dell'Eridano (Ἐριδανός) dal profondo alveo".  L’Eridano fu identificato con il fiume Istro, l’attuale Danubio e poi, con il PO.
 Erodoto ( Storie, IV,33) dice che degli Iperborei non ci sono notizie precise e che quelle più “numerose le danno i Deli, i quali dichiarano che dagli Iperborei giungono agli Sciti offerte avvolte in paglia di frumento; e che poi dagli Sciti, passando sempre da un popolo all’altro, vengono trasportate all’Adriatico, il punto più lontano dell’Occidente, da dove…” vengono inviate verso mezzogiorno.
Le popolazioni dei  Castellieri erano dedite non solo all'agricoltura e all'allevamento di suini e caprini, ma anche alla produzione di vasellame per uso domestico, caratterizzato da decorazioni di tipo geometrico, che ci ricordano il cosiddetto fiore delle alpi. Gli storici in verità parlano anche di un’altra attività, che oggi ci appare non proprio lecita, la pirateria, sviluppatasi evidentemente nelle aree marine, soprattutto sull’Adriatico orientale, Istria, Dalmazia. che durò per secoli e diede poi il pretesto a Roma per intervenire nella zona.
Allargando la nostra visuale ad altre regioni, immaginiamo che, alla fine dell’età del bronzo e all’inizio dell’età del ferro, tutta la penisola era coperta da grandi boschi, piccoli e grandi  corsi d’acqua,  villaggi  più o meno fortificati. Nell’epoca dei castellieri, lungo il corso del Po, al centro e a sud,  popolazioni indigene davano vita ad altre civiltà, con le quali si intrecciavano scambi culturali e commerciali.

C’erano i “villanoviani”,  detti così da Villanova, una località vicino Bologna. Una cultura diffusa in Emilia Romagna e  in Toscana, dove poi emersero gli Etruschi, e secondo molti studiosi, anche più a sud.  La popolazione viveva in capanne e villaggi situati, come i castellieri, in posizione elevate, idonee per la difesa, avevano pianta ellittica, circolare, rettangolare o quadrata. Le abitazioni erano costruite con legno e rifinite con argilla.  Inizialmente dediti all'agricoltura e all'allevamento,  i villanoviani  si dedicarono anche ad attività artigianali nella lavorazione dei metalli e la ceramica; successivamente essi  abbandonarono gli altopiani sui quali si erano stabiliti e si trasferirono in prossimità di vie di comunicazioni naturali e di approdi fluviali, lacustri e marittimi, che favorivano il commercio. Anche qui ritroviamo il commercio dell’ambra che come vedremo, occupava anche altri popoli dell’area.
Dove oggi sono le città di Verona, Cremona, Mantova, c’erano i villaggi cosiddetti “ terramare”,  secondo gli archeologi, piccoli insediamenti di tipo palafitticolo su terra, dove si svolgeva soprattutto attività commerciale:  si trovavano infatti  lungo  una via che dalle Alpi giungeva alle sponde del Po, e fungevano anche da depositi e punti di partenza delle merci.

terramare
La merce anche qui era soprattutto l’ ormai nota ambra  e  lo stagno, che venivano trasferite su barconi,  lungo il fiume, fino alla foce, e quindi ai punti di imbarco sull' Adriatico, verso, come abbiamo già visto, il Mediterraneo orientale, l’Egeo, l’Asia minore e l’Egitto.
Le  abitazioni erano per lo più capanne in legno, con pavimenti in argilla e pareti ricoperte di argilla e sterco d vacca. I villaggi erano di forma generalmente quadrangolare, delimitati da un fossato, nel quale scorreva acqua derivata da un vicino fiume o canale, e da un terrapieno.
Da quel che si vede, nell’area lombardo veneta, il commercio di questa ambra dava da vivere a molte popolazioni.
Nell’attuale Lombardia, in  Piemonte e alcune zone alpine, oggi  in Svizzera, era presente un’altra civiltà detta di Golasecca, una località presso il fiume Ticino, e  il lago Maggiore. Anche qui  gli insediamenti  erano posizionati su laghi e corsi d’acqua che agevolavano traffici e commerci, della solita ambra, ma anche del sale, e successivamente di generi provenienti dal mondo greco come vino, bronzo, olio, ceramica e altro.

A Est c’erano   i Liburni, un antico popolo marittimo che nel I millennio a. c. abitava una regione costiera detta appunto Liburnia, , che dovrebbe essere individuata tra Croazia e Dalmazia. Furono loro, secondo gli storici, a insieme agli  Histri, e ad altri gruppi etnici minori  a dar vita alla cultura dei castellieri.  I Liburni erano dediti  soprattutto alla pirateria e ai commerci marittimi, dall'Adriatico si spingevano fino nel Tirreno. Fondarono anche alcune colonie in Italia: forse Lyburnus (oggi Livorno). Da loro deriva il nome della nave veloce liburna, adottata poi dai Romani.
nuraghe,bronzo
Scendendo a sud, oltre il Po, altri popoli vivevano e trafficavano:   gli Etruschi si stavano evolvendo e diventeranno famosi,  nel Lazio e ancora più a sud i popoli  ricordati da Virgilio ( Eneide VII, 700/790 ),  Rutuli,  Aurunci, Equi e Osci, Teleboi, Sabini, i Latini. Nelle isole maggiori come la Sardegna era l ‘epoca della civiltà nuragica, in Sicilia il popolo dei Sicani e altri.
Insomma, il territorio di quella penisola che sarebbe stata l’Italia, era densamente popolato; non c’erano  ancora  grandi città, ma insediamenti più simili a villaggi, più o meno fortificati, o con muraglioni o con semplici palizzate, popoli diversi con usi e costumi diversi, con Dei diversi e con lingue che mi riesce difficile immaginare.
I rapporti non erano sempre pacifici, anzi la violenza era una realtà comune e anche naturale. Prima la difesa dei propri beni,  campi, animali , donne e bambini, poi l’assalto ad altri per impadronirsi dei beni altrui, o di altri territori, per desiderio di semplice supremazia. Nelle società primitive anche l’offesa personale o il rapimento di una o più donne da un villaggio era motivo di guerra ( basti ricordare la leggenda del rapimento di Elena che da luogo alla guerra di Troia o al ratto delle Sabine che da luogo alla guerra tra romani e sabini). 
Anche le migrazioni di altri popoli, il loro stanziamento in aree già occupate non avvenivano sempre di comune accordo tra occupanti e indigeni, ma davano luogo a guerre sanguinose, ribellioni e violenze.
Dal X secolo a. c., mentre a sud del Po si affermavano gli Etruschi, e più a sud ancora iniziava la colonizzazione greca,  nell’estremo nord-est si verificarono grandi movimenti di intere popolazioni alla ricerca di nuove terre dove stabilirsi: Veneti, Histri, Illirici, Liburni, ma anche mercanti Greci e Fenici, e fece la sua comparsa il misterioso popolo dei Celti.


