Storia e storie

Racconti

venerdì 20 maggio 2011

Porta capuana


Attraversata via Duomo e iniziata la seconda parte del decumano maggiore, via Tribunali, lo vedi già: Castel Capuano, sede da secoli di tutta l’attività giudiziaria del circondario di Napoli.
A sinistra, la strada gira intorno, e trovi la porta Capuana, il più antico, il più bello e importante ingresso alla città. Grandiosa, affiancata da due torri e, su un lato, ancora parte della antica murazione. Lì vicina, la chiesa di S. Caterina a Formello.
Il dipinto di metà ‘800, di Ercole Gigante, pittore napoletano della scuola di Posillipo, fratello del più famoso Giacinto, è una fotografia dell’epoca: la porta mastodontica appare affollata e circondata da banchi di vendita, carri e venditori ambulanti, palazzi appoggiati alle torri laterali e alle mura, panni stesi, sulla destra il campanile della chiesa di S. Caterina e sopra la torre, una specie di tabernacolo.
E così, più o meno, me la ricordavo. Quello che invece vedo oggi, con meraviglia, è un’opera ripulita e imbiancata, forse anche troppo, isolata da ogni lato, in mezzo a un giardinetto, vietato al traffico veicolare, peccato quei cumuli di immondizia.
Ma quel che si vede nel dipinto, e anche oggi, non è l’originale, che, da quanto si sa, non era neanche qui. Così il castello, tutto sembra tranne che un castello. E poi, perché “Captano”?
Per capirci qualcosa bisogna tornare indietro, ma molto indietro, al IV° o III° secolo a. c. e tentare di ricostruirne la storia, tenendo presente che la vita della porta e del Castello sono strettamente collegate.
La murazione originaria della nuova città, peraltro mantenuta intatta per secoli anche dai successivi dominatori, Romani, Goti, Bizantini, Normanni, passava in questa zona, seguendo l’andamento irregolare del terreno, che dall’attuale via Anticaglia – decumano superior – scendeva ( ancora oggi è così), verso quello inferior, cioè via Spaccanapoli e quindi verso il mare. Le mura allora dovevano costeggiare il decumano superiore parallelamente alla attuale via Foria, all’epoca il letto di un fiumiciattolo che veniva giù dalle colline circostanti, ripiegavano nella zona di via Carbonara, passando davanti all’attuale Castelcapuano e arrivavano in piazza Calenda, a Forcella, dove ancora possiamo vederne i resti.
Lì dove c’è il castello, arrivava il decumano maggiore (via Tribunali), che proveniva dalla zona occidentale.
Secondo Bartolomeo Capasso, studioso e archeologo della città, “…..ogni decumano aveva una porta alle sue estremità,……il centrale o maior aveva, ad oriente, la porta che menava a Capua….”.
Capua, città della Campania una volta “felix”, di origine etrusca del IX sec.a.c.; al momento della fondazione di Neapolis, era già, con il suo porto fluviale sul Volturno, un grosso centro commerciale e luogo di incontro tra le popolazioni locali, del nord e sud e del centro Italia e di altri popoli provenienti dal mare che risalivano il fiume.
“ Capuana “ perciò, da Capua o meglio, da una strada che dalla porta di una città di mare serviva per portare merci di ogni genere verso l’entroterra, al più vicino mercato e viceversa.
In verità, prima della conquista romana, non esisteva una vera strada. Nella zona fuori le mura scorreva, secondo gli storici, il fiume detto Clanis, che alimentava una vasta zona paludosa. Da un lato la palude era garanzia di sicurezza in caso di guerra, dall’altro però, in tempi di pace, ostacolava le comunicazioni tra costa e hinterland.
La strada per Capua quindi, all’inizio non era altro che un sentiero (o forse più) che si dirigeva verso l’interno, guadando fiumi e paludi. Solo dopo, arrivati i Romani, che dove andavano costruivano strade per e da Roma, fu costruita una strada che andava verso il sistema collinare di Poggioreale e Caput de clivo (oggi Capodichino), verso Atella e Frattamaggiore.
