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Racconti

venerdì 20 maggio 2011

castello aragonese




Tutte le sere alle sei, più di una barca parte per Ischia, vogliono dieci carlini,se ne danno tre o cinque al massimo.
S’ arriva alle sette del mattino: andare a Casamicciola, prendere alloggio da un contadino; gli si danno due o tre carlini al giorno, la moglie cucina; prendere un asino e andare a Forio,città di ottomila anime; il giorno dopo andare alla villa che sovrasta la cittadina, fino a che non ci si trova dirimpetto Capri.
Stendhal,” Roma,Napoli e Firenze”,1817.


A Ischia ci si va per fare i bagni, quelli di mare, ma soprattutto quelli termali: sono note dall’antichità le sue acque termali, riscaldate dalla continua attività dei focolai vulcanici sotterranei .
Ischia è dominata dall’Epomeo, un vulcano di circa 800 metri. sul livello del mare. Secondo il mito degli antichi colonizzatori, Zeus, il padre di tutti gli dei, avrebbe imprigionato il gigante Tifeo, che con i suoi contorcimenti avrebbe provocato terremoti e eruzioni. Sull’isola, chiamata Pitecusa, era già attivo, intorno al IX sec.a.c., un emporio commerciale da coloni Eubei, provenienti secondo lo storico e geografo Strabone provenivano dalla città di Calcide ed Eretria. Egli scrive anche che a causa di terremoti e eruzioni e di “acque bollenti”, derivava il mito” secondo cui Tifeo giacerebbe sotto quest’isola; quando egli si agita farebbe venir su le fiamme e le acque e talvolta anche piccole isole con getti d’acqua bollente”. Sono proprio questa acque che poi hanno fatto conoscere l’isola e ne hanno fatto la fortuna di centro termale.
Arrivando a Ischia dopo aver superato Procida e l’isolotto di Vivara, il visitatore attento può scorgere, sulla sinistra, su una enorme roccia sorgente dal mare, confusi tra roccia e vegetazione, torri, merli e cupole.
E’ il castello Aragonese.
La sua è una storia millenaria: inizia, secondo gli studiosi del sito, nel V sec. a.c, nell’epoca in cui la penisola italiana e il Mediterraneo occidentale erano dominati da Etruschi e da Cartaginesi, ed entrambi si contendevano le colonie greche della Campania e della Sicilia .
L’isola, che all’epoca veniva chiamata Pithecusa, secondo alcuni l’isola delle scimmie da “pìthekos”, scimmia, fu quasi subito conquistata dallo Stato più importante della zona, Cuma.
Nel V sec. 474 a.c., in una battaglia navale nello specchio di mare compreso tra Cuma e l’isola , Gerone I, signore di Siracusa, chiamato in soccorso dai Cumani, inflisse una pesante sconfitta alla flotta etrusca e insediò un presidio sull’isola.
Fu in questa occasione che, secondo la tradizione, su uno scoglio emergente dal mare per oltre 100 metri, Gerone fece costruire una fortezza.
Probabilmente, l’originale murazione, di cui non resta nulla, era in blocchi di tufo, e seguiva l’andamento irregolare del luogo, mescolandosi e confondendosi con la roccia .
Alla fortezza si accedeva via mare, per una scala esterna scavata nella pietra , ancora oggi visibile in parte, poiché lo scoglio era separato dall’isola maggiore e non c’era alcun ponte di collegamento.
Nella cosiddetta casa del Sole, una antica costruzione posta all’interno del castello, sono oggi esposti, oltre a opere di arte moderna, resti di secoli passati, e si ammirano pregevoli strutture architettoniche risalenti a diverse epoche.
Con la progressiva crescita di Neapolis e la decadenza di Cuma, Pithecusa e le altre isole vicine entrarono nell’orbita della città emergente e ne seguirono le vicissitudini e la storia.
L’antico nome fu poi sostituito con Aenaria, termine più vicino al latino, e successivamente da Iscla, da cui Ischia, che secondo i glottologi, sarebbe il risultato della evoluzione della parola latina “insula”.