I Celti
Con il nome “ Celti si indicano in genere antichi popoli che occuparono per secoli vaste regioni dell’Europa, dall’Irlanda alla Boemia, dai Carpazi alla Francia, dove furono poi identificati come galli. Molte città europee di oggi : “ …,sono degli agglomerati urbani fondati dai Celti: Parigi, Berna, Budapest, Belgrado, Bratislava…,” e in Italia, “…Milano, Torino, Bergamo….” ( I Celti in Italia, V.Kruta- V.M. Manfredi, ed. Mondadori).
Già Erodoto li nomina, congetturando a proposito dell’Istro ( che sarebbe il Danubio), il cui corso inizierebbe “ dai Celti …”.. i quali, secondo lo storico: “ si trovano fuori delle colonne d’Eracle e confinano con i Cinesii, l’ultima popolazione europea verso occidente”( Storie,II,33:3 e IV 49:3).
I Celti erano un popolo misterioso, le notizie su di loro erano rare e controverse: come si ricava da Erodoto, i loro stanziamenti non erano ben conosciuti, andavano dalla Germania alla penisola iberica, dalla Francia, dove furono conosciuti con il nome di Galli, a territori dell’Europa centrale.
Brenno
I Celti  erano già erano già presenti, in numero ridotto, in varie Regioni della penisola, come la Liguria, e per vari motivi, o come artigiani o come mercenari, arruolati negli eserciti soprattutto delle città  etrusche e greche del Sud.
Ma la vera e propria invasione si verificò nel IV sec., e mise fine, almeno temporaneamente, alle culture indigene: furono popolazioni galliche, dalla Francia, ad attraversare le Alpi, e a dilagare nella pianura padana fin oltre il Veneto, al di qua e al di là del Po, alla ricerca di terre. I Galli erano suddivisi in varie tribù dai diversi nomi Biturigi, Arverni, Edui, Carnuti o forse Carni, Senoni. Alcuni di loro si spinsero fino alle Marche, in Puglia e un gruppo, comandato - secondo gli storici latini - da un tale chiamato Brenno, occupò anche Roma  nel 386 e la saccheggiò: si tratta dell’episodio che è stato raccontato tante volte nei vecchi libri di scuola, delle oche del Campidoglio che svegliarono i difensori della città.
Alcune gruppi, i Carni, si stabilirono prima nelle prealpi friulane e giuliane,  e successivamente invasero la Venezia- Giulia meridionale, l'Istria e la Dalmazia.
Tutte le preesistenti civiltà vennero sommerse, le difese approntate con i Castellieri  travolte, le popolazioni inermi ridotte all’obbligo del lavoro come tributo, sospesi e interrotti tutti i commerci e i rapporti con il mondo greco.
I castellieri, Rubbia e altri, furono o distrutti o occupati e trasformati, resistenze locali soffocate e represse nel sangue.
Passeranno un paio di secoli per consolidare la presenza celtica, e una lenta integrazione nel territorio e con quel che restava delle popolazioni preesistenti.  
Ma a quel punto, incombeva un’altra invasione, che sarà quella definitiva: a sud della pianura padana, sbaragliati gli Etruschi a nord , conquistate a sud tutte le città della magna Grecia, e sconfitto finalmente  il cartaginese Annibale, Roma si affacciava sul Po.