Per superare i fiumi furono costruiti poi alcuni ponti, e, a pensarci bene, le attuali denominazioni di alcune vie della zona, Ponte della Maddalena e Ponte di Casanova - che non è il famoso veneziano, ma solo una casa nova, una nuova costruzione – ricordano l’esistenza di fiumi e ponti d’ altre epoche.
Anche il nome di “Formello”, aggiunto alla chiesa di S.Caterina, ricorda la presenza di acque nella zona. Formello infatti deriva da formali cioè da forma , termine con il quale venivano indicate falde acquifere, doccioni e canali che portavano acqua alla città.
Tornando alla porta e alla sua ubicazione originaria, se è vero quel che racconta B. Capasso e considerato che il decumano maior è sempre quello, oggi via Tribunali, essa non era dove è oggi, ma in precisa corrispondenza di detto decumano, e inserita nelle mura della città, lì dove poi fu costruito il castello. E, a questo proposito, viene ricordata in genere un’altra testimonianza, di Pietrantonio Lettieri, architetto, del 1484, che partecipò al rifacimento del Castello e allo spostamento della porta. Ma ne parlerò più avanti.
Sicuramente, la porta doveva essere in legno robusto e resistente ad eventuali attacchi portati con l’ariete; per proteggerla, inoltre, c’erano mura e torri di guardia in legno e mattoni di tufo da dove potersi difendere e anche attaccare nemici, all’esterno un fossato.
Dopo la vittoria di Canne, racconta Livio, Annibale aveva idea di prendere la città, sia per riposare sia perché una città di mare offriva maggiori possibilità di ricevere da Cartagine rinforzi e per eventuali spostamenti sul mare.
Venendo giù da Capodichino, si fermò davanti a porta Capuana e inutilmente provò ad abbatterla e superare le mura, grazie anche ai difensori che, malgrado l’inferiorità numerica e la morte del loro generale, riuscirono a respingere gli assalitori. Così Annibale dovette ripiegare su Capua.
La murazione e la porta non subirono cambiamenti nei secoli successivi, con la “pax” romana probabilmente non occorreva neanche più chiuderla né difenderla.
Fuori dalle porte “….per cui si andava a Capua,( ma anche a Nola e a Puteoli), stazionavano veicoli da nolo per comodo di coloro che dovevano recarsi alle città vicine o anche a Roma…”B.Capasso( Napoli grecoromana .pag.5).
Oggi, negli aeroporti, nelle stazioni, si noleggiano aerei, auto, moto, barche, con e senza conducente.
Allora c’erano quelle che oggi chiameremmo carrozzelle, calessi, carri e anche cavalli.
Una testimonianza del I° sec.d.c. di Papinio Stazio, poeta napoletano, ci fa rivivere un viaggio in calesse da Roma a Pozzuoli (40 km da Napoli) che oggi si compie in meno di due ore: “ qui primo Tyberim reliquit ortu, primo vespere naviget Lucrinum”,cioè chi parte all’alba dal Tevere, al tramonto è già a Lucrino, un lago vicino Pozzuoli. Si viaggiava a quel tempo, sulla via Domiziana, inaugurata allora dall’imperatore Domiziano, e che ancora oggi porta questo nome, probabilmente su un carro leggero e veloce, una specie di cabrio dell’epoca detto “cisium”, per non più di due persone.
Tornando alla porta Capuana, leggenda vuole che da qui entrò in città S.Pietro, recandosi a Roma.
I bizantini, mandati dall’imperatore Giustiniano, in guerra con i Goti, entrati in città con uno stratagemma, rinforzarono i bastioni sopra e ai lati della porta costruendo una specie di fortilizio per una migliore difesa.
Ruggero il normanno - come raccontato da F.Capecelatro in “Istoria del regno di Napoli”-, “ raunati poscia suoi soldati andò a Napoli, ove fu lietamente accolto e a sommo onor ricevuto da cittadini come da cavalieri che, fuor della porta detta da Capua, in grosso stuolo erano usciti per incontrarlo”.
Il fortilizio bizantino fu sostituito nel 1154 con una costruzione collocata a cavallo delle mura, allo sbocco del decumano maggiore, dal figlio di Ruggero, Guglielmo: è questa, probabilmente, la data di nascita del castello che prese il nome dalla porta, Capuano.
Costruito in stile tipicamente medievale, costituiva un baluardo imprendibile; fu nel tempo modificato e ampliato e qualche volta utilizzato come residenza reale.