Tutte le dominazioni successive, Romani, Goti, Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini apportarono alla fortezza di Ischia modifiche e trasformazioni secondo le diverse esigenze e diversi stili architettonici, allargandone il perimetro a tutta l’area disponibile, di circa 50.000 mq., che si avviò a diventare una vera e propria cittadella.
I maggiori interventi furono effettuati nel XIV sec. con gli Angioini, le mura furono ricostruite in stile romanico tipico dell’epoca, con alte torri merlate: una antica torre di avvistamento è ancora oggi visibile.
Il castello assunse quindi il carattere di cittadella fortificata, pronta ad accogliere la popolazione del borgo sottostante e anche dell’isola, per difendersi dalle incursioni dei pirati saraceni; all’interno sorgevano abitazioni, servizi e soprattutto chiese, come era nella mentalità degli Angioini, che avevano riempito anche la capitale del regno, di chiese e conventi.
Venne costruito il Maschio, la torre più alta, per ospitare il re e la famiglia, e naturalmente la sede vescovile . Risale all’epoca angioina , circa il 1300 , quello che resta della cattedrale dell’Assunta nello stesso stile romanico, sopra la vecchia cappella normanna, che venne trasformata in cripta gentilizia. La cattedrale era di due piani: quella superiore presentava tre navate di stile romanico con sovrapposizione di stile barocco, le due laterali coperte con volte e a crociera, fu distrutta dai bombardamenti effettuati dal mare dagli inglesi nel 1809 durante il periodo murattiano.
All’inizio della navata c’è il fonte battesimale con vasca del tardo rinascimento sostenuta da tre cariatidi. Nella cappella a destra del presbiterio c’è una antica tavola lignea raffigurante la Madonna della libera, della seconda metà del sec. XIII, con le mani protese che arresta la lava per l’eruzione del 1301.
Fu in questo periodo che lo scoglio e il Castello, vennero collegati all’isola maggiore con un ponte di legno di circa 200 metri, e fu creato un piccolo porto per l’attracco delle navi.
Da quel ponte, il borgo sottostante prese il nome di Ischia-Ponte, come ancora oggi si chiama.
Del XIV sec. era l’abbazia dei monaci Basiliani, di cui si nota l’ingresso ad archi gotici.
Con Alfonso d’Aragona e i successori, dalla metà del XV sec., il Castello, che fu sede dell’ultima resistenza angioina, iniziò il periodo del suo massimo splendore, tant’è che, ancora oggi, viene chiamato “aragonese” .
Era un periodo di grandi mutamenti: nel campo militare il perfezionarsi e lo sviluppo di nuovi armamenti, le armi da fuoco di grosso calibro, avevano messo a dura prova gli architetti dell’epoca, per la facilità con cui venivano abbattute mura che avevano resistito per secoli.
I migliori ingegneri e architetti dell’epoca dovettero studiare e realizzare nuovi schemi architettonici per la difesa e l’offesa, con mura e bastioni capaci di resistere a un bombardamento.
Perciò, il vecchio castello angioino , caratterizzato da alte torri costruite per difendersi da assalti con scale e armi da lancio, non era più adatto, e fu completamente trasformato.
Furono perciò costruite torri cilindriche di grande diametro e murazioni massicce, dove era possibile porre cannoni e mortai, e con merli più grandi per difendersi da proiettili e schegge.
All’interno, vennero costruiti e rinnovati vari edifici, opifici, magazzini per rifornimenti, forni per il pane, cisterne e fu sistemato l’arsenale.
La rocca, che era stata da sempre imprendibile, lo divenne ancora di più.