 
Continua……

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 13 febbraio 2013

L' Eco


Il 26 luglio 2003, usciva nelle edicole di una piccola città di confine, Gorizia, e nella provincia, un supplemento a un settimanale della Curia  – “Voce Isontina”, n. 29  --, preparato e scritto in un altrettanto piccolo carcere. Un giornale fatto in carcere, scritto dalle persone detenute non costituiva una novità, ce ne erano già altri ben più conosciuti e importanti; ma qui la grossa novità era costituita dal fatto che, al contrario degli altri che restavano circoscritti al circuito penitenziario, questo supplemento andava nelle edicole e poteva perciò raggiungere un pubblico più ampio e soprattutto poco informato. Il supplemento fu chiamato “ l’ECO “, ad esso partecipavano detenuti italiani e stranieri, collaboravano anche personale penitenziario e aveva come direttore responsabile A.B., lo stesso direttore della Voce Isontina. Leggiamo cosa scriveva a questo proposito :
“ L’immagine di copertina del numero 0 de “ L’ECO di Gorizia “ rappresenta il Coglians, la cima più alta del Friuli Venezia Giulia: tale fotografia vuole esprimere il desiderio che ogni persona porta dentro di sé di “ salire sempre più in alto”, per raggiungere mete e obiettivi importanti. La comunicazione è la forma più elevata di percorso verso gli altri, coloro che vivono insieme a noi e coloro che sono al di là della cerchia delle nostre immediate conoscenze; la vera libertà consiste nella capacità di servirsi delle parole e dei linguaggi per poter svelare i propri pensieri e le proprie speranze. Per questo siamo veramente onorati dalla decisione della redazione de “ l’Eco di Gorizia “ di servirsi del nostro settimanale per pubblicare e diffondere una voce molto importante e preziosa, quella dei detenuti e del personale che gravita intorno alla Casa circondariale: è una parola certamente forte e significativa, che raccoglie speranze, attese e desideri trasformandoli in quell’ ”eco” che attraverso la carta stampata vuole oltrepassare barriere e limiti per raggiungere il cuore delle persone e la sensibilità dei rappresentanti delle istituzioni. Ringraziando quindi ancora gli ideatori e i realizzatori del progetto, nonché il direttore della “Casa”, per la fiducia e l’entusiasmo dimostrati, auguriamo a questa nuova testata giornalistica goriziana una lunga vita, al servizio delle istanze dei più deboli e autentica “voce di chi non ha voce”.
Leggiamola, questa voce di chi non ce l’ha, attraverso l’articolo di fondo firmato da uno degli “ospiti”, che  non posso indicare, per ovvi motivi di privacy, neanche con le iniziali:
“ E’ un avvenimento   che ci riempie il cuore di gioia: un giornale interno all’istituto che vorremmo far sentire come un “Eco”… Con i nostri scritti, tante cose vorremmo esprimere, trasmettere i nostri pensieri , i nostri desideri, e tutto ciò in cui crediamo. Desideriamo cogliere l’opportunità che la Direzione dell’istituto ci ha dato per esaltare i valori della comunità. Quella comunità dalla quale noi ci sentiamo esclusi.  Con l’uscita di questo giornale, chiediamo un aiuto, ( non materiale ) ma uno scambio di consigli e di idee ci permettano di crescere ed arricchire la nostra impresa. Speriamo che le parole dell’”Eco” riescano a rimbalzare all’esterno come una pallina da tennis e raggiungere le persone sensibili ed attente ai nostri problemi. Con l’articolo di presentazione cogliamo l’occasione per ringraziare il direttore , che ci ha concesso di realizzare questo nostro sogno. Ci impegneremo con i nostri e i vostri sforzi per portarlo avanti con serietà. Chiediamo che il carcere non sia solo punizione  ma che ci permetta di riparare anche e solo in minima parte al danno fatto, con questo nostro impegno. Desideriamo farci conoscere dal lato migliore che c’è in noi. E’ vero chi ha sbagliato sta dietro le sbarre, ma con lui ci sono tutta la polizia penitenziaria che ci lavora e ci sono i volontari. Veniteci per un istante idealmente anche voi leggendoci e rispondendo ai nostri articoli o lettere. Fate si che la nostra voce diventi un “Eco”. Oggi, con il numero 0 vorremmo esprimere i nostri più sentiti e significativi ringraziamenti a tutta l’equipe preposta al nostro reinserimento”.
E infine, non possiamo non leggere almeno qualche passo di quello che scriveva  il direttore del carcere: “  ………  avevo qualche perplessità per il fatto che il giornale restasse un fatto interno, limitato perciò a quelle persone che sono detenute e agli operatori, sia professionali sia volontari. Perché se un giornale è prima di tutto informazione, a maggior ragione un giornale dal carcere non può essere a limitata divulgazione tra detenuti e addetti ai lavori. Il carcere, ma direi tutto il sistema penitenziario, è generalmente ignorato e dimenticato, rimosso e perfino rifiutato da tutti; se ne viene a conoscenza solo per fatti negativi, crimini efferati, pericolosi criminali, violenze , morte, evasioni. Ma nel carcere c’è anche altro, soprattutto persone giovani che hanno fatto e fanno scelte sbagliate, disoccupazione, emarginazione sociale, senza tetto, per non parlare di tutte quelle persone in attesa di giudizio e quelle che,  per lungaggini burocratiche o altro, scontano pene per fatti antichi, e quegli stranieri, clandestini e non, che oggi costituiscono quasi il cinquanta per cento della popolazione carceraria. ….”  Dopo aver ringraziato A.B., direttore del settimanale che ospita l’Eco, il direttore prosegue dicendo che: “ questo giornale si propone come informazione a tutti…alla gente comune, si propone di dare voce a chi non ha voce e non può averla per tanti motivi, perché almeno le parole siano in libertà. Perché, come ogni iniziativa che si attua in carcere,  può costituire un ulteriore ponte gettato oltre le mura, e può costituire anche una opportunità di cambiamento e la scoperta di una vita diversa …….” Egli termina dicendo che la redazione è composta da detenuti di ogni nazionalità, lingua e religione e che: “…. non ci sono censure, se non quelle ovviamente imposte dalle leggi vigenti, dai regolamenti penitenziari e soprattutto dalla decenza e dal buon senso”.
Successivamente fu organizzato anche un brevissimo Corso per i detenuti che formavano la redazione, al quale presero parte lo stesso direttore della “Voce” e anche alcuni giornalisti di varie testate locali, ivi compreso il quotidiano in lingua slovena – data la vicinanza del confine con la Slovenia – e anche un fotografo.
Il giornale è andato avanti per alcuni anni, e da quel che so, continua le pubblicazioni. L’unica interruzione fu dovuta alla mancanza di detenuti redattori, perché a seguito dell’indulto, erano stati, quasi tutti, dimessi cioè scarcerati

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giovedì 15 novembre 2012

la tavola Strozzi


La tavola Strozzi  è un olio su  “tavola”,  di 82 x 245 cm, rinvenuta nel 1901, a palazzo Strozzi, a Firenze.

Sin dal suo ritrovamento, si svilupparono dibattiti e diverse interpretazioni. L’unica cosa certa era costituita dal fatto che la tavola rappresentava la città di Napoli.

Alcuni studiosi, tra i quali anche Benedetto Croce, la interpretarono come una rappresentazione del trionfo navale in onore di Lorenzo de’ Medici, andato a Napoli nel 1479, per stipulare un trattato di pace con il re Ferrante d’Aragona.

Secondo un’ altra interpretazione, ritenuta poi storicamente più attendibile, e  accolta dalla maggior parte degli studiosi (e dallo stesso Croce, che riconobbe il suo errore) si tratterebbe invece del rientro trionfale della flotta aragonese dopo la vittoria riportata contro il pretendente al trono Giovanni d’Angiò, avvenuta al largo dell’isola d’ Ischia il 7 luglio 1465.

In origine, la tavola, secondo gli storici dell’arte, era la spalliera  di un letto disegnato da Benedetto da Maiano, toscano ( 1442/1497), architetto e scultore soprattutto di legno intagliato.

 Il dipinto sulla tavola, invece, fu datato tra il 1472/1473,  e si è  ritenuto che sia giunta a Napoli in quell’anno, insieme ad altri doni di Filippo Strozzi al re Ferrante d'Aragona.

Sull’autore della tavola ci sono stati molti dubbi e diverse attribuzioni, ma ne parleremo più avanti. Ora,  non guastano alcune brevi notizie sul periodo storico.

Il regno di Napoli e Sicilia, regnum utriuusque Siciliae, regno delle due Sicilie, era stato fondato nel 1130  da Ruggero II, il Normanno, con capitale Palermo e comprendeva oltre la Sicilia, tutta l’Italia meridionale fino ai confini con lo Stato pontificio.