Ma in particolare fu destinato, quasi subito, a sede del governo e della amministrazione della giustizia, che era presieduta dal Vicario del re, per cui fu chiamato tribunale della Vicaria.
(Ascanio Luciani,la piazza della Vicarìa,con castel Capuano ai tempi di Masaniello,1647).
La sua funzione di giustizia fu confermata anche dai successivi dominatori, gli Angioini, che però, per la loro residenza, si fecero costruire il Castel nuovo, popolarmente detto il maschio angioino.
“ Currite, hanno miso n’u masto ‘ncoppa a colonna…..cu’o culo a fora…”. ( correte, hanno messo un tale sopra la colonna… con il culo scoperto). Era la voce che – così si racconta - che si spargeva per tutta la città, annunziava la pena cui era stato sottoposto chi non pagava i debiti.
Esisteva, davanti al Castello, una antica colonna romana, alla quale il debitore condannato doveva essere legato abbracciato, con i pantaloni completamente calati e cosi, tra gli squilli di tromba del banditore, doveva proclamare per una o più ore, di cedere ogni suo avere al creditore.
Il castello subi un grande ristrutturazione, perdendo ogni connotazione medievale e comunque di castello, quando il vicerè don Pedro di Toledo, che abolì finalmente anche quella pena della colonna, decise di trasferirvi tutti i tribunali e le corti di giustizia esistenti in città. Le funzioni giudiziarie sono così rimaste fino ai giorni nostri, e quel che vediamo, sia pure attraverso tutti i restauri successivi, è il risultato della trasformazione del XVI sec, cosi come appare nel dipinto seicentesco di Ascanio Luciani.
Adesso posso tornare anche alla porta e al suo spostamento, che avvenne verso la fine del ‘400. Pietrantonio Lettieri, che avevo già nominato, architetto,nel 1484, scriveva:” la porta capuana stava sopra lo fosso di ditto Castello ( cioè castel capuano ) corrispondente alla sua mità, et lo sopradetto Castello veniva stare mezo dentro la città, et, mezo fora, sincome se usava anticamente; quale porta, ad tempi nostri è stata derocchata, et in quel lloco nci è hoggi una cappelluccia nomine Sancta Maria”, oggi scomparsa.
La porta era stata quindi già trasferita dal suo sito originario a dove la troviamo oggi e ricostruita su disegno dell’architetto Giuliano da Maiano. Fu spostata li per ordine di re Ferrante di Aragona, che aveva deciso di allargare le mura della città a causa dell’aumento della popolazione cittadina. Il vecchio castello fu rinchiuso dentro le mura, di cui si vedono ancora i resti sussistere su un fianco della porta e le due torri a difesa, che pure vediamo nel dipinto di Gigante, e che furono soprannominate Onore e Virtù.
Anche sulla nuova porta Capuana, il pittore Mattia Preti aveva eseguito un affresco che oggi non esiste più, e che, come si narra, raffigurava i santi Michele, Gennaro , Rocco e Aniello in atto di preghiera alla Vergine.
Mattia Preti, bravo con il pennello ma bravissimo con la spada, era fuggito a Napoli da Roma dopo aver ucciso un nobile romano in duello. Arrivato proprio a Porta Capuana, gli era stato vietato l’ingresso in quanto la città era isolata da un cordone sanitario a causa della peste; il Preti con alle calcagna la milizia pontificia, forzò il blocco ferendo o ammazzando un soldato di guardia e fu arrestato e condannato a morte.
Ritenuto tuttavia “ excellens in arte”, cioè bravo pittore, il tribunale della Vicaria, aveva mutato tale condanna in obbligo di affrescare con storie di carattere religioso e di fede cristiana, e gratuitamente, tutte le porte della città. ( Porta Capuana, oggi)





2 commenti:

  1. Magnifico documento.Penso che la maggior parte dei Napoletani ignorano che Castel Capuano fu una residenza Reale.

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  2. Sono l'autore della poesia l'artista ch dipinge porta Capuana nel suo voluto posto nella storia

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