Ne seppe qualcosa Carlo VIII, il re di Francia che nel 1494 era venuto a conquistare il regno di Napoli, ma dovette arrendersi davanti Ischia. Dell’episodio troviamo traccia nell’Orlando Furioso, di L.Ariosto, nel canto XXXIII, dove riporta anche la leggenda di Tifeo: “ vedete Carlo VIII che discende dall’Alpe e seco ha il fior di tutta Francia: che passa il Lirio e tutto il regno prende, senza mai stringer spada o abbassar lancia. Fuorché lo scoglio, ch’a Tifeo si stende su le braccia,sul petto e sulla pancia….”.
Vennero costruiti e rinnovati edifici religiosi, come la chiesa di S. Maria delle grazie a strapiombo sul mare, ampliata su precedenti cappelle verso il 1500, destinata alla congrega dei pescatori dell’isola .
La cattedrale fu rinnovata insieme alla sottostante cripta gentilizia; ancora oggi offre, malgrado gli scempi operati dal tempo e dagli uomini, alcuni spunti di interesse artistico che possono illustrarci gli stili ornamentali diffusi in area napoletana nella prima metà del 1600.
Il ponte di collegamento, in legno, venne sostituito con uno in muratura .
La padrona di casa fu per lungo periodo Vittoria Colonna, dal 1501 al 1536, moglie del governatore dell’isola, e poetessa , che riunì intorno a se un circolo culturale frequentato da poeti e letterati , come Iacopo Sannazzaro e Bernardo Tasso , Ludovico Ariosto e artisti come Michelangelo Buonarroti. Da qui nacque l’ispirazione dei versi: “ quando io dal caro scoglio guardo intorno la terra e ‘l mar, ne la vermiglia aurora, quante nebbie nel ciel son nate alora scaccia la vaga vista, il chiaro giorno”.
Nel periodo del vice –regno spagnolo , con il vicerè don Pedro de Toledo, insediatosi nel 1533, vi furono grosse ristrutturazioni, sia dal punto di vista urbanistico della città di Napoli, sia dal punto di vista difensivo, che coinvolsero anche tutte le piazzeforti del golfo, quella di Baia e Bacoli, quella di Procida e il castello di Ischia, come oggi lo vediamo.
Nel 1575, venne fondato sulla cittadella, il Convento delle monache clarisse, di cui oggi è visitabile il giardino e il cimitero.
Nel cimitero delle monache sono visibili gli scolatoi, cioè seggioloni in muratura sui quali venivano deposti, seduti, i corpi morti delle monache; si racconta di una macabra pratica di lenta decomposizione della carne, e della raccolta degli umori in appositi vasi, mentre solo dopo gli scheletri venivano ammucchiati nell’ossario.
Il convento fu chiuso nel 1810, durante la dominazione francese, dal re Gioacchino Murat e così finirono anche quelle raccapriccianti operazioni funebri .
Rilevante la chiesa dell’Immacolata, costruita su una precedente cappella del XV sec, presenta una pianta a croce greca, e la cupola è tanto imponente da essere notata da tutta la città di Ischia; la facciata esterna e le pareti interne sono oggi semplicemente intonacate.
Con l’avvento dei Borbone, il castello, passato al Demanio del regno e svuotato degli ultimi abitanti, fu trasformato in carcere per detenuti comuni e, successivamente, nel 1850, politici: ancora oggi il tragitto turistico indica un passaggio per “il carcere borbonico”, dove sono ancora visibili spioncini e cancelli.
Con l ‘ unità d ‘Italia, si continuò ad utilizzare il Castello come carcere, fino alla vendita a privati Oggi molti ambienti sono sottoposti a restauri e vengono utilizzati per attività culturali.


Bibliografia
TCI 2005: Napoli e dintorni
Valerio M.Manfredi : i Greci d’ Occidente ,Mondadori 1996
M.Torelli : storia degli Etruschi , Laterza 2001
V. Gleijeses : la Storia di Napoli , SEN 1974
C.De Seta :Napoli , Laterza 1981
S.E.Mariotti : Il Castello d’Ischia, Imagaenaria 2007(I°ed.1915)
L.Braccesi e F.Ravi, La Magna Grecia, Il Mulino 2008

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