Il regno normanno  passò  poi all’ l’imperatore Federico II, nipote di Ruggero, e poi per ultimo al figlio Manfredi e quindi al nipote Corradino, sconfitto a Tagliacozzo nel 1267 da Carlo d’Angiò che diede inizio alla dinastia francese degli angioini.

La capitale fu trasferita a Napoli, nel 1282, quando i Siciliani si ribellarono – i Vespri siciliani – e chiamarono in aiuto Pietro d’Aragona, che vantava sulla Sicilia diritti di eredità, avendo sposato una figlia di Manfredi, e nell’isola si formò un regno distaccato da Napoli sotto gli spagnoli Aragona.

Nel 1441, Alfonso d’Aragona, già padrone della Sicilia, assediò Napoli, dove regnava Giovanna II d’Angiò, e, con uno stratagemma, attraversando un antico acquedotto oramai in disuso, riuscì a penetrare in città e a conquistarla, riunificando di nuovo il regno.

Il re Ferrante, figlio di Alfonso, era salito al trono nel 1458: egli non era ben visto, il suo regno fu insidiato dai nemici esterni e dal malcontento interno.

I suoi nemici interni, i baroni, si erano collegati con quelli esterni, che facevano capo a Giovanni d’Angiò, discendente della casata angioina e pretendente al trono; e lo avevano chiamato in aiuto per prendere il comando  della rivolta, nel 1459.

La lotta durò più di cinque anni e malgrado i successi contro gli insorti, c’erano ancora sacche di resistenza: l’angioino si era rifugiato con i suoi seguaci nel castello dell’Isola d’Ischia.

Il regno meridionale era, all’epoca,  il più grande e più potente della penisola oltre ad essere l’unico regno, dal momento che gli altri stati italiani non avevano questa qualifica: i territori più grandi dopo quello potevano essere  la repubblica di Venezia e lo Stato del papa, mentre Lombardia e Toscana erano piccole realtà ducali e i Savoia  erano solo una ignota famiglia di una lontana  contea, in mezzo alle Alpi.

Giovanni d’Angiò si era rifugiato nell’isola d’Ischia, nel castello detto aragonese, ( Vedi il castello aragonese in  storia e storie blog spot oppure su artericerca.com), l’isola fu presa d’assalto e occupata. Il pretendente angioino, abbandonato il castello, fu sconfitto in una battaglia navale proprio nei pressi dell’isola, nel 1465.

Il regno Aragonese durò poco, sessant’anni, fino al 1503, quando tutto il territorio passò sotto il dominio diretto della Spagna.

 

Secondo gli studiosi, è all’episodio della battaglia navale a largo di Ischia, che si ispira l’autore della tavola, illustrando il rientro della flotta nel porto di Napoli, dopo la vittoria.

La paternità della tavola è dubbia  - si era fatto anche il nome di Leonardo da Vinci – ; sarebbe stata dipinta, con qualche dubbio, nel 1472, un periodo tranquillo dopo la tempesta di lotte interne e guerre esterne, per il regno e il re Ferrante.

Il dipinto è stato  attribuito invece a Francesco Rosselli, (1448-1513),un modesto e semisconosciuto pittore toscano,  più noto come incisore e cartografo, autore tra l’altro di altre opere analoghe come la veduta di Firenze detta della Catena, e di Palazzo Medici , che è considerato il primo esemplare nella storia della cartografia che rappresenta una città,  con tutti i suoi edifici e le strade e le piazze, a “ volo d’uccello”.

Altri, convinti che una simile opera doveva essere per forza di chi era di e a Napoli e, perciò,  conosceva molto bene la città, hanno parlato di un tal Francesco Pagano, pittore  napoletano di cui non si hanno molte notizie, o anche di Colantonio,  altro pittore vissuto alla corte degli Angioini e poi degli Aragonesi.

Comunque sia, la tavola offre all’autore l’ opportunità di  fornire l’immagine della città, dal mare, e se veramente era un dono rivolto al re, non c’è dubbio che era stata composta per celebrarne il potere, il governo e le vittorie.

I tanti studiosi dell’opera su una cosa sono d’accordo: l’opera non ha un grande valore pittorico, ma ne ha sicuramente uno storico, in quanto mostra l’aspetto della città nel XV secolo, la definirei una fotografia della città di quell’epoca.

In primo piano si vede  il lungo corteo delle navi che rientrano in porto. Si notino i particolari: le navi non sono tutte uguali, si vedono vascelli, galee e altre barche.

L’orizzonte  si sta schiarendo e ciò ha fatto pensare a una immagine di un rientro in porto all' alba; si vedono anche uccelli in volo.

Napoli appare, a prima vista, con una grande presenza di strutture militari:  i castelli ( castel dell’Ovo a sinistra di chi guarda, la imponente mole del Castel nuovo ( più conosciuto come maschio angioino, perché costruito da Carlo d’Angiò) al centro, alle spalle, sulla collina, il castello di S. Elmo, più a destra Castel Capuano ( per maggiori particolari vedi  “ Porta capuana” e “il Vomero” su giovanni attinà blogspot storia e storie), la cui mole emerge sulla fitta edilizia circostante.

Il re Alfonso, padre di Ferrante, aveva dato un grande impulso alla ricostruzione di tutti i castelli, trasformandoli in vere e proprie fortificazioni, anche per le nuove armi da fuoco che proprio in quegli anni facevano le loro prime apparizioni.

 In quel periodo infatti la città era messa alla prova – come detto prima - dalle ripetute rivolte baronali, che avevano fatto accantonare i progetti di riordino urbanistico,  concentrando le risorse in opere difensive.

 Il resto della città presenta ancora l’ antica struttura della originaria “polis” greco-romana,  racchiusa nella cinta delle mura con le torri di guardia, tutta situata ad oriente, nel centro, che oggi è detto antico,e si vede a destra di chi guarda la tavola, rispetto allo sviluppo successivo della odierna città. Si vedono anche  edifici religiosi risalenti all’età angioina, in primo luogo S. Chiara e, in basso a destra, sulla spiaggia, vicino alle mura e a una porta, persone che parlano e altre a cavallo.

Sulla sinistra, quasi al centro della tavola, la torre di S.Vincenzo, che era una specie di scoglio poi sotterrato dalle successive modifiche del porto, anch’esso fortificato, per la maggior difesa del porto.

Il Castelnuovo che appare  in primo piano, è rappresentato con minuziosa cura e sono perfettamente individuati e descritti i dettagli edilizi. Si vedono sulla parte orientale le torri di S. Giorgio e quella maestra, in primo piano, che appare più alta di come è ora, detta di ”Beverello”.

Beverello oggi è anche il nome del Molo, posto proprio davanti al castello.

Sono inoltre delineate,  con la massima cura, anche gli altri edifici, civili e religiosi e perfino  il Castello di S. Elmo,  sulla collina.

Non si esistevano  gli attuali quartieri di Chiaia e Posillipo, e  le colline del Vomero, di Posillipo e di Capodimonte,  appaiono verdi per gli  alberi e le piante, occupate solo da poche ville di campagne e piccoli villaggi rurali, mentre oggi sono piene di palazzi e condomini.                                             Da Castel nuovo a sinistra, verso Castel dell’Ovo si vede già un embrione di strada sulla spiaggia che doveva servire da collegamento tra le  fortezze per scopi difensivi:  lì oggi c’è via Partenope.

Malgrado la precisione e la cura profusa dall’autore, alcuni elementi del dipinto non mi sembrano perfetti: parlo delle proporzioni, ad esempio tra le persone, sia a piedi e ancor di più a cavallo rispetto alle mura,  o anche alle navi, mi riferisco al rapporto tra il Castel nuovo e il molo e tra questo e le navi che appaiono minuscole rispetto al resto. Forse perché si tratta di una ripresa dall’alto?

Ed è quì che sono nate anche molte discussioni e ipotesi, peraltro non ancora terminate: dove si era posto  l’autore, quando ha dipinto la tavola?

Gli storici dell’arte sono partiti, per tentare di spiegarsi la tecnica usata dall’autore,  dalla costruzione del faro, detto la Lanterna, eseguita durante il regno di Ferrante d’Aragona, sicuramente dopo la vittoria riportata contro i ribelli, negli anni ’80 del secolo.

La Lanterna, restò in funzione per secoli: la si vede bene nel dipinto ottocentesco di Anton van Pitloo,  e fu abbattuta solo nel 1932,  per far posto a i nuovi lavori di ristrutturazione di tutto il porto e della Stazione marittima.

Come mai questo faro non appare nel dipinto?   Non era stata ancora costruita?  L’autore ha dimenticato di inserirla o c’è un altro motivo?                                            

In base  ai soli elementi disponibili, la visione dall’alto, in un epoca in cui come è noto non c’erano aerei o altri oggetti volanti, e l’assenza della lanterna dal dipinto, qualche studioso – Roberto Taito, disegnatore, pittore e scultore, sul sito: studi di R. Taito sulla realizzazione della tavola Strozzi e sulle tecniche di disegni e dipinti di autori del XV, XVI,XVII secolo  -  ha ipotizzato l’adozione da parte dell’autore di una difficile tecnica di disegno che prevedeva, oltre al punto di vista reale, anche un punto di vista fittizio. 

La tecnica ,  dice, veniva utilizzata per disegnare scene con vista aerea a volo d'uccello quando non si aveva a disposizione una altura da cui osservare completamente la veduta dalla giusta distanza. In tal caso allora si sfruttava un alto edificio facente parte del panorama stesso (una torre, un tetto, un campanile, un faro etc.), e, in un secondo momento, veniva inserito artificiosamente nella veduta stessa. Così si otteneva una bella immagine a volo di uccello molto realistica che dava l'impressione di essere ripresa da un punto di vista aereo e da una posizione molto più arretrata e non meglio identificata proprio perché inesistente.                                                          

Stando a questa interpretazione, l'artista della Tavola avrebbe lavorato dall’alto della Lanterna, completando il dipinto senza inserirla nella veduta. Questo perché egli stava realizzando la ricostruzione storica di un fatto avvenuto alcuni anni prima, quando la Lanterna ancora non era stata ancora costruita. La Lanterna fu costruita tra gli anni 1481/1487, lontano quindi dagli avvenimenti dipinti nella tavola: di conseguenza anche la data della sua composizione, fissata, come si è visto al 1472/1473,   sarebbe spostata di almeno 10 anni dopo.

Altri documenti e studi si possono trovare sul sito dell’Università degli studi “Federico II°”, Dipartimento di discipline storiche “E.Lepore”, e altri siti che facilmente si possono rintracciare.

Al momento, mi sembra che,  in assenza di dati certi,  ogni ipotesi può essere considerata fondata o infondata, ma resta comunque teoria.

 Al di là di tutto questo, quel che è certo  della tavola, è  l’ indubbio valore storico dell’ immagine quattrocentesca della città di Napoli.

 





 

 

 

lunedì 5 novembre 2012

m'hai provocato e io te distruggo


Con queste parole, Alberto Sordi, nel film “ Un americano a Roma “ del 1954, dopo essersi sforzato di mangiare  latte, marmellata, senape e altri generi che per il personaggio rappresentano l’alimentazione tipica  statunitense,  guarda il bel piatto di spaghetti già pronto e lo divora. Chi non ha visto questa scena. 

E chi non ricorda la scena del film “Miseria e nobiltà”, anche del 1954,  con Totò – a fianco al quale lavoravano due giovanissime attrici che diventeranno famose: Valeria Moriconi  e una certa Sofia Loren  -, che, insieme agli altri personaggi mangiano gli spaghetti con le mani!

Cito solo questi due film perché sono i più conosciuti e i più trasmessi dalle TV nazionali e locali, ma ce ne sarebbero tanti altri, perfino americani dove la cucina italiana è identificata con spaghetti e polpette. Quei film rispecchiano la realtà e danno l’immagine di cosa sono gli spaghetti  nel nostro paese: l’alimento più importante ma soprattutto il piatto nazionale.

“….quando scocca l’ora del pranzo, -  C. Marchi, Quando siamo a tavola, viaggio sentimentale con l’acquolina in bocca,  da Omero al fast-food, ed. Rizzoli 1990 -, seduti davanti a un piatto di spaghetti, gli abitanti della penisola si riconoscono italiani, come quelli d’oltre manica, all’ora del the, si riconoscono inglesi”. E non solo Spaghetti, ma anche spaghettini, linguine e trenette, penne rigate e lisce, rigatoni, linguine e fusilli, vermicelli e bucatini, farfalle e conchiglie, sedani e orecchiette, tubetti e tanti altri formati,  almeno una novantina, e poi la pasta fresca,  gnocchi, fettuccine, lasagne, tortellini e altre paste regionali che oggi non sono più tali, perché si trovano dappertutto.
 Tutti hanno dato il loro contributo all’ Italia, alla sua unità, e anche a “ fare gli italiani ”. Non era precisamente quello che voleva – o che intendeva - il piemontese  Massimo D’Azeglio,  quando a suo tempo, fatta l’Italia, disse questa cosa, però…,…..

Aldo Cazzullo, piemontese di oggi , giornalista, nel suo libro “ l’Italia de noantri” dice:” gli italiani oggi mangiano le stesse cose, eppure non soltanto i nonni non mangiavano la pizza, ma ancora due generazioni fa in Piemonte erano in pochi a mettere a tavola gli spaghetti”.

E proprio il Piemonte che conquistò, nel 1860, il regno del sud, è stato poi conquistato  dagli spaghetti sudisti; parafrasando una nota frase di Orazio, il poeta romano, si potrebbe dire che: “ Neapolis (Graecia) capta, ferum  victorem cepit……”, e la pasta portò nel rustico Piemonte.

Spaghetti e altri formati di pasta, lunga e corta, secca e fresca, già da qualche anno inondano i supermercati italiani, sono presenti almeno due o tre aziende produttrici di pasta, e oggi li trovi anche all’estero. Devo ricorrere per forza ai film di Totò per ricordare la scena di “Totò,Peppino e la malafemmina” : giunti  nell’albergo di Milano dal paesello del sud, Totò e Peppino, i fratelli Capone, tirano fuori dalla valigia, oltre a salumi, formaggi e galline, gli spaghetti, la pasta “bianca”, perché convinti che a Milano non l’avrebbero mai trovata.

Ma perché il nostro paese, e specialmente il sud, è stato identificato con la pasta, perchè siamo definiti  “ maccaroni”,  e che storia c’è, dietro?

L’inizio di tutto questo è lontano nel tempo, e anche qui  ci sono invenzioni, ipotesi e leggende e anche un po’ di storia.
Intanto bisogna subito chiarire che spaghetti, maccheroni e simili non sono nati a Napoli, come si vorrebbe far credere, anche se poi l’area napoletana e/o campana è stata identificata come quella di maggior produzione e consumazione.





Sulla origine della pasta, proprio in quella città si raccontava una favoletta: ” C’era una volta, a Napoli, un grande mago che stava  giorno e notte in casa, e studiava e leggeva antichi libri magici. Egli trascorreva intere giornate e anche notti, davanti a una pentola in ebollizione, e  tutti si chiedevano cosa faceva, ma nessuno riusciva a sapere niente. Ma la sua vicina di casa, tale Jovannella, però,  decise di mettersi d’impegno e cominciò a spiarlo:  così guarda oggi e guarda domani, osserva di giorno e osserva di notte, alla fine, un bel giorno, capì tutto il segreto e decise di approfittarne. Per diventare ricca e potente, si presentò al re e  chiese di potergli cucinare una nuova  pietanza di sua invenzione.  Il re, incuriosito da queste parole, l’autorizzò, e allora Jovannella: ” prese prima fior di farina, lo impastò con poca acqua, sale e uova, maneggiando la pasta lungamente per raffinarla e ridurla sottile come una tela. Poi la tagliò con un coltelluccio, in piccole strisce, le arrotolò in forma di piccoli cannelli e fattane una gran quantità, essendo morbidi e umidicci, li mise ad asciugare al sole”.  Quando finalmente mangiò questi “ piccoli cannelli” essiccati e conditi , il re ne fu entusiasta e premiò  Iovannella. che  diventò ricca  insegnando la ricetta della pasta al cuoco del re e ai cuochi di tutti i nobili del regno. Al povero   mago, vistosi scoperto, non restò altro che scappar  via da Napoli e di lui non si seppe più nulla”.  Un raccontino  ingenuo e superficiale , ma nato per far credere che la pasta era stata inventata a Napoli.
Fino a qualche tempo fa si credeva che la pasta avesse una origine cinese: scavi archeologici  avevano trovato, in una zona della  Cina,  sotto alcuni metri di terra e sedimenti, una pentola con dentro una specie di spaghetti, fatti con acqua e miglio, databili tra i 4000 e i 2000 anni prima di Cristo.  Dalla Cina, secondo alcuni , fu Marco Polo a portarli e a farli conoscere in Italia e in Europa. Altri asserirono che il veneziano non c’entrava niente e che quella ipotesi era solo una invenzione commerciale o, nel migliore dei casi, un equivoco,  dovuto al fatto di definire  pasta, come la intendiamo oggi noi, qualsiasi prodotto fatto con acqua e farina di un qualsiasi cereale. Il prodotto, cosi inteso genericamente, era usato in tutto il mondo da millenni data la semplicità della preparazione.
 “ Impastare”, che è il significato originario da cui deriva poi la parola pasta, secondo gli studiosi, è una operazione che possiamo far risalire fin quasi all' età neolitica,  quando l'uomo, in Cina come in Europa e altri continenti, iniziò la coltivazione dei cereali e che, poi, imparò a macinare, impastare con acqua, e cuocere o seccare al sole, per poterli conservare a lungo.
Per questo motivo, si dice,  quegli spaghetti cinesi devono essere considerati indipendenti da altri tipi di pasta compresa quella occidentale, di cui si trovano tracce già tra  Etruschi,  Greci, Romani e Arabi..
Nella  Grecia antica, l’impasto di acqua e farina veniva chiamato “laganion” che indicava, secondo qualcuno, le nostre lasagne, ma per altri una pasta sfoglia, o una larga e sottile focaccia con farina, miele e olio.
Dai Greci delle colonie del sud Italia, arrivano a Roma le “lagane”, e, anche quile interpretazioni sono diverse: per alcuni più semplicemente lasagne e, per altri invece, così come indicate nel vocabolario Calonghi, come frittelle o pizze. “Inde domum me ad porri et ciceris refero laganique catinum”, il poeta Orazio così descriveva la sua fine giornata, quando si ritirava a casa e mangiava lagane  con porri e ceci. Anche il più famoso cuoco dell’impero, Apicio,  parla nel suo “de Re coquinaria” di ricette che hanno fatto supporre una ampia conoscenza  delle lagane.
La parola “ lagana”  ancora oggi  indica nel Meridione, per es. in Basilicata, le lasagne, e nel dialetto napoletano – ma anche di altre regioni del sud - la parola “laganaturo” indica il matterello, l’arnese con il quale si stende la pasta per lasagne e altra pasta fresca.
.Per trovare invece qualcosa di più vicino a noi, e alla pasta come la intendiamo oggi, gli storici hanno guardato alla coltivazione del grano duro, e chi è che coltivava grano duro? Tutti i popoli, soprattutto del Mediterraneo, che avevano come base alimentare il pane e il grano, e in particolare gli Arabi. Questi già utilizzavano grano duro con acqua “ facendo lunghi fili essiccati al sole”, che potevano essere conservati, portati nei loro spostamenti nel deserto o in lunghi viaggi sulle navi, e offrivano l’opportunità di una minestra calda semplicemente buttandoli in acqua bollente e salata”.
Secondo questa teoria, quando nel VII° secolo d.c., gli Arabi conquistarono la Sicilia, portarono con sé anche il grano e la sua coltivazione.
 A riprova di ciò, viene citato Al-Idrisi, geografo di Ruggero II di Sicilia, che, in un suo libretto  datato 1154,  descrive Trabia, un paese a 30 km da Palermo, come una zona con molti mulini, dove si fabbricava una pasta a forma di fili chiamata “ itrya”, che  significa "focaccia tagliata a strisce", e che veniva spedita con navi in abbondanti quantità per tutta l'area del Mediterraneo, sia musulmano sia cristiano dando origine a un commercio molto attivo.  Quei “lunghi fili essiccati” ricordano tanto vermicelli, spaghetti e simili e ancora oggi a  Palermo si mangiano i  vermicelli di “tria”, una sorta di spaghettoni, nei quali molti vedono un antico retaggio del passato arabo dell’isola..
E’ questa che  viene considerata la nascita della pasta, come oggi la intendiamo. Di lì a poco si faranno strada, in Sicilia, anche i “ macarruni” che indicavano genericamente  – come avviene ancora oggi in Italia meridionale – la pasta corta.
 Dai porti arabi la pasta  secca a lunga conservazione iniziò la sua diffusione in Italia, in primo luogo con le repubbliche marinare, Genova, Venezia, e Pisa. Si iniziò anche a fare vermicelli e maccheroni ad Amalfi e  alle pendici del Vesuvio,  ma gli storici riportano che la produzione maggiore, fino a tutto il secolo XVII, fu e restò in Sicilia.
 Sorsero le prime botteghe per la preparazione professionale della pasta  già a metà del XIII secolo, anche a Napoli e a Genova, città che avranno poi grande partecipazione nell'evoluzione e nel successo delle paste alimentari, poi  anche in Puglia e Toscana e vennero costituite le prime corporazioni di pastai. L’ Emilia Romagna, la Lombardia, il Veneto si dedicheranno invece alla pasta fresca, come fanno ancora oggi.
Nel trecentesco Liber de coquina , scritto in latino, la lingua dotta dell’epoca, veniva spiegato molto dettagliatamente il modo di cucinare le lasagne. Erano lessate e cucinate in bianco, e condite ad esempio con cacio e pepe, una spezia esotica allora molto costosa, poiché il pomodoro arriverà  dopo  la scoperta dell’America del 1492, e sarà sperimentato con la pasta solo nel ‘700.  Si noti che ancora oggi ritroviamo, nella cucina romana, spaghetti conditi con cacio e pepe.
Dal “ Convivio” di M.Montanari,” una raccolta di testimonianze letterarie sulla cultura alimentare, la sua storia e il suo evolversi”,  riporto quanto descritto da  un tal Sabadino degli Arienti (1445-1510), notaio bolognese ma anche scrittore a tempo perso: egli, ne “ le Porretane”, - da Porretta Terme, località termale sita tra Bologna e Firenze, già evidentemente famosa all’epoca, dove un gruppo di giovani  soggiornano e si raccontano novelle sullo stile del Decamerone, -  parla di lasagne “ cum buono caso gratusato…”.
Si consigliava inoltre di mangiarle con "uno punctorio ligneo", un attrezzo di legno appuntito, probabilmente l’antenato della forchetta. In effetti, mentre nel resto d'Europa, per mangiare le lasagne, si useranno le mani fino al XVII-XVIII secolo, in Italia si ebbe una precoce introduzione della forchetta, più comoda per mangiare la pasta scivolosa e bollente.
E citiamo anche il Decamerone, Boccaccio, in una delle novelle – VIII,3 – parlando del paese di Bengodi, dove c’è abbondanza di vini, salsicce e carni e formaggio parmigiano grattugiato “ sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli e cuocerli in brodo di capponi…..”.
Nel XV secolo nel Libro de arte coquinaria,  scritto in volgare da un tale  Martino, che doveva essere un cuoco famoso, si trovano le prime indicazioni tecniche per la preparazione dei "vermicelli":  poi piglie de la farina bellissima et impastala con biancho d’ovo et con acqua rosa ecc…..”,  e dei  "maccaroni siciliani" (per la prima volta il termine indica pasta corta forata), e dei "maccaroni romaneschi" ( identificate come una specie di fettuccine). Le ricette dell'epoca prevedevano che la pasta fosse servita anche un po’ scotta, come contorno ad altre vivande e specialmente con la carne, come succede ancora oggi in alcuni paesi fuori dall'Italia, mentre da noi già  cominciava a farsi strada, invece, l’idea della pasta “ al dente”.
Ancora nel XVI secolo, i Siciliani erano chiamati “mangiamaccheroni” e niente faceva pensare che il soprannome potesse venire esteso anche ad altri popoli del sud, calabresi ,pugliesi e soprattutto campani. I napoletani, in particolare erano, invece,  i “mangiafoglie” perché grandi mangiatori di broccoli, cavoli e  comunque di “foglia”, ancora oggi molto usati in quella cucina. Basti pensare che il pranzo “classico” di Natale iniziava con la cicoria in brodo.
“Io mangio i maccheroni? Grida il tipico siciliano del teatro comico del XVII sec., al napoletano rispondendogli: tu mangiafoglie, tu napoletano…, ma siamo già verso la fine del secolo quando nella novella : la Gatta Cenerentola di G.B.Basile, il re, durante un banchetto, chiede, tra le altre portate, da dove arrivano “ …i maccheroni e i ravioli?”.
E’ infatti,  solo alla fine del ‘600 che arrivano i maccheroni nell’area napoletana, anche se già da tempo c’erano pastifici nella zona, ma non a livello di quelli siciliani. Sorgevano pastifici un pò dappertutto, ci sono ancora oggi in Puglia, in Abruzzo, e poi anche al nord, in Veneto e perfino a Trieste, ma non si può ignorare che la Campania, e l’area vesuviana e Gragnano in particolare, ha dato vita a una gamma infinita di capolavori dell’arte pastaia.
Il paese di Gragnano  fu favorito dalle particolari condizioni climatiche, che permettevano la lenta essiccazione della pasta. La grande richiesta  fece si che da allora  i gragnanesi si dedicarono alla "manifattura della pasta".  All’inizio erano pastifici a conduzione familiare, poi vista la grande richiesta si cominciò a lavorare sempre più in grande, fino ai livelli industriali di oggi.
 Dopo il 1860, con l’unità d’Italia, i pastifici gragnanesi continuarono la produzione e iniziarono anche l’esportazione in altre zone dell’Italia, ottenendo addirittura, dicono le cronache, l’apertura di una stazione ferroviaria per  facilitare l’esportazione, e alla inaugurazione erano presenti re e regina d’Italia. Oggi la pasta di Gragnano è la più famosa e la si trova in tutto il mondo.
Gli antichi maccheroni alla napoletana, ma solo per i grandi banchetti offerti a principi e nobili, erano “ di pasta reale fritti con mele et zuccaro sopra” oppure ” cotti nel latte e con butirro et cannella, zuccaro e formaggio sopra”, mentre la plebe dovette  accontentarsi di condire gli spaghetti con solo formaggio “nolano” di Nola, (una specie di pecorino) e mangiarli, per strada, con le mani, presi dal “maccaronaro” venditore ambulante munito di un gran pentolone fumante.
Ma la vera  grande scoperta  fu , nel secolo seguente,  l’unione della pasta con il pomodoro, proveniente dalle Americhe, e impiantato nelle terre del sud con un clima più idoneo e vicino a quello di origine. L’apoteosi fu raggiunta quando al pomodoro, furono aggiunti carne, pesci e molluschi .
I re Borbone erano fanatici della pasta: Ferdinando I° non concepiva un pranzo senza spaghetti, Francesco II era soprannominato “Lasa” perché il suo piatto preferito erano le lasagne, alla napoletana naturalmente.
Quante ricette sono state inventate per la pasta e in relazione ai vari formati e modificate e riadattate secondo le zone, gli ambienti e le epoche.
Le  salse tradizionali classiche, rosse o bianche,  con pesci e frutti di mare e molluschi, sono stati abbinate sempre a spaghetti e spaghettini, vermicelli, linguine e bavette, quindi paste lunghe,  più o meno sottili, che non devono esser spezzati, come mi è capitato di vedere soprattutto in alcune case del nord, e dover purtroppo mngiare;  tranne la famosa pasta con le sarde, siciliano tipico, cucinato con i ziti, lisci.
I sughi con le carni, i ragù e simili, invece sono stati abbinati alle paste corte e grosse, i maccheroni propriamente detti rigatoni, zite, penne di varie misure rigate o lisce, fusilli corti o lunghi eo bucati, paccheri e altre.
Poi secondo le cucine locali si possono trovare i bucatini , lunghi, conditi con l’amatriciana o la classica carbonara , oltre poi a gnocchi, tortellini ravioli, ecc..….
Da qualche anno però le cose sono state cambiate, la nuova cucina ha mischiato le cose, i sughi tradizionali sono stati anch’essi modificati, mescolando ad esempio verdure e molluschi o frutti di mare e combinandoli con diversi tipi di pasta, con risultati interessanti.   
Si è detto che la pasta è un alimento ingrassante, sono state create paste dietetiche e con diversi tipi di farina, ma non è più la pasta tradizionale; poi  si è parlato della cosiddetta dieta mediterranea, nella quale la pasta occupa un posto di primo piano.
Da ultimo, nel mese di ottobra 2012, al salone del gusto di Torino, ai margini del World Pasta Day, è emerso come l’alimento che, se da una parte subisce rincari spesso poco giustificati, dall’altra resta il prodotto alimentare in grado di sfamare al più basso costo, famiglie intere: il che non guasta in tempi di crisi economica.
Il quotidiano che riportava la notizia, così titolava: “la pasta vince il giro del mondo culinario
La pasta tralaltro muove anche le esportazioni: addirittura in Cina, ritenuto come abbiamo visto  e a torto, l’inventore della pasta, le vendite sono più che raddoppiate, per non parlare dei consumatori più appassionati della pasta italiana, cioè tedeschi, inglesi, statunitensi e anche giapponesi, che la cucinano a modo loro e secondo il proprio gusto.
Per finire, riporto di seguito la ricetta del condimento più semplice e sicuramente più conociuto della pasta, i vermicelli aglio, olio e peperoncino, come la si legge in un vecchio libro di cucina di E.Avitabile, “ mangiamo alla napoletana” edito nel 1976:
è uno dei piatti più umili della nostra cucina ma che più si impone per la sua schiettezza, per il suo sapore, per la sua fragranza…” e ancora”….non c’è banchetto di riguardo, o tavolata campagnola, o cena notturna che non si chiuda con un assaggio di questi vermicelli.E’ il biglietto di augurio di un a presto rivederci, che lo chef,  l’oste, il trattore vi porge, e che non potete fare a meno di accettare....”
La ricetta è elementare: “ in acqua bollente e salata lessare i vermicelli “ al dente”, (qui ci vuole la massima attenzione!) Prima di scolarli, fate soffriggere a parte, in purissimo olio extra vergine di oliva un aglio a spicchi fino a che non sarà imbiondito – e non bruciato – aggiungendo peperoncino rosso secondo il proprio gusto. L’ olio deve essere abbondante perché i vermicelli devono essere scivolosi, sciuliarielli.Versare i vermicelli al dente in una zuppiera, condirli con l’olio e il peperoncino, dopo aver eliminato l’aglio, aggiungere abbondante prezzemolo e eventualmente sale. Mescolare e servire”.
Se proprio si vuole e/o si trovano in casa, si possono aggiungere anche a crudo alici sotto’olio di Cetara.